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Le sviste che lasciano il segno
La storia della gatta Gaia ci insegna che anche quando siamo certi di agire secondo convenienza, dobbiamo chiederci se si tratti anche della convenienza degli altri e non solo di quella nostra


L’avevo chiamata Gaia perché era la più vivace e simpatica della nidiata. Lei, gattina nera che portava fortuna, era riuscita, senza troppa fatica, a farmi superare qualche diffuso pregiudizio verso la sua specie. Tutti pensano, infatti, che i gatti siano meno simpatici dei cani, ma in realtà sono solo più indipendenti, possiedono un carattere meno arrendevole e, quando occorre, difendono le loro ragioni con le unghie. 
Un mio paziente li avrebbe paragonati alle donne svedesi, le stesse che quando abitava in Scandinavia, dove da giovane si trovava per lavoro, gli avevano sconvolto le rassicuranti categorie da maschio latino. Il poverino, tornato piuttosto ammaccato dalla campagna del Nord, si è poi scelto una compagna secondo i suoi gusti, affossandole la vita. Diffidare di chi diffida delle creature troppo indipendenti. Di solito Gaia si accovacciava sul davanzale del mio studio e aspettava che le aprissi la finestra, per installarsi sul divano dove finiva per passare delle intere giornate. Lo sapevano bene anche i miei ospiti che la incontravano in anticamera e, il più delle volte, stabilivano con lei dei rapporti immediati. A parte le normali eccezioni, sempre possibili quando ci sono di mezzo i gatti. 

Da alcuni giorni la mia amica tossiva in modo strano, all’incirca come accade di vedere tra noi umani quando una briciola di cibo si ferma in gola e cerchiamo di liberarcene con quei versi che somigliano tanto a dei grugniti. Era accaduto altre volte di vederla alle prese con quella difficoltà, ma stavolta la situazione doveva essere più impegnativa. Poi, nel fine settimana, era sparita, ma anche questo faceva parte delle sue abitudini. 
Purtroppo, quando un comportamento somiglia a un’abitudine finisce che non ci facciamo più caso, per questa ragione accade che taluni si sentano autorizzati (quando non costretti) a fare cose originali o trasgressive per attirare qualche quota di attenzione su di loro. La quotidianità è come una nebbiolina sottile che può nascondere particolari determinanti del paesaggio.
Non saprei se stesse cercando di attirare la mia attenzione, di sicuro stava male. Non si faceva neppure toccare, così quando andai a trovarla vicino al cespuglio dove talvolta si rifugiava e cercai di prenderla in braccio, le sue unghie mi colpirono con veemenza tale da farmi desistere. Sembrava un indizio importante, ma ero troppo occupato per avvedermene. 
E dire che in tutti questi anni mi sono imbattuto in una certa quantità di individui con lo sguardo ostinatamente rivolto nella direzione sbagliata. In genere, queste persone pensavano che se fossero riuscite a convincersi di non avere visto bene quello che invece erano in grado di vedere benissimo, si sarebbero evitate delle inutili complicazioni. Se si decide di non vedere quello che abbiamo sotto il naso il risultato finale sarà sempre il medesimo. Omissione di soccorso e danni variabili.

Quando il quadro risulta scomodo o di complessa maneggevolezza, noi preferiamo affidarci alla terapeutica naturale delle cose, cioè speriamo che sia la stessa realtà a chiudere la ferita, lasciandoci nella nostra tranquillizzante, ma soprattutto artificiale e ipocrita incoscienza. Il perverso meccanismo funziona a svariati livelli e nella migliore delle ipotesi travolge gattini inconsapevoli, nella peggiore può determinare autentici disastri. La storia e la cronaca sono piene di dormite “strategiche” dalle quali gli uomini speravano di destarsi senza danni, con il cielo sgombro da quei nuvoloni che si faceva finta di non vedere. Anche oggi è così, i genocidi non irrorati dal petrolio sembrano meno sanguinosi.

Resta il fatto che mettermi a cercare un veterinario, con i pazienti che si susseguivano, quel pomeriggio non mi era sembrata una decisione funzionale. Conveniva (a me, non certo a Gaia) attendere il giorno dopo e valutare la situazione a mente fredda, ma l’indomani di freddo c’era solo il corpo della mia gattina, riverso sul prato dove tante volte ci eravamo rincorsi. 
Ora mi attacco all’ipotesi che forse non c’era niente da fare e costruisco nella mia testa trame che mi confortino, ma i dubbi rimangono e rimane anche la certezza che le nostre sviste possono pesare quanto uno schiacciasassi sulla vita degli altri. 
 



IN ARMONIA
di Domenico Barrilà

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