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Il trucco c'è e si vede
Mezze frasi, promesse, garanzie finte. I peggiori? Gli operatori telefonici, lo dice l’Antitrust 

La classica fiera di paese: tra le bancarelle e gli stand c’è anche il banchetto dell’azzardo. L’imbonitore, mescolando con destrezza tre carte, francesi o napoletane fa lo stesso, invita a puntare sull’asso e proclama ad alta voce: «Non c’è trucco e non c’è inganno! Venghino signori che andiamo a giocare!...». E invece, come tutti sappiamo, il trucco c’è e c’è pure l’inganno. L’abilità, se così possiamo dire, sta nel nascondervi l’asso. Se al posto dell’asso mettiamo un’omissione, un eccesso di enfasi, talvolta persino una bugia, il vecchio gioco delle tre carte diventa il gioco della pubblicità ingannevole.
Faccio subito l’esempio di una boccetta di colorante per capelli. Accanto alla marca c’è una erre maiuscola racchiusa in un cerchietto: pochi sanno che quel simbolo sta per “registrato” e vuole indicare un prodotto brevettato presso l’Ufficio italiano brevetti e marche (Uibm). L’Autorità per la concorrenza e il mercato, meglio nota come Antitrust, ha indagato sulla boccetta reclamizzata come «un complesso brevettato antiossidante che garantisce una migliore tenuta del colore». E sapete che cosa ha scoperto? Che la ditta aveva avanzato domanda all’Uibm ma la pratica per ottenere il brevetto non era ancora stata esaminata. Ergo: condanna del messaggio «idoneo a indurre in errore i consumatori in quanto la denominazione commerciale accompagnata dal simbolo  faceva pensare a un connotato di novità esclusiva di fatto inesistente». 
Simili furberie dilagano. Specialmente nel settore della telefonia fissa e mobile, al punto che due mesi fa l’Antitrust ha sferrato un attacco frontale ai gestori, sostenendo che si tratta di un fenomeno particolarmente grave, «vista l’estrema varietà ed evoluzione delle offerte commerciali che generano disorientamento nel consumatore». Gli spot televisivi in particolare risultano «carenti quanto a completezza e chiarezza informativa, con l’utilizzo di scritte scorrevoli o in sovrimpressione insufficienti a specificare la portata reale delle offerte». Negli ultimi due anni il Garante ha comminato sanzioni per un miliardo e 600 milioni di euro, quasi il 25% del totale delle multe inflitte negli altri settori produttivi. Anche qui vale la pena di citare un caso. L’anno scorso un gestore prometteva 600 euro di telefonate in regalo, l’indagine ha accertato che le telefonate sarebbero costate all’utente 1.000 euro.
Dopo la telefonia in questa hit parade dell’inganno si collocano al secondo e al terzo posto la reclame di certi istituti universitari privati e le società finanziarie, quelle del prestito facile. L’Autorità garante esamina ogni anno dagli 800 ai 900 casi, segnalati da associazioni di consumatori. Basta scrivere una lettera, specificando nome, cognome, indirizzo, telefono e indicando il messaggio pubblicitario che fa sorgere dubbi e gli elementi di presunta ingannevolezza (antitrust@agcm.it; Autorità garante della concorrenza e del mercato, piazza G. Verdi 6/a, 00198 Roma). In media un procedimento arriva a sentenza dopo 5 mesi e mezzo.
In questo periodo poi, col profumo di vacanze nell’aria, dobbiamo alzare le antenne. Spesso l’inganno si cela dietro parole come “garanzia” o “garantito”, in realtà dell’una o dell’altra si fa talora un uso improprio. Oppure la trappola scatta quando un prodotto fa balenare la sconfitta della cellulite... Un elettrostimolatore bocciato nel 2004 dall’Antitrust prometteva non solo l’eliminazione della cellulite, ma anche il dimagramento.
Come si vede non sono tanto lontani in fondo i tempi in cui Vanna Marchi lanciava lo “scioglipancia”, un prodotto cremoso da spalmare sull’epa maschile o femminile «per sole centomila lire». Più di una spettatrice sollevò il dubbio a Mi manda Lubrano e gli esperti da me invitati in trasmissione confermarono le perplessità, la qual cosa mi attirò i fulmini vocali della regina delle televendite che qualche anno prima, nel 1988, era stata addirittura chiamata a promuovere la vendita dei biglietti della Lotteria di Capodanno abbinata a Fantastico su Raiuno. Un suggerimento, infine, da consumatore a consumatori: leggete sempre con attenzione i messaggi pubblicitari e se pensate che qualcuno vi nasconda l’asso, scoprite il gioco...

PLASMON CONTRO MELLIN, DECIDE IAP
Oltre all’Antitrust, c’è l’Istituto  di autodisciplina pubblicitaria (Iap) 
che giudica la “lealtà” di un messaggio. Una dura polemica è scoppiata nella primavera scorsa tra Plasmon e Mellin. Il latte per l’infanzia Mellin, dice la pubblicità, «aiuta a rinforzare naturalmente il sistema immunitario del tuo bambino». Non c’è prova, replica Plasmon nel ricorso all’Iap, della verità scientifica dell’effetto reclamizzato. Quindi, conclude, il claim è ingannevole. 
Mellin si difende ma il Giurì dell’Iap dà ragione alla Plasmon e ordina la cessazione della pubblicità contestata entro una certa data. Però il Giurì, trascorsi i termini prescritti, constata «la palese inottemperanza» alla sua decisione e reitera alla Mellin l’invito a smettere. Come  mai produttori di fama fanno finta di niente? Un’ipotesi la troviamo sul blog www.spotanatomy.info, che analizza i messaggi. Dice che «alle aziende condannate conviene continuare a fare pubblicità ingannevole: le multe che si pagano sono irrisorie rispetto ai ricavi incrementati dai loro spot».

Ufficio reclami

Classi di (de) merito. Malgrado l’attuazione del decreto Bersani sulle liberalizzazioni abbia ridotto lo strapotere contrattuale delle compagnie assicurative nei confronti dei clienti, c’è ancora molta strada da fare per portare l’ago della bilancia in equilibrio. Sbilanciamento molto evidente nel caso della signora Alma Ravelli Corradini di Passirano, provincia di Brescia. La polizza per la sua auto, rimasta ferma due anni e priva dell’Rca, al momento della stipula del nuovo contratto è stata declassata dalla prima categoria addirittura fino alla diciottesima. Niente di anomalo, purtroppo, questa è la regola. Infatti le compagnie, quando un’auto non viene utilizzata, prevedono la cosiddetta sospensione del contratto, della durata minima di 3 mesi fino a un massimo di un anno, senza che si perdano tutti i privilegi ottenuti se non si causano sinistri. Se ciò non avviene, tutto quanto è stato maturato viene perduto. Invece una delle buone notizie nella riforma Bersani sta nel cosiddetto articolo 4 bis: quando si stipula una polizza aggiuntiva per un secondo veicolo, non si può assegnare al contraente una classe di merito sfavorevole rispetto a quella risultante dall’ultimo attestato di rischio conseguito.

Il bus guasto. Se un mezzo di trasporto urbano o extraurbano, treno, bus o tram che sia, si guasta, chi risarcisce il passeggero per il danno che subisce? L’interessante interrogativo me lo pone il signor Guido Guelfi, 81 anni, da Spin (Vicenza): l’11 aprile scorso, alle 18.20 è salito sul bus delle Ferrovie-Tramvie vicentine che da San Michele di Bassano del Grappa lo avrebbe portato a Romano d’Ezzelino (7 km), ma dopo solo dieci minuti il bus ha avuto un guasto al motore. «Secondo il conducente avremmo dovuto aspettare un paio d’ore prima che da Vicenza (40 km) arrivasse il soccorso, dato che a quest’ora al più vicino ufficio Ftv con parco automezzi, di Romano d’Ezzelino, non c’era più nessuno. Non mi restava che tornare a casa in taxi...». Il signor Guelfi ha poi spedito la ricevuta del taxi col biglietto Ftv non utilizzato alla direzione dell’azienda. Vuole sapere che cos’altro deve fare... Lei, signor Guido ha già fatto quello che era necessario e suppongo che anche gli altri passeggeri abbiano fatto altrettanto. Non so se per Ftv vige lo stesso criterio di Trenitalia, ma la sua domanda è legittima e richiede da parte dell’azienda una risposta. Se dovessero negarle il risarcimento, riparliamone.
(Ha collaborato Matteo Acquafredda)

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di Antonio Lubrano

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