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Porte trette ma decisive

Sono quattro gli obiettivi per cui dobbiamo impegnarci con serietà come individui e come collettività: il funzionamento della giustizia, un fisco decente, la riduzione del costo della politica e il debito pubblico

Possiamo goderci un meritato riposo. Una volta di più il popolo italiano ha messo giù la testa, si è rimboccato le maniche e ha rimesso sulla giusta rotta quella affollata e un po’ sgangherata Arca di Noè che chiamiamo Italia, sorprendendo buona parte degli economisti ufficiali in servizio permanente effettivo. Ma ciò si riferisce fondamentalmente all’economia produttiva, mentre il bene vivere di una comunità è fatto di tanti altri elementi che determinano non solo l’economia ma l’insieme dei rapporti sociali e la qualità della convivenza. 
Sotto questo profilo possiamo dire che l’Arca galleggia ma si è cacciata in un labirinto da cui non sa come uscire. Un labirinto di legittimi interessi in conflitto ma anche di ideologismi incompatibili con una complessa società moderna, egoismi ciechi, incapacità organizzativa nelle strutture pubbliche, ignoranza e, talora, autentica stupidità, secondo quella che Carlo Maria Cipolla definì la legge aurea della stupidità umana: «Una persona stupida è una persona che causa un danno a un’altra persona o gruppo di persone, senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita».
Certo è che non si esce dal labirinto se non si passa attraverso alcune porte strette, passaggi obbligati. A me sembra che le principali porte strette siano quattro. Per poterle passare deve succedere qualche cosa di nuovo. Abbiamo infatti sperimentato che l’alternanza politica non è sufficiente. 

La prima è il funzionamento e l’indipendenza della giustizia. Senza una buona giustizia non c’è un buon vivere e non c’è sviluppo duraturo e solido. È una verità sperimentale largamente documentata. E l’Italia ha una giustizia pessima. Il Governo Berlusconi ha tentato di riformarla e i risultati sono stati cattivi. Il Governo Prodi sta facendo, se possibile, ancora peggio. Mentre i magistrati stanno abbarbicati ai loro privilegi, invece di essere i primi a impegnarsi per l’obiettivo di una giustizia funzionante; e minacciano scioperi contro il Parlamento. 
La seconda è la porta stretta che porta a un rapporto fiscale decente. Quello italiano è uno dei peggiori del mondo, compresa l’Africa. Il ministro Tremonti del Governo Berlusconi, facendo fare al Paese un salto all’indietro di centinaia di anni con i suoi condoni e concordati di ogni tipo, aveva reintrodotto il rapporto negoziale tipico delle epoche feudali. Il ministro Visco cerca di reintrodurre un sistema legale, ma con metodi feroci e arbitrari da ammazzacristiani, che il Paese giustamente respinge. Ma l’idea di passare da un metodo Visco a un metodo Tremonti, per poi magari ritornare a un metodo Visco, l’idea di continuare a far oscillare il pendolo tra queste due politiche, entrambe demenziali, fa paura. 

La terza porta stretta è quella della riduzione del costo abnorme della politica, della casta politica e dei ceti a essa connessi. I ministri dell’Economia dicono sempre che non ci sono risorse. È una grande falsità: non ci sono risorse solo se si mantiene fermo il costo dello sfruttamento del Paese da parte della casta e delle sue clientele. Il Governo Berlusconi ha aggravato la situazione. Quello Prodi sta facendo peggio. Per fortuna il Paese sta prendendo consapevolezza del peso che deve sostenere e comincia a ribellarsi. 

La quarta e ultima porta stretta è di difficile percezione per la maggior parte della popolazione: la necessità di ridurre, con un piano a lungo termine, l’abnorme debito pubblico che toglie al Paese flessibilità strategica e operativa e lo tiene in ostaggio delle centrali finanziarie internazionali. Qui né il Governo Berlusconi né il Governo Prodi hanno fatto cose particolarmente cattive (il male viene da lontano) ma nessuno dei due ha fatto qualcosa di serio per l’uscita da questo asservimento. 
Non dico queste cose per alimentare un senso di sconforto ma per affermare la tesi che l’uscita dal labirinto richiede l’impegno perseverante di tutti, persone e categorie, e che non ne usciremo puntando solo ad alternanze politiche. Dopo le meritate vacanze, recuperiamo perciò qualche tempo per una riflessione serena ma seria sul nostro stato come Paese, spegnendo i televisori imbonitori perché, come dice un proverbio siciliano moderno: «Quannu a sira s’addùmunu i tv, sa’stùtunu i stiddi». Quando la sera si accendono le tv, si spengono le stelle. 

 



LA BORSA E LA VITA
di Marco Vitale

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