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Ci sono manager e manager
La rabbia sociale, quando monta, non ama fare distinzioni. Ma un conto è il fallimento di dirigenti corrotti e arricchiti, altro è contestare chi è stato costretto a ridurre posti di lavoro per sopravvivere

Questo mese la scelta dell’argomento della rubrica l’hanno fatta le tante persone che mi hanno chiesto un commento sugli assalti ai manager, che si sono andati intensificando negli ultimi tempi. Ho risposto citandomi. Già nel 1998 e poi nel 2001-2002, affermavo: «Negli ultimi vent’anni si è creato uno squilibrio politico e sociale a favore del top management delle grandi società, che ha permesso allo stesso di appropriarsi di corrispettivi che non hanno più alcuna relazione con le prestazioni fornite, con i risultati raggiunti, con il tipo di attività svolta, con l’andamento reale delle aziende». <EM>E specificavo: «Questi valori non rappresentano più un corrispettivo per dei servizi professionali, ma un’appropriazione basata su una incontrollata posizione di potere. Come i nobili delle antiche aristocrazie, essi si appropriano di quello che reputano di potere e di dover prendere, una volta assicurata ai cittadini una discreta sopravvivenza. L’elemento comune principale è che essi prelevano un surplus che non ha più alcuna relazione con i servizi resi, ma che deriva solo da una posizione di potere occupato». 
Essi erano dunque un prelievo e non più un corrispettivo. E la loro legittimazione era basata su una posizione di potere raggiunta, sottoposta a ben pochi controlli o bilanciamenti, dopo che la proprietà alla quale competeva tale funzione si è dispersa ed è praticamente sparita. Detto brutalmente: si trattava di forme moderne di neo-feudalesimo. 

Il fatto nuovo è che questa classe di top manager delle grandi istituzioni finanziarie internazionali non solo si è appropriata di surplus giganteschi, ma è fallita come gruppo dirigente. La crisi, infatti, non è dovuta a guerre, terremoti, salti tecnologici, ma semplicemente al fatto che questi dirigenti sono falliti come dirigenti, nonostante il colossale ingiustificato prelievo che la società ha loro, per tanti anni, concesso. Da qui il risentimento sociale più che giustificato al di là delle forme con cui si esprime chiaramente inaccettabile. Un risentimento destinato a montare quanto i Governi, e soprattutto quello americano, continueranno a coprire gli errori e il fallimento di questa classe di palloni gonfiati; e a lasciarli tranquilli a godersi il non meritato riposo. 
Questo discorso si riferisce ai dirigenti delle grandi istituzioni finanziarie internazionali e pochi altri. Resta aperta la questione di come ciò possa essere avvenuto. È una vera e propria ideologia che si è pian piano imposta per sostenere questi corposi interessi e che ha alimentato imbrogli intellettuali, fra i quali: le grandi dimensioni sono sempre e comunque un bene; la concentrazione della ricchezza in mano a gruppi sempre più ristretti è, alla fine, positiva per lo sviluppo economico generale; compito dei manager non è porsi al servizio delle imprese ma dedicarsi ad aumentare il valore degli azionisti. Sulla base di questa ideologia folle, divulgata dalle grandi banche di investimento e dalle grandi società di consulenza e supinamente accettata dai sindacati e da certa sinistra di casa nostra, si è consumata l’appropriazione dell’economia e, in parte, della democrazia da parte di questa classe di neofeudatari, ora rovinosamente crollata.

Essi vanno tenuti nettamente distinti da altri casi di sequestri e aggressioni che hanno colpito normali manager di normali industrie, costretti dalla crisi a ridurre occupazione e impianti per sopravvivere. La rabbia sociale quando monta non fa distinzioni. Ma noi queste distinzioni dobbiamo farle. Questi manager normali, che affrontano la crisi attenuandone gli effetti sulle aziende, sono lavoratori che fanno il proprio dovere, anche se per salvare l’azienda devono tagliare posti di lavoro per adeguarli alle nuove condizioni di mercato.
Qui subentra la normale dialettica col sindacato e la corretta applicazione delle leggi di tutela dei lavoratori. Ma quando la crisi assume le abnormi dimensioni attuali, la normalità non basta. Gli assalti ai manager esprimono confusamente il messaggio secondo cui è necessario trovare soluzioni nuove e che permettano alle aziende di ristrutturarsi e di riciclarsi, ma assicurando però ai lavoratori colpiti continuità di reddito e possibilità di riciclasi a loro volta. 
Le soluzioni non mancano. Studiosi seri come Pietro Ichino, Tito Boeri e Piero Gariboldi le hanno delineate. Il 25 marzo, trenta senatori di entrambi gli schieramenti hanno presentato un disegno di legge in questa direzione. Senza entrare nei dettagli, è importante sapere che esse esistono e aggiungere la nostra modesta voce a quella di chi chiede questi interventi. Altrimenti gli attacchi ai manager e la rabbia sociale continueranno a montare.

 



LA BORSA E LA VITA
di Marco Vitale

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