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Le nostre particelle elementari
Sono i bambini, con la loro totale apertura verso gli altri che, purtroppo, non si manterrà nel tempo. A noi adulti spetta il compito di tenere viva la poesia dell’infanzia, custode di tante verità fondamentali
A distanza di pochissimi giorni mi sono recato per lavoro in due località che più diverse non potrebbero essere. Il cosiddetto Nordest e la Sardegna. Dovevo tenere alcuni incontri con la cittadinanza, trattando temi educativi, in entrambi i casi però mi era stato richiesto di incontrare non solo gli adulti, come accade di solito, ma anche bambini di scuola elementare e media nei loro plessi. In questo periodo tali richieste sono diventate più frequenti, in coincidenza col mio accresciuto interesse verso il mondo dell’infanzia, al quale dedico spazi di ricerca sempre maggiori.
Osservando i miei pazienti adulti, mi appare infatti sempre più chiaro che i bambini possono migliorare se stessi e le collettività che popoleranno solo se noi li aiutiamo a conoscersi meglio, se li conduciamo a capire alcuni aspetti del loro funzionamento, se li affranchiamo dai loro sentimenti d’inadeguatezza, che mettono serie ipoteche sulla loro serenità e la crescita. Ma parlare coi bambini risulta molto più faticoso che rivolgersi agli adulti, soprattutto a causa di alcune “criticità” dell’animo dei piccoli, che richiedono cautele a chi vuole incontrarli. I bambini, infatti, non possiedono uno spirito critico sufficientemente sviluppato e il potere d’influenza di noi adulti nei loro confronti è piuttosto elevato. Il potere di suggestione degli adulti diventa addirittura irresistibile se si è depositari di una qualifica professionale suggestiva o se si è autori di qualcosa che riguarda direttamente i bambini.
Nel mio caso c’erano di mezzo componenti che incrementavano il vantaggio sui miei piccoli interlocutori. A quelle andava aggiunto l’effetto della naturale considerazione, talvolta mal riposta, che i bambini nutrono verso il mondo degli adulti. In effetti l’accoglienza dei bambini, sia nell’operoso Nordest sia nell’ospitale Sardegna, è stata entusiasta e affettuosa. Non saprei distinguere il livello d’intensità ma la loro disposizione nei confronti dell’ospite, in fondo un estraneo, era di sincera accoglienza, libera da pregiudizi, pregna di curiosità per ciò che mi accingevo a dire.
Purtroppo, questa notevole apertura ai propri simili difficilmente si manterrà nel tempo, è quasi sicuro che noi adulti sperpereremo la maggior parte di questa stupenda specificità infantile. Potremmo misurare quest’effetto prendendo a riferimento le somiglianze dei bambini delle due località e la radicale diversità degli adulti.
Tuttavia, ciò che maggiormente accomunava quei bambini era la voglia di dire la loro opinione. Era forte la loro ansia di gridare le loro idee. Mi raccontavano, con interventi scoppiettanti, che cosa significava per loro il coraggio, argomento causa dei nostri incontri, ma in particolare avevano voglia di parlare della loro interiorità, delle loro paure, le stesse per tutti i bambini, da Cagliari a Padova, in particolare quella di perdere la protezione e l’amore dei genitori e dunque le loro sicurezze.
Alcuni di loro si sono messi a raccontarmi i loro sogni notturni, dove quelle paure affiorano con chiarezza e innocenza tipici dei minori. «Domenico, questa notte ho sognato che giocavo sopra un castello gonfiabile, che a un certo punto si è aperto, io ci sono caduta dentro e i miei genitori non mi hanno più trovata». «Io ero con mia madre in autostrada, ci siamo fermati per fare benzina, ma lei non si è accorta che ero sceso a fare pipì ed è ripartita lasciandomi solo». Ho spiegato che anch’io vivo nell’ansia di perdere le persone che amo e che questo ci accade perché siamo creature sociali, individui fatti per stare assieme.
Anche questo dimenticheranno da adulti moltissimi tra loro, sradicando dal loro cuore, o meglio nascondendo, quelle paure che ci rendono così umani, uguali e che fanno diventare comprensibili i bisogni del nostro prossimo. Noi adulti, questa in fondo è l’educazione, dovremmo tenere viva la poesia dell’infanzia, custode di tante verità che spesso sfuggono al nostra sguardo, soprattutto quando, presi dalla frenesia del correre, liquidiamo le ansie dei bambini come se non avessero il grande valore comunicativo che invece possiedono. Quasi fossero bottiglie vuote, senza messaggio.
«Maestra, stanotte mi sono sognato i mostri. Avevo molta paura». «Dimenticalo era solo un sogno». Rispose quella volta la maestra. Forse aveva fretta, succede, ma quando è un bambino a esporre una bandierina segnaletica è sempre meglio dare un’occhiata.
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