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L'assurdo: abbiamo troppi soldi in tasca

Aumentano gli inviti a usare di più le carte di credito e il bancomat al posto dei contanti ma gli italiani non sono convinti

Gli avvisi ai naviganti sono stati almeno tre finora. Ma noi, i naviganti, sembriamo sordi o temerari. La questione è che abbiamo troppi soldi in tasca. Sì, capisco, vi sembra assurdo, immerso com’è il Paese in una delle sue peggiori crisi economiche. Però di questo si tratta.
Primo allarme, autunno 2006: le banche ci fanno sapere che l’uso della moneta di plastica stenta a diffondersi in Italia e che dovremmo adeguarci al resto del mondo. Negli Stati Uniti, tanto per fare un esempio, se in albergo vuoi pagare con soldi contanti, ti guardano con sospetto. Proviamo a fare a meno delle banconote, suggerisce la crociata anti-denaro degli istituti di credito.
Secondo allarme, giugno 2007: il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, sostiene davanti alla Commissione antimafia che per combattere il riciclaggio di denaro sporco è essenziale limitare al massimo la circolazione del denaro contante. Devono essere invece incoraggiati i pagamenti elettronici, che lasciano una traccia indelebile. Dalle sue parole si evince che anche il terrorismo, l’usura e le molte altre attività illecite possono essere sconfitte con la rinuncia alla moneta corrente. Da noi le operazioni rintracciabili sono ancora poche: 62 contro le 150 dell’Unione europea.
Terzo allarme, ancora una volta da Bankitalia. Questa volta è il direttore generale, Fabrizio Saccomanni, che parla: gli alti costi dei conti correnti, rispetto a quelli degli altri Paesi, sono dovuti a un uso eccessivo del denaro contante e degli assegni. Questa predilezione tutta italiana fa lievitare le spese di sicurezza, di protezione e di controllo che sostengono le banche.
Ecco dunque un interrogativo nuovo nella nostra vita: possiamo fare a meno del denaro, in moneta o in banconota? Al momento la risposta è no. Da noi, infatti, il 90% delle transazioni avviene tuttora con i soldi, i soldi veri. Tuttavia, l’attuale, sia pure scarsa, diffusione della moneta di plastica apre uno spiraglio: sette italiani su dieci si servono già del bancomat. Ora, si tratta di incrementare l’uso della carta di credito perché solo quattro italiani su dieci l’hanno adottata (23 milioni quelle in circolazione attualmente).
Già, ma in che modo? L’Abi, l’associazione delle banche, ritiene che gli italiani dovrebbero utilizzarla anche per le piccole spese (sotto i 50 euro), invogliandoli con un premio: tot punti per ogni acquisto, né più né meno di come si fa per i viaggi aerei (la carta “Mille miglia” che dà diritto a un biglietto gratis dopo tot voli) o per i viaggi in treno. Ma vale anche l’esempio delle promozioni dei supermercati: un certo numero di punti accumulati facendo la spesa permette di vincere un servizio di bicchieri, un tritatutto, una pentola, una tovaglia da tavola...
Giuseppe Zadra, direttore generale dell’Abi, pensa che una mano potrebbe darla anche il Governo se consentisse «la detraibilità fiscale per i pagamenti effettuati senza contante». Non sarebbe male, però, elevare la capacità di acquisto della moneta di plastica, il cui tetto mensile oggi è mediamente intorno ai tremila euro.
Un’ultima annotazione la suggerisce un pensionato di Genova che mi ha scritto in proposito: «Se scomparissero i contanti io finalmente eviterei di fare la fila alla posta il giorno della pensione e i ladri, gli scippatori, i rapinatori resterebbero finalmente disoccupati». Potremmo dargli torto? No. 

Ufficio reclami

Quello di Patrizio Indoni di Cagliari è più uno sfogo che una richiesta di informazioni. Lui, come molti altri giovani laureati della Sardegna, dopo l’iniziale entusiasmo per l’iniziativa “Master and back” (programma dedicato ai neodottori sardi che prevede finanziamenti per corsi, master e dottorati fuori sede) si è trovato di fronte a un’amara realtà: «Il nuovo bando conferma tutte le limitazioni e incongruenze tecniche dovute all’erogazione del denaro mensile tramite le operazioni bancarie unicamente effettuabili dal Banco di Sardegna, le quali hanno causato enormi e fastidiosi disguidi a chi ha già beneficiato del finanziamento, costretti fuori sede ad anticipare di propria tasca le spese per il proseguo del percorso formativo. L’anno scorso il limite di età era di 35 anni, ho fatto la domanda paradossalmente un paio di giorni prima di compierli e sono stato escluso immediatamente per il voto di laurea (87/110 in mio possesso) che doveva essere non inferiore a 105/110. Vorrei inoltre sapere come posso crearmi l’esperienza e un curriculum di eccellenza se non ho mai usufruito e non riesco a entrare in tali percorsi e nel lavoro con questi criteri, modalità e parametri?». Sono molte le segnalazioni sulle difficoltà vissute da chi ha già utilizzato le opportunità del programma “Master and back”, a partire proprio dai fondi che tardano a giungere nelle tasche dei ragazzi, quasi abbandonati a loro stessi per di più lontano da casa. Il nuovo bando dovrebbe offrire qualche garanzia in più, insieme a fondi maggiori. Quello che mi sento di dire a chi si trovi nelle condizioni del signor Indoni è di non darsi per vinto. Il mondo del lavoro è spietato, con delle meccaniche spesso perverse e incomprensibili, ma alla fine le qualità di ciascuno emergono. In bocca al lupo.
La signora Adelaide è l’ennesima vittima dei disservizi telefonici che presto o tardi affliggono tutti, questa volta causati dall’operatore Fastweb. «Dopo aver richiesto il passaggio da Telecom a Fastweb ci siamo accorti che avevano sbagliato numero costringendoci così a mantenere il contratto Telecom per non perdere le telefonate in ricezione. Ora ci troviamo a non poter ricevere telefonate dalla rete Fastweb perché il numero è sbagliato e siccome è intestato a uno studio medico negli orari di chiusura le telefonate vengono dirottate a casa nostra, tutto questo oltre a un particolare non indifferente: quando utilizziamo Fastweb in chiamata al ricevente compare il numero dello studio medico con una confusione degna di miglior causa». E-mail e telefonate di protesta al call-center difficilmente sortiscono qualche effetto in situazioni così ingarbugliate. Se si vuole ottenere una rapida risoluzione, bisogna procedere mettendo in mora l’azienda: scriva una lettera descrivendo i fatti per filo e per segno, minacciando di adire a vie legali nel caso non venga subito posta una soluzione. Invii il tutto con una raccomandata a/r alla sede legale dell’operatore e vedrà che non tarderanno a farsi sentire.
La via crucis delle “bollette pazze” sembra non avere mai fine. Anna Bini di Milano racconta: «Ho ricevuto bollette del gas a parer mio da salasso rispetto ai miei vicini di casa che hanno la stessa metratura di appartamento. Quando mi sono recata all’Aem con tutte le fatture mi sono sentita dire che non devo guardare le altre famiglie; ho chiesto di controllare il contatore visto che sono anche indagati per quanto riguarda i contatori taroccati e loro mi hanno chiesto, per far uscire il tecnico, 180 euro». Intanto una precisazione: sotto la lente degli investigatori delle Fiamme gialle sono finiti i misuratori venturimetrici, strumenti che calcolano la portata dei flussi di gas all’origine della distribuzione e che non influiscono direttamene sull’importo delle singole bollette. Ciò non toglie che un accertamento da parte di un tecnico circa l’effettiva efficienza del contatore sarebbe più che opportuno. Inoltre, nel caso si dovesse riscontrare il malfunzionamento dell’apparecchio, potrà richiedere il rimborso anche della spesa sostenuta per l’ispezione.
Si può dipingere la serranda del proprio negozio a piacimento e senza chiedere alcuna autorizzazione? È quanto chiede Anna di Varese: «Sulla mia “cler” ho fatto fare un graffito, un’opera d’arte moderna, per me. La mia domanda è: qualcuno mi potrebbe imporre di farlo cancellare? Bisogna pagare una tassa o una contravvenzione per questo?». Secondo il regolamento comunale, sono soggette all’autorizzazione comunale le installazioni di insegne, cartelli o altre iscrizioni o immagini stabilmente esposte al pubblico. La collocazione di insegne scritte, disegni e cartelli visibili dalla pubblica via, senza aver ottenuto la relativa autorizzazione, può essere punita con una sanzione amministrativa. Inoltre, per ottenere il benestare, il soggetto della pubblicità non deve generare confusione con cartelli stradali o essere lesivo del buon costume.
(Ha collaborato Matteo Acquafredda)

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