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Il pedone, una specie a rischio
Non si arrabbia ma fa arrabbiare gli automobilisti. Ecco come conciliare le diverse esigenze degli utenti della strada
Un tassista di Roma scrive al suo giornale: «Ma le strisce sono un abbellimento o servono a qualcosa? Eccole a un metro di distanza, eppure il pedone attraversa dove gli pare. E quello che al semaforo passa col rosso, proprio mentre scatta il verde per chi sta al volante? Diciamo la verità: tra gli automobilisti gli incivili sono tanti ma anche i pedoni non scherzano».
A sua volta, un pensionato di Napoli, con una mail alla mia rubrica del venerdì a Piazza grande su Raidue, avanza una proposta scavando nella sua memoria. Dice: «Da ragazzo, era l’epoca del fascismo, camminavo per Toledo attaccato alla mano di mia madre e volevo sempre passare all’altro lato della strada. Non si può, strillava lei invariabilmente. Col tempo ho scoperto che allora i pedoni erano divisi, chi a destra e chi a sinistra, secondo il senso di marcia e se qualcuno camminava contromano era multato. Ora io non voglio ripristinare una regola così ottusa ma qualche multa per chi non usa le strisce sarebbe oggi esemplare”.
Né l’uno né l’altro hanno torto però bisogna riconoscere che in Italia il mestiere di pedone si fa ogni giorno più difficile. Le statistiche lo confermano: nell’arco di 24 ore sessanta persone restano vittime di incidenti sulle strisce pedonali. Da Nord a Sud. E fra costoro, 2 muoiono e 58 finiscono all’ospedale. Erano addirittura immobili alla fermata di uno scuolabus quei pedoni che a Fiumicino sono stati travolti e uccisi da un suv. Negli ultimi dieci anni, il bilancio è quello di una strage: 8.000 morti e 170.000 feriti. In testa alla triste graduatoria delle regioni troviamo la Lombardia, seguita da Lazio, Piemonte, Emilia-Romagna, Veneto. Due invece quelle totalmente esenti: Molise e Basilicata.
E c’è un altro dato rilevante: oltre la metà dei pedoni coinvolti in incidenti ha più di 70 anni. Altrettanto notevole la percentuale di stranieri colpiti dall’indisciplina degli automobilisti italiani. Studi recenti, infine, hanno accertato che un pedone investito da un’auto a 30 km all’ora ha solo il 50% delle probabilità di sopravvivenza e appena il 10% se travolto da una macchina che va a 50 km. Oltre i 60 km non c’è salvezza. Per questo si parla di “emergenza pedoni” e non solo in Italia.
Infatti, Bruxelles ha lanciato il progetto EuroTest dedicato alla sicurezza dei pedoni, di cui l’Automobile Club d’Italia è capofila per il 2008. E proprio l’Aci ha avanzato la proposta di introdurre nel codice della strada l’obbligo per i conducenti di dare la precedenza sia ai pedoni sulle strisce sia a quelli che si accingono ad attraversare, come avviene in altri Paesi dell’Ue; di ridurre altresì la distanza tra gli attraversamenti pedonali e le fermate degli autobus e di lasciare la visuale libera da ostacoli in prossimità delle strisce stesse. Sembrano provvedimenti di estrema semplicità ma da noi tutto è difficile. Facciamo qualche esempio?
1) malgrado le multe non si riesce a impedire che le auto si fermino in doppia fila;
2) le strisce troppo spesso appaiono sbiadite, quasi invisibili;
3) sapete quanto dura il semaforo verde per i pedoni? Quattro secondi!
Nel piano europeo dovrebbe anche essere prevista – secondo me – la liberazione del marciapiedi, problema che ho già affrontato su Club 3. «Sul marciapiede – mi ha scritto la signora Giulia di Milano – c’è di tutto: macchine parcheggiate, moto che lo usano come scorciatoia, bancarelle o tappeti dei vu’ cumprà e io non so dove girare col passeggino». E una mamma napoletana, la signora Amelia, aggiunge: «Da noi bisogna combattere anche coi cumuli di rifiuti. Possibile che l’unico titolare del marciapiede, il pedone, sia stato ormai cancellato?».
Non so con che animo possiamo porci la domanda se sia giusto o no multare anche i pedoni. Rispondo di sì, a un patto però: che gli altri utenti della strada rispettino le regole, comportandosi correttamente. A cominciare dai vigili che troppo di frequente sono assenti laddove dovrebbero essere presenti.
Una buona notizia, infine. Pare che alcune case automobilistiche stiano progettando vetture pro-pedone, ossia col “cofano morbido”, per attutire il più possibile l’impatto con la persona che attraversa la strada. Ma come pedone non ci farei assegnamento.
Ufficio reclami
Crediti dal 1998
Francesco Timo ha iniziato un procedimento presso il tribunale di Matera per recuperare dei crediti, ma dopo ormai tanti, troppi anni, teme di non riuscire a vederne la fine: «Nel 1998 il Tribunale realizzava lire 34 milioni dalla vendita immobiliare. Dal 1998 a oggi (dieci anni) il tribunale non ha ancora ripartito la somma fra tre creditori pur non essendoci difficoltà alcuna. Il giudice rinvia di sei mesi in sei mesi il riparto». Una delle più gravi colpe della giustizia italiana risiede proprio nell’assurda e inconcepibile durata dei procedimenti, che spesso finiscono per scoraggiare anche la volontà più ferrea. Purtroppo, oltre a indignarsi, c’è poco altro da fare. Solo il giudice che segue il procedimento possiede tutti gli elementi per chiudere definitivamente la causa. Non resta altro che attendere con pazienza.
Assegno di invalidità
Il signor Costanzo B. è un disabile di Capri che fino al mese di dicembre percepiva il piccolo (anzi, oserei dire oltraggiosamente misero) contributo d’invalidità. Ma da gennaio di quest’anno anche questo risicato sussidio è scomparso: «Ho in mio attivo la legge 104 che mi permette di lavorare solo quattro ore al giorno. Vivo in continuo disagio con difficoltà abitative. Malgrado i miei sforzi non ce la faccio ad arrivare a fine mese e a pagare un fitto un poco alto per le mie possibilità economiche. Quel poco di pensione d’invalidità nel gennaio scorso me la sono trovata assente nel mio budget e non capisco il perché». Purtroppo, il limite di reddito personale annuo per poter percepire l’assegno ordinario d’invalidità (da non confondere con la pensione d’invalidità, che si ottiene dopo il 65esimo anno d’età) è pari a 4.171,44. Le suggerisco di effettuare i calcoli precisi riguardo al suo reddito da un patronato di zona. Infine, può provare a presentare ricorso, in carta libera, al comitato provinciale
dell’Inps.
Diritto all’assunzione
Quando, per legge, un lavoratore acquisisce il diritto al contratto a tempo indeterminato, l’assunzione è automatica? Silvana Sigismondi si trova nella situazione di precariato come tanti: «Da giugno 2002 lavoro a contratto part-time presso un iper della azienda Coop Centroitalia. Pur essendo in una situazione particolare, in tutti questi anni non sono stata assunta a tempo indeterminato come mi era stato prospettato inizialmente, dopo un periodo di 18 mesi. Dal 10 maggio 2006 sto coprendo la maternità di una dipendente coop e il suo rientro è previsto per il 30 maggio 2008. Ora, a seguito della legge 24.12.2007 n. 247 e riportata in G.U n. 301 del 29.12.2007, la direzione dell’azienda ha comunicato alle mie colleghe, con la stessa mia anzianità di lavoro, che alla scadenza del loro contratto (06 gennaio 2008) non sarebbero state più richiamate perché avevano superato i 36 mesi e quindi, invece di essere assunte a tempo indeterminato (come, dopo quasi sei anni di precariato, si sarebbero aspettate) si sarebbero trovate senza lavoro dall’oggi al domani. Qualora l’azienda non abbia nessuna intenzione di assumerci a tempo indeterminato, noi che alla data di entrata in vigore della legge eravamo in servizio e avevamo già superato i 36 mesi previsti dalla legge, possiamo di diritto essere assunti?». Pur avendo il senso comune e la legge dalla propria parte, molte volte le aziende procrastinano la regolarizzazione del precariato. Credo sia necessario rivolgersi a un avvocato del lavoro, magari intentando una causa comune con le colleghe. Messa con le spalle al muro, l’azienda potrebbe decidersi per la definitiva assunzione prima di finire di fronte al giudice.
Linea staccata per giorni
Talvolta le grandi aziende (magari involontariamente) si accaniscono con i più deboli. È il caso della madre non vedente di Mario Tripodina di Palmi, rimasta per giorni senza linea telefonica: «Una voce al telefono mi avvisa che non posso effettuare telefonate per motivi amministrativi e mi invita a contattare il numero telefonico presente nella bolletta. Contatto il 187 e vengo informato che la penultima bolletta non è stata pagata ma non è così, perché pago regolarmente tutte le bollette. Mi hanno consigliato di recarmi presso una ricevitoria del lotto da dove era possibile pagare la somma di euro 43 relativa alla bolletta non pagata. All’apertura della ricevitoria ho effettuato il pagamento il 21 gennaio. Ricontatto il 187 che mi conferma il ricevimento del pagamento e mi dice che per motivi tecnici il ripristino non può essere immediato. E il disagio prosegue per giorni». Anche se il problema alla linea telefonica sarà ormai risolto, non posso che suggerirle di preparare una raccomandata a/r descrivendo l’accaduto, allegando la documentazione e richiedendo un cospicuo risarcimento per i danni economici (bolletta pagata due volte) e morali, minacciando il ricorso al giudice di pace se le richieste non venissero accolte (oltre al gestore colpevole dell’accaduto, può inviarla in copia al Garante per le comunicazioni, Direzione Tutela dei consumatori - Ufficio gestione segnalazioni e vigilanza - Centro Direzionale, Isola B5, 80143 Napoli). Quando i clienti maltrattati cominceranno a fare la voce grossa, le multinazionali ci penseranno due volte prima di commettere questi errori.
(Ha collaborato Matteo Acquafredda)
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