Stampa  |   Chiudi la finestra  | 
.............................................................................................................................................................................

Chiese stracolme di Tommasina
Il funerale di una donna semplice ma capace di infinito amore. Se la divinità si abbassa a sfiorarci, anche l’ultima passeggiata crea un’atmosfera dove ogni cosa sembra al proprio posto 

Il giorno della vigilia di Natale sono andato al funerale di Tommasina, in un paesino della campagna cremasca. Qualche tempo prima l’avevo vista dispensare serenità a coloro che rendevano omaggio alla salma di don Lino, suo figlio, che da non molto aveva superato i cinquant’anni. L’ultimo prezioso lembo della sua famiglia se ne andava, ma lei mostrava una sofferenza composta, angelica, e non ce l’aveva con nessuno. Quando chi riceve una sberla non se la prende con nessuno, di questi tempi rischia sempre di fare la figura del tonto, a meno che non possieda ragioni più che buone. Quelle di Tommasina erano solide. Non se l’era presa con il Cielo neppure quanto si portò via, appena ventenne, Battista, il figlio più giovane, e poi il marito, poco più che sessantenne. La stessa malattia le aveva estirpato dalla vita, ma non dal cuore, tutti e tre i suoi amatissimi uomini.

Dopo la morte di don Lino, quella che aveva decretato la sua solitudine, le accadeva di lamentarsi, con discrezione: «Però, il buon Gesù, almeno uno me lo poteva lasciare». Lo diceva con la bonarietà con cui la mamma si rivolge al proprio figlio. Di fronte alla compostezza di una madre addolorata persino Gesù sembra in soggezione, anche per questo il rapporto tra Lui e Maria è talmente sorprendente da apparire sempre come inesplorato. Loro due erano gli unici a sapere davvero i retroscena di quella nascita, ma poi avevano vissuto anche l’intimità delle cose “ordinarie”, il Figlio di Dio che si faceva la cacca addosso, che non dormiva di notte, che tirava matta sua madre con i capricci, che spariva senza dire dove andava. Forse neppure lui doveva essere un cliente facile per i genitori. Ma questo è un discorso delicato perché ci sono dei credenti che appena sentono parlare dell’umanità di Gesù cadono in depressione, quasi rappresentasse una diminuzione di Dio. 
Non è il caso di Tommasina, che proprio a quell’umanità si è attaccata per sopportare l’insopportabile, e neppure di don Lino, che si è letteralmente disfatto nelle membra prima di cadere in silenzio tra le braccia del suo Signore. Quando la divinità si abbassa fino sfiorarci, le persone come loro non perdono tempo a lamentarsene, anzi se ne cibano voracemente fino a rubarle qualche frammento delle sue qualità. 
Ero andato a trovarlo in ospedale, Lino, pochi giorni prima che ci lasciasse. Da settimane agonizzava toccando livelli di sofferenza difficili da immaginare, stilettate di dolore gli deformavano il viso fino a renderlo irriconoscibile. Il suo corpo degradava senza posa, il respiro lo abbandonava, la vita era in fuga come un naufrago che abbandona la nave, ma Lino, pescando chissà come nelle residue energie superstiti, mi chiese con sincero interesse come stava la mia famiglia ed ebbe un pensiero per tutti i suoi componenti. 
Altri ebbero il medesimo privilegio, andarono a raccogliere gli ultimi respiri dell’amico morente e si trovarono colmati di consolazione, un sentimento che si percepisce anche sulla sua tomba, presso il piccolo cimitero di Chieve. Tommasina, come del resto Lino, non parlava mai di sé, era sempre in ascolto e questo apriva il cuore degli altri, ma chissà quale angoscia avrebbe potuto raccontare di quei giorni in cui le circostanze e la distanza, l’ospedale distava decine di chilometri e lei non guidava l’automobile, le impedivano di essere accanto al figlio in quella lotta senza speranza. In questi casi era don Michele, che non mancò un solo giorno al capezzale dell’amico fraterno, a portarle notizie fresche. 

Era lontana dai credenti-combattenti che vorrebbero sottomettere gli altri alla loro legge, chiamandola “volontà del Cielo”, ma è lei a riempire le chiese, mentre quelli, infaticabili nel loro zelo non richiesto, le svuotano e quando si dibatte sulle ragioni di quel vuoto sono sempre i primi a fornire risposte sociologiche, le loro risposte. Costoro non possono vivere senza il “nemico”, perché salterebbe tutto il gioco infantile che si sono costruiti nella testa. Tommasina, invece, non aveva tempo per fare a braccio di ferro. Aveva da amare, lei, e non si è mai fermata. Per questo, nella vigilia di Natale, molti, invece di vagare in cerca di regali, sono andati a tenerle compagnia nell’ultima passeggiata, tutti uniti intorno a quella delicata e cordiale atmosfera, dove ogni cosa, a causa di un’impalpabile magia, sembrava avere trovato il suo posto. 
 



IN ARMONIA
di Domenico Barrilà

ARCHIVIO

:: Quell'onda acritica che annienta

:: Le nostre particelle elementari

:: Anonimi e cavernicoli

:: Chiese stracolme
   di Tommasina

:: Le sviste  che lasciano il segno

:: La dura legge del condominio

:: Ma teresa può andare in galera

:: La memoria e i legami spezzati

:: Conviene prendere esempio da Pippo

:: I professionisti dell'arzigogolo

:: La cravatta ci renderà liberi

:: Per non perdere baro al gioco