FAMIGLIA E BENE COMUNE: QUALE RELAZIONE?
  

Francesco  Belletti, Direttore Cisf
(Centro Internazionale Studi Famiglia)
   

Nella centenaria storia delle Settimane Sociali la famiglia è stata più volte messa al centro delle attenzioni, sia come oggetto dell’intera settimana (nel 1910, a Napoli, nel 1926, a Genova, nel 1954, a Pisa nel 955, a Trento), sia come contenuto specifico di sessioni,interventi, relazioni. Tuttavia, leggendo il programma della 45.a “Settimana sociale dei cattolici italiani” appena conclusa a Pisa su “Il bene comune oggi. Un impegno che viene da lontano”, la famiglia non risultava presente nei titoli delle cinque sessioni. Analoghe riflessioni erano state sviluppate anche in occasione del Convegno ecclesiale di Verona, in cui i cinque ambiti (vita affettiva, fragilità, lavoro e festa, tradizione, cittadinanza) non avevano riferimento diretto all’ambito familiare. Eppure, così come si era verificato a Verona, anche a Pisa il tema “famiglia” si è imposto all’attenzione e alla sensibilità di tutti i relatori e dei partecipanti, in modo trasversale, sia che si discutesse di “stato, mercato e terzo settore”, sia sul nodo della “biopolitica”, sia nelle riflessioni sull’educazione o sulla globalizzazione. L’emergere di questa “centralità trasversale” della dimensione familiare si presenta come un segnale di forte maturazione e crescita di consapevolezza all’interno della comunità cristiana del nostro Paese, inserendo le discussioni sulla famiglia in modo indissolubile all’interno della “questione antropologica”, cruciale nella società contemporanea. In altre parole, la domanda su quale idea di persona e di società (e quindi di bene comune) guidi oggi l’agire sociale non può che confrontarsi con la famiglia, intesa come insostituibile “luogo naturale” entro cui educare la libertà e la responsabilità di ogni essere umano, proteggendolo al contempo da ogni potere esterno, politico, economico o ideologico che sia.

Almeno due conseguenze possono essere sottolineate, a fronte di questa “inevitabile centralità” della famiglia: in primo luogo ad ogni famiglia che voglia vivere i principi cristiani nella propria esistenza e quotidianità viene chiesta una crescita di consapevolezza e di responsabilità nei confronti del bene comune. Se infatti la famiglia è ambito essenziale di benessere per le persone e per la società, nessuna famiglia può occuparsi o pre-occuparsi solo del proprio interno, della propria intimità, del proprio star bene privato, ma deve essere capace d aprirsi e proiettarsi verso l’esterno, attraverso l’accoglienza familiare, l’educazione alla responsabilità, alla solidarietà, alla cittadinanza attiva, attraverso nuovi “stili di vita”. Quindi – e questa è la seconda conseguenza, emersa con forza anche durante la Settimana di Pisa - occorre superare una fuorviante contrapposizione, tuttora presente anche all’interno del mondo cattolico, tra chi promuove la famiglia, e sembrerebbe non occuparsi di pace, ambiente, legalità, responsabilità sociale e politica, e chi mette al primo posto della propria azione sociale ed ecclesiale la pace, la non violenza, la tutela del creato, ma sembra essere insofferente di fronte ai richiami sulla difesa della vita, dei valori della persona e della famiglia. Occorre invece, di fronte alle radicali sfide poste dalla globalizzazione dell’economia, del poter scientifico, degli interessi politici, un movimento di “riconoscimento reciproco” tra queste esperienze di Chiesa, nella certezza che ogni ambito dell’esperienza umana può e deve essere travolto dalla novità di Cristo e dalla responsabilità della testimonianza. Insomma, promuovere la vita e la famiglia, così come promuovere la pace, la non violenza, la cura del creato, fanno entrambi parte del grande compito dei cristiani e dei cattolici, di testimoniare la gioia e la bellezza della compagnia di Cristo agli uomini, come anche il Grande Magistero papale e della Dottrina sociale della Chiesa ha tenacemente e pazientemente ricordato, soprattutto nel “secolo breve” degli olocausti e delle inutili stragi. Non dobbiamo cioè farci intrappolare da alcuni meccanismi ideologici e politici del potere, secondo cui, ad esempio, se Benedetto XVI difende la vita e la famiglia è conservatore, reazionario, antimoderno, mentre se attacca la “precarietà del lavoro” è finalmente moderno, solidale, “progressista”: è sempre lo stesso messaggio,  a partire dall’amore per Cristo che consente l’amore per ogni nostro fratello e per tutta l’opera della creazione.

In questo contesto è quindi più comprensibile anche quanto il Documento preparatorio della Settimana Sociale di Pisa evidenziava nella ricostruzione storica delle Settimane, laddove ricordava che, anche se  “durante il fascismo, e in un contesto quindi sostanzialmente avverso, i cattolici dettero un contributo importante al bene comune”, tuttavia “…in quel periodo si coglie, per così dire, un ripiegamento del mondo cattolico in se stesso, in un grande sforzo di formazione religiosa, sociale e politica” (n. 8, p. 16). Il testo porta come esempio tra gli altri, in nota, i titoli delle Settimane del 1926 a Genova (La famiglia cristiana), del 1927 a Firenze (L’educazione cristiana), del 1933 (La carità); ma come, verrebbe quasi da dire, non abbiamo appena detto, proprio a Pisa, nel 2007, che la famiglia è luogo di soggettività sociale e politica, di cittadinanza, di costruzione del bene comune? Che l’educazione è inevitabilmente aperta al bene comune? Che la carità è una modalità essenziale dell’agire sociale dei cristiani? Ma forse proprio qui sta l’indicazione di un percorso di trasformazione sociale e culturale che il mondo cattolico ha attraversato e sta tuttora attraversando, anche grazie all’evento provvidenziale del Concilio, per cui da una “famiglia cristiana” come ripiegamento su se stessi , nel 1926,  possiamo oggi affermare a testa alta che la famiglia cristiana è e non può non essere, se è veramente cristiana, primo e insostituibile luogo di responsabilità sociale ed ecclesiale, piccola Chiesa domestica ma anche quel “seminarium rei publicae” in cui imparare a generare, promuovere e difendere il bene comune.