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La cravatta ci renderà liberi
Un giorno in prigione, per notare che se uno ruba una bicicletta tranciandone la catena rischia da 3 a 10 anni, mentre se uno froda il fisco (anche in misura astronomica) la pena massima è di 6
Sono tornato a parlare con i detenuti in una prigione del Centro Italia a due anni di distanza dalla prima volta. Le emozioni mi sembravano le stesse di allora. Sebbene sappia che nella nostra mente non esistono fotocopie perfette, ero convinto di avere già vissuto la particolare sensazione che mi pervadeva, e non poteva che essere accaduto la prima volta che mi ero trovato in quel luogo.
Quelli con la cravatta difficilmente finiscono dietro le sbarre. Era questo il pensiero che due anni prima mi aveva attraversato fulmineo e che ora tornava a fare capolino. Essendo gli ospiti di quell’istituto di pena vestiti tutti con i loro abiti borghesi e non col classico pigiama a strisce, quello dei film di Totò, potevo notare che il ceto sociale dei detenuti era uniformemente basso e che tra di loro non c’erano persone in cravatta e neppure in abiti griffati. Tutte polo, dal grigio sporco al rosso sbiadito, con quei colletti che non stanno mai a posto neppure a promettergli un regalone. Se qualcuno inventerà un colletto per le polo capace di non vagare per conto proprio, come minimo gli danno il Premio Nobel.
L’osservazione, che è il primo gradino della conoscenza, ci fornisce sempre risposte interessanti, ma nel contempo favorisce l’emersione di tante domande alle quali è difficile sfuggire. È stato proprio osservando la composizione sociale di quel gruppo di detenuti che ho iniziato a domandarmi come mai in galera finiscono prevalentemente i poveracci e solo raramente coloro che portano la cravatta o gli abiti firmati.
Intendiamoci, la cravatta e gli abiti firmati non sono certo un indizio di inclinazione a delinquere, ci mancherebbe, ma se volete comperarne degli esemplari di seconda mano il carcere è senza dubbio il luogo meno indicato. Non se ne trovano.
Insomma, se era vero ciò che avevo osservato, ossia che le prigioni sono luoghi piuttosto selettivi, come dei club esclusivi al contrario, dove il biglietto di ingresso lo vincono solamente gli sfigati, doveva pure esserci una ragione, e l’unico modo per appurarlo consisteva nell’andare da uno del “mestiere”. Da un giudice. Me ne sono scelto uno importante e di grande rettitudine, le nostre chiacchierate, piuttosto istruttive, mi hanno lasciato alcune certezze.
La più importante è che il nostro ordinamento è vecchio, adatto a una società preindustriale, e quindi non in grado di consentire un dosaggio delle pene secondo l’effettivo danno sociale che producono al giorno d’oggi i diversi reati.
Il furto e la ricettazione, reati per lo più commessi da manovalanza italiana ed extracomunitaria, di cui appunto sono piene le carceri, vengono giudicati molto severamente, mentre si è registrato un progressivo ammorbidimento sui reati di grande impatto economico e sociale, come quelli urbanistici, fiscali, finanziari, come la corruzione, la concussione o l’abuso d’ufficio. Condotte illecite specifiche di ceti sociali medio-alti e delle classi dirigenti. Gli effetti di questa scelta di campo, certo non a favore dei poveri, incrementeranno i sentimenti di esclusione, spesso alla radice dei conflitti sociali. Se una persona ruba una bicicletta tranciandone la catena, reato nel quale non incapperanno direttori di banca, imprenditori o politici, rischia da tre a dieci anni. Se invece un individuo si macchia di frode fiscale, sottraendo somme anche stratosferiche, nella peggiore delle ipotesi, rischia sei anni.
Per il falso in bilancio, reato che può rovinare eserciti di piccoli investitori, quindi di famiglie, le recenti normative hanno abbassato la pena da 5 a 3 anni, limite che, oltre a rendere difficile l’accesso al carcere, limita i poteri di chi indaga, poiché le norme escludono la possibilità di effettuare intercettazioni quando la pena prevista per un reato non supera, guarda caso, i 3 anni. Lo stesso reato, che è gravissimo, negli Stati Uniti comporta una pena massima di 20 anni, proprio in considerazione degli enormi danni che queste condotte possono infliggere ai cittadini.
La giustizia è sempre difficile, ma diventa un sogno se chi scrive le regole si comporta come quelle vecchie maestre che chiudevano un occhio con i figli del maresciallo e del farmacista.
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