3. Commento liturgico-pastorale
Il brano evangelico, proclamato ogni anno nella seconda domenica di Pasqua,
riporta il primo degli incontri del Signore con i discepoli "la sera di
quel giorno" quello cioè della sua risurrezione (vv 19-23). Ad esso
succede, con lo stesso ritmo temporale "otto giorni dopo", un nuovo
incontro che vede la presenza di Tommaso, "uno dei Dodici" (vv
24-29). I vv 30-31, infine, rappresentano come l’epilogo dell’intero
racconto evangelico secondo Giovanni, incentrato sull’esortazione a
"credere".
Il brano così strutturato va letto e ascoltato con un’avvertenza e una
precisa consapevolezza: tutto ciò che qui è narrato e ciò che Gesù dice e
fa nei confronti dei suoi discepoli è carico di significato e di conseguenze
per i discepoli di tutti i tempi che formeranno la sua Comunità nei luoghi e
nei secoli a venire.
Le prime parole del Risorto sono dono e augurio di "pace" ai suoi
asserragliati in casa "per timore dei Giudei" (v 19). Tale
"dono" dovuto alla perenne presenza del Risorto, affranca la Chiesa,
allora, come oggi, da ogni paura ed esitazione nel parlare di Lui a ogni uomo,
in ogni situazione. Alle parole Gesù accompagna un gesto estremamente
eloquente: quello di mostrare ai suoi "le mani e il fianco" (v 20)
trafitti i primi dai chiodi e il secondo dalla lancia del soldato dichiarando
così, nell’evidenza delle cose, che in Lui la morte è stata vinta!
A quella vista i cuori si riempiono di "gioia": il Maestro,
quello stesso che hanno visto pendere dalla croce ora è lì, in piedi, in
mezzo a loro. "Pace" e "gioia", perciò, sono le peculiari
caratteristiche non di una comunità tra le tante, ma della Comunità del
Risorto dai morti che da Lui riceve il "mandato" missionario (v 21)
quello stesso ricevuto dal Padre. Al pari di Pietro e di Giovanni la Chiesa
non dovrà e non potrà più tacere ciò che ha visto e ascoltato, vale a dire
che «In nessun altro c’è salvezza» se non nel Signore Gesù e che non vi
è «sotto il cielo altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che
noi siamo salvati» (Lettura: Atti degli Apostoli 4,12).
L’efficacia della missione è assicurata dal "soffio" del
Risorto sui discepoli (v 22), ossia dal dono dello Spirito che, da allora
accompagna la Chiesa, alla quale trasmette la totalità del suo potere
misericordioso: quello relativo al perdono dei peccati (v 23) che libera dalla
"morte eterna".
La seconda parte del brano (vv 24-29) riporta il successivo incontro del
Risorto con i suoi, "otto giorni dopo", nel giorno di domenica,
stavolta con la presenza di Tommaso, il quale non accetta la testimonianza
degli altri che dicono: "Abbiamo visto il Signore" (v 25) ed esige,
per credere, di "vedere" e di "toccare" il Corpo di Gesù
che lui ha "visto" morto in croce e sepolto.
Tommaso in questo caso rappresenta tutti noi che, in ordine alla
risurrezione, abbiamo a disposizione la testimonianza degli antichi discepoli
di Gesù. Nel presentarsi tra i suoi come la sera di Pasqua, Gesù, invita
Tommaso a "vedere" e a "toccare" ma soprattutto a reagire
da "credente" ovvero a riconoscerlo a un livello non più
semplicemente "terreno", quello della sua precedente esistenza, ma
al livello della sua nuova condizione quella di "vivente
glorificato"!
Il v 28 evidenzia come Tommaso perviene finalmente alla pienezza della fede
in Gesù riconosciuto come Signore e Dio (v 28) nel quale, dirà l’apostolo
Paolo, «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Epistola:
Colossesi 2,9).
Le parole conclusive con le quali Gesù loda Tommaso sono in realtà dette
con lo sguardo rivolto alle future generazioni di credenti e, dunque, a noi!
Ci sono così due vie per giungere alla fede: quella di Tommaso e con lui dei
Dodici e dei discepoli che hanno "visto" il Signore! È la via del
"vedere" quella fatta percorrere ai Dodici proprio "per
noi" che invece percorriamo la via della fede ovvero del
"credere" poggiandoci sulla parola trasmessa da "chi ha
visto!". Gesù proclama "beati" coloro che "non hanno
visto e hanno creduto" (v 29).
La celebrazione eucaristica settimanale, nel giorno del Signore risorto, è
l’ambiente indispensabile per camminare nell’esperienza del
"credere", dell’amare e del gioire nel Signore che impariamo a
riconoscere nella sua condizione di Kyrios, che apre il cuore alla grandezza
del Vangelo che tutti ci riguarda: Il Risorto, il vivente è proprio lui, il
Crocifisso. Con lui Dio ha dato "vita" anche a noi "che eravamo
morti a causa delle colpe" (Colossesi 2,13) e, per lui, in quella
"vita" ci custodisce e ci fa crescere.