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Ma teresa può andare in galera
Non ricca, non bella, non istruita. Per lei i tre gradi di giudizio si sono esauriti in un paio d’anni, quasi un record nel nostro Paese. Ma nelle lettere dal carcere solo tristezza e nessuna parola di ribellione

Pensa che fortuna! Teresa è andata in prigione e io sono stato testimone del rarissimo evento. Un privilegio, una sorpresa, come se una sera mi avesse telefonato il Dalai Lama in persona per invitarmi a cena presso il ristorante cinese del centro commerciale vicino casa. Dicevo che fortuna perché ho rischiato di perdermi lo spettacolo e chissà quando mi sarebbe capitato di nuovo. Avesse commesso un reato di quelli che commettono le persone di rango, magari i politici, sarebbe risultato quasi impossibile carcerarla e l’ispirazione per questo articolo natalizio sarebbe andata in malora. <EM><EM>
Per fortuna che c’è Teresa e la povera gente come lei a tenere vivo il rito della carcerazione. In genere difficilmente la scampano non disponendo di risorse per inceppare la giustizia e neppure di principi del foro capaci di annegarla in un mare di cavilli. Teresa, infatti, si è rovinata, forse da innocente. 

Non possedeva quasi nulla e finendo in prigione, con una velocità degna del migliore dei sistemi giudiziari del pianeta, si è giocata pure quel poco che era rimasto. Il resto era servito per l’avvocato difensore. Per lei i tre gradi di giudizio si sono esauriti in un paio di anni, una bazzecola nel nostro Paese, e ai carabinieri non è rimasto che andare a prelevarla a casa sua, gettandola nello sconforto. La sorella mi racconta che Teresa ha avuto una crisi di panico incontrollabile, è stata malissimo, proprio non se l’aspettava. Aveva già visto la sua famiglia sciogliersi come neve al sole dall’oggi al domani, il marito condannato a dieci anni e i bambini infine affidati a una comunità.

Teresa però non deve lamentarsi, non ne ha il diritto. Se lei sparisce non se ne accorge nessuno. Inoltre non è molto alta, non si può definire una bellezza e la sua scolarità si è limitata allo stretto indispensabile. Adesso che ci penso, le cadono pure i capelli. A volte, in particolari condizioni di luce, la calvizie la rende un poco grottesca. Per lei, dunque, non ci saranno comitati. Dicono i giudici che non poteva ignorare quanto il marito infliggeva ai bambini, così è stata condannata a sette anni. In secondo grado la pena le è stata quasi dimezzata, ma questo non è bastato a evitarle la prigione, dato che non poteva godere dei benefici dell’indulto. 
Nei giorni scorsi mi è arrivata una sua lettera dal carcere: «Carissimo dottor Domenico, spero stia bene, io non posso dire la stessa cosa». Ci mancherebbe. Si dilunga poi sulla nostalgia per i figli, che non vede da quattro mesi e che neppure un istante hanno smesso di amarla, mi parla del profondo sentimento di ingiustizia che avverte per quanto il destino le ha riservato. Neppure un piccolo moto di odio, per nessuno, neppure per chi non ha creduto alle sue parole e le ha spalancato le porte della prigione. 

Teresa, molto probabilmente, è estranea ai fatti e subisce la doppia beffa di perdere il marito, perché i suoi atti hanno infranto il legame di fiducia, e di provare l’onta della prigione, che le farà perdere i pochi ciuffi di capelli superstiti. «Dottor Domenico, ma come puoi credere che io avrei tollerato ciò che è stato fatto ai miei figli?». Così mi diceva quando cercavo di mettere in dubbio la sua versione. Poi piangeva sommessamente. Un poco ingenua lo è, al punto che per lunghi mesi si è rifiutata di credere che suo marito avesse potuto molestare i figli, così lo ha difeso con ostinazione e questo nel corso del processo di primo grado le è costato caro, ma sulle responsabilità di Teresa mi permetto conservare parecchi dubbi. 

Ingenua non significa colpevole. Quando è arrivata da me, povera in canna, si è messa a negoziare sulla parcella. Ostinatamente, voleva pagare a tutti i costi. Un segnale di dignità che sembra appartenere ad altri tempi e solo alle persone come lei. Un segnale che parla della sua interiorità più di mille perizie. La mia convinzione, tuttavia, si fonda sulla conoscenza profonda di una persona semplice e laboriosa di cui mi sono occupato per due anni, una mamma devota travolta da un macigno immenso che si è spostato dalla linea retta. «Il mio avvocato dice che dovrei fare solo sei mesi, ne sono passati già quattro, ma io sento che non uscirò, sono così triste per tutto questo, pensando che devo stare qui ingiustamente». Solo tristezza, neppure una parola di ribellione. <QM><SC309,77>

 



IN ARMONIA
di Domenico Barrilà

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