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Conviene prendere esempio da Pippo

A Torre del Lago, la cittadina di Puccini, c’è una statua dedicata ai cani senza padrone. Fiducia, perdono, amore, gratitudine, bontà, amicizia e libertà sono le 7 note degli animali abbandonati

Già che mi trovo dalle parti di Torre del Lago, mi sono detto quel giorno dell’estate appena trascorsa, vado a visitare la casa di Giacomo Puccini. Ma non avevo fatto i conti con Pippo, che si è messo di mezzo modificando il mio stato d’animo e le mie attese.
Da alcuni anni desideravo recarmi presso la dimora-museo del musicista lucchese. Amo la sua musica come può amarla un incompetente, senza pretese e in modo istintivo, alla maniera in cui si ama una bella canzone, perché la musica di Puccini è sempre intensa, originale nonché, cosa che non guasta, orecchiabile. Come la Messa di Gloria, che compose quando aveva poco più di vent’anni, uno scrigno riempito fino all’orlo da molte felici intuizioni che poi saranno sviluppate più avanti, nelle opere più famose. Ne consiglierei l’ascolto a quei lettori che vogliono godere un’ora di musica di sorprendente freschezza e attualità.

Ma Puccini non è affascinante solo per l’immortalità delle composizioni che ha lasciato, lo è anche per la sua “normalità”, la sua vita somiglia infatti a quella di molti di noi, un misto di cose comuni, mediocrità comprese, corredate da una grande curiosità per il nuovo, vedi il suo rapporto con le automobili. Sarà per questa ragione che le sue melodie incantano anche quelle persone che la musica colta in genere non riesce a catturare. Talvolta il Maestro componeva mentre gli amici giocavano a carte nella stessa stanza, nella casa in riva al Lago di Massaciuccoli. Probabilmente erano le medesime persone con cui andava a caccia nella palude, portandosi dietro quel lunghissimo fucile dallo strano nome, la spingarda, che serviva a colpire la selvaggina più lontana.

Proprio mentre mi accingevo a visitare, con una certa emozione, la casa che mi avrebbe raccontato i segreti dell’artista, mi sono imbattuto nel monumento a Pippo, esattamente a una ventina di metri dal luogo dov’ero diretto. Non capita tutti i giorni di trovarsi di fronte a un monumento dedicato a un animale, a un cane per la precisione, così ho chiesto a mia figlia Paola di scattare un paio di foto col suo cellulare, una è quella che correda questo articolo, poi mi sono letto le bellissime parole che accompagnano la statua in bronzo, posta di fronte a quella dello stesso Giacomo Puccini che campeggia sul lungolago. Questo è ciò che ho letto.

«Pippo, cane senza padrone, dal mantello marrone e dagli occhi dorati colmi di dolori antichi e di una pace ritrovata, visse circa 20 anni sul belvedere Puccini.
Comparso nel 1977 con una profonda ferita da arma da fuoco sulla schiena, seppe perdonare e conservare la fiducia negli uomini.
Adottato dagli abitanti del lago, non compì gesta straordinarie ma insegnò a tutti il vero significato di bontà, perdono, amicizia e libertà.
Prigioniero come ogni essere mortale della rete della vita e del tempo, testimoniò la magia di un’esistenza pienamente vissuta, con dignità e coerenza alla propria natura.
Una storia d’amore e gratitudine reciproca tra l’uomo e l’amico cane».
Torre del Lago Puccini, 8 dicembre 2002.

Per quella piccola comunità in riva al lago, Pippo è diventato immortale, al pari del grande musicista, senza avere mai composto neppure una canzonetta. Per lasciare traccia del proprio passaggio possono bastare delle briciole, purché di qualità. Chi ne ha descritto la personalità e le gesta, parla di fiducia, perdono, amore, gratitudine, bontà, amicizia e libertà. Le sette note del pentagramma di Pippo. 
Niente retorica animalista, per carità, Pippo si arrabbierebbe, anzi, alzerebbe la gamba e innaffierebbe le nostre scarpe, prima di piantarci in asso. Lui, ci è stato detto, non amava gesti straordinari, per questo probabilmente in un’opera del Maestro dirimpettaio avrebbe preso per sé una particina fugace, magari quella del pastorello nell’ultimo atto della Tosca. Una voce discreta, anonima e lontana, eppure capace di illuminare di innocenza quell’alba insanguinata nella campagna romana, dove fino a poco prima sembrava che l’inumana cattiveria del barone Scarpia dovesse trionfare per sempre, senza rimedio. 
 



IN ARMONIA
di Domenico Barrilà

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