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L'etica e la buona economia
Non solo non deve esistere conflitto tra questi due termini ma, al contrario, deve esserci collaborazione. Solo in questo modo ci sarà sviluppo e miglioramento della qualità della vita per tutti i Paesi
La nostra cultura economica è dominata dal feticcio del Pil. Per essa è sviluppo solo l’aumento del prodotto interno lordo (Pil), cioè, in sostanza, l’aumento di beni materiali disponibili e commercializzati più il costo di produzione dei servizi della pubblica amministrazione. E invece, l’aumento dei beni materiali, al massimo, può segnalare una crescita (growth) ma, di per sé, non uno sviluppo (development).
Da tempo si sono levate voci critiche su questa visione ristretta dello sviluppo, anzi su questa confusione tra crescita e sviluppo. Sul piano filosofico e politico, ricordo in particolare Paolo VI (Populorum progressio) e Robert Kennedy. Sul piano della teoria economica cito l’economista e maestro Giorgio Fuà che affrontò il tema più di dieci anni fa.
Ricordo anche l’affermazione dell’amico economista Paolo Sylos Labini che diceva di aver stimato che il reddito medio del quartiere Zen di Palermo era superiore a quello di Siena, ma lui preferiva vivere a Siena. E io ribadii che se la Sicilia si fosse riempita di fabbriche di lupara il Pil sarebbe esploso ma la qualità della vita in Sicilia sarebbe peggiorata.
Ora, pian piano, si sta facendo strada anche nella pratica economica un giudizio più articolato sul concetto di sviluppo economico. Basta pensare alle classifiche tra le città che sono basate su una serie di indici e parametri complessi e generali, e non solo su quelli economici. Ma l’indicatore in questa direzione di più generale utilizzazione è l’Indice di sviluppo umano (Isu o, nella terminologia internazionale, Hdi, Human Development Index).
Sviluppato nel 1990 dal premio Nobel per l’Economia, l’indiano Amartya Sen, l’Isu è ora utilizzato dalle Nazioni Unite per valutare lo sviluppo della qualità della vita nei Paesi membri. L’indicatore, oltre all’indice Pil utilizza altri valori come l’aspettativa di vita e il livello di istruzione. L’ultimo Rapporto sullo sviluppo umano pubblicato a novembre, vede l’Islanda, la Norvegia e l’Australia ai primi posti, e la Guinea Bissau, Burkina Faso e Sierra Leone agli ultimi.
L’Italia è ventesima, in calo di tre posizioni rispetto all’anno precedente. Secondo questo approccio: «Lo sviluppo umano è il processo che permette alle persone di ampliare le proprie gamme di scelte. Il reddito è una di queste scelte, ma non rappresenta la somma totale delle esperienze umane. La salute, l’istruzione, l’ambiente salubre, la libertà d’azione e di espressione sono fattori altrettanto importanti» (Rapporto Undp n. 3). Il concetto sottostante è che questi fattori non si acquistano solo con maggiori disponibilità economiche ma richiedono che si mettano all’opera una serie articolata di fattori e di valori.
L’accettazione dell’Isu-Hdi, dopo un’iniziale diffidenza, è oggi acquisita sia nell’ambiente scientifico che presso i grandi organismi internazionali. L’Ocse, per esempio, nel documento Shaping the 21 Century ha incluso nella sua strategia una serie di obiettivi misurati dall’Isu. La cosa più interessante è che questo indice comincia a essere usato anche nella vita pratica. Vi sono fondi d’investimento della categoria “fondi valori responsabili” (correntemente nota come fondi etici) che lo usano per le scelte concrete di investimento.
La componente obbligazionaria dei fondi valori responsabili è investita in titoli di Stato solo da quei Paesi che superano un esame basato su un elevato numero di indicatori sociali e ambientali, tali da evidenziare un impegno reale a migliorare la qualità della vita dei cittadini. Tra gli indicatori utilizzati da Etica Sgr (www.eticasgr.it), l’unica società italiana che gestisce solo “fondi valori responsabili”, c’è l’indice di sviluppo umano. Analogo rigore viene applicato da questi fondi nella scelta selezionatissima dei titoli azionari nei quali investire. La cosa interessante è che questi fondi, nel 2007, sono tra quelli che hanno realizzato i migliori rendimenti. Ciò potrà sembrare sorprendente per molti. Non per me, che ho sempre sostenuto che tra etica e buona economia non c’è conflitto ma collaborazione.

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