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di
don
Gennaro Matino
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IL VANGELO DELLA SPERANZA L’ABBRACCIO DEL PADRE Luca (15,1-3.11-32) Quando
era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli
si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso
il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Ma
il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e
fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi.
Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché
questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato
ritrovato». «Mi alzerò e andrò da mio padre» (Lc 15,18). Il racconto è provocato dall’irritazione dei farisei e degli scribi, di tutti coloro di ieri e di oggi che non sanno coniugare il verbo perdonare con la gratuità della vita. Non è questione solo di comprensione lessicale, è entrare nella verità profonda della lettera. È addentrarsi nell’affascinante avventura della pedagogia dell’amore che rende possibile la vita nuova, perché sa guardare in faccia senza infingimenti quella vecchia. Solo chi riesce a guardare negli occhi il dolore passato, il tradimento subìto, la pena ingiustamente sopportata, potrà orientarla a un futuro diverso. Negarsi la verità, anche la più dolorosa, è nasconderla per non affrontarla, è subirla senza accettarla. Il perdono è acchiappare il tempo sfavorevole e renderlo fecondo: c’è più gioia nel dare che nel ricevere, c’è più gioia nel dare all’infinito, nel saper perdonare. La pagina del padre misericordioso e del figliol prodigo, punti di osservazione della stessa avventura, è una formidabile strada da percorrere. È un sentiero che riguarda il peccatore, il quale deve poter avere l’opportunità di rialzarsi e poter sentire, nonostante le sue scelte sbagliate, il richiamo del Padre che, dall’alto della sua dimora, attende soltanto di riabbracciare il figlio perduto. Riguarda il peccatore questa pagina, la presunzione di chi pensa di potercela fare da solo voltando le spalle alla sua origine, dilapidando capitali non suoi, complici compagni di bagordi e prostitute di turno, amici di baldoria in fuga in tempo di bisogno. Riguarda il peccatore, e siccome chi non ha peccato scagli la prima pietra, anch’io sono il figlio spesso lontano da casa. I porci di ogni tempo è difficile che allarghino la tavola quando la carestia provoca il ricordo di ore felici per serenità di vita: «Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame» (Lc 15,17). In tempi di fame, i porci sanno fare festa da soli e proteggono il loro bottino di ghiande come proteggevano il loro i compagni di baldoria e le prostitute di prima, ma il Padre aspetta. Chi ama sa aspettare, spera nel ritorno del figlio. L’Amore, che senza calcoli ha donato, non sa calcolare per sua natura ciò che gli è stato tolto, spera solo che l’amato, benché la colpa non perisca, ritorni. Spera soltanto che la consapevolezza del ritorno finalmente dia comprensione al figlio della verità, che era andato via per cercare festa altrove e invece è incappato in una tragica avventura di morte. Il ritorno è la definitiva festa: «Perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15,24). Mi alzerò, io, proprio io, il peccatore, e in questo movimento è decritto l’esaltante e faticoso, complicato e necessario percorso di conversione: guardavo altrove, ero indirizzato altrove, ora so dove andare, andrò da mio padre. L’incontro è su un terreno neutro, l’abbraccio è a metà strada, tra la casa definitiva e il peccato superato. L’ultimo tratto è la corsa: il padre lo vede da lontano, gli corre incontro e le parole del figlio non trovano studiato compimento, non servono, basta l’abbraccio. Il prima, ora, è bagaglio e opportunità, esperienza che serve a ravvivare i colori del significato, potenza definitiva di comprensione: io voglio che nessuno si perda. Tra il mio peccato e la casa del Padre il tempo dell’abbraccio è nella parola del Figlio di Dio che rende possibile l’assurdo e rinnova il miracolo ogni volta che il mio peccato, nella consapevolezza dell’errore, chiede misericordia e perdono. Mi alzerò e andrò da mio padre.
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