Stampa  |   Chiudi la finestra  | 
.............................................................................................................................................................................

I professionisti dell'arzigogolo

Ciò che non ci è noto ci mette in soggezione. Ecco allora che si sviluppano le carriere dei maestri dell’incomprensibile, pronti a sfruttare per i propri fini le solite dieci parole che paiono magiche

Mia madre chiamava “la monaca” quella signora che passava in mezzo alle tombe e, per una mancetta, recitava alcune regametenna (requiem aeternam). In latino. Così ci sembrava o almeno questo prevedeva il tacito contratto. Monete contro giaculatoria in lingua arcana. Ricordo distintamente il suono di quelle parole incomprensibili e la fiducia che mia madre riponeva in esse. Mio padre era appena morto e lei, piena di dolore, cercava di aprirgli strade veloci per il paradiso. Una preghiera in latino sarebbe valsa allo scopo, comoda come un viaggio in prima classe. 
In realtà quella donna, che chiamavano monaca solo perché si vestiva in modo tale da alludere a un qualche ruolo sacrale, il latino lo ignorava. A me pareva che utilizzasse parole pescate qua e là a caso, tra le quali potevo riconoscere termini dialettali opportunamente storpiati, ma il fatto che noi committenti non fossimo pozzi di scienza la faceva sembrare una specie di figura iniziatica col mazzo di chiavi giusto per facilitare il cammino dell’anima del defunto. Eravamo povera gente e tutto ciò che non capivamo ci sembrava più vicino a Dio, quindi ci fidavamo. È sempre così, per la povera gente. Quell’improbabile monaca, proprio perché diceva cose incomprensibili, ci appariva sapiente e avrebbe potuto manipolarci senza alcuna difficoltà. 

Ciò che non ci è noto ci mette in soggezione, ma quando riusciamo a guardarlo in faccia può svelarci la sua nuda pochezza. Un mio paziente si era rivolto spesso, in anni precedenti, a un mago. Per sua fortuna accadde qualcosa che lo sottrasse a quella dipendenza. «Un giorno scorsi, tra le carte che teneva sulla scrivania, qualcosa di familiare che spezzò quell’atmosfera di magia che mi pervadeva quando entravo in quel luogo. Era la Gazzetta dello Sport. Il mago, di colpo, mi era apparso un impostore». 
Era troppo simile al cliente, troppo normale, dunque non evocava più quei rimandi all’arcano che giustificavano il suo potere e la sua parcella. C’è sempre qualcuno disposto a pensare che le differenze si possano marcare con le parole, con i riti e non con i comportamenti, e se gli si vuole rompere il giocattolo batte i piedi come i bambini capricciosi, fino a che non si torna a giocare con le sue regole. Ma ai capricci non si dovrebbe mai cedere, anche quando la causa è ottima, perché chi ne beneficia alzerà il prezzo all’infinito. I bambini conoscono bene la regola del “piacere della funzione”. Schiacciano un tasto. Se escono le caramelle non la smettono più.

Le parole che non capisci sembrano magie, per questo ti possono mettere nelle mani di chi le conosce, o fa finta di conoscerle. Ecco perché don Lorenzo Milani moriva dalla voglia di insegnare ai suoi analfabeti di Barbiana a leggere e a scrivere, ma anche a conoscere le lingue straniere, e forse per questo quel prete scomparso a 44 anni di leucemia, non piace agli amanti delle ritualità arcane. Voleva scoprire il gioco, don Lorenzo, abbattere le gerarchie che rendono l’uomo schiavo dell’uomo. Forse per questo ancora oggi, insieme agli uomini e alle donne che rimangono commossi dal suo esempio, abbondano coloro che lo attaccano senza ritegno. 

Sapeva bene, don Lorenzo, che esistono professionisti dell’incomprensibile e che quando si riesce a capire le dieci parole che fanno la differenza, quelli si sono attrezzati con espressioni nuove di zecca e l’inseguimento ricomincia. In genere chi si comporta così non vuole comunicare, e neppure amare, ma affermare la propria signoria sopra di noi o comunque stabilire una distanza. Vorrebbero che Dio fosse così intelligente e lontano da essere inteso solo da loro, che passano la vita a cercarlo sui libri. Vorrebbero che Egli riservasse qualche dotta citazione solo alle loro menti, così che potessero accoglierla come una sorta di segnale di intesa tra esseri superiori. 
Mi ricordano, costoro, i presenti al concerto di Herr Slossenn Boschen, mentre cantava una presunta canzonetta comica in tedesco. Ridevano come matti. Alcuni, per dimostrare di avere colto una sfumatura che ad altri era invece sfuggita, si facevano per conto loro una risatina supplementare. Ma nessuno degli astanti conosceva davvero il tedesco, e quando il pianista se ne andò indignato, trovando inaudito che si ridesse per la sua canzone che parlava di una grave tragedia, l’imbarazzo fu grande. Soprattutto tra coloro che si erano concessi la risatina supplementare. 
 



IN ARMONIA
di Domenico Barrilà

ARCHIVIO

:: Quell'onda acritica che annienta

:: Le nostre particelle elementari

:: Anonimi e cavernicoli

:: Chiese stracolme
   di Tommasina

:: Le sviste  che lasciano il segno

:: La dura legge del condominio

:: Ma teresa può andare in galera

:: La memoria e i legami spezzati

:: Conviene prendere esempio da Pippo

:: I professionisti dell'arzigogolo

:: La cravatta ci renderà liberi

:: Per non perdere baro al gioco