Stampa  |   Chiudi la finestra  | 
...........................................................................................................................................................................

Anche Napoli ci manda a dire...

È illusorio pensare che certi mali italiani si risolvano con l’alternanza politica. Per rompere certi circoli viziosi, come quelli che soffocano Napoli, bisogna aprire una guerra basata sulla dura realtà dei fatti

egli ultimi tempi si sono andate moltiplicando le contrapposizioni, talora molto dure, tra i rappresentanti degli imprenditori e l’apparato politico-burocratico che governa il Paese. È successo tra il presidente della Confindustria Montezemolo e il Governo. È successo con il presidente della Confindustria di Napoli, città definita da Giorgio Napolitano «grande, generosa e travagliata» ma che sarebbe più corretto definire «grande, generosa e devastata» dall’inerzia dell’azione pubblica, da quelli che sempre Napolitano, definì «colpevoli ritardi». È successo a Brescia e in tanti altri luoghi. 
Talora i politici hanno replicato duramente, in altri casi hanno accettato costruttivamente il confronto. In qualche caso critiche contro questa contrapposizione sono nate dal seno della stessa Confindustria, come a Napoli da parte di Antonio D’Amato, importante imprenditore partenopeo già presidente degli industriali napoletani e della Confindustria nazionale, che ha criticato il suo successore. Il fenomeno è troppo generale e significativo per ridurlo a fatti occasionali o a un banale ping-pong di reciproche accuse. Cerchiamo di coglierne i motivi di fondo. 

È ormai chiaro a tutti che l’economia italiana, che pure ha fatto un forte e significativo ricupero di competitività negli ultimi anni, è continuamente risucchiata indietro dallo smisurato costo della politica, dall’illegalità legalizzata attraverso consulenze e società di comodo, dalla diabolica efficienza nel male di tanta parte del suo apparato politico-burocratico, dal terrorismo fiscale, dalla mancanza di giustizia, dal feudalesimo della sua casta politica. Poiché questi mali sono trasversali ed è illusorio pensare che si risolvano con l’alternanza politica (del resto già sperimentata), bisogna affrontarli sul campo, attraverso un contenzioso civile. Ho riflettuto molto se usare una parola impegnativa come “contenzioso” o se non usarne, invece, una più accomodante come “confronto”. Ho optato per contenzioso perché di confronti ce ne sono stati tanti, forse troppi e perché, come mi insegnò mia nonna campana, viene un momento in cui si deve avere il coraggio di dire: chiacchiere e tabacchiere di legno il banco non accetta in pegno. 
Ciò vale per tutta l’Italia. Ma vi sono luoghi dove queste verità sono più vere che altrove. Uno di questi luoghi è Napoli, dove il disastro dell’inerzia politico-amministrativa e del mismanagement della città e della regione è impressionante. Come bene ha scritto Marco Demarco, direttore del Corriere del Mezzogiorno: «La politica alimenta l’assistenzialismo che fiacca la società; la camorra il protezionismo che fiacca l’economia. E il cerchio si chiude con un’economia che dipende sempre più dalla politica». 

Per rompere questi circoli viziosi che attanagliano il Paese e affondano città come Napoli, non ci vuole la pace ma la guerra. Non bisogna avere paura di aprire contenziosi, alimentati non da interessi parziali ma dal desiderio di contribuire al bene comune, duri e basati sulla verità dei fatti. È stato Gesù a insegnare ai discepoli di parlare senza timore (Luca 12, 1-3) e prepararsi alla lotta: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada venda il martello e ne compri una» (Luca 22, 36). 
È da circa un anno che sto studiando l’economia napoletana, e ho parlato con molti esponenti della città. Molteplici e convincenti sono le ragioni raccolte sui motivi della crisi che attanaglia la città. Ma forse, la spiegazione più incisiva me l’ha data un tassista che mi ha detto: «Dottò, qua nessuno vuole mettersi contro nessuno». E in effetti quando la città era governata dalla Dc le manifestazioni di protesta si sprecavano, ma da quando della città si è impadronito il blocco di potere di sinistra di stampo bonapartista che fa capo a Bassolino, la dialettica si è inaridita. «Il sindacato si è convertito al politicamente corretto pur di non disturbare il manovratore, e l’unica manifestazione di protesta, assente la Cgil, è del febbraio 2007. Mai uno sciopero o un corteo o un’assemblea sullo scempio ambientale provocato dai cumuli di rifiuti mai smaltiti» (Demarco). 

Mai una manifestazione di protesta per lo sconcio di ritardi disumani nella realizzazione dei grandi progetti urbani che potrebbero dare una spallata al dramma della disoccupazione. Eppure se c’è una città dove i sindacati dovrebbero alzare la loro voce contro il malgoverno, causa prima della disoccupazione, questa è Napoli. Perciò bene ha fatto il presidente della Confindustria campana ad alzare la sua voce, ad aprire un contenzioso. E mi auguro vada avanti così, con forza, determinazione e tenacia.  

 



LA BORSA E LA VITA
di Marco Vitale

ARCHIVIO

:: Buon governo, buona economia

:: In navigazione nella burrasca

:: Dirigere attraverso il terrore

:: L'etica e la buona economia

:: Coraggio + sdegno = speranza

:: La buona economia è più forte della mafia

:: Emergenza Rom, emergrenza Italia

:: Sono le tasse bellissime?

:: La brutta estate del 2007

:: Porte trette ma decisive

:: Anche Napoli ci manda a dire...

:: Il Nord ci manda a dire...