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La
donna nell’Islam
Diritti
delle donne islamiche
La donna nel Corano
La famiglia nell’Islam
Donne "senza volto"?
Un problema aperto: mutilazioni genitali femminili
Voci di donne
Per approfondire
Diritti
delle donne islamiche Il
tema dei diritti delle donne nell’Islam è al centro di accesi
dibattiti e di giudizi estremamente contrastanti. Da un lato, molti
osservatori sostengono che non è facile parlare di "diritti"
delle donne islamiche dal momento che la maggior parte di esse sono
private delle più elementari norme civili : "Dalla minore
libertà di spostamento alla minore libertà d'espressione, di parola,
di saluto; minore possibilità di avanzare negli studi o nella carriera
e di
rivestire cariche o ruoli di responsabilità in ambito civile o
religioso; quasi nessuna possibilità di partecipare alla vita politica
o di venire eletta; scarsa possibilità di decidere il proprio destino o
quello dei propri figli; sottomissione all'uomo, da cui può venire
ripudiata (e non viceversa); convivenza con altre mogli scelte
dall'uomo; obbligo, in molti paesi, di coprire il proprio corpo e spesso
anche il viso; imposizione, in molti paesi, dell'infibulazione e
dell'escissione; frequenti gravidanze non scelte liberamente, ma imposte
dal marito.
La condizione della donna nell'Islam varia molto da nazione a nazione.
In quegli Stati ove le leggi del Corano sono applicate più rigidamente,
le donne vivono in minori condizioni di libertà rispetto all'uomo, e
spesso sono poste su un gradino inferiore. Esse però non sempre
avvertono come ingiustizia la diversità della loro condizione, ricevuta
come abitudine culturale. Ma anche se l'avvertissero come ingiustizia,
non sempre sono in grado con le proprie forze di modificare la propria
situazione". (vedi Encanta)
Dall’altro, la cultura islamica sostiene che le donne accedono a
specifici diritti sociali: "La donna, come l'uomo, è un entità
indipendente e quindi un soggetto umano pienamente responsabile delle
sue scelte e delle sue azioni. Inoltre i doveri previsti dalla Shari'a,
la legge islamica, sono gli stessi tra gli uomini e le donne.
Inoltre la donna costituisce persona giuridica a sé, a prescindere dal
marito, dal padre o da qualsiasi parente maschio tant'è vero che può
scegliere di diventare musulmana a prescindere dalla fede dei suoi
parenti più prossimi Ma ha anche la possibilità di scegliere
autonomamente se accettare un matrimonio o meno, e se non vi è
l'assenso della donna il matrimonio non può essere considerato valido.
La donna ha diritto ad una sua propria proprietà privata, che non è
tenuta a condividere con nessuno. La dote che l'uomo versa a la donna
viene a far parte proprio di questa sua proprietà va investita nei suoi
bisogni personali e non va investita nelle esigenze della famiglia, che
devono essere sostenute dall'uomo, ma alle quali la donna può decidere
spontaneamente, e in accordo con il marito, di parteciparvi anche con
una sua attività lavorativa fuori dalle mura domestiche".
La
posizione della donna nell’Islam
La
donna nell’Islam
Lo
statuto della donna nell’Islam
La
donna nel Corano
Nel
Corano, testo sacro della religione islamica, molteplici sono i
riferimenti nei confronti della donna nei suoi aspetti spirituali, in
quelli sociali e in quelli economici; secondo l’interpretazione che
viene data da alcuni studiosi del testo sacro del Corano, la donna è
considerata pari all’uomo, gode di molteplici diritti, deve essere
rispettata ed amata. In una sorta di concezione "stilnovistica"
è l’ancella – tramite, attraverso la quale è possibile
"elevarsi" a Dio.
" Chiunque - sia esso maschio o femmina - faccia delle opere buone,
ed abbia fede, in verità a costui Noi daremo una nuova vita che sia
buona e pura, ed elargiremo a tali individui la loro ricompensa in base
alle loro azioni. (Corano 16:97, vedere anche 4:124). Il Corano indica
chiaramente che il matrimonio è condivisione tra le due metà della
società, e che i suoi obiettivi, oltre al perpetuarsi della vita umana,
sono il benessere emotivo e l'armonia spirituale. Le sue basi sono
l'amore e la misericordia. "E tra i Suoi segni vi è questo: Che
Egli creò compagne per voi da tra di voi in cui possiate trovare
riposo, pace mentale in esse, ed Egli ordinò tra voi amore e
misericordia. Ecco, qui vi sono invero segni per le persone che
riflettono." (Corano 30:21)."
Maggiori approfondimenti sul testo del Corano e sul modo in cui è
venuto e viene interpretato nei confronti della donna si possono
trovare:
Nel
nome di Allah
Islam online
I
mille veli dell’Islam, Italia online
Islam
jihad Italia
La
donna nell’Islam
La
famiglia nell’Islam
Il
diritto di famiglia non segue i percorsi della legislazione civile ma
affonda le radici nel diritto sacro dell’Islam, la Shari’a,
riformulata in codici e leggi dai diversi stati Arabi durante l’ultimo
secolo.
Per il diritto musulmano il matrimonio è un contratto.
L’Islam non conosce il concetto teologico di sacramento caratteristico
del Cristianesimo.
"Il matrimonio musulmano è essenzialmente un contratto
consensuale. La nozione di sacramento è estranea all’islam, anche se
ciò non significa che il matrimonio sia una realtà esclusivamente
profana. Il matrimonio può essere sciolto per iniziativa di uno dei
coniugi oppure consensualmente e l’analisi delle cause di scioglimento
(ed anche di nullità) evidenza un’attenzione alla effettiva vitalità
del rapporto coniugale in termini che presentano qualche punto di
contatto con i principi sottesi alla disciplina del divorzio attualmente
vigenti in molti Paesi occidentali". (Cfr. per maggiori
approfondimenti: Ferrari Silvio, La pluralità dei matrimoni dal
punto di vista religioso (cristianesimo, ebraismo, islam), in Donati
Pierpaolo (a cura di), Identità e
varietà dell’essere famiglia. Il fenomeno della "pluralizzazione",
Settimo rapporto Cisf in Italia,
San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2001, pp. 309 – 349).
"Come ogni altro contratto, il matrimonio è concluso con il
consenso delle parti contrattanti. Le parti del contratto non coincidono
però necessariamente con gli sposi. Occorre considerare che, secondo la
sharî‘a, ogni persona può essere titolare del rapporto matrimoniale,
anche il bambino appena nato. Se l’individuo, a causa dell’età
immatura, non è in grado di decidere e di concludere il matrimonio,
qualcuno lo farà per lui: il tutore matrimoniale (walî), che
normalmente è il padre. Nei matrimoni precoci la volontà matrimoniale
è del tutore, che quindi esercita il potere di costrizione matrimoniale
(ijbâr). Tale potere cessa quando l’individuo ad esso sottoposto
raggiunge la pubertà. Fa eccezione, secondo i malikiti, la donna
vergine. La verginità, allo stesso modo della giovane età, implica
poca conoscenza della vita, e giustifica il prolungarsi del potere di
costrizione del tutore…Le parti possono apporre al contratto clausole
e stipulazioni dirette a modificarne gli effetti tipici, purché non
contrastanti con i principi irrinunciabili che lo reggono. Tale
opinione, tradizionalmente riferibile alla sola scuola h³anbalita, è
oggi recepita da tutti i legislatori. È quindi possibile che la moglie
pretenda dal marito l’impegno di non trasferire il domicilio coniugale
dalla città di origine, di permetterle di esercitare una professione o
di partecipare alla vita pubblica, di non chiederle di seguirlo nei suoi
viaggi. Il marito può inoltre promettere di non sposare
un’altra donna (clausola di monogamia), o può dare alla donna mandato
di autoripudiarsi. Alcuni suggeriscono che tramite l’apposizione di
una clausola gli sposi possano decidere la comunione degli acquisti, in
deroga al regime patrimoniale normale che è quello della perfetta
separazione dei patrimoni dei coniugi. Nei matrimoni misti, accordi
particolari circa l’educazione religiosa dei figli, in contrasto con
il principio per cui i figli devono essere educati nella religione
paterna, sono destinati a essere considerati nulli…La vita coniugale
che trae vita dal matrimonio è segnata dalla preminenza dell’uomo: la
donna deve mettersi a sua disposizione e prestargli obbedienza. Il
corrispettivo di tale quotidiana sottomissione è il mantenimento che
l’uomo versa alla moglie, indipendentemente dalla condizione di
bisogno di lei: esso comprende il vitto, l’alloggio, il vestiario, le
spese mediche e il servizio. L’insubordinazione ingiustificata della
donna determina la sospensione del mantenimento. Il mantenimento è
dovuto per tutto il tempo che la donna resta nella potestà dell’uomo,
cioè fino alla fine del ritiro legale (‘idda) che segue lo
scioglimento del matrimonio per morte, ripudio o divorzio. Il ritiro
legale permette di accertare l’eventuale gravidanza della donna; esso
dura generalmente tre mesi, dopo i quali il marito non ha più alcun
obbligo nei confronti della moglie. Dopo lo scioglimento del matrimonio,
la donna che non ha redditi propri resta a carico della famiglia di
origine o dei figli.
Famiglia
e matrimonio nell’Islam
Per
quel che concerne l’educazione dei figli vige una netta
distinzione dei ruoli educativi paterni e materni. E’ il padre in
prima persona a prendere le decisioni relative all’educazione della
prole: "Al padre spetta in esclusiva il potere di prendere le
decisioni relative all’educazione del figlio, alla sua istruzione,
all’avviamento al lavoro, al matrimonio e all’amministrazione dei
suoi beni. Egli è il rappresentante legale del minore. Tutti questi
sono aspetti particolari della wila\ya, la potestà paterna. In assenza
del padre, il posto è preso da un agnato o dal tutore nominato nel
testamento (was³i\). Se mancano sia gli agnati sia il tutore
testamentario, il giudice provvede alla nomina di un rappresentante del
minore (muqaddam). La madre deve invece custodire, sorvegliare e curare
il figlio: ciò costituisce il contenuto della h³ad³a\na, o custodia
del bambino. La custodia è considerata un compito squisitamente
femminile: in caso di assenza o incapacità della madre, è una parente
femmina, generalmente del lato materno, a sostituirla".
Il messaggero dell’Islam, La famiglia nell’Islam, in
"Donna e società", n.84, sett.-dic. 1987, pp. 134-138
Donne
"senza volto"?
Anche
per quel che riguarda l’usanza di coprirsi il volto, tipica dei Paesi
musulmani si riscontrano diversi punti di vista tra loro anche
contraddittori. Da un lato il volto coperto è legato alla tradizione,
un’antica usanza che viene mantenuta e che si è consolidata in
numerosi paesi orientali; dall’altro è visto quale ulteriore
limitazione alla liberà femminile, simbolo di repressione da parte di
un mondo e di un tipo di cultura prettamente maschilista.
Il recente film "Viaggio
a Kandahar" opera del regista iraniano Mohsen Makhamlbaf,
con maestria e poesia ha indagato questo aspetto della cultura e della
società afgana attraverso il racconto del viaggio che la protagonista
compie ritornando in Afghanistan, sua terra d’origine.
Secondo la studiosa Leila Ahmedfu nell'era degli Abbasidi inizia,
in Medio Oriente, la compravendita delle donne come merce e oggetti
d'uso sessuale. Da allora le donne sono considerate esclusivamente come
esseri sessuati. Qualsiasi cosa facciano sono in primo luogo e
soprattutto corpi seducenti.
Il volto nascosto
Il velo, con tutte le sue forme diffuse nel mondo musulmano (haïk nella
tradizione algerina, chador in quella iraniana, burqa in quella del
subcontinente indiano) non è stato introdotto dall'islam, ma ripreso
dalla tradizione bizantina, per diventare il simbolo della condizione
economica del padrone di casa che poteva tenere moglie e figlie a casa,
proteggendo l'onore della famiglia. È soltanto nel corso del 1900 che
il velo diventa centrale nella questione della condizione femminile
nell'islam: nel 1923 Huda Shaarawi, la prima femminista egiziana,
in un atto audace, si toglie il velo nella stazione ferroviaria del
Cairo; nel 1936 Reza Khan, padre dell'ultimo shah di Persia,
vieta il velo nel tentativo di modernizzare ed occidentalizzare il
paese; nel 1947 il sultano Muhammad V invita sua figlia a
togliersi il velo in pubblico. Negli anni della guerra di liberazione in
Algeria le donne rivendicano l'uso del velo come affermazione della loro
identità araba e musulmana. I movimenti integralisti vedono nel velo
una questione di importanza ideologica e di ordine pubblico, garantito
soltanto se le donne sono nascoste, invisibili e intoccabili e di questo
le donne afgane sono diventate un tragico emblema.
Donne
senza volto
Per
maggiori approfondimenti
La
donna nell’Islam
Tradizione o repressione?
Lettera alla donne invisibili
Islam un pericolo per le donne
Donna
e Islam
Un
problema aperto: mutilazioni genitali femminili
Si
tratta di una pratica tradizionale tipica di alcune popolazioni africane
che impone di asportare (escissione) o mutilare (infibulazione) parte
dei genitali delle bambine in tenera età.
Il fenomeno non è recente, è un rito di antica tradizione per
garantire alla donna "purezza" e "fedeltà",
tuttavia i rischi e le conseguenze sono gravissimi: infezioni
emorragiche anche mortali e danni permanenti che in gravidanza e nel
parto possono avere pesanti conseguenze per il neonato. Per
l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono oltre 120 milioni le
donne vittime di "mutilazioni genitali". I Paesi più
interessati sono quelli del Corno d’Africa (Somalia, Eritrea, Gibuti
ed Etiopia), ma anche in altri paesi come Egitto, Kenia, Burkina Faso,
Senegal questi rituali sono ancora diffusi e anche fuori da questi
territori questa pratica riguarda donne e bambine anche quando emigrano
o nascono in altri paesi. Molteplici sono le segnalazioni di operatori
sanitari, anche in Italia, che dichiarano di non sapere come comportarsi
quando viene loro richiesto di praticare rescissioni o infibulazioni. In
un’intervista (vedi: Mutilazioni femminili: difendere i diritti
e la salute delle donne, in "Sir", n. 29,
aprile 1999), Graziella Sacchetti, ginecologa dell’ospedale S. Paolo
di Milano ha asserito: "Serve una maggiore collaborazione tra
medici e mediatori culturali per un lavoro di informazione nelle comunità
etniche di appartenenza delle donne, rispettandone le tradizioni. Va
fatto capire che le mutilazioni femminili non sono previste dal Corano e
che provocano gravi conseguenze fisiche e psicologiche".
Per
ulteriori approfondimenti si rimanda a:
Farinelli Fiorella, I corpi mutilati delle donne, "Rocca",
settembre 1999.
Bono Anna, Marchiate per sempre, Il nostro tempo, 31
gennaio 1999.
Iossa Mariolina, Infibulazione, 50 mila vittime in Italia, "Corriere
della Sera", 7 marzo2001
Letteratura e differenze
Voci
di donne
Alcune
donne, rappresentanti della cultura islamica, attraverso testimonianze
scritte, hanno dato voce alla loro realtà. La voce di un passato e di
un presente raccontato in prima persona. Testimoni dirette della loro
identità di donna e di persona in una società e in una cultura così
diverse dalla nostra.
Assia Djebar, algerina, è una scrittrice, storica e cineasta è
rappresenta una tra le figure più complesse e ricche operanti sulla
scena contemporanea internazionale. Attraverso la lettura dei suoi testi
è possibile avere la testimonianza diretta della condizione femminile
nel mondo mussulmano. Il suo è un viaggio nella storia , un viaggio che
la conduce a imbattersi in una immagine, quella dell'Algeria che ora le
appare come una donna, che non ha (avuto) diritto di parola, che non ha
(avuto) accesso alla scrittura, perché a coprire il suo sapere e la sua
lingua, ricacciate indietro e forzatamente dimenticate, i conquistatori
hanno imposto la propria lingua, la propria cultura, la propria legge.
L'identità del presente si è costruita in questo impasto
inconsapevole, privo di prospettiva storica, che ha aderito alla pelle
come una maschera troppo a lungo indossata e che ci si è ormai
dimenticati di portare, finendo per scambiarla per il proprio volto.
Come donna e femminista, Assia Djebar è mossa dal bisogno di scrivere
la sua storia e la memoria delle sue antenate, dall'urgenza di portare
alla luce la vita dentro le case, dietro le file di persiane chiuse che
danno sulla strada, dentro ai reticoli dei cortili interni, nei bagni
turchi, dietro il velo. Ha bisogno, per trovare un senso alla sua
sofferenza e lenire il dolore provocato dalla consapevolezza, che non
l'abbandona mai, dell'esistenza di schiere di donne imprigionate, di
portare alla superficie della parola scritta quel non detto, le
emozioni, la sofferenza, il rimosso della storia. Questo viaggio nella
non-visibilità delle donne incontra alla fine la stessa immagine del
viaggio nella storia, quella della donna/Algeria.
Ragazze a Cairo
Una
letteratura al femminile: Assia
Djebar
Io,
donna dell’Islam senza veli
Un’altra "voce" di donna islamica è quella di Shashikumar
Mehmooda appartenente al movimetno RAWA (Revolutinary Association
of The Women of Afghanistan). Parla della misoginia patologica
dei talebani e della lotta di RAWA per sopravvivere.
"La vita delle donne sotto i regimi fondamentalisti come quello dei
talebani è terribile. I fondamentalisti non accettano il fatto che le
donne facciano parte della società. Ora l'Afghanistan è un paese
spettrale e a causa dei continui combattimenti e dell'aumentato livello
di criminalità, le donne del paese non sono molto di più che zombi. A
loro non è permesso farsi curare, istruirsi o divertirsi. Vengono
legate per strada a causa delle più strane ragioni e le loro mani
vengono tagliate se rubano un pezzo di pane.
"I talebani non accettano il fatto che le donne facciano parte
della società"
RAWA
Donne
afghane in lotta
Alessandra Garusi (giornalista e scrittrice) riporta un’intervista
fatta ad una donna afghana descrivendo le sensazioni e la particolare
situazione di quel momento:
Nascosta sotto ampissime vesti di colore blu, una donna esce dall'ombra
e sussurra con un filo di voce, in un inglese fortemente accentato:
"Sono un'educatrice. Avresti un lavoro per me, non a Kabul, in
provincia?" L'odore rancido delle fogne all'aperto impregna l'aria
di questo caldo pomeriggio e il latrare dei cani randagi in lontananza
fa sì che la domanda della donna sia poco più che un bisbiglio.
Un'altra donna fuori da una moschea guarda di sfuggita uno straniero,
poi china di colpo la testa quasi a volersi seppellire all'interno del
suo burqa1 e si fa avanti con la mano tesa: "Non sono
una che fa l'elemosina, ma non ho scelta. Ho bisogno di cibo per la mia
famiglia", dice una voce da dentro.
Digilander
Vedi anche:
Donne
d’Islam
Leila Ahmed. Oltre il velo. La donna nell’Islam da Maometto agli
ayatollah
Giorgi Tilde, Sotto il burqa il coraggio, "Cronache e
opinioni", n. 11, novembre 2001
Diverso
il caso di una donna italiana Barbara Farina che è diventata musulmana
ed è stata la prima donna in Italia ad ottenere nel 1994 il diritto a
comparire con il capo coperto dal hijab sulla carta d’identità.
L’altra
metà dell’Islam. Viaggio negli harem italiani
Per
approfondire
Siti
Internet
Donne
e islam
Incontro
con Tahar Ben Jelloun
http://answering-islam.org/Women/inislam.html
Woman in islam
Islam,
un pericolo per le donne
Kabul,
dove l’islam è paura
L’islam d’emigrazione in Gran Bretagna
I mille veli dell’islam
Conoscere
l’islam e i musulmani
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Zanfini Laura
(a cura di), Donna famiglia e società nei paesi del Maghreb,
Fondazione Cariplo per le iniziative e lo studio sulla multietnicità,
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Modificato
mercoledì 09 luglio 2008
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