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di
don
Gennaro Matino
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IL VANGELO DELLA COMUNITÀ LA FORZA DEL PROFETA Marco (6,1-6) In quel
tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il
sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano
stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella
che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è
costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di
Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro
motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non
nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria» (Mc 6,4). Nazaret di Galilea, dove è cresciuto il Maestro, era un piccolo villaggio. Là dove non si costruiscono regge e palazzi sontuosi è difficile raccontare il vissuto di povera gente che a differenza dei potenti non lascia tracce nella storia. Gesù era figlio di una famiglia umile: suo padre Giuseppe faceva il falegname, sua madre andava ad attingere l’acqua al pozzo e probabilmente si intratteneva con le vicine a parlare della scarsità del raccolto, della siccità, delle difficoltà dovute all’oppressione romana. La sua gente e i suoi amici, che col tempo si erano sposati e avevano messo al mondo dei figli, saranno stati i primi testimoni della sua particolare scelta di vita: andare in tutto il mondo ad annunciare il Vangelo. Non tutti lo avranno capito ma la missione, intanto, era iniziata. Ritornato nella sua città il Maestro sperava che finalmente la sua gente comprendesse le parole del profeta Isaia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me» (Lc 4,18). Quando predicava nella sinagoga molti, più che prestare attenzione alle sue parole, si saranno chiesti: «Ma non faceva il falegname? Non è il figlio di Giuseppe il carpentiere?». Tutti conoscevano sua madre ed era dunque difficile far accettare la sua parola a quanti lo conoscevano dalla nascita, perché la profezia è ritenuta sempre qualcosa che nasce altrove. Di profeti mancati nella storia ce ne sono tanti, perché spesso per pudore è difficile annunciare in casa propria ciò in cui si crede, tuttavia «quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10). Proprio la debolezza, la difficoltà di proclamare la verità di Cristo in un mondo profondamente cambiato e indifferente alla proposta cristiana, può provocare straordinarie opportunità d’incontro. La debolezza può perfino sprigionare la forza di inventare parole nuove da poter gridare nella differenza degli uomini, a condizione però di non voltare le spalle proprio a quel mondo che rifiuta il Vangelo, di non scoraggiarsi dinanzi all’insuccesso. Se il profeta non è accolto, certo è responsabile chi nega la verità della sua parola, ma la speranza di chi annuncia va oltre la resistenza di chi la rifiuta. Gesù stesso si meravigliava dell’incredulità della sua gente e certo dovette fare i conti con i miracoli che non riusciva a donare, ma il Signore comanda che anche ai testardi è necessario gridare la Verità perché «ascoltino o non ascoltino..., sapranno che un profeta si trova in mezzo a loro» (Ez 2,5). Bisogna esserci comunque, al di là del risultato, esserci e porsi umilmente in ascolto della differenza. Compagni del dolore della gente, senza parole, bisogna schierarsi dalla parte degli ultimi, là dove nessuno si schiera: un profeta parla con la propria vita. Il mondo è patria di ogni uomo e la profezia è data perché il mondo si salvi anche se considera straniero in casa propria chi si differenzia e si allontana dal ritmo vertiginoso della sua proposta effimera. Il profeta rischia l’isolamento e spesso il martirio, ma egli conosce il suo destino e il perché della sua scelta. Forte della verità ricevuta non si lascerà vincere dalla delusione, peggio non caricherà della sconfitta la schiena dei fratelli, investirà la sua speranza sulla conversione degli amici, perché sa che la sua vita è data per la loro salvezza e non per la condanna. Nessun profeta potrà mai dire di essere stato sconfitto se riuscirà a piangere sulle mura della sua Gerusalemme.
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