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LEGGERE
LA FAMIGLIA IN ITALIA
Dati,
tendenze, interpretazioni Lunedì 11 dicembre 2000
Sala Convegni Cariplo,
Piazzetta Bossi, 2 - Milano
Segreteria
organizzativa
Centro
Internazionale Studi Famiglia
Via Duccio di Boninsegna 10 - 20145 Milano
tel. 02.48012040 – Fax 02.48009938
Internet: www.cisf.it
E-mail: cisf@stpauls.it
Il presente
seminario di studio, a partire dai temi individuati dal più recente
lavoro del Cisf (V. Melchiorre, a cura di, La famiglia italiana. Vecchi
e nuovi percorsi, Edizioni San Paolo, 2000) ha due obiettivi
principali:
identificare le principali linee di tendenza che
caratterizzano le famiglie contemporanee nella presente transizione;
verificare quali sono i "problemi di ricerca"
su cui è necessario richiamare l’attenzione di ricercatori, studiosi,
politici, amministratori.
Solo una adeguata conoscenza, "non ideologica", dei reali
bisogni e della concreta situazione familiare consentirà infatti
l’individuazione di linee di intervento culturali, sociali e politiche
che siano capaci di promuovere questa insostituibile risorsa della società
italiana: la famiglia.
Lunedì 11
dicembre 2000
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
| 14.00
– 14.30 |
Registrazione in segreteria |
| 14.30
– 15.00 |
Introduzione:
Verso
quale famiglia? Le sfide del 2000
Virgilio Melchiorre, Presidente Comitato Scientifico CISF
|
| 15.00
– 17.00 |
Studiare
e descrivere la famiglia: un oggetto di indagine complesso, un compito
irrinunciabile
Coordina:
Franca Zambonini,
Famiglia Cristiana
Intervengono:
Carla
Collicelli,
Censis
Linda Laura
Sabbadini, Istat
Alessandro
Castegnaro,
Fondazione Zancan
Gabriella
Calvi Parisetti,
Eurisko
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| 17.00
– 18.00 |
Dibattito |
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18.00 –
18.30
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Replica
e conclusioni |
| Si
ringrazia CARIPLO per la concessione della Sala Convegni |
(INTERVENTI NON RIVISTI DAI RELATORI)
Milano, 11 dicembre 2000
Virgilio Melchiorre
Introduco questo incontro con poche parole, per sottolineare l’importanza che questo volume ha nella storia del
Cisf, Centro Internazionale Studi Famiglia, ma anche
l’importanza particolare che può ricevere in questi giorni, all’indomani di un grande intervento del
Cardinale Martini in occasione della festa di Sant’Ambrogio ,con il suo
splendido discorso sulla famiglia, discorso calibrato fra disponibilità, sobrietà, ma anche comprensione della crisi corrente della famiglia, un discorso, quindi, con grandi
prospettive per il futuro.
Rapporti del Cisf
Tali prospettive erano anche nell’orizzonte interpretativo e culturale di chi ha collaborato alla stesura di questo volume
"La famiglia italiana. Vecchi e nuovi percorsi" (Ed. San Paolo, 2000), che è stato elaborato a partire da una storia ormai decennale di riflessioni sulla famiglia. Dal 1989, infatti, il Cisf pubblica ogni due anni un
"Rapporto sulla famiglia in Italia", e ormai siamo quasi al
Settimo Rapporto (la sua uscita è prevista nel 2001). Una storia dunque lunga; siamo partiti da una larga riflessione
interdisciplinare, a tono sociologico, psicologico, antropologico, etico e qualche volta anche a livello teologico, che ha attraversato una serie di punti assolutamente cruciali
nell’interpretazione della famiglia.
Sono passati più di dieci anni dalla famiglia intesa nella sua costrizione
autopoietica, come si diceva allora, la famiglia "fai da sé", la famiglia costretta nel suo spazio a
ritrovare una propria identità, una propria funzionalità, ma anche limitata nel proprio spazio
(Primo Rapporto, 1989); successivamente abbiamo continuato questa indagine
allargando il tema su diversi versanti, quello dell’equità fra generazioni
(Secondo Rapporto, 1991 e Quarto
Rapporto, 1995), quello della possibile alleanza fra famiglia e società, la famiglia come soggetto pubblico, come soggetto civile
(Terzo Rapporto, 1993), quello sulla condizione del maschile e del femminile nell’attuale congiuntura della
vita familiare (Quinto Rapporto, 1997), e infine una riflessione sulla relazione tra famiglia, società e benessere
(Sesto Rapporto, 1999).
La famiglia italiana. Vecchi e nuovi percorsi
Sullo sfondo di tutti questi Rapporti, che hanno avuto un loro taglio strettamente scientifico, privilegiando un approccio
psico-sociologico, abbiamo voluto fermarci e
ripercorrere l’intero cammino con una considerazione che si sporgesse anche sul versante etico, anche sul versante delle responsabilità culturali; abbiamo allora voluto
chiamare a questa riflessione alcuni di coloro che già avevano lavorato nell’ambito dei
Rapporti (Pierpaolo Donati, sociologo dell’Università degli Studi di Bologna, che
sempre coordina questi Rapporti, Corrado Pontalti, terapeuta dell’Università Cattolica di Roma, Francesco
Casetti, sociologo dell’Università Cattolica di Milano), ma accanto a
questi colleghi abbiamo voluto convocare altri che non avevano mai partecipato alla stesura dei Rapporti e che potevano intervenire con la voce di forte taglio etico, di forte
taglio culturale (Giuseppe Angelini, teologo della Facoltà Teologica Interregionale di Milano, Giannino Piana, teologo dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Urbino,
Giuseppe Micheli, demografo dell’Università Cattolica di Milano). bene, in qualche modo si è tentato di fare un bilancio dell’ultimo decennio e di aprire una prospettiva sul
futuro. Il bilancio in qualche modo vedeva, nonostante le apparenze, nonostante quel che la pubblicistica più superficiale può rilevare, una resistenza forte del
ceppo familiare nella sua identità più tradizionale, più forte, nei termini della fedeltà, della tradizione, della comunione
parentale.
Tuttavia occorreva anche avvertire che un forte mutamento
morfogenetico, come usava dire il professor Donati, era in atto, è in atto nella vita della famiglia. Mutamento se
non delle strutture essenziali, tuttavia dei modi che incisivamente entrano nella carne della vita della famiglia. Mutamenti che vanno analizzati con un’attenzione tutt’altro
che elementare, perché ad esempio, come ha fatto il professor Micheli analizzando la situazione della vita familiare nel Nord dell’Europa e nel Centro Sud dell’Europa, si
devono avvertire delle forti differenze in questi mutamenti morfogenetici. i arriva, per esempio, al paradosso in forza della quale persiste per un verso la già ricordata
dimensione della famiglia ceppo, ma proprio in questa persistenza si viene a registrare, soprattutto nei Paesi dell’area centrale d’Europa, la debolezza attuale della vita
familiare; dunque i temi della denatalità, dei ritardi della identità generazionale, della dissociazione tra un’autoregolazione ansiosa e l’adesione tradizionale e via dicendo;
laddove invece la situazione nei Paesi nordici dell’Europa spesso corrisponde a modalità in qualche modo diverse.
Relazioni familiari e identità di genere
E' questo solo un piccolo accenno, per dire come occorre non livellare l’analisi della vita familiare su parametri e su rubriche molto elementari; si tratta anzi di una
problematica ad ampio spettro, che va analizzata in tutte le sue modalità. E soprattutto, direi, portata a fondo su un aspetto che a mio parere rimane decisivo oggi
(naturalmente qui ognuno batte la propria consapevolezza, quindi non posso non riferirmi anche alla parte da me scritta, ma è tema ricorrente anche nei discorsi di Angelini
per esempio, di Piana, dello stesso Pontalti): quella paradossale situazione che in qualche modo segna la fragilità attuale della vita domestica, soprattutto nella relazione tra
l’uomo e la donna, tra i partner della vita domestica, in relazioni che spesso non sono relazioni, ma che talora sono una sorta di convivenza reciproca di individualità distinte,
ognuna attenta al proprio destino, attenta alla propria collocazione ma non tesa alla relazionalità più profonda, quella relazionalità che la vita matrimoniale esigerebbe.
E, sullo sfondo, la crisi del maschile e del femminile: la donna che ha finalmente conquistato i suoi diritti, che ha il suo posto di dignità nella vita civile, nella occupazione
civile, e che tuttavia proprio nello sforzo di riguadagnare legittimamente questa sua posizione, vede messa molto spesso in crisi la sua funzione materna, la sua funzione
all’interno della vita familiare; l’uomo che finalmente ha perso o ha dimesso la sua pretesa di potere, di autorità all’interno della vita familiare, che stenta per altri versi a
ritrovare una propria identità, un proprio modo specifico d’essere all’interno della famiglia.
Quale società a misura di famiglia?
Si aggiungono, a questi nodi, anche le difficoltà di una società sempre più difficile dal punto di vista della occupazione dei nuovi posti di lavoro, il mutamento dei costumi
etici nei rapporti della vita sessuale, che a loro volta comportano un rallentamento della uscita dei figli dalla famiglia; problemi veramente gravi e che a nostro parere vanno
risolti in parte con una forte revisione di carattere culturale. Parlando di mutamenti morfogenetici mi riferivo proprio alla necessità di adeguare le nuove forme della vita e
della cultura antropologica, umanistica della nostra società, e di adeguarla appunto a questa diversa situazione storica.
Occorre dunque una profonda revisione di carattere culturale e di carattere etico, ma che non può rimanere soltanto tale; ormai sappiamo che ogni buona rivoluzione etica,
ogni buona rivoluzione culturale non può reggersi se non sullo sfondo di adeguate rivoluzioni oggettive che incidono sui sistemi della vita economica e della vita sociale; si
pone quindi a questo riguardo il grande problema di una autentica politica familiare, quella politica per la famiglia di cui ultimamente appunto parlava anche il Cardinale
Martini nella sua omelia di Sant’Ambrogio.
Indubbiamente diversi passi sono stati recentemente fatti a favore di un diverso rapporto economico fra la famiglia e lo Stato, ma sono ancora degli interventi di tipo
minimale; si tratta piuttosto di ripensare alla famiglia come autentico soggetto politico, di averla come referente di una politica sociale e non semplicemente come è
accaduto, come accade ancora oggi, di avere a referente l’individuo, la singola persona.
Siamo quindi di fronte ad una complessità di problemi che certamente dovrebbero impegnarci sia sul piano politico, sia sul piano di una diversa collocazione del rapporto fra
società civile e società politica, sono anche problemi di forte spessore culturale, su cui occorre finalmente riflettere seriamente, su cui orientare anche una rinnovata politica
dei mass-media che certamente hanno una forte incisività nel rinnovamento dei costumi.
Direi che questi, molto in breve, sono i contenuti che in vario modo attraversano il nostro volume, che in qualche modo vuol essere un punto di riflessione ma anche di
prospettive, un punto dal quale stiamo già animando la prossima ricerca del prossimo
Rapporto, che si occuperà di un tema quanto mai scottante, quale quello delle
diverse modalità di aggregazione familiare (non sappiamo come chiamarle: famiglia tradizionale, famiglia di fatto, unioni fra omosessuali … – anche di questo ha parlato il nostro
Cardinale, con grande sobrietà e rispetto); sono temi veramente gravi, che stanno nel cuore della nostra prospettiva.
Anche di questo continueremo ad occuparci; ormai il Settimo Rapporto Cisf sulla famiglia in Italia è quasi sul punto di finire; e mi auguro che possa dare un serio contributo
sul piano psicologico, sociale, demografico, ai nostri studi, alle nostre ricerche, ai nostri impegni di carattere etico prima di tutto.
Carla Collicelli
L’approccio del Censis
Avendo lavorato tanti anni insieme per la preparazione del Rapporto del
Cisf, nel quale ho avuto l’onore ogni volta di scrivere un capitolo
dedicato alle politiche sociali, conosco da vicino i contenuti di questo
lavoro e anzi, devo dire, vi ho partecipato con grandissima soddisfazione
e con grande interesse, visto anche il fatto (e proprio da qui vorrei
partire) che il posto nel quale io lavoro, la Fondazione Censis, ha
caratteristiche per certi aspetti diverse. E’ sì una fondazione, ma è
legata alle commesse di mercato e svolge quindi ricerche che qualcuno paga
e che qualcuno chiede. Ciò costituisce una grande forza ma anche un
problema, perché ci impedisce di seguire come vorremmo alcune tematiche
collaterali.
Il Cisf ha dato a me in particolare la possibilità in tutti questi anni
di fare alcuni di questi approfondimenti collaterali e di riflettere,
raccogliere dati e scrivere su argomenti di sicuro interesse.
Ma questa forse, non è l’unica differenza fra i nostri due istituti.
Certamente il Cisf nasce con un obiettivo e un impegno di carattere
socio-istituzionale assai più marcato di quanto non fosse quello del
Censis, che sin dall’inizio è stato un ente interessato a studiare
processi di tipo socio-economico. Il nostro modo di affrontare le
problematiche è pertanto per forza di cose più "laico", nel
senso che, nonostante molti di noi abbiano una ispirazione ideale di
fondo, nei confronti dei nostri committenti adottiamo un approccio
prevalentemente empirico: partiamo dal basso, dai fatti, mentre il Cisf
parte da alcuni valori di riferimento.
Ma ancora vorrei sottolineare un terzo aspetto che ci distingue, dato dal
fatto che il Censis ha cominciato a lavorare negli anni 60, e si è così
collocato in una posizione di cerniera tra il periodo della ricostruzione
post-bellica e quella fase che viene detta del "Dopo la grande
trasformazione", cioè la fase della
modernizzazione. Quando il Censis ha cominciato ad analizzare la società
italiana eravamo ancora immersi (e stavamo quasi uscendone) dal periodo di
ricostruzione del Paese attorno ad alcuni capisaldi sociali, economici,
istituzionali. Da lì in poi è iniziata una fase di profonda
trasformazione (per certi aspetti più lenta, per altri più veloce), che
ha visto la frammentazione ed il cambiamento radicale di quelli che
possono essere chiamati i capisaldi, e la struttura portante della
società, tra cui la famiglia stessa.
Il Censis ha sempre tentato, fin dall’inizio, di cogliere questi fattori
di trasformazione, di ragionare attorno ai soggetti e ai processi dello
sviluppo socio-economico del Paese ed alle "cause ed effetti"
dello sviluppo socio-economico.
Un’Italia antica, adattabile, affidabile
Anche l’ultimo Rapporto, che abbiamo presentato pochissimi giorni
fa, riprende questo filone interpretativo, pur nella miriade di dati e di
ricerche analizzate nel corso del volume e dei capitoli. Se guardiamo all’interpretazione
finale, quella che è contenuta nell’introduzione, anche lì ed anche
quest’anno si fa riferimento alle origini, alle modalità dello sviluppo
ed alle sue soggettualità, secondo lo slogan delle tre A: antico,
alternativo, affidabile. Su queste tre A abbiamo ragionato per
ribadire ancora una volta, e non sulla base di opinioni teoriche ma sulla
base di osservazioni concrete che facciamo quotidianamente, che il sistema
sociale ed economico ci appare profondamente radicato in alcune tradizioni
che lo hanno caratterizzato fin dall’inizio; decisamente alternativo
rispetto ad altri sistemi europei; e generalmente affidabile.
Un sistema dunque che ha avuto traballamenti, incertezze e grandi timori
(anche negli anni più recenti) di non tenuta e di non riuscire a reggere
al confronto internazionale e all’integrazione europea, ma che oggi
viene da tutti visto come un sistema affidabile, grazie soprattutto al suo
tessuto di soggettività sociali ed economiche, se non ancora per quanto
riguarda il livello istituzionale.
Come governare una società plurale
Ma se il Paese (dice il Rapporto di quest’anno) è ancora oggi
profondamente antico, alternativo e affidabile cioè avviene grazie alla
pluralità dei soggetti che hanno lavorato dentro a questo Paese. Un
volume che abbiamo appena pubblicato, e che vorrebbe essere una sorta di
divulgazione di sintesi, semplice e comunicativa per i lettori italiani ma
anche per il pubblico internazionale ("La traccia interrotta dello
sviluppo dal sistema Paese alla poliarchia", Bollati Boringhieri,
2000), si apre proprio con questa considerazione: se siamo arrivati dove
siamo arrivati è grazie ai tanti soggetti che hanno mosso lo sviluppo
italiano. E se ne fa un lungo elenco e a ciascuno di questi soggetti è
dedicato un capitolo specifico del libro: dalle imprese, ai distretti
industriali, alle componenti di economia sommersa, alle città (grandi ma
soprattutto le medie e le piccole), agli enti che hanno sostenuto il
welfare, alle politiche sociali del nostro Paese. In una posizione non
certamente secondaria viene trattata anche la famiglia, come struttura che
ha sorretto attraverso tutti questi anni lo sviluppo.
Questi soggetti che fin dall’inizio sono stati così importanti, stanno
vivendo e vivono processi di trasformazione decisamente radicale. Ma
proprio in questo adattamento continuato sta la loro forza, la loro
capacità di resistere in un contesto che tende anch’esso a trasformarsi
in tempi sempre più rapidi e con modalità sempre più complesse, a volte
addirittura imperscrutabili per chi le osservi troppo da vicino, quasi che
ci sia bisogno di prendere le distanze, di allontanarsi per riuscire a
capire cosa realmente sta succedendo in termini di internazionalizzazione,
di sfondamento delle barriere nazionali, di nuovo localismo. Quindi, si
dice nella riflessione introduttiva e di sintesi del lavoro del Censis
fino ad oggi svolto, che occorre tornare ancora una volta ai punti
fondamentali, ai punti cardine, che sono ancora una volta i soggetti di
base, tra i quali c’è ovviamente la famiglia. Ma accanto ai soggetti di
base è importante il reticolo di connessione tra questi soggetti, il software
di collegamento, cioè le modalità attraverso cui questi soggetti
possono e devono connettersi tra di loro.
Come terzo livello di riflessione, emerge quello del governo, altrettanto
complesso, di una realtà siffatta, una realtà che non può essere
governata in modo centralistico. Questa è una profondissima convinzione
del Censis, che ribadiamo da sempre, ma con maggiore forza nei periodi nei
quali si tenta di riaggrapparsi a una visione eccessivamente monolitica
del governo pubblico. C’è bisogno di una modalità di governo
radicalmente ribaltata rispetto a quella piramidale di una volta, una
modalità di governo, una struttura della società, una struttura di
rapporto tra i soggetti e le istituzioni che parta dal basso, dal
territorio, dai soggetti semplici, dalle imprese e dalle famiglie, e che
da questi poi faccia nascere le istanze e le modalità del governo. Emerge
quindi anche una sottile polemica sull’impostazione data al federalismo
e alla devolution, come solitamente vengono intesi, cioè come passaggio a
cascata di competenze e di poteri dall’alto verso il basso. Un simile
processo crea una sovrapposizione, a volte anche una complessità
eccessiva di responsabilità intermedie, che alla fine genera una
sussunzione di nuovo verso il vertice, con enormi difficoltà, perché
questo vertice non è quasi mai in grado di comprendere l’intera
complessità, secondo una prassi che "ammazza" le risorse
naturali della società e dell’economia. Trae origine da queste
riflessioni il concetto di poliarchia, che da qualche anno il
Censis sta fortemente sostenendo, intendendo con questo termine la
revisione dei rapporti di tipo orizzontale tra i soggetti stessi. Quindi,
se decentramento ci deve essere (e a nostro avviso ci deve essere), deve
consistere nella rivalutazione e valorizzazione forte dei soggetti che
stanno in basso, e nella connessione di tipo orizzontale tra questi
soggetti. Questo è il principio basilare su cui si basa la poliarchia,
concetto antico per certi versi e così nuovo per altri, certamente non
consono alle modalità con cui si sta attuando oggi la revisione
complessiva degli assetti istituzionali nel mondo e in Europa.
La famiglia soggetto attivo nella società plurale
Ma come si colloca la famiglia all’interno di questo quadro? Anche
per la famiglia si pongono problemi di tipo analogo a quelli dell’economia
e delle istituzioni. L’Italia è uscita dalla fase della ricostruzione
post-bellica con alcune soggettualità forti, ma abbastanza monolitica, e
unitaria nel modo di porsi. La famiglia degli anni 60 era una famiglia
considerata (ma anche vissuta) come un soggetto sempre uguale a se stesso
e con un modello di riferimento unico. Anche per la famiglia comincia
però, con la fine degli anni 60, ed in misura crescente fino ad oggi, un
processo di sempre maggiore complessità, di differenziazione e di
articolazione, fenomeno che viene analiticamente descritto in tutti i
Rapporti del Cisf, e che costituisce la base di molte delle cose che ha
detto il professor Melchiorre.
Cosa succede quindi, dopo questo inizio, dalla trasformazione, e dalla
frammentazione in poi? Vorrei provare a riassumere le analisi e le
riflessioni del Censis in maniera schematica, in modo da renderle
facilmente comunicabili. Alla base dell’analisi della trasformazione ci
sono tutta una serie di modificazioni di tipo quantitativo, balzate agli
occhi nel momento in cui si andava a fare ricerca sociale: il passaggio da
famiglie più grandi a famiglie più piccole, da meno famiglie a più
famiglie, il calo del tasso di natalità. Tutti aspetti-spia di
trasformazioni di maggiore spessore e di maggiore contenuto
interpretativo, che abbiamo cercato di analizzare.
Alcune di queste trasformazioni hanno avuto (almeno nella prima fase in
cui noi le abbiamo studiate) un carattere fortemente problematico e
critico, ci hanno molto preoccupato, e continuano a preoccupare tutti
quelli che si occupano di famiglie e di sviluppo sociale, dato che non
esiste nessuno che pensi che ci possa essere uno sviluppo sociale
affidabile e sostenibile che passi attraverso l’annullamento della forma
familiare.
Il rallentamento dei tempi di sviluppo familiari
Il primo è il rallentamento dei flussi, dato dalle diminuzione
della dimensione familiare, dal calo del tasso di natalità, e dalla
diminuzione dei matrimoni. Se guardiamo bene a queste trasformazioni, si
configurano come un rallentamento di tutti i processi di ingresso o di
evoluzione della struttura familiare, che si inserisce in quella che è
stata per alcuni anni una tematica ricorrente nelle analisi del Censis,
quella della società densa. Studiando la parcellizzazione e la
molecolarizzazione, cì è sembrato di cogliere qualcosa di più, che è
dato dalla dimensione della densità: non diventiamo solo di più,
e non è solo che i soggetti si differenziano, sono più numerosi, sono
più articolati, sono più differenti tra loro, ma anche che si determina
una "vischiosità" in questa società di più soggetti, come se
lo spazio non bastasse più per farci muovere tutti quanti, come se
stessimo stretti all’interno di uno spazio troppo limitato e quindi, in
qualche maniera, i processi che precedentemente più facilmente
ritrovavano una loro linea e una loro direzione di sviluppo più o meno
unitaria, ma certamente più dinamica, finisca per avvolgersi su se
stessi. Così, sia la società nel suo complesso che anche i diversi
nuclei, i diversi cardini della società, ed i soggetti individuali
stessi, finiscono per muoversi in continuazione, e tutto si può dire
fuorché che questa società sia statica, anzi è una società per molti
aspetti decisamente dinamica, anzi frenetica. Però questa dinamicità e
freneticità non trovano sbocchi di indirizzo che abbiano il carattere
dell’evoluzione e della crescita positiva, ma piuttosto risultano spesso
movimenti di avvolgimento su se stessi.
Anche nella famiglia l’evoluzione e la crescita, e quindi ad esempio il
decidere di sposarsi dopo una serie di esperienze affettive, il decidere
di fare figli dopo aver formato una coppia di fatto oppure dopo essersi
sposati, e così via, cioè tutta la serie delle decisioni che attivano e
hanno attivato nel tempo la dinamicità e quindi poi anche la formazione
solida di alcune formazioni familiari, rallenta. Le famiglie e le persone
entrano in una fase di vischiosità molto forte e si crea una sorta di
stallo, non di rifiuto drastico, oggettivo della forma familiare e nemmeno
di paura esplicita del fare famiglia, quanto piuttosto di difficoltà, di
senso di inadeguatezza, di incapacità a procedere. Molte ricerche ci
dicono ad esempio che tantissime donne vorrebbero avere almeno due figli,
ma poi non ce la fanno, non ci arrivano, perché i tempi non bastano più,
perché "devo anche prepararmi per il lavoro", perché
"devo anche andare a lavorare", perché "prima faccio tre o
quattro anni di lavoro e poi metto al mondo un figlio" e così via.
Per cui dopo il primo figlio non si fa più in tempo, non si arriva più.
Dunque la densità e la vischiosità complessive della società, e che
abbiamo riscontrato e documentato anche in tantissimi altri comparti,
anche in economia, anche rispetto all’associazionismo e ad altre forme
di convivenza collettiva toccano anche la famiglia, che anzi è per molti
aspetti la vittima principale della società che si evolve e si proietta
positivamente nel futuro, determinando così una fase di stallo.
Quali relazioni tra le generazioni?
Il secondo aspetto problematico e critico, già toccato parlando di
molecolarizzazione, è quello della distanza generazionale. Abbiamo
più volte sottoposto a campioni di popolazione quesiti rispetto alla
distanza sociale, all’alterità, al sentirsi diverso, e ci siamo trovati
di fronte, anche con nostra meraviglia, a risposte che mettevano in
evidenza che ci si sente più distanti da individui di altre generazioni
piuttosto che da individui di altro sesso, di altra etnia, di altra classe
sociale. La molecolarizzazione dunque significa non solo sentirsi soli, ma
anche accentuare le distanze; e ciò soprattutto a livello del rapporto
tra le generazioni. Significa finire per marciare su binari paralleli
senza incontrarsi mai, pur in un contesto di omologazione quale è quello
della società contemporanea. Da un lato, infatti troviamo adulti che si
vestono come i giovani, e tutta una serie di altre forme imitative nella
cultura collettiva tra le diverse generazioni, che possono indurre a
pensare che le generazioni si siano davvero mescolate e siano molto coese
tra di loro. Ma se andiamo a scavare un po’ più a fondo vediamo dall’altro
che anche il dialogo all’interno della famiglia è un dialogo spesso
molto superficiale, mentre i vissuti, i modi di passare il tempo libero,
le cose di cui si parla, le cose che piacciono, i valori e così via
spesso sono tipicamente monogenerazionali. Anzi vi sono delle
segmentazioni generazionali ben più numerose oggi di quelle che, per
certi versi, sono sempre esistite.
Di fronte a simili aspetti critici, spesso è difficile trovare chiavi
interpretative adeguate, ed è difficile dire se la densità vada sparendo
o no. In realtà non sembra di cogliere segnali di indebolimento di questo
processo di vischiosità, come nemmeno sembra di cogliere segnali di
indebolimento nel processo di individualizzazione, molecolarizzazione e
distanza generazionale.
Ma accanto a ciò altri fenomeni analizzati danno elementi di vitalità e
di speranza in più. Innanzi tutto la dimensione del dialogo. Dicevo che
il dialogo all’interno della famiglia non è sempre come lo si immagina,
e come le persone stesse dicono. Se si va a scavare si vede che su alcune
cose ci si capisce e su altre no e spesso ci si capisce più sugli aspetti
superficiali che su quelli profondi. Rimane però il fatto
incontrovertibile, e peraltro analizzato molte volte anche dallo stesso
Cisf, che la famiglia, comunque essa sia costituita, formata e composta,
rimane uno dei pochi baluardi di scambio relazionale tra membri di questa
società, perché, al di là delle differenze e dei problemi ricordati, è
comunque il luogo nel quale ci si rifugia, anche per difendersi rispetto a
una freddezza e a una durezza che la vita nelle altre dimensioni della
società presenta. Pur con tutti i chiaroscuri del caso, la famiglia,
cioè, appare e continua ad apparire soggetto caldo, luogo nel quale, se
ho dei problemi, se mi sento solo o se ho bisogno di parlare con qualcuno,
prima o poi troverò risposta.
La rilevanza economica della dimensione familiare
Un aspetto totalmente diverso riguarda il rapporto tra la famiglia e
la produzione e la ridistribuzione della ricchezza, e la sua rapida
evoluzione, soprattutto negli anni più recenti, verso forme moderne di
assunzione del rischio e in particolare del rischio finanziario. Siamo
agli antipodi rispetto ai temi precedenti dell’identità e della
relazione, ma se guardiamo alla storia del passato, una delle cose
fondamentali che la famiglia ha sempre fatto è stata proprio questa:
raccogliere le entrate, i redditi dei diversi componenti, e ridistribuire
questa ricchezza all’interno dei membri della famiglia stessa, modulando
la partecipazione lavorativa dei soggetti nelle diverse fasi della vita, e
misurando e calibrando i consumi dei membri della famiglia. Di solito, nel
passato ma anche oggi, è all’interno della famiglia che si decide se
affrontare una spesa di una certa dimensione o meno, come spendere, quanto
investire in viaggi, quanto investire nella formazione dei figli, poiché
questa è una dimensione che rimane profondamente solida e non accenna a
diminuire. Sembra che sia proprio così ancora oggi, e che si vada avanti
ancora oggi in questo modo, pur al variare delle modalità attraverso le
quali questi comportamenti poi si esplicano. Numerose nostre indagini
dimostrano ad esempio come si sia passati dall’investimento in immobili
ai in titoli di Stato, alla Borsa e ai fondi di investimento. Fenomeno
questo di forte ed importante tenuta della famiglia sul piano economico,
accanto a quello della imprenditorialià familiare, non tanto per le
grandi famiglie che hanno gettato le basi di molta parte dell’industria
italiana, ma soprattutto per quella micro-imprenditorialità che
costituisce il 90% del nostro mondo aziendale in tutti i settori, da
quello industriale a quello del terziario, a quello dei servizi. È di
solito intorno al nucleo familiare, intorno al capofamiglia, alla moglie e
agli altri membri della famiglia che si costituiscono e si costituivano
nel passato, le forme primordiali di impresa, che sono poi l’asse
portante fondamentale della nostra economia. Questo aspetto ci viene
invidiato, ed è piena l’Europa, ed è pieno anche il mondo di progetti
con i quali si va a vedere come sono nati i distretti industriali in
Italia, cos’è la piccola e media impresa italiana, mentre ancora alla
fine degli anni 60 e dall’inizio degli anni 70 c’era una sorta di
vergogna a dichiarare che non avevamo grandi industrie, ma solo molte
piccolissime industrie: quindi un punto di forza, che sta proprio a
cavallo tra la dimensione familiare e la dimensione economica.
Famiglia e servizi socio-assistenziali
Altro punto di forza che ricorre periodicamente e con evidenza nelle
indagini è il ruolo della famiglia per quanto riguarda i servizi
socio-assistenziali, la cura dei soggetti deboli, e dei bambini nella fase
evolutiva. Anche se la famiglia cosiddetta lunga (i giovani che
rimangono molto più a lungo in casa di quanto non facciano in altri
Paesi) è fenomeno un po’ vituperato e visto come una sorta di forma
primitiva di tutela familiare. Ma di nuovo il contesto internazionale ha
rivalutato la famiglia lunga, perché al di là della protezione di tipo
materiale che la famiglia italiana, spesso in supplenza dello stato,
continua a fornire ai ragazzi anche dopo la scuola secondaria superiore,
ci sono invece altri fattori che riguardano più lo scambio affettivo, il
confronto sui valori, il consolidamento dell’innovazione, che passano
attraverso questa convivenza prolungata del giovane all’interno della
famiglia. Se un’innovazione si consolida nei comportamenti, nei valori,
negli stili di vita e nel lavoro in Italia è spesso proprio grazie a
questo filtro che passa tra il giovane che cerca strade nuove e che si
butta in avanti, ma che poi però mantiene un legame ancora consistente
con la famiglia di provenienza, che fa in modo che tutta questa novità,
questa innovazione venga filtrata alla luce della tradizione e dei valori
consolidati.
Quindi, di fronte ad alcuni elementi di decisa problematicità e
preoccupazione, esistono degli elementi di forza. E se a volte viene da
pensare che con la vischiosità e la lentezza dei processi e con la
molecolarizzazione, arriveremo, in un futuro neanche troppo lontano, ad un
panorama sociale senza famiglie o con pochissime famiglie, altre volte è
inevitabile il riconoscimento delle funzioni portanti svolte dalla
famiglia ancora oggi, importanti per la tenuta del paese nel suo complesso
e della società, così da far pensare che la famiglia non scomparirà mai
perché, finché sarà il luogo degli affetti, della produzione e della
ridistribuzione della ricchezza, delle cure e della tutela dei minori,
finché farà questo, senza famiglia non si potrà vivere.
Piste di indagine: leggere la mediatività familiare
Vorrei concludere con qualche brevissima annotazione su cosa
bisognerebbe studiare di più e su quali dovrebbero essere le linee di
lavoro futuro sulla famiglia. Ho trovato molto calzante, da questo punto
di vista, un concetto che sta nel contributo di Donati all’interno del
volume di cui discutiamo oggi, che è il concetto di mediatività;
credo che si possa dire che dalle ricerche del Censis emerge forte l’esigenza
che si debba lavorare di più su questa mediatività, sostanzialmente
almeno su tre aspetti fondamentali.
Il primo è quello della trasmissione dei valori e dei saperi,
perché ancora troppo poco si è studiato questo aspetto della questione,
le ricerche sfiorano appena questa dimensione e difficilmente entrano nel
merito. Come si configura questa mediazione tra natura e cultura, di cui
anche Melchiorre parla nella sua introduzione? Che cosa significa
trasmissione dei valori e trasmissione dei saperi? Che ruolo hanno i
genitori, i nonni, le generazioni più anziane rispetto ai giovani da
questo punto di vista?
Un secondo aspetto riguarda la mediatività del rapporto tra individuo
e società: credo che sarebbe quanto mai utile e urgente approfondire
almeno due dimensioni di questo rapporto: da un lato il rapporto tra
bisogno-domanda e risposte di politica sociale, perché questo passaggio
è ancora estremamente oscuro ed abbiamo ancora grosse difficoltà in
Italia (ma non solo in Italia) ad analizzare e definire quali siano i
bisogni effettivi, i bisogni semplici delle persone, delle famiglie, e
quale la domanda che emerge da questi soggetti (persone e famiglie), e a
calibrare la risposta rispetto a questi bisogni e a queste domande; ma l’altra
dimensione da esplorare del rapporto tra individuo e società è quella
più propriamente istituzionale, quella appunto della poliarchia: che
ruolo hanno le famiglie in una società di tipo poliarchico, in una
società federalista di tipo nuovo?
Terza ed ultima dimensione della mediatività, che secondo me andrebbe
approfondita e studiata molto di più, è il rapporto tra privato e
pubblico, anche più che pubblico vorrei quasi dire lavorativo,
perché la contrapposizione in fondo è tra la dimensione della vita
sociale privata e della vita sociale lavorativa, dove vigono spesso
regole, modelli di comportamento, valori e obiettivi completamente
diversi. Tant’è vero che parlando di generi, quello che spesso emerge
dalle ricerche è che vi è una femminilizzazione sempre più forte dei
ruoli all’interno della famiglia ed anche il padre e l’uomo sono
sempre più femminili all’interno della famiglia, ma c’è una
maschilizzazione dei rapporti e dei modi di comportarsi al di fuori della
famiglia, in particolare nel mondo del lavoro, dove anche la donna è
portata ad assumere comportamenti e stili di vita di tipo maschile. Che
futuro ha questo rapporto nel domani? Che società è questa, se finisce
per essere divisa così drasticamente tra due dimensioni così diverse tra
loro? Che cosa succede alle persone che smettono di lavorare, che spesso
non hanno più risorse e che hanno dovuto abbandonare quasi completamente,
il loro ruolo "femminile", di relazione, e quindi una volta che
viene a mancare il lavoro non sanno più che cosa fare? E viceversa.
LINDA LAURA SABBADINI
I cambiamenti della famiglia italiana alla luce delle ricerche dell’Istat
La rivoluzione nell’informazione statistica ufficiale sulla famiglia
Tradizionalmente le rilevazioni Istat che permettevano di fare il punto sulle trasformazioni familiari erano da un lato i censimenti della popolazione, dall’altro le statistiche
demografiche che con la rilevazione sulle nascite e sui matrimoni permettevano di analizzare le variazioni di calendario, di intensità, le nuove caratteristiche emergenti.
Negli anni ‘80 l’Istat ha cominciato ad ampliare il panorama informativo attraverso l’indagine sulle strutture e comportamenti familiari che ha permesso per la prima volta di
quantificare e analizzare le reti di solidarietà, la loro portata, l’intensità e la direzione dei flussi, la tipologia degli aiuti dati, oltre che un approfondimento su tutte le nuove
forme familiari. L’indagine Multiscopo ha rappresentato un ulteriore salto di qualità, perché con ‘Famiglie e soggetti sociali’ si è focalizzata l’attenzione sulle strutture
familiari, il contesto familiare dei soggetti, le reti di parentela (per la prima volta), i rapporti tra le generazioni, le reti di aiuto informale, fino alla fecondità maschile e ad un
aspetto cruciale come quello della mobilità sociale. Oggi gli studiosi hanno a disposizione un corredo di informazioni qualitative molto approfondito che permette di capire
dove va la famiglia italiana, attraverso quali linee si esprime il suo cambiamento.
Strutture familiari e contesto di vita familiare dei diversi soggetti sociali
Analizzando la struttura e la tipologia delle famiglie emerge che dal 1990 aumentano i single e le coppie senza figli, diminuiscono le coppie con figli senza altre persone (dal
48,5% al 44,5%). Il 71,3% delle famiglie non supera i 3 componenti, era il 67% nel 1990, il 2l% è caratterizzato da 4 componenti e il 7,7 da 5 componenti e più. Nella
riduzione del numero dei componenti ha influito in particolare la riduzione del numero di figli per coppia. La differenziazione territoriale è molto alta, è nel Nord Ovest che si
registra la quota più alta di single (24,5%) e di famiglie monogenitore (8%), e di coppie senza figli (21%). Nel Sud le coppie con figli sono ancora maggioritarie (53,6%). Il
processo di invecchiamento della popolazione ha inciso) anche sull’aumento delle famiglie con anziani che sono passate dal 30,3% al 34,5%. I cambiamenti strutturali sono
dunque evidenti, ma non danno il senso delle grandi trasformazioni che sono in atto e che stanno letteralmente sconvolgendo la famiglia italiana nelle sue forme e nelle sue
relazioni interne ed esterne. Se si analizza la famiglia a partire dal ruolo che le persone delle diverse classi di età hanno al suo interno (genitore, figlio ecc), confrontandola
con il ruolo che le persone della stessa fascia di età avevano nel 1990, è molto più chiara la portata dei cambiamenti. Le più grandi trasformazioni sono evidenti nelle età più
giovani fino) ai 34 anni e toccano anche le età successive. In sintesi diminuisce il ruolo di genitore fino a 54 anni mentre aumenta dai 55 anni in su per effetto della
permanenza dei figli nella famiglia di origine. Il dato è eclatante tra 25 e 34 anni: le persone con il ruolo di figli passano dal 20 al 30%, quelle con il ruolo di genitori sono
crollati dal 51,6% al 35,4%. Anche tra 35 e 44 anni crescono i figli che convivono con i genitori dal 4,6% al 7,7% e le coppie senza figli, mentre sono diminuite le persone
con il ruolo di genitori dall’81,4% al 73,l%. La grande rivoluzione che attraversa la famiglia riguarda dunque i tempi di assunzione del ruolo di genitore e riguarda
doppiamente le donne che oltre a posticipare l’uscita dalla famiglia di origine come gli uomini entrano massicciamente nel mercato del lavoro. In questo caso si evidenzia il
crollo del modello tradizionale ‘casalinga-moglie-madre’ in tutte le età e la crescita del modello
"lavoratrice-moglie-madre" nelle età adulte dai 45 anni in su.
Crescono le nuove famiglie, emergono i pendolari della famiglia
L’Italia non è la Svezia, le trasformazioni della famiglia italiana sono meno visibili nelle forme di quanto non siano stati in altri paesi europei, ma non per questo non sono
comunque importanti. Intanto le ricerche dell’Istat mostrano che non è più possibile parlare di famiglia considerando il vincolo della coabitazione. E’ fondamentale far
riferimento anche a quelle persone che sono state definite pendolari della famiglia, che nel corso dell’anno per motivi vari vivono in più di un’abitazione. Sono più di 2 milioni
e 500 mila, pendolari per scelta, pendolari per necessità. Più della metà sono giovani, la propensione al pendolarismo familiare infatti, decresce al crescere dell’età ma
cresce nuovamente dopo i 75 anni, a sottolineare i casi delle persone anziane che vivono per alcuni periodi anche nelle famiglie dei figli. Diverse sono le dimensioni
sottostanti il pendolarismo familiare: al primo posto emerge il lavoro (29,9%), seguito dallo studio (21,2%) dallo stare con i genitori (10%), con il partner (8,8%) e con i figli
(6,9%). Se si sommano tutti gli aspetti relativi alla dimensione familiare questo aspetto diventa la motivazione fondamentale, più del lavoro. E’ questo un elemento fino
adesso poco indagato ma di grande importanza che mette in evidenza la complessità della famiglia italiana e il fatto che i confini della famiglia tradizionale sono sempre più
mobili e quindi conseguentemente sempre più difficili da misurare. Qualcosa del genere sarà tentato anche dal Censimento della popolazione.
Una nuova forma familiare quella dei pendolari della famiglia deve però essere analizzata accanto alle altre nuove forme emergenti che si stanno affermando anche nel
nostro Paese seppure non con i tempi e con le intensità degli altri Paesi europei. Il nostro, infatti, è un mutamento italiano, più invisibile, ma non per questo meno
importante e meno profondo.
Se consideriamo le famiglie di genitori soli e single non vedovi, le coppie non coniugate, le famiglie ricostituite arriviamo ad identificare un totale di 3 milioni 600 mila
famiglie che raccolgono 5 milioni 947 mila persone, il 10,4% della popolazione italiana. Queste nuove famiglie sono costituite per più di un terzo da single non vedovi e sono
più diffuse nel Nord del Paese dove l’instabilità matrimoniale è maggiore. Le nuove famiglie sono fortemente connotate dalla presenza di separati e divorziati al loro interno.
I padri soli sono 109 mila, le madri sole non vedove 611 mila, 109 mila delle quali sono nubili e 501 mila separate e divorziate. Le libere unioni sono arrivate a 350 mila da
180 mila del 1990, le famiglie ricostituite coniugate invece sono 382 mila. Un insieme di nuove forme familiari che coinvolgono ormai non più una porzione limitata di
popolazione e che evidenzia il fatto che stiamo assistendo ad una forte variegazione delle forme familiari e del modo di vivere la famiglia. Le persone che vivono in libera
unione sono 895 mila se si considerano sia i genitori che i figli, mentre i componenti delle famiglie ricostituite coniugate raggiungono I milione 128 mila e quelli delle madri
sole non vedove 1 milione 472 mila.
Un focus particolare può essere fatto sulle libere unioni. Sono più di 3 milioni le persone che in Italia hanno sperimentato una libera unione, a fronte di sole 350 mila libere
unioni in corso. Questa differenza è spiegabile con il fatto che in Italia il modello dominante di convivenza è quello prematrimoniale, la convivenza è vissuta in primo luogo
come periodo di prova dell’unione piuttosto che come forma alternativa al matrimonio. Queste persone sono più del Centro Nord, separati e divorziati, occupati di status
sociale più elevato. A conferma di quanto si diceva del modello prevalente in Italia di convivenza, la maggioranza delle persone che hanno convissuto hanno poi trasformato
la convivenza in matrimonio (53,7%). Il 23% ha convissuto in passato e poi non si è sposato. Il 22,6% sta convivendo attualmente e il 6,6% sta convivendo come pendolare
della famiglia. La combinazione dei diversi tipi di esperienza di convivenza è molto diversa tra zone del Paese: in Emilia Romagna per esempio il peso delle convivenze
attuali (33%) è molto più alto e più basso quello delle prematrimoniali (48%). In Sicilia il modello delle convivenze prematrimoniali è invece assolutamente dominante
(77,5%) e raccoglie al suo interno una componente di fuitine, più diffuse nel passato, ma presenti anche adesso e utilizzate per evitare il fasto delle nozze. Lo sviluppo della
convivenza prematrimoniale negli ultimi anni denota un nuovo modo di rapportarsi anche all’unione matrimoniale: negli anni ‘70 e nella prima metà degli anni ‘80 i
matrimoni preceduti da convivenza erano il 4%, nelle coorti degli anni ‘90 sono triplicati e hanno raggiunto il 12%, con punte del 16% nel Centro Nord.
Cambiano le famiglie, cambia il tessuto relazionale tra le generazioni
In quest’ultimo scorcio di secolo i modi di costituire e di vivere la famiglia sono profondamente cambiati. Le fasi del ciclo di vita familiare nella loro scansione temporale sono
state ridisegnate, ne sono mutate le caratteristiche. L’evoluzione delle diverse componenti della dinamica demografica ha avuto per effetto una semplificazione delle forme
familiari con una riduzione della compresenza di generazioni al suo interno. In Italia nel corso degli ultimi dieci anni le famiglie con più generazioni al loro interno hanno
registrato una continua diminuzione. Sono aumentate al contempo le famiglie con una sola generazione passate dal 38,4% al 42,4%. Nel contempo la sempre più lunga
durata della vita ha reso possibile la sovrapposizione di generazioni sempre più distanti tra loro con una modificazione dei ruoli rivestiti da ciascuno dei componenti. Le
generazioni più anziane che hanno avuto figli in età relativamente giovani, si trovano a rivestire il ruolo di genitori anche oltre l’uscita dei figli dalla famiglia, per durate
impensabili fino a qualche decennio fa. Si tratta di un’esperienza che a meno di imprevedibili cambiamenti nell’intensità e nella cadenza della fecondità, non si riproporrà
per le generazioni attuali che posticipano la nascita del primo figlio. Le trasformazioni della famiglia sì intrecciano dunque, con altrettanto importanti modificazioni del
tessuto relazionale tra le diverse generazioni.
Il fatto che le coppie italiane abbiano meno figli ma non rinuncino alla procreazione fa comprendere quanto sia elevato il valore dei figli. Il 52,5% dei bambini da O a 13 anni
ha un solo fratello, il 26,7% è figlio unico, il 16,2% ha due fratelli e solo il 4,4% ha tre fratelli o più. Del resto la consapevolezza che i contesti di socializzazione dei bambini
diventino sempre più rarefatti spinge i genitori a predisporre opportunità di relazioni al di fuori delle mura domestiche. I figli unici frequentano più spesso i coetanei,
vengono iscritti in misura maggiore all’asilo nido e frequentano di più corsi extrascolastici.
La madre continua ad essere la principale protagonista della vita dei bambini. Tuttavia iniziali ma precisi segnali mostrano una progressiva ridefinizione dell’identità paterna.
Più partecipi nel lavoro di cura dei bimbi piccoli, più disponibili al gioco i giovani padri dedicano ancora molto meno tempo delle giovani madri al lavoro di cura, ma ne sono
sicuramente più coinvolti di prima e in modo diverso dal passato. D’altro canto il rapporto dei padri con i figli assume anche connotazioni di vulnerabilità. In occasione di
eventi critici come lo scioglimento coniugale, la consuetudine dell’affidamento dei minori alla madre rende faticoso per i padri coltivare a distanza il rapporto con i loro figli:
un dato particolarmente preoccupante riguarda il 25,7% dei padri separati che vede i figli soltanto qualche volta l’anno.
I rapporti tra figli e genitori sono diventati meno gerarchici e il ruolo che questi ultimi rivestivano
all’interno della famiglia, in termini di autorità e di vincolo alle scelte dei
figli, si è ridimensionato. Perciò la ormai lunga permanenza dei figli in famiglia quasi mai è percepita da questi come un peso o una
limitazione della libertà individuale.
L’affrancamento dall’autorità dei genitori e la conquista di autonomia non presuppongono l’uscita di casa come avveniva in passato, ma si realizzano, con poche tensioni,
anche rimanendo in famiglia. I problemi legati alla difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro non giustificano completamente la consistenza e la trasversalità del
fenomeno in tutto il Paese. In un contesto in cui prevale una quasi assenza di conflitti, i giovani non trovano motivi sufficienti per spingersi fuori dalla famiglia e tanto meno
per trasferirsi lontano alla ricerca di un lavoro. La qualità della vita raggiunta nella casa dei genitori, sia a livelli elevati come nel Nord, sia a livelli più bassi come nel
Mezzogiorno, deve essere garantita al di fuori almeno nella stessa misura per giustificare l’uscita dalla famiglia e l’assunzione delle responsabilità della vita indipendente.
Una volta allentate le tensioni e trasformato in senso più paritario il rapporto tra le generazioni, la permanenza in famiglia è andata affermandosi tra i giovani come una
scelta per consentire obiettivi più alti di formazione e sicurezza economica. ‘Sto bene così mantengo comunque la mia autonomia’ è la risposta del 47% dei giovani che
vivono ancora in famiglia.
Se il giovane dilata la durata della sua giovinezza, ritardando l’uscita dalla famiglia, gli stessi genitori che in parte temono la perdita affettiva derivante dall’allontanamento
dei figli, si trovano così a ritardare il proprio ingresso nella fase anziana della vita Anche quando i figli costituiscono una loro famiglia nonostante la coabitazione con i
genitori dopo le nozze si sia ridotta a livelli minimi, si manifesta la tendenza a mantenere la prossimità geografica. L’attuale popolazione anziana ha dichiarato di aver
convissuto con i propri genitori al momento delle nozze in più del 50% dei casi nel Nord Est del Paese e nel Centro, contro il 21,8% del Sud dove questa tradizione era
assolutamente minoritaria. Oggi il 51% delle coppie che si sono sposate dal 1986 al 1998 vive entro un chilometro dalla casa dei genitori di lui o di lei e solo il 10,9% vive in
casa di un genitore. In particolare il 32,5% dalla casa dei genitori di lui e il 34,2% dalla casa dei genitori di lei. Si conferma quindi la convergenza verso un modello
residenziale che privilegia situazioni di ‘autonomia nella vicinanza’.
I legami tra genitori e figli risultano molto stretti quando i genitori sono anziani. Il 65% li vedono più di una volta a settimana e ciò è garantito da un’elevata interazione nei
momenti di difficoltà legati alla salute. E’ questo uno degli aspetti che spiega il minor tasso di istituzionalizzazione delle persone anziane in Italia e il fatto che gran parte
degli istituzionalizzati sono persone che non hanno figli o parenti in vita. La famiglia è dunque un punto di riferimento fondamentale durante il corso della vita e i legami con
la famiglia di origine si mantengono stretti anche quando le distanze si fanno grandi. Il sostegno tra le generazioni rappresenta dunque una risorsa fondamentale per gli
individui anche nella fase conclusiva della vita attraverso lo sviluppo del modello di intimità a distanza: si mantiene cioè la propria autonomia abitativa nella maggior parte
dei casi, pur garantendo intensi rapporti e relazioni tra genitori e figli.
La ristrutturazione delle reti di aiuto informale
Ma se questa è la situazione è possibile affermare che nulla è cambiato nello stato delle reti di aiuto informali? Sono solide oggi come lo erano in passato? Nel nostro paese
le reti di aiuto informale hanno giocato, tradizionalmente, un ruolo di grande rilevanza per ampiezza e tipologia dei flussi di aiuto erogati a sostegno degli individui. Per
decenni, il modello di welfare italiano si è basato sulla disponibilità della famiglia a sostenere al suo interno i soggetti vulnerabili (anziani, disoccupati, disabili, ecc.) e
sull’esistenza di una fitta rete di relazioni tra famiglie. Tuttavia, le trasformazioni che hanno modificato i tratti della famiglia italiana e la società nel suo complesso si
riflettono anche sulle reti di solidarietà, trasformandone la composizione, le caratteristiche e la direzione dei flussi di aiuto.
Gli assi portanti di queste modificazioni riguardano, da un lato, il crescente inserimento della donna nel mercato del lavoro e, dall’altro, l’aumento della speranza di vita e
l’invecchiamento della popolazione. Il primo elemento ha modificato profondamente le oggettive possibilità che ha la donna nelle classi di età centrali (tradizionalmente il
care giver per eccellenza) di impegnarsi nel lavoro) di cura. Il secondo, oltre a sconvolgere tutti gli equilibri tra le generazioni, ha comportato un aumento significativo delle
persone in età molto avanzata, con conseguenti problemi di non autosufficienza, ma al tempo stesso un
miglioramento delle condizioni di salute degli anziani "più giovani".
Le trasformazioni demografiche e quelle legate al mercato del lavoro sono alla base della ristrutturazione in atto nelle reti di aiuto informale.
Nel corso degli ultimi 15 anni, a fronte di tutte queste trasformazioni e della crescita di nuovi bisogni, la rete di aiuto informale si è profondamente ristrutturata. E’
aumentata la popolazione che dà aiuto e sono aumentate le famiglie coinvolte attivamente nella rete di supporto. Rispetto al 1983, i
care giver sono passati dal 20,8% al
23,2%, ma nonostante l’aumento dei soggetti erogatori di aiuto, si assiste alla diminuzione delle famiglie beneficiarie di tale sostegno. In questo stesso arco di tempo,
infatti, le famiglie che ricevono aiuti sono passate dal 23,3% al 15%. Sono soprattutto le donne ad assumere la funzione di cura indipendentemente dalla classe sociale e
dal contesto territoriale di appartenenza. In complesso è, infatti, un quarto delle donne, contro un quinto degli uomini a rivestire il ruolo di
care giver, e all’impegno
femminile competono più dei due terzi del totale delle ore di aiuto prestate.
Oltre ad essere coinvolte nelle reti informali in percentuali più elevate, le donne si distribuiscono su una maggiore varietà di tipologie di aiuto (1,7 contro 1,5) e dedicano alle
attività di supporto quote più rilevanti del loro tempo: in media, impegnano negli aiuti 12 ore al mese, mentre gli uomini arrivano solo a 8. Per entrambi i sessi la
propensione più elevata a svolgere il ruolo di care giver si registra tra i 55 e i 64 anni, fascia di età in cui un quarto degli uomini e un terzo delle donne risulta aver fornito
almeno un aiuto. La diminuzione delle famiglie beneficiarie di aiuti ha riguardato soprattutto le famiglie di anziani, mentre gli sforzi si sono indirizzati di più verso le coppie
con donne lavoratrici e figli piccoli, passate dal quinto posto nella graduatoria delle famiglie aiutate nel 1983 al primo posto nel 1998. D’ altro canto il processo di
invecchiamento della popolazione più che comportare un aumento dei bisogni di aiuto e assistenza di tutta la popolazione anziana, evidenzia un cambiamento della natura
degli stessi. Le condizioni di salute della popolazione anziana sono infatti, complessivamente migliorate rispetto al passato. In soli 6 anni, dal 1993 al 1999, la quota di
individui con almeno 65 anni che è affetta da più di una malattia cronica
diminuisce di 5 punti percentuali (dal 57,6% al 52,7%). La percentuale di anziani che valutano
buone le proprie condizioni di salute passa dal 31,5% al 37,9%, con un aumento ancora più importante nella fascia di età dai 65 ai 74 anni (8 punti percentuali). La disabilità
aumenta solo tra gli ultraottantenni Crescono dunque i bisogni dei segmenti di popolazione più anziana ma diminuiscono quelli dei più giovani, che essendo in migliori
condizioni di salute svolgono di più il ruolo di care giver.
In sintesi, la diminuzione delle famiglie di anziani aiutate è avvenuta per vari ordini di motivi. Sono migliorate le condizioni di salute degli anziani. Nell’ambito della stessa
rete di sostegno potenziale, i bisogni degli individui più anziani si trovano spesso a "competere" con le crescenti necessità di cura delle famiglie con figli piccoli e, in
particolare, di quelle con madri lavoratrici. Le famiglie che si trovano nell’ultima fase del ciclo di vita sono anche quelle che dispongono di una rete di sostegno mediamente
più vecchia e, quindi, con livelli minori di capacità di aiuto. Inoltre, il ricorso a servizi pubblici e,
soprattutto, privati si è andato parzialmente sostituendo alla rete di sostegno
informale per far fronte ai bisogni degli anziani. Dunque, meno anziani tra le famiglie aiutate e più anziani tra i
care giver. Nonostante le reti di solidarietà si presentino
ancora ampie e variegate, dunque, cominciano a manifestarsi segnali di profonda ristrutturazione interna che vanno attentamente valutati. Per far fronte alle necessità dei
soggetti bisognosi di aiuto, vengono messe in atto strategie differenti:
- la condivisione dei carichi di lavoro tra un numero di individui e di famiglie complessivamente più elevato e più spesso reclutate tra gli amici e il vicinato;
- un processo di selezione dei destinatari a favore di quelli che hanno maggior bisogno di aiuto;
- un impegno più rilevante dei care giver a favore delle famiglie con figli piccoli;
- un processo di sostituzione di almeno una parte dell’aiuto fornito dalla rete informale con i servizi erogati da altri soggetti soprattutto privati.
Non è possibile quantificare quanta parte della ristrutturazione della rete derivi da mutamenti nei bisogni e quanta da difficoltà a farvi fronte da parte delle famiglie. Certo è
che ciò apre un terreno importante di riflessione per capire come possano essere più appropriatamente indirizzate le politiche sociali nel nostro Paese.
Alessandro Castegnaro
Fondazione Zancan
Di solito dalla Fondazione Zancan, occupandosi di politiche sociali, soprattutto nel campo
dell’emarginazione, ci si attende che affronti le problematiche specifiche delle
famiglie povere, delle famiglie in condizioni di marginalità sociale; questo era il senso a cui avevo attribuito inizialmente a questa chiamata. Poi, ricevuto il volume con la
sintesi dei lavori fatti dal Cisf e avendo avuto spesso occasione di occuparmi di famiglia, ho pensato di lasciare a due ultime considerazioni questo specifico angolo visuale e
di dialogare più direttamente con il lavoro che mi è stato proposto. Questo perché in effetti, quello che a me colpisce da parecchi anni, occupandomi di famiglia, è lo scarto
che in qualche modo vedo fra la dimensione dell’indagine sulle famiglie, gli elementi di riflessione che emergono dalle evidenze statistiche come quelle che ci sono state
appena proposte, e poi le letture che vengono fatte di queste evidenze empiriche. Quindi io vorrei innanzitutto dire qualcosa sulla "lettura", più che sulle
evidenze stesse che
si fa, e poi suggerire un angolo visuale di lettura di alcuni problemi, già emersi negli interventi precedenti, un po’ diversa da quella usuale, a partire dall’idea che molte cose,
che possono apparire in sé positive, possono in realtà condurre a risultati non positivi in un contesto mutato.
Quali interpretazioni dei cambiamenti della famiglia in Italia
Da circa venti anni, con diverso impegno, seguo queste analisi e letture che vengono fatte della famiglia. Mi pare di poter dire che c’è stato un periodo iniziale, negli anni
’80, in cui, a partire da posizioni peraltro molto lontane, c’è stata quella che a me è sembrata una convergenza crescente nelle letture che venivano fatte della famiglia
italiana. C’è stata una rinascita di interesse per gli studi sulla famiglia; peraltro lo
stesso mondo cattolico aveva fino ad allora ritenuto una famiglia come una realtà data per
scontata, quindi non c’era molto lavoro in questa direzione. Questa convergenza crescente partiva da una ritrovata nozione di centralità e importanza della famiglia; molti
studi, anche fatti in altri ambienti (mercato del lavoro, bilanci tempo, le analisi preoccupate fatte dai demografi) evidenziavano come non si potesse prescindere da questa
centralità/importanza della famiglia se si voleva interpretare la società italiana.
C’è stata poi una successiva fase di divergenza, che si è manifestata più chiaramente negli Anni
’90. Questa divergenza ha coinvolto la concettualizzazione della famiglia e
l’analisi dell’evoluzione delle forme familiari (anche altre cose, ma soprattutto questi due aspetti). Nella concettualizzazione della famiglia – in modo semplificato, per
la
necessità di sintesi – abbiamo visto da un lato chi sostiene che la famiglia esiste in quanto tale, dall’altro chi più radicalmente si contrappone sostenendo quasi che la
famiglia non esiste, ma esistono invece gli individui che la compongono, quindi con una sottovalutazione degli aspetti
istituzionali da parte di questi ultimi, e una forte
sottolineatura degli aspetti definitori da parte dei primi; si è aperta, in altre parole, la fase della discussione su che cos’è famiglia.
Questa divergenza ha coinvolto anche l’analisi dell’evoluzione delle forme familiari; la famiglia per alcuni era importante, questo ormai si ammetteva, ma non se ne poteva
più parlare al singolare. Siamo quasi in una situazione in cui, se si usa la parola
famiglia si rientra in un certo contesto culturale, se si usa la parola
famiglie si viene
identificati come appartenenti a un altro contesto culturale, cosa che in genere cerco di evitare usando contemporaneamente la parola famiglia e famiglie nello stesso
tempo. La famiglia, in questa fase, era considerata importante ma non se ne poteva più parlare al singolare; in un certo senso se ne poteva parlare "finalmente" in termini
positivi, non ideologici, proprio perché essa veniva dissolta come oggetto dotato di caratteri specifici; essendoci tanti tipi di famiglia e tanti tipi di convivenze perché parlare
ancora di famiglia in fondo al singolare? Tutto era famiglia e quindi in un certo senso niente più era famiglia: Gli Anni ’90 hanno dovuto quindi rifare i conti con la questione
dei confini, questione che non è per niente risolta e che anzi si dubita sia facile da risolvere, considerati gli
orientamenti di carattere pluralistico che intervengono nel
dibattito.
Questa lettura pluralistica della famiglia ha portato ad affermarsi una immagine della realtà della famiglia italiana che a me spesso è sembrato abbiano poco a che fare con
le sue trasformazioni reali. Si sono offerti parecchi spunti di riflessione anche nel dibattito precedente: per esempio, quando parliamo di
single, quando parliamo di famiglie ricostituite, quando parliamo di
convivenza, l’enfasi che viene data su questi aspetti è molto spesso eccessiva. I
Rapporti del Cisf, da questo punto di vista, hanno dato un
valido contributo nel sottolineare tendenze e controtendenze che le immagini prevalenti finivano per trascurare o per sottovalutare. Sottolineo alcuni aspetti che condivido.
Vecchie e nuove forme familiari, tra stabilità e innovazione
Innanzitutto le trasformazioni nelle forme sono state, a mio avviso, meno forti di quanto non si voglia far credere; quando dico non si voglia far credere mi riferisco più al
dibattito culturale che alle analisi che vengono fatte dagli studiosi, che invece rilevano sistematicamente come tutto sommato i cambiamenti in Italia avvengano, ma si
verifichino con ritmi particolari, a volte molto lenti. Si potrebbe dire che la pluralizzazione delle forme che c’è stata è assai più il derivato dell’invecchiamento della struttura
della popolazione che non dell’innovazione delle forme di convivenza che ci sono, ma che non hanno questa dimensione. I
single per esempio, citatissimi, riviste escono
dedicate ai single, sono nelle fasce di età che contano, periodo 30-40 anni, in cui uno mette su famiglia o non lo fa più, sono un numero tutto sommato ancora limitato,
concentrato soprattutto in alcune aree del centro nord; ci sono zone del Paese (ho appena terminato di studiarne una nel Trentino) in cui la forte presenza di maschi single
nelle classiche età centrali è più un derivato della disgregazione della società che non comportamento di soggetti che rifiutano il matrimonio e poi la formazione di una
nuova famiglia. Spesso ho l’impressione che per spiegare l’enfasi con cui si è parlato di queste cose nel nostro Paese, bisognerebbe muovere considerazioni di sociologia
della conoscenza più che le statistiche che ci sono offerte; in altri termini, in alcuni ambienti (i giornalisti e alcuni settori del parlamento, per esempio) queste forme familiari
sono largamente diffuse ed essendo poi scarsamente accettate, in realtà, nel contesto culturale, il poter dire che sono largamente diffuse, è anche un modo per sentirsi
accettati.
La permanenza della famiglia
La seconda considerazione che mi pare di avere rintracciato nei lavori del Cisf e che mi ritrova d’accordo è il non dare per scontato che le tendenze affermatesi in altri
Paesi, soprattutto nell’area anglo-americana, si affermino anche da noi negli stessi termini, anche se qui ovviamente si tratta di una scommessa sul futuro e i pessimisti e gli
ottimisti avranno da discutere ancora parecchio su questo punto. Quando si studia la famiglia italiana si rimane ancora molto impressionati dalle permanenze; la diffusione
delle famiglie estese e modificate, di questa forma di convivenza di intimità a distanza conferma il
carattere ancora molto tradizionale di rapporti di parentela e tutto
sommato il loro peso lo rileva anche Micheli, nel volume "La famiglia
italiana", con questa formula della famiglia ceppo, a cui attribuisce molta rilevanza secondo me,
abbastanza giustamente.
Mi pare cioè che esista ancora una pluralità di percorsi evolutivi della famiglia in aree geografiche diverse, da diversi punti di vista: l’importanza assegnata ai legami
familiari nel definire le scelte di vita, il grado di deistituzionalizzazione con cui la famiglia viene vista, il valore assegnato alla famiglia stessa, il modo con cui viene vissuto lo
scioglimento del vincolo coniugale; in Italia siamo ancora, credo, abbastanza lontani dall’accettazione "serena" dello scioglimento del vincolo come in altri contesti culturali.
Le funzioni assunte dalla famiglia (e questo è un altro elemento di concordanza), lungi dall’attenuarsi, rimangono di rilievo assoluto, se non altro perché è molto difficile
vivere, anche nella società attuale, senza una protezione familiare, perché l’accesso al welfare è mediato dalla famiglia, perché la crisi del welfare o comunque il ritrarsi del
welfare renderà più necessario avere queste forme di sostegno, perché molti studi hanno illustrato come vi fossero aspetti oscuri nella lettura che veniva fatta della famiglia
una volta, e quindi ha ragione Donati a dire che forse questa idea che la famiglia perdesse funzioni è stato uno dei più grandi abbagli della sociologia della famiglia in questi
anni.
Quale rilettura critica dell’evoluzione della famiglia?
Vorrei però anche rilevare alcuni aspetti che io trovo problematici, nella lettura della famiglia; mi sembra infatti che si dovrebbe scavare di più di quanto fatto finora nelle
specificità della famiglia italiana o, se vogliamo, anche mediterranea, e indagare meglio quei problemi che derivano non solo dalla
trasformazione in atto dei modelli e negli
stili di vita familiare o dalla carenza di politica a sostegno della famiglia, ma dalle permanenze stesse; spesso, leggendo, ho avuto l’impressione che le innovazioni, che pure
si producono, e nel campo delle relazioni familiari sono molto rilevanti, fossero in prevalenza vissute in modo un po’ ambiguo; ci sono degli aspetti positivi, la relazionalità
che avanza, etc, ma in prevalenza fossero vissute come minacce a una situazione della famiglia peraltro descritta come tutto sommato positiva, che c’era e che in parte c’è
ancora. A me sembra che occorrerebbe assumere un atteggiamento più critico, anche nei confronti della
"famiglia di una volta", o anche della famiglia che c’è stata fino a
qualche tempo fa e che in parte c’è ancora, rilevando meglio come una serie di aspetti, che in altri
momenti potevano produrre effetti globalmente positivi, possano nel
mutato contesto produrre invece effetti problematici, rilevando come certi problemi di funzionamento possano essere il prodotto di fatti che per altri versi possiamo
considerare positivamente.
Responsabilità familiari e sovraccarico di responsabilità
Per esempio, il fatto che la scelta coniugale in Italia sia un valore culturale accettato, largamente
accettato, tanto è vero che sostanzialmente si esce dalla famiglia solo in
presenza del matrimonio, salvo recentissimi cambiamenti ancora minoritari, che venivano citati poc’anzi, e il fatto che la dissoluzione del vincolo sia vissuta ancora dalla
grande prevalenza delle persone come sostanzialmente un fallimento, è un fatto che molti di noi possono valutare positivamente, e tuttavia è anche una delle spiegazioni del
ritardo nelle scelte coniugali, per l’ansia che queste comportano in un contesto di incertezza, perché non siamo più all’oscuro di quello che potrà succedere dopo, e allora
aspettiamo a fare queste scelte quando siamo del tutto sicuri, per esempio quando abbiamo risolto tutti i problemi di ordine pratico, la stabilizzazione professionale, la casa
di proprietà ben arredata, un certo livello di vita. Questi elementi si possono verificare anche facendo un corso di formazione, come è successo a me, a un gruppo di giovani
di un movimento ecclesiale, che ad un certo punto hanno esternato questa loro situazione di disagio, di preoccupazione rispetto al futuro familiare.
Oltre le richieste alla politica, il compito della responsabilità pubblica
Mi è sembrato poi che si finisca in alcuni casi per dare troppo peso alla contrapposizione fra famiglia e politica, nei limiti che le famiglie manifestano venga attribuito ad
altri; anche io ho scritto tantissimo (anche se poi ho smesso, un po’ stanco di questo tema) sulla questione delle politiche familiari, ma ho avuto l’impressione che venga
attribuito troppo peso alla politica nel suo non essere stata per la famiglia, in termini di policies o in termini etici. Si tende a ridimensionare l’importanza della politica un po’
in tutti i settori; non vorrei che questo fosse l’ultimo ambito in cui tutto sembra in qualche modo riconducibile alle carenze delle politiche; se la politica è stata di un certo
tipo, se cioè sono mancate politiche di sostegno, anche questo va spiegato e le spiegazioni possono essere sia di tipo interno alla sfera politica (la
contrapposizione di
alcuni, l’ideologismo di tutti credo), ma anche all’esterno, nel tipo di cultura che le famiglie stesse esprimono. In sostanza, per capirci, penso che andrebbe messo a tema
più chiaramente la questione del familismo come tratto caratteristico della famiglia italiana, questione che pure traspare da alcuni scritti, anche del
Cisf, che alcuni
demografi hanno sollevato recentemente, che a me sembra particolarmente interessante. Intendo qui familismo come quell’orientamento culturale che antepone
eccessivamente gli interessi e le esigenze dell’aggregato familiare, preso nel suo insieme, alle esigenze della comunità, ma anche alle scelte personali (vi chiedo di
sottolineare quell’eccessivamente). Si parla spesso di individualismo, la famiglia sarebbe colpita dall’individualismo, gli stessi vescovi nel documento di Palermo fanno
riferimento a questo. Ma c’è una forma che non so se possa essere detta di individualismo, probabilmente è una forma molecolare di individualismo che è il
familismo, a cui
si associa una tendenza al privatismo, che non è secondo me una novità della famiglia attuale, ma che nel nostro paese ha profonde radici storiche. A me sembra che i
paesi coerentemente individualisti, che ci possono per altri versi piacere meno, siano caratterizzati, se si fanno un po’ di conti, da una fecondità più alta di quelli
coerentemente familisti. Cioè non è vero che quanto più i legami familiari vengono allentati, tanto più il tasso di fecondità diminuisce, ci sono situazioni di legami familiari più
attenuati di quelli che abbiamo noi qui in Italia, e abbiamo tassi di natalità più alti. Quindi potremmo dire che si possono avere legami familiari molto forti, come nel caso
italiano, ed avere bassi tassi di fecondità e qualcuno suppone che ci possa essere una relazione tra le due cose.
Reti solidali parentali e allargate: il difficile ampliamento
Un altro fattore rilevante è la presenza di uno scarso aiuto
extraparentale; per aiuto extraparentale intendo un aiuto di tipo comunitario, ma anche quello che ci possono
dare i servizi pubblici; anche lo scarso aiuto extraparentale può avere questa radice di tipo
familistico, perché si presuppone, la famiglia stessa presuppone e vive con sensi
di colpa il proprio non farcela, e che la famiglia si debba arrangiare; questa secondo me è l’origine storica della mancanza di politiche familiari in Italia, perché all’inizio, se
negli anni ’50 qualcuno avesse parlato di politiche familiari ci sarebbe stata una sollevazione rispetto a questo. Le politiche erano per la famiglia che non ce la faceva da
sola, o meglio per la "non famiglia", per quelli che erano privi della famiglia, non per quelli che avevano una famiglia. La limitatezza delle risorse relazionali extraparentali
che caratterizzano il nostro paese a me sembra solo riconducibile al fatto che esiste un principio di organizzazione sociale molto radicato e diffuso nel nostro paese per cui i
disagi che coinvolgono la famiglia, i problemi educativi, l’assistenza ecc., sono un attributo della sfera parentale e solo della sfera
parentale; nessuno si sente in dovere di
aiutare se non fa parte della rete parentale, la sfera amicale, che pure potrebbe porsi come integrazione, si attiva, o almeno mi sembra che le ricerche dicano questo, nel
momento in cui c’è da gestire il tempo libero, più che da gestire i problemi della famiglia. Quando l’aiuto è di natura comunitaria, questo per manifestarsi mi sembra abbia
bisogno di motivazioni aggiuntive; ecco allora che si attiva il volontariato nel campo degli handicap, e più recentemente nel campo degli anziani, ma, viceversa, un
volontariato che si orienta poco verso le giovani generazioni, che ritiene cioè che insomma se una famiglia ha semplicemente dei figli, dovrebbe in qualche modo farcela.
L’idea di fondo è che in sostanza la collettività si senta tenuta ad intervenire nelle situazioni in cui non c’è una "normalità del disagio familiare" o del bisogno familiare, ma
c’è una situazione di particolare disagio.
Familismo iperprotettivo ed emancipazione delle nuove generazioni
Lo stesso problema del ritardo nel passaggio alla vita adulta (che io propendo a ritenere patologico e forse anche in questo mi distinguo da altri interventi) mi pare
riconducibile anche al fatto che, fra le tante cose, la famiglia, in questo caso la coppia coniugale con prole in età da marito, sembra caratterizzata da un orientamento che
non considera come proprio compito fondamentale l’autonomizzazione dei figli dal nucleo originario. L’uscita di casa dei propri figli adulti viene vissuta ancora, nella
maggioranza dei casi, come perdita, della quale alla fine ci si convince solo se si manifesta la determinazione a sposarsi. Direi di più, direi che c’è un intero modello di
organizzazione sociale che è basata su un concetto familistico di passaggio alla vita adulta: il servizio militare (che adesso verrà abrogato) è stato avvicinato a casa, le
università sono state diffuse sul territorio in modo che i ragazzi possano studiare senza allentare il vincolo con la famiglia, i punteggi per l’assegnazione degli alloggi tengono
conto del giovane adulto presente in famiglia; anche la legislazione tutela secondo me troppo il giovane adulto convivente con i genitori d’origine. Questo ha determinato
quella che alcuni, in forma poco scientifica, chiamano "la via italiana alla convivenza", cioè il moltiplicarsi di forme poco visibili di convivenza fra giovani che in altri tempi si
sarebbero detti fidanzati, nei fine settimana, nel corso delle ferie ecc., e questo per gli adulti è un segno positivo del fatto che in Italia il matrimonio ha ancora
un’importanza culturale fondamentale ecc. Viceversa la convivenza propriamente detta implica almeno una forma di assunzione di responsabilità pubblica, non
necessariamente certificata, ma almeno esplicitata. Mentre queste forme diciamo "occulte" sono forme tutto sommato poco chiare, che allungano ulteriormente i tempi
dell’uscita dalla famiglia di origine.
La stessa questione della spesa pubblica ha un rilievo di questo genere; la spesa pensionistica è molto alta anche perché consente trasferimenti di risorse intergenerazionali
per via privata (intrafamiliare), caricando dal punto di vista assistenziale le età centrali, e però viceversa non consentendo uno sviluppo adeguato di servizi rivolti alla terza
età o meglio alla quarta età. Permane il concetto che a prendersi cura degli anziani debbano essere comunque e sempre i figli, senza tenere conto dei cambiamenti
avvenuti; per questo è molto interessante quando diceva Linda Sabbadini, questa evoluzione in corso nei rapporti di scambio fra famiglie. Quello che a me sembra essere
l’effetto di tutta questa situazione, è l’emergere di un carico gravante sulle età centrali, che è davvero straordinario nel nostro paese, e che ha secondo me l’effetto anche di
rendere poco attraente il passaggio alla vita adulta, oltre che disincentivare la natalità: perché i giovani dovrebbero desiderare diventare adulti se devono diventare come
noi, cioè stressati come sono oggi le generazioni centrali?, basterebbe un approccio di tipo razionalistico o razionale, di "agire razionale rispetto allo scopo", nello spiegare il
ritardo del passaggio alla vita adulta, perché in un contesto di questo genere si sta molto meglio a casa che mettendo su casa propria. Del resto è evidente il
"peggioramento delle condizioni di vita" (credo che andrebbe indagato e quantificato) sperimentato a un certo punto della vita, quando si mette su famiglia e nasce il primo
figlio. Il cambiamento è così drastico che è difficile che non lo si voglia rimandare; in sostanza, nessuno più ti caccia fuori a pedate, come nelle vecchie famiglie patriarcali,
anzi la famiglia si adatta.
Adattamento: risorsa o problema?
Un altro aspetto problematico da sottolineare è la grande capacità di adattarsi delle famiglie italiane; ma questa capacità di adattarsi è stato anche uno dei motivi per cui i
figli non hanno più desiderato uscire di casa, non hanno più pensato all’età adulta come l’età della liberazione, anzi, l’età adulta è l’età della costrizione per definizione. L’età
della liberazione si ha prima, quando si è giovani, culturalmente centrali perché tutta la cultura è
giovanilistica, e poi dopo, quando si è nella terza età e finalmente non si
avranno più né i figli a carico né il lavoro da svolgere.
Aggiungerei un ultimo aspetto, sempre di sopravvivenza di aspetti tradizionali che generano effetti
perversi; se tutto cambia, se la famiglia ormai ha doppia carriera,
occorre interrogarsi sul fatto che è vero che le ricerche negli ultimi anni dicono che c’è una maggior disponibilità maschile a prendersi in carico i lavori domestici, ma dicono
anche che questa tendenza procede con una lentezza estrema nella situazione italiana, che i maschi tendono a prendersi in carico le funzioni più divertenti, l’attività di gioco
coi figli, ma non il "lavoro sporco" di casa. Emerge insomma il permanere di una situazione più
tradizionale di rapporto fra i generi, e la ripartizione del lavoro fra i generi
all’interno della famiglia rischia di essere un ulteriore elemento che deprime la capacità generativa della famiglia.
Piste di ricerca: la famiglia povera e il rapporto tra famiglie e servizi
Concludo proponendo due direzioni di approfondimento che hanno più a che fare con il lavoro della Fondazione
Zancan:
la prima direzione di approfondimento è quella degli studi sulla famiglia povera; in realtà quando noi abbiamo compiuto questo lavoro,
La rete spezzata (Feltrinelli, 2000),
che ha tentato di vedere, di ragionare proprio sull’emarginazione della povertà in termini familiari, ci siamo resi conto della pochezza delle cose che si sanno sulla famiglia
povera. Se volete c’è stato in questo caso un prevalere della statistica, ma per dire che in Italia si discute molto quando escono le statistiche sulla povertà e poi la cosa
finisce lì (con tutti i dubbi che ci sono rispetto all’effettiva capacità euristica di queste statistiche), mentre non si studiano i percorsi di impoverimento e i percorsi di
fuoriuscita dalle condizioni di povertà, c’è molto poco su questo. Non si studiano gli eventi e le modalità di trattamenti che le famiglie producono delle condizioni, degli eventi
rischiosi, tenuto anche presente che sempre più chiaramente emergono situazioni di disagio che poi possono produrre situazioni di povertà anche in famiglie
apparentemente "normali", famiglie che non sono in condizioni di emarginazione sociale, ma che, a seguito di certi disagi legati al funzionamento di una società anche ricca,
anche benestante e iperlavoratrice, possono entrare in situazioni di isolamento e poi di povertà. Il meccanismo di mediazione è lo stress, è il fatto che poi ad un certo punto
salta l’equilibrio tra sfide ambientali e risorse del sistema familiare.
La seconda direzione di approfondimento che mi permetterei di suggerire riguarda il rapporto
famiglia-servizi; in un modo anche abbastanza specifico, dopo tanto
discorrere si tratterebbe di capire quanto si è diffuso in Italia da parte dei servizi alla persona, la disponibilità e l’orientamento a tenere conto della dimensione familiare
nell’erogazione delle prestazioni, con l’ipotesi che forse non se n’è tenuto ancora molto conto, ma è una cosa che andrebbe verificata. Potrebbe essere interessante studiare
quei contesti in cui uno sforzo si è fatto, dato che sembra di capire, dai dati di ricerca, che in queste situazioni venga denunciata da parte dei servizi stessi una certa
difficoltà dovuta alla complessità della questione, poiché non è pensabile sostituire semplicemente l’utente famiglia all’utente individuo, ma si deve in
qualche modo (e mi
sembra ragionevole devo dire), tenere presente sia l’utente individuo sia l’utente famiglia. Questo nella situazione attuale dei servizi alla persona non è molto semplice,
pone problemi rilevanti; allora capire la natura di questi problemi, vedere in che misura viceversa sono stati ottenuti dei risultati interessanti, capire se in questa situazione i
servizi tengono conto del soggetto famiglia, e non solo dell’individuo, se della famiglia si tiene conto sempre in termini di un utente del servizio, o se viceversa la si pensa
più come un partner del servizio, e quindi una risorsa potenziale del servizio, ecco, questi mi sembrano temi interessanti che potrebbero essere oggetto di approfondimento.
Gabriella Calvi Parisetti
Eurisko
Concentrerò il mio intervento su un aspetto un po’ diverso, che è l’analisi di alcuni elementi della vita quotidiana, dai quali secondo me, ma è l’elemento che vorrei discutere
poi alla fine, emerge il fenomeno, ricordato anche dal prof. Melchiorre, della permanenza di una grande idea di famiglia;
magari le famiglie cambiano, diventano diverse
nella loro composizione, nei legami che le legano, ma se c’è qualcosa di forte in Italia è l’idea di famiglia. Svilupperò questo tema con un intervento non sistematico, ma a
partire da dati da quattro ricerche distinte di Eurisko, su campioni molto diversi l’uno dall’altro:
-
in parte ho preso dei dati da Sinottica, un’indagine semestrale sui valori, gli stili di vita e i consumi degli italiani;
-
in parte ho attinto ad un’indagine periodica sui bambini e sui modelli di consumo ed educativi delle famiglie dove ci sono bambini piccoli;
-
ho raccolto qualche informazione dall’indagine sul pianeta teen-agers, un’indagine biennale;
-
infine qualche notizia sulla famiglia come centrale economica (da "Multifinanziaria", indagine annuale), temi che come vedete sono già stati abbondantemente messi
sul tavolo, e che io riprendo cercando di dare una dimensione unitaria alle cose dette.
La centralità del valore famiglia
Innanzitutto vale la pena dei partire da un’evidenza, che l’Italia è un Paese di famiglie; i fenomeni di singleness sono fenomeni assolutamente marginali, molto legati a fatti
mediatici, cioè al fatto che è una figura che nell’immaginario giornalistico, nell’immaginario filmico è molto più interessante che la figura di una famiglia normale: allora
l’evento single, i consumi dei single, i modi di vita dei single, è diventato molto più importante come fenomeno mediatico che come fenomeno reale. Il 90% degli italiani
vive, a vario titolo, in una famiglia; chi non lo fa lo fa più spesso per motivi di necessità (sono prevalentemente anziani, soli, malati, che vivono ricoverati in comunità) che
non per scelta.

Fonte: Sinottica - Eurisko
Se chiediamo ad una persona di collocarsi nel suo ciclo di vita familiare o individuale, vediamo che su cento italiani sopra i quattordici anni (questo è l’universo della ricerca)
ventisette vivono con i genitori, quattro fanno parte di una coppia giovane senza figli, convivente o sposata regolarmente, sedici sono una coppia giovane con figli piccoli,
ventinove appartengono a una coppia con figli grandi, dodici sono una coppia matura senza figli (quindi coi figli probabilmente già usciti di casa), due vivono con un figlio o
una figlia, quindi sono la propaggine estrema della vita in cui non c’è più l’autosufficienza e si va a vivere nella casa dei figli. Quelli
"senza famiglia" sono nove, nove su
cento, quindi è un fenomeno che dal punto di vista della quantità e della qualità è un fenomeno assolutamente minoritario. Tra questi nove, come ho già ricordato, troviamo
una popolazione massimamente composita, perché ci sono i giovani che vivono spensieratamente, lavorando nei grandi centri del nord-est o del nord-ovest, e ci sono
purtroppo delle condizioni residuali marginali molto tristi e depresse.
LA VITA IN FAMIGLIA: ATTEGGIAMENTI E VALORI
Tra le cose che contano di più nella vita…….
| |
1997
% |
1998
% |
1999
% |
2000
% |
|
…Casa e famiglia |
60 |
58 |
56 |
58 |
|
…Stare col partner |
52 |
51 |
50 |
50 |
|
…Avere figli |
36 |
35 |
34 |
34 |
Risultano convinzioni stabili nel tempo e largamente condivise.
Se passiamo più a un giudizio di qualità o di merito del vivere della famiglia e del vivere in famiglia, vediamo che tutto considerato tra le cose che contano di più nella vita
per gli italiani, la casa e la famiglia occupano un posto di assoluto rispetto: il 60% nel ’97, che è diventato il 58% nel 2000. Quindi
sostanzialmente è un valore che tende a
restare costante, almeno in questi ultimi 4 anni analizzati, tra le cose che contano di più troviamo la casa e la famiglia, lo stare col partner (non meglio identificato, quindi
con famiglie probabilmente morfogeneticamente diverse da quella tradizionale), l’avere figli, che è un valore inferiore a quello della famiglia in senso più ampio e allargato,
però è comunque un valore che tende anche questo a restare stabile negli anni.
LA VITA IN FAMIGLIA: ATTEGGIAMENTI E VALORI
Tra gli aspetti più soddisfacenti della vita…
| |
1997
% |
1998
% |
1999
% |
2000
% |
|
… La famiglia |
50 |
49 |
49 |
49 |
|
… La vita affettiva |
37 |
36 |
36 |
35 |
|
… Il
matrimonio |
31 |
30 |
30 |
28 |
Sembrano prevalere rispetto alla soddisfazione per…
| |
1997
% |
1998
% |
1999 % |
2000
% |
|
… Le amicizie |
24 |
25 |
25 |
25 |
|
… La propria vita
nell’insieme |
23 |
24 |
23 |
22 |
Se poi chiediamo la qualità di questi valori (Quali sono gli aspetti più soddisfacenti della tua
vita?) cioè un giudizio di merito, vediamo che la propria famiglia, la propria vita
affettiva e lo stesso matrimonio, per quanto con percentuali di accordo molto più basse, tendono ad essere più soddisfacenti di altri tipi di relazioni, ad esempio delle proprie
amicizie. In altre parole il circuito secondario, esterno alla famiglia, genera meno soddisfazione che non i circuiti primari, quelli attorno al proprio focolare. Se vogliamo poi
trovare un benchmark di riferimento, vedete che "la mia vita nell’insieme", che è l’item finale, è
considerato soddisfacente in percentuale molto bassa; quindi se facciamo
una proporzione tra quanto gli italiani sono soddisfatti della famiglia e quanto della propria vita vediamo che c’è una bella differenza!
Ma stare in famiglia non è semplicemente un valore o un fatto, è anche un piacere (il mio passatempo preferito è stare con i miei familiari: 1997: 64%, 2000, 65%). Qui c’è
il 65% degli italiani, degli individui italiani che concorda con questa convinzione; il piacere di stare in famiglia è massimo presso gli anziani che vivono coi i figli, diventa del
92%, ma è molto forte anche nei cicli centrali per la vita di coppia dove diventa l’84%; è minimo invece per i giovani che vivono coi i genitori e per i single giovani che
esprimono il valore più basso rispetto al piacere di stare in famiglia, essendo d’accordo soltanto nel 22% dei casi.
Vedete che qui emerge una famiglia che non solo è
un’idea, un valore, un costrutto etico, un fatto comportamentale, ma è anche fonte di un benessere psicologico, di un benessere relazionale sul quale concordano non pochi
italiani.
Le coppie giovani con figli piccoli
Quando analizziamo i modelli educativi che le coppie con bambini in età scolare (fino a dieci anni) adottano nei confronti dei propri figli, l’insieme delle variabili analizzate,
l’insieme degli elementi tratti, è possibile tracciare i diversi atteggiamenti su una mappa caratterizzata da due assi fondamentali: il primo definisce ad un estremo la
sicurezza,all’altro l’incertezza nell’educare i propri bambini, il secondo la
incomunicabilità e il distacco o la comunicazione e vicinanza. I modelli educativi dei bambini si
collocano cioè in quattro quadranti, definiti con queste polarità: chi è molto sicuro di che cosa dare ai suoi figli, chi invece è incerto e insicuro, chi ha una buona empatia coi
propri bambini, è molto vicino, molto caldo, molto affettivo, chi invece è un genitore un po’ freddo e distaccato. Gli stili educativi che abbiamo trovato attraverso questa
ricerca si dislocano in questa mappa secondo diversi "stili": dell’autonomia,
dell’impotenza, dell’autorità, della ricerca di equilibrio e della presenza, secondo le combinazioni
dei diversi assi.
Dico subito che gli stili educativi più in difficoltà sono chiaramente quello che abbiamo chiamato
dell’impotenza, in cui ho questi bambini ma veramente non so da che parte
girarmi per tirarli grandi, perché non ho valori da tramandare, da comunicare e non trovo intorno a me dei rifornimenti valoriali, etici, o dei modelli di comportamento che
mi aiutano a crescere questi bambini. Questo è uno stile educativo che è portato dal 12% delle famiglie con bambini piccoli, caratterizzate anche da un livello culturale
basso, da condizioni socio-economiche piuttosto marginali, dove la crescita del bambino viene spesso vissuta come un compito al di sopra delle proprie possibilità. Un altro stile abbastanza critico, e lo dice il titolo stesso, lo abbiamo chiamato
"ricerca di equilibrio", che interessa una quota piuttosto rilevante degli intervistati, il 35% delle
famiglie con bambini piccoli, che mostra una oscillazione educativa, che cerca di costruire un modello educativo autonomo facendo riferimento sia ai modelli ereditati dal
passato che ai rifornimenti che possono venire dall’esterno.
Gli altri sono sostanzialmente invece dei modelli educativi molto evolutivi, a diverso titolo; lo stile
dell’autonomia è uno stile molto adultizzante, in cui il bambino viene
rifornito di tutte le dotazioni culturali possibili, per cui i genitori leggono con lui, guardano la televisione insieme, lo portano a visitare musei, gli parlano, ascoltano quello che
lui dice, ma con l’obiettivo di renderlo al più presto autonomo, cioè solo
"lo sbrigarsela da solo" (è l’item tipico) aiuta veramente un bambino a crescere; ha una dimensione
assolutamente minoritaria (13%); non c’è nella cultura italiana della famiglia quella di autonomizzare alla svelta i bambini, è presente però in alcune coppie giovani ed è un
modello educativo molto anglosassone, poco italico, perché è poco protettivo e poco
mammone.
Lo stile della presenza (25%) è invece uno stile tipicamente italiano, dove la mamma con la sua presenza costante, di fianco ai bambini, affiancandoli nella scuola,
nell’attività del tempo libero, accompagnandoli a destra e a manca vicaria in un certo senso una struttura educativa più di secondo livello; qui c’è una
mamma che si
propone, si configura nei confronti del bambino come agenzia educativa a tutto tondo,
anche per il solo fatto di stare vicino a lui tutto il tempo possibile.
Autorità (15%) è lo stile più tradizionalista, dove i genitori crescono i bambini così come sono stati loro stessi educati, quindi con una trasmissione quasi senza mediazioni
degli stessi principi magari di severità, di norme e di regole con cui sono stati educati loro stessi.
Questo campione interessa giovani famiglie, quindi coloro che hanno avuto il coraggio di fare il passo di uscita dalla propria famiglia di origine, che tende ad essere
dilazionato per la sua faticosità e l’implicito lavoro che comporta; troviamo qui famiglie che questo passo l’hanno fatto, coppie giovani che hanno deciso di avere dei
bambini; possiamo però vedere che quasi la metà di queste coppie, (la ricerca di equilibrio, l’impotenza) sono chiaramente in difficoltà sulla modalità di educare i propri
bambini. Gli altri fanno riferimento in parte a una cultura propria, in parte a culture ereditate dalle famiglie di origine,
senza successive e ulteriori mediazioni. Anticipo
subito, a questo proposito, che secondo me una direzione di studio, una direzione di analisi e approfondimento sarebbe proprio quella di entrare nelle famiglie
giovani, dove
ci sono dei bambini piccoli, per cercare di capire di quale supporto queste famiglie hanno
bisogno, e per cercare di arginare questo disagio educativo che buona parte delle
coppie giovani sta provando.
Certamente il trend degli stili educativi va nella direzione di una conquista di modelli educativi più stabili, più ricchi, più propositivi perché negli anni, rispetto al ’95 è
diminuito il gruppo dell’impotenza, che era il 23% è diventato il 12%, ma è aumentato il gruppo della
ricerca di equilibrio, cioè proprio queste famiglie un po’ affannate alla
ricerca di qualche strada educativa per i loro bambini. Si è incrementato il gruppo della presenza, dal 18% al 26, ma è leggermente declinato il gruppo dell’autonomia; lo
stile autoritario è stabile perché rappresenta quel nucleo soprattutto di giovani famiglie del sud, dove il modello paterno, diciamo, del nonno anzi, è tramandato senza tante
interpretazioni. L’impressione generale è che con l’aumento dell’istruzione e il passaggio a nuove generazioni di madri diminuisca la marginalità negli stili educativi, cioè
l’educazione tende a diventare un’educazione più consapevole; nel contempo però
aumenta la sensazione di confusione e la mancanza di punti di riferimento; quindi questo
è uno spaccato delle famiglie giovani che secondo me ci dovrebbe interessare dal punto di vista di una ricerca un po’ più in profondità sui bisogni di questo ciclo di vita
familiare.
Famiglie con adolescenti
Un’altra condizione familiare interessante è costituita dalle famiglie con figli adolescenti; potremmo considerarle, come in un film, lle stesse famiglie dei dati precedenti,
sette o otto anni dopo, con i figli che ora sono nelle scuole superiori (dagli 11 ai 24 anni, quindi troviamo anche degli adolescenti). Troviamo una situazione, vista con gli
occhi degli adolescenti, molto modificata; in primo luogo questi ragazzi nella maggior parte dei casi vivono con entrambi i genitori; il fenomeno della separazione del figlio
che vive con uno dei due genitori in questo campione è solo del 7% nei ragazzi fino a 13 anni; del 7% in quelli dai 14 ai 19, del 9% in quelli più grandi; il dato tende a
diventare fisiologico. Inoltre il padre quasi non esiste come convivente autonomo di eventuali famiglie separate (sempre con la madre, in caso di separazione); il convivere
con un’altra persona o il vivere da solo compare, con peso percentuale ridottissimo, solo dai 20 ai 24 anni. Quindi il fenomeno da segnalare è che in queste tre fasce di età i
ragazzi continuano a vivere con entrambi i genitori.
Con questi genitori il grado di accordo è quasi assolutamente idilliaco; sono molto d’accordo con la dottoressa
Collicelli, che spesso nelle ricerche ci vengono dati dei segnali
più di consenso, più compiacenti di quanto poi le cose non stiano realmente nella realtà di tutti i giorni, però le dimensioni di accordo sul fatto che vanno d’accordo con i
genitori, sono di tutta evidenza e sostanzialmente incontrovertibili (addirittura del
"molto d’accordo").
Ma in che modo vanno d’accordo? "nei momenti difficili posso sempre contare sui miei
genitori": questo è un item che viene condiviso tra il 90 e il 100% quindi è
assolutamente plebiscitario. "Mi piace molto stare in famiglia": ritorna questa dimensione del trovarsi bene, del trovarsi a proprio agio; poi lo
Iard, nell’ultima rilevazione sui
giovani, ci dice che in realtà nessuno si rifà la camera, nessuno aiuta a far da mangiare, nessuno fa la spesa, quindi credo bene che si trovano bene in famiglia!
"Mi piace
molto stare in famiglia", perché non hanno nessuna incombenza.
C’è la percezione di una certa pressione da parte dei genitori ("I miei genitori si aspettano molto da
me", poco più dell’80%), però sono anche "molto vicini e partecipi alle
mie vicende personali" (80& circa), quindi a istanze di tipo normativo – mi aspetto da te qualcosa –si affiancano poi comportamenti molto più affettivi e permissivi e via
dicendo. "In casa si parla poco, non c’è comunicazione": è in assoluto il tema meno condiviso (inferiore al 20%); come anche
"i miei genitori non mi capiscono" (20% circa).
Devo dire che ho provato un po’ di "nostalgia" per delle vecchie edizioni di questa ricerca dove c’era un
"bel sano conflitto" fra gli adolescenti e i genitori, che non li
capivano, si sentivano stranieri in casa; ecco questo quadro di totale pacificazione devo dire che ogni tanto mi fa venire i brividi. Però certamente insieme agli altri dati
vediamo che queste famiglie italiane di qualunque tipo esse siano (ripeto), sono dei luoghi dove si sta bene, tutto considerato.
La famiglia come unità economica
Confermando alcuni elementi già anticipati da altri interventi, vale la pena di |