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"Famiglie, matrimoni, fedi religiose
nella società multietnica"
Roma, 13 marzo 2002
Sala Protomoteca, Campidoglio
Con il Patrocinio del Comune di Roma
Assessorato ai Servizi e alle Politiche Sociali
sintesi
degli interventi
Il seminario prende spunto dal capitolo
"La pluralità dei matrimoni dal punto di vista religioso", di
Silvio Ferrari, pubblicato nel "Settimo
Rapporto Cisf sulla famiglia in Italia" (P. Donati -a cura di-,
Identità e varietà dell’essere famiglia. Il fenomeno della "pluralizzazione",
Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo - MI -, 2001)
Mercoledì 13 marzo 2002
PROGRAMMA
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| 9.30- 10.30 |
I perché
di un incontro
Francesco Belletti,
Direttore Cisf
Rafaela Milano, Assessore alle Politiche sociali, Comune di Roma
Famiglia e matrimonio nella società multietnica: quando le
diversità si incontrano
Silvio Ferrari, ordinario di Diritto canonico, Università
degli Studi di Milano
Esplorare l'integrazione in famiglia: l'esperienza dei matrimoni
misti
Giancarla Perotti Barra, responsabile Ufficio Diocesano di
pastorale familiare, San Benedetto
del Tronto
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| 10.30-12.30 |
Melting Pot
o Salad Bowl? Le diverse strade dell'integrazione
Tavola rotonda
Coordina:
Roberto Zuccolini, giornalista del Corriere della Sera
Intervengono:
La società multietnica e il ruolo della famiglia. Dati dal Rapporto
sull'immigrazione 2001
Franco Pittau, Caritas Roma
La consulenza con le famiglie immigrate
Maurizio Andolfi, docente di Psicodinamica dello sviluppo e
delle relazioni familiari, Università la Sapienza, Roma
Famiglia, scuola e integrazione: quando i bambini sono una
risorsa
Vinicio Ongini, esperto Ministero Istruzione
|
| 12.30-13.30 |
Dibattito e conclusioni
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Sintesi degli interventi
Roma, 13 marzo 2002
Sala Protomoteca, Campidoglio
ESPLORARE
L’INTEGRAZIONE IN FAMIGLIA:
L’ESPERIENZA DEI MATRIMONI MISTI
Giancarla Perotti
Barra
Premessa
La realtà dei
matrimoni islamo-cattolici pone interrogativi pluridisciplinari, dalla
sociologia alla storia, dal diritto alla teologia pastorale. La mia breve
riflessione tratterà principalmente aspetti pastorali.
Esplorare l’integrazione nella famiglia mista interreligiosa nel
contesto di due culture quella dell’Islam e del cattolicesimo è
un’impresa vasta e complessa.
Ci chiediamo innanzitutto come esplorare la famiglia interreligiosa? La
Chiesa interpellata da questa nuova realtà, da alcuni anni è impegnata
nell’accoglienza e nella cura pastorale sia d’immigrati che di coppie
miste tramite alcuni organismi (Caritas, Ufficio Migrantes, Uffici di
Pastorale Familiare). Proprio impiantando la pastorale nei vari ambiti
della famiglia siamo venuti a conoscenza della realtà dei matrimoni
misti. Due sono stati i principali ambiti della pastorale familiare che
hanno permesso agli operatori di rendersi conto dello status della coppia
mista. Il primo quello della pastorale matrimoniale e l’altro quello
della pastorale battesimale. Ambedue gli ambiti li possiamo suddividere in
una pastorale che interviene prima e dopo la celebrazione di questi
sacramenti.
Si spera che il matrimonio misto sia una realtà che favorisca
l’integrazione tra il coniuge musulmano e quello cattolico ma da queste
due esperienze sono emerse alcune difficoltà:
- la coppia mista è formata da un
partner musulmano che il più delle volte è sulla difensiva e non è
ben predisposto verso il coniuge cattolico.
- La parte cattolica è priva di identità
cristiano-cattolica, la richiesta del sacramento del proprio
matrimonio o del battesimo del figlio è fatta per una sorta di
compromesso con i propri parenti o amici.
- I partners della coppia
islamo-cattolica non conoscono le rispettive culture, tradizioni,
costumi e religione.
Nodi esistenti
tra la coppia islamo-cattolica
La sottomissione della donna al marito.
Nell’Arabia pre-islamica la condizione della donna era particolarmente
precaria, infatti era considerata un essere insignificante. Il Corano ha
migliorato la condizione della donna, anche se non ha garantito pari
opportunità con l’uomo ed ha riconosciuto la sua subordinazione.
La donna deve acconsentire all’atto sessuale, che è il fine stesso del
matrimonio; deve inoltre abitare nella casa indicata dal marito, non
uscire, non lavorare senza il suo permesso, non ricevere visite senza
autorizzazioni, seguirlo in caso di trasferimento o viaggi.
Nella codificazione della šarì ‘ah la scuola hanbalita,
ammette modifiche nel contratto matrimoniale, purché tali modifiche
rientrino nei principi generali della šarì ‘ah. Infatti oggi è
possibile in molti paesi che la moglie pretenda dal marito:
- di non trasferire il domicilio
coniugale dalla città d’origine;
- di ottenere dal marito che non le venga
impedito di esercitare una professione o di partecipare alla vita
pubblica;
- di chiederle di non obbligarla a
seguirlo nei suoi viaggi.
In caso di
violazione della promessa la donna può chiedere il divorzio.
I rimedi che l’uomo ha a propria disposizione per la moglie che
contravviene agli obblighi a lei imposti sono:
- chiedere al giudice di ottenere
l’obbedienza della moglie;
- la sospensione del mantenimento;
- le correzioni corporali al-ta’dib;
- il ripudio o la minaccia di ripudio.
La poligamia
La poligamia è presente come limitazione, mentre l’ideale coranico
rimane quello di matrimonio monogamico.
"Se temete di non essere giusti con gli orfani, sposate allora di tra
le donne che vi piacciono, due o tre o quattro, e se temete di non essere
giusti con loro, una sola…" (Q. IV, 3)". "Anche se lo
desiderate, non sarete capaci di agire con equità con le vostre
mogli…" (Q. IV, 129). Su questi versetti coranici si fonda il
diritto del musulmano a sposare fino a quattro mogli, a condizione di
essere giusto con tutte. Ma il Corano dice anche che l’uomo non
riesce a mettere in pratica tale norma anche se è mosso da retta
intenzione. Per questo la poligamia risulta tollerata in situazioni
eccezionali e proibita dalla normalità dei casi.
La poligamia è stata oggetto di profonda critica specialmente dalla
corrente modernista e questo atteggiamento si è diffuso ampiamente nel
mondo musulmano tanto da influenzare i legislatori statali nell’opera di
codificazione della šarì ‘ah.
La prima moglie, se pur in assenza della clausola monogamica del contratto
matrimoniale, ha il diritto di chiedere il divorzio, se il nuovo
matrimonio del marito - da lei mai approvato - procura un danno materiale
o morale che le rende impossibile una serena convivenza matrimoniale in
comune. Lo stesso diritto ha la nuova moglie, alla quale il marito ha
tenuto nascosto l’unione precedente. Oggi alcuni esegeti del Corano
considerano la poligamia virtualmente illecita, in quanto è impossibile
trattare quattro donne equamente.
Il ripudio e il
divorzio
Nell’ Islam basta una semplice dichiarazione dell’uomo, anche non
motivata, perché la moglie possa essere ripudiata. E la donna ripudiata
è disprezzata dalla società araba. Il ripudio (al-tala q) è
rimasto in tutte le codificazioni, ad eccezione della Magallah tunisina.
Anche se la tendenza comune dei legislatori islamici è stata quella di
controllare e limitare il ripudio, il Sudan, il Kuwayt e lo Yemen del Nord
sono stati restii ad iniziare una via di riforma in materia di ripudio. Il
limite fu appunto di non superare il numero di tre ripudi che l’uomo
poteva pronunciare contro la propria moglie.
Diversa
concezione dell’amore e del matrimonio
La posizione dell’Islam è assolutamente diversa da quella
cattolica in merito all’amore e al matrimonio. In questo campo, la
concezione e le pratiche musulmane sono legate al Corano, alla
tradizione islamica e alla Sunna, considerate le fonti religiose,
giuridiche, morali e spirituali date da Dio agli uomini. A queste va
aggiunta l’importanza della civiltà particolare legata alla regione
geografica, alle pratiche culturali locali ed alle condizioni economiche.
Il matrimonio si presenta nel Corano come una regolazione della sessualità,
luogo della fecondità e dell’accrescimento della comunità islamica (Q.
4,1).
"le vostre donne sono per voi come un campo: andate dunque al vostro
campo come volete." (Q. II,223)
"Nel pensiero
islamico e in particolare nel diritto, il matrimonio è anzitutto una
sorta di contratto attraverso il quale un uomo si impegna a versare una
dote a una donna e a provvedere al suo mantenimento in contropartita di
avere con lei lecitamente dei rapporti intimi". Il matrimonio
islamico non ha carattere sacramentale né viene considerato come una
realtà spirituale e divina, ma soltanto naturale. I due sposi hanno dei
diritti e dei doveri l’uno nei confronti dell’altro. L’uomo deve
provvedere ai bisogni della famiglia e assumere dei ruoli sociali, la
donna è dedita al buon funzionamento della casa, senza l’obbligo di
partecipare con i suoi redditi personali ai fabbisogni economici della sua
famiglia.
Per la parte cattolica il matrimonio è indissolubile e comprende l’unità
e la fedeltà reciproca. "Questo amore, ratificato da un impegno
mutuo e soprattutto consacrato da un sacramento di Cristo, resta
indissolubilmente fedele nella prospera e cattiva sorte, sul piano del
corpo e dello spirito; di conseguenza esclude ogni adulterio e ogni
divorzio" (GS 49).
"… il matrimonio dei battezzati diviene così il simbolo reale
della Nuova ed Eterna Alleanza, sancita dal sangue di Cristo. Lo Spirito
che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna
capaci di amarsi, come Cristo ci ha amati". (F C 13)
La comunione di
vita
La Chiesa sconsiglia il matrimonio misto tra musulmani e cattolici non
solo per il pericolo di abbandono della fede da parte del coniuge
cattolico, ma soprattutto perché è difficile per una coppia mista
raggiungere in pieno le finalità del matrimonio sacramento, sia rispetto
ai coniugi, alla prole e alla comunità ecclesiale. È da evidenziare che
nel matrimonio cattolico, i beni da realizzare e le finalità da
raggiungere non sono solo quelli propri dell’istituzione naturale del
matrimonio, ma innanzitutto sono le altissime finalità che il Signore ha
voluto annettere al fatto di aver elevato il matrimonio a segno efficace
di grazia, "e così l’uomo e la donna, che per l’alleanza
coniugale "non sono più due, ma una sola carne" (Mt. 19,6),
prestandosi un mutuo aiuto e servizio con l’intima unione delle persone
e delle attività, esperimentano il senso della propria unità e sempre più
pienamente la conseguono" (GS 48). Queste finalità vengono riportate
dal Concilio Vaticano II nella Costituzione Gaudium et Spes, nella
quale è scritto che l’amore coniugale nella sua autenticità viene
dall’amore divino elevato sorretto e accresciuto sia dalla forza di
Cristo e dall’opera salvifica della Chiesa.
Nel matrimonio misto è difficile raggiungere l’intima comunione di vita
che include tutte le dimensioni della personalità dell’uomo e della
donna. In esso si avverte una dissociazione degli animi riguardanti
questioni importanti e profonde che toccano l’intimità delle persone,
cioè le loro diverse convinzioni religiose.
Accompagnamento
e cura pastorale delle coppie islamo-cattoliche.
Una coppia islamo-cattolica deve creare qualcosa di nuovo, senza rifarsi
al modello occidentale né a quello musulmano, sviluppando un proprio
stile di vita. Un matrimonio misto interreligioso può costituire per
entrambi i coniugi un’opportunità unica per approfondire la propria
religione in un’ottica di dialogo. Da questo punto di vista gli sposi
potranno divenire le cellule di un nuovo modo di vivere il dialogo
interreligioso, nella comprensione, nel rispetto reciproco, nello stimolo
al bene. Vivere con un uomo musulmano significa conoscere l’Islam
e confrontarlo con il cristianesimo. Nella vita pratica coniugale ci si
sforza di essere coerenti, attenti alle pratiche religiose, per non
minimizzare la fede agli occhi dell’altro. Nei matrimoni
islamo-cattolici, la fedeltà del musulmano al suo credo spinge il coniuge
cattolico ad essere maggiormente fedele al Vangelo e viceversa.
Possiamo tener presenti alcune indicazioni tratte dalla quinta parte del
documento
"Matrimoni tra cristiani e musulmani" firmato dal Comitato Islam
in Europa, KEK (Conferenza delle chiese europee) e CCEE (Consiglio delle
conferenze episcopali d’Europa)
Il documento è un testo ampio che ha per destinatari fondamentalmente i
parroci e i pastori delle comunità locali, e che tende a non
drammatizzare il matrimonio interreligioso islamo-cattolico, ma neppure a
considerarlo con eccessivo irenismo. Le questioni pastorali particolari
sono distinte in cinque fasi:
- a_la fase di contatto. I primi
contatti, di solito avvengono per telefono o per lettera, da parte
delle persone interessate o grazie alla madre di lui o di lei o da
parte di un amico. È la fase che si presta alla formazione di
pregiudizi da parte dei nubendi. Il ministro deve essere accogliente,
premuroso, rispettoso. Tutto il dialogo successivo può dipendere da
questo primo approccio. Se i genitori sono contrari al matrimonio,
bisogna aiutarli a far capire loro che questo atteggiamento potrebbe
affrettare la decisione della figlia di unirsi in matrimonio con
l’innamorato musulmano ancor prima che sia matura in lei la
decisione di sposarlo. Per rispettare la libertà di ciascuna delle
parti, è consigliabile incontrare la parte cattolica da sola e se la
parte musulmana lo desidera potrà incontrare il pastore in separata
sede. Se dopo questi primi colloqui non viene presa nessuna decisione
contro il matrimonio, tutti i successivi incontri dovrebbero avvenire
insieme. Si potrebbe chiedere ai nubendi come si sono conosciuti, come
e dove si sono innamorati, cosa hanno in comune, cosa si aspettano dal
loro matrimonio. È anche importante conoscere come ognuno di loro
vive e sperimenta la propria religione. Il rapporto che ciascuna delle
parti ha con Dio non deve essere tabù, anzi è l’essenza del
problema. Su questo argomento ci sono altre domande, per esempio, cosa
pensa la donna dell’islamismo e l’uomo del cristianesimo, oppure
bisognerebbe chiedere se entrambi hanno pensato di approfondire la
religione dell’altro. È importante fare domande sulla lingua scelta
per comunicare.
-
b- La fase
decisionale. Nel corso di questi incontri è importante capire se
la coppia è decisa o ancora incerta riguardo al suo futuro. Se sono
aperte ancora tutte le possibilità, il ruolo del ministro sarà
determinante per chiarire la loro situazione. Una delle domande che
egli può fare alla donna cattolica è se crede di poter mantenere la
propria libertà nella professione della fede. Se il presbitero si
trova di fronte a una cattolica molto convinta, può formulare la
domanda come segue: "Cosa pensi che Dio esiga da te in questa
situazione?" Di solito i giovani non sono preparati a rispondere
a delle domande così dirette o a fare un esame di coscienza, perché
i propri sentimenti sono più forti della loro fede, anche se non si
può contrapporre sentimento a fede. È in questa fase che si può
percepire l’eventuale esistenza del dubbio se procedere verso il
matrimonio oppure rinunciare.
-
c- La fase
preparatoria. Quando la coppia è decisa e non vuole essere
esaminata ulteriormente, né tanto meno i due vogliono che vengano
loro ricordate le difficoltà che potrebbero incontrare, il parroco
che segue la coppia dovrebbe solo continuare a porre domande che
possono essere considerate appropriate e costruttive per un buon
matrimonio. A questo punto la coppia e il ministro sono giunti alla
preparazione delle nozze vere e proprie. Se al termine dei colloqui il
ministro suggerisse un matrimonio civile, ciò non significherebbe che
la responsabilità della Chiesa sia finita. In alcune chiese Cristiane
Ortodosse dove i matrimoni misti sono proibiti (Grecia, Romania,
Bulgaria e Russia), alle coppie rimane come possibilità il matrimonio
civile. La Chiesa Cattolica Romana permette il matrimonio misto con
dispensa per disparitas cultus per poter celebrare il
matrimonio religioso in Chiesa. La dispensa viene rilasciata
dall’Ordinario del luogo che è il vescovo o da una persona nominata
da lui. La richiesta invece deve essere presentata dal parroco della
comunità cui appartiene la parte cattolica. Una volta che sia stata
concessa ci sono due possibilità:
- una cerimonia nuziale usando la forma canonica, durante una Liturgia
della Parola, in Chiesa o in un altro edificio, alla presenza di un
sacerdote e di due testimoni;
- una cerimonia nuziale con una dispensa di forma, che può essere un
matrimonio civile o qualche altra forma ufficialmente riconosciuta.
Alcune conferenze episcopali richiedono una dichiarazione di
intenzioni delle due parti,
che viene letta in Chiesa prima che gli sposi pronuncino le promesse
solenni. In questa dichiarazione manifestano le loro intenzioni di
rimanere monogami e fedeli fino alla morte, di informare i loro figli
in riguardo la fede cattolica e per il coniuge cattolico di continuare
ad andare in Chiesa.
-
d- La fase
della cura pastorale. Questa fase molto importante riguarda la
cura pastorale nei primi anni della vita matrimoniale. È il momento
dove si può verificare se davvero il coniuge musulmano permette alla
moglie cattolica di frequentare la comunità ecclesiale, di rimanere o
diventare attiva nella sua parrocchia, di ricevere a casa per una
visita pastorale il proprio parroco e se farà battezzare i figli o li
farà circoncidere. Si sconsiglia iniziare a vivere nella casa dei
genitori di uno dei due coniugi, anche se questo comporta un reale
isolamento.
Molte donne sono considerate dai fedeli che frequentano le comunità
parrocchiali delle cattive cristiane perché hanno sposato un
musulmano, sono queste circostanze che possono indurre la cattolica ad
allontanarsi dalla Chiesa e divenire un membro marginale. Da qui nasce
anche il pericolo per la sposa cattolica di preferire una sorta di
sincretismo o indifferentismo. È normale poi che, una volta
indebolita la fede, i problemi coniugali possono aumentare.
-
e- Questa fase
riguarda la fine di un matrimonio che si verifica in caso di morte
o per divorzio. Per ciò che riguarda la morte del coniuge,
sappiamo che in Europa Occidentale il coniuge cristiano può optare
per l’inumazione o per la cremazione, mentre il diritto islamico non
ammette la cremazione. Il coniuge cristiano dovrebbe essere a
conoscenza dei riti funebri musulmani e tener presente i desideri e le
richieste dei parenti musulmani. Non sarà possibile per i coniugi
essere sepolti nella stessa tomba.
Tanti sono i fattori sociologici e psicologici che contribuiscono
all’aumento del numero dei divorzi in Europa e questi fattori
influiscono ancora di più sui matrimoni misti, perché le pressioni
psicologiche all’interno di tali unioni sono maggiori. Le donne in
Europa sono attratte dagli ideali della carriera, emancipazione,
autorealizzazione e parità di diritti. Per questo non sempre esse
trovano comprensione da parte del marito e dei parenti musulmani. Si
possono accumulare, per esempio, piccole irritazioni per le lingue che
devono essere usate in famiglia, per il cibo, per la scelta della
scuola e queste rendono l’atmosfera tesa tanto da poter provocare un
divorzio. Arrivare a un divorzio può significare per la donna essere
svantaggiata nei confronti dell’uomo. Anche se il giudice decide di
affidare i figli alla madre, il padre può rapirli e portarli nel suo
Paese d’origine.
Comunque, la cosa più importante per qualsiasi matrimonio, compreso
quello tra cattolici e musulmani, è l’amore. Ma essendo il
matrimonio un passo molto importante, è necessario che nessuno debba
avere fretta di sposarsi e che tutti possano prepararsi adeguatamente.
Indicazioni e
prospettive per Pastorale familiare interreligiosa
La realtà dei matrimoni islamo-cattolici interroga gli operatori
pastorali tanto da indurre i diversi organismi della pastorale familiare a
studiare profondamente il fenomeno per poi pianificare progetti che
possano nel tempo ridurre tali matrimoni e le problematiche a loro
relative.
L’Ufficio Diocesano di Pastorale Familiare può elaborare un progetto
organico che si occupi del settore dei matrimoni interreligiosi
islamo-cattolici dove la nuova evangelizzazione è costantemente presente
in ogni attività ecclesiale.
Gli interventi da programmare si possono suddividere in tre fasi della
pastorale familiare interreligiosa:
- pre-matrimoniale
- matrimoniale
- post-matrimoniale
a- La pastorale pre-matrimoniale
riguarda i giovani innamorati non ancora fidanzati. Possiamo definirla
una pastorale di "prevenzione" di un matrimonio interreligioso.
I Vescovi hanno affrontato brevemente l’argomento negli Orientamenti
pastorali per gli anni ’90, affermando che "il compito di
trasmettere la fede alle nuove generazioni e della loro educazione a
un’integrale esperienza e testimonianza di vita cristiana è una
essenziale priorità pastorale". "Il cristianesimo è difficile
e, per essere vissuto con fedeltà e coerenza, esige non di rado
l’eroismo. Oggi senza alcun timore e con piena fiducia nella grazia
divina, bisogna predicare e praticare l’eroismo!"
Un giovane che ha incontrare il volto di Cristo e decide di seguirlo, si
metterà in uno stato di conversione permanente e se la sua chiamata sarà
al matrimonio sceglierà una donna con la quale potrà condividere la cosa
più importante cioè la fede cattolica.
b- La cura
pastorale dei matrimoni interreligiosi, riguarda la fase
immediatamente precedente le nozze e termina con la celebrazione del rito
religioso del matrimonio misto. Per tale momento rimandiamo alla cura
pastorale appena citata.
c- La pastorale post-matrimoniale
interreligiosa è quella più importante. Sta al presbitero e alle coppie
responsabili di questo settore a non far isolare la coppia e soprattutto
aiutare la parte cattolica a non allontanarsi dalla pratica religiosa e
dalla comunità ecclesiale.
È necessario che
l’Ufficio Diocesano di Pastorale Familiare dia delle direttive riguardo
il sostegno a tali coppie, le quali dovranno calarsi nelle realtà delle
comunità parrocchiali. Due sono gli interventi da fare: il primo è a livello
diocesano, il secondo a livello parrocchiale.
La Diocesi, tramite l’organismo preposto, che si avvale di una Consulta
o equipe di operatori (DPF 239), deve curare innanzitutto una formazione
permanente per gli operatori di Pastorale Familiare di ogni parrocchia e
creare nello stesso tempo un’equipe o commissione specializzata sull’Islam.
La Consulta dell’Ufficio Famiglia deve sentire come compito primario
l’annuncio da portare ad ogni famiglia mista, inoltre può istituire un
consultorio per stranieri dove opera un centro d’ascolto che si occupi
di loro, può organizzare per tali coniugi, corsi di formazione di cultura
islamica per cattolici con discussioni e tavole rotonde, ma anche corsi di
cultura cattolica per i musulmani perché anche loro hanno il dovere di
conoscere la realtà italiana.
La parrocchia deve conoscere la propria realtà riguardo i matrimoni
islamo-cattolici, procurandosi una raccolta di nominativi di coppie miste.
I parroci, i ministri laici dell’accoglienza, le coppie di
evangelizzatori, che incontrano le famiglie nelle loro case in occasione
dei sacramenti dei loro figli o in altre occasioni percepiscono le
necessità spirituali e materiali della coppia. Gli operatori diventano
così espressione della Chiesa che accoglie e sono vicini a tutte le
famiglie, senza esclusione di quelle con membri non cristiani. Una volta
che sia iniziato un rapporto di collaborazione e amicizia, le coppie
possono essere invitate alle feste di quartiere, i figli al doposcuola
della parrocchia e ad altre iniziative compatibili per la famiglia con
partner musulmano. Quando la parte non cattolica permette di far
battezzare la prole e continuare poi l’educazione alla fede con la
celebrazione degli altri sacramenti dell’iniziazione cristiana, tale
pastorale s’intreccerà con quella pre-battesimale o quella di altri
ambiti e la coppia mista, adeguatamente seguita, riuscirà a restare unita
e a condividere una serena vita familiare e comunitaria.
La società multietnica e il ruolo della famiglia
a partire dei dati del Rapporto Caritas sull’immigrazione
Franco Pittau, Coordinatore Dossier Statistico Immigrazione Caritas
Il
Settimo Rapporto CISF sulla famiglia in Italia (Identità e varietà
dell’essere famiglia. Il fenomeno della "pluralizzazione", a
cura di Pier Paolo DONATI, Milano, San Paolo, 2001) pone in evidenza la
pluralità di forme di convivenza che, accanto alla famiglia tradizionale,
aspirano ad essere chiamate e trattate come famiglia. La situazione
attuale, che si pone come il risultato di una evoluzione del mondo
occidentale, per molti aspetti suggestiva e per altri problematica, è
caratterizzata dal venire meno del riferimento formale al cristianesimo,
anche se ad esso la società laica è profondamente debitrice.
I cambiamenti in atto sono dovuti, innanzi tutto all’interscambio con
gli altri paesi cristiano-occidentali, in molti dei quali si riscontra già
in fase avanzata ciò che da noi è solo in forma incipiente. Vi sono poi
i cambiamenti ricollegabili al contatto con aree diverse non solo per la
lontananza geografica ma anche per la diversità di storia, di tradizioni
culturali e religiose e di concezioni giuridico-societarie. E’ questo
l’impatto che sta esercitando l’immigrazione, uno dei segni dei tempi
più caratteristici di un mondo globalizzato anche se si fa fatica ad
accettarla: non a caso, nei vari Stati membri compresa l’Italia (da
ultimo in maniera vistosa anche nella tollerante Olanda), la chiusura
all’immigrazione viene inserita come un punto di forza nei programmi
elettorali.
Qualsiasi
chiusura pregiudiziale non aiuta ad andare avanti nel nuovo contesto, dove
è invece necessario sperimentare approcci più fruttuosi. Queste
riflessioni, ripartite in tre punti, prendono l’avvio dalle statistiche
più recenti sull’immigrazione e cercano di evidenziarne il significato
e l’impulso che ne deriva a livello concettuale e operativo:
- L’immigrazione è già e diventerà
sempre più una dimensione strutturale della società italiana;
- L’immigrazione, proprio perché è
passata la fase del primo insediamento, si caratterizzerà nettamente
per la presenza di famiglie e non di individui soli;
- Questo inserimento stabile non può non
incidere sulla concezione della famiglia e sulla sua regolamentazione
giuridica, e l’esito sarà positivo purché vengano superati i
pregiudizi politici, culturali, giuridici e religiosi.
1.
L’immigrazione come dimensione strutturale della società italiana
All’inizio del 2001 (cf. CARITAS, Dossier Statistico Immigrazione
2001, Roma, Nuova Anterem, ottobre 2001) sono stati conteggiati
dal Ministero dell’Interno un milione e 338 mila soggiornanti stranieri:
aggiungendo i minori e i permessi ancora in corso di registrazione si
arriva a un milione e 700 mila. L’incidenza degli immigrati sulla
popolazione residente è del 2,9%, valore che, pur inferiore alla media
europea (5,1%), inizia ad essere meritevole di considerazione. Per giunta
la tendenza all’aumento è più marcata in Italia: i nuovi arrivi per
motivi stabili sono stati nel 2000 circa 135.000 (ad essi si aggiungono i
25.000 figli nati in Italia da entrambi i genitori immigrati). I nuovi
immigrati sono stati più di 100 mila l’anno già da cinque anni
consecutivamente. Dal 1991 al 2000 è intervenuto il raddoppio della
popolazione immigrata, anche per effetto di due regolarizzazioni (1996 e
1998): attualmente siamo un grande paese di immigrazione, il quarto
dell’Unione Europea.
L’Italia, crocevia tra Europa, Asia e Africa e legata da forti rapporti
con il continente americano, accoglie una presenza straniera molto
diversificata quanto a provenienze nazionali. A differenza di quanto
avviene in altri paesi di immigrazione dove uno o pochi gruppi
costituiscono la maggioranza, l’Italia è un vero crogiolo di nazionalità.
Marocco, Albania, Romania, Filippine e Cina, i primi cinque gruppi
nazionali, superano insieme un terzo del totale (37,1%). La composizione
per continenti è, invece, per così dire a scalare: 40% europei, 28%
africani, 20% asiatici e 12% americani. Gli immigrati comunitari sono
appena uno su 10 e questa costituisce l’incidenza più bassa in tutta
l’Unione. Sono ben 180 le lingue immigrate parlate dai principali gruppi
etnici.
Sono salite a 35 le province italiane con più di 10.000 immigrati adulti
e ciò attesta che il fenomeno riguarda ormai tutte le aree del paese,
seppure con una diversa incidenza sulla popolazione: uno ogni cento
abitanti nel Meridione, tre volte di più nel Nord Ovest e quattro volte
di più nel Centro e nel Nord Est.
Il
Nord svolge una funzione di calamita per le sue forti potenzialità
occupazionali e arriva alla quota del 55% della presenza totale degli
immigrati. Anche il Centro Italia, che conserva il 30% delle presenze,
esercita una forte attrazione nei servizi nell’area romano-laziale e in
vari settori produttivi nelle altre regioni e specialmente in Toscana. Le
Isole e specialmente il Sud sono maggiormente un’area di primo approdo e
di smistamento.
La tendenza ad essere paese di immigrazione sarà più vivace nel corso
del nuovo secolo, quando inizieranno a farsi sentire in maniera più
marcata le conseguenze del nostro calo demografico.
Lo studio delle Nazioni Unite sulle tendenze demografiche nel mondo
evidenziano che, per mantenere costanti le dimensioni della popolazione
italiana al livello raggiunto nel 2000, sarebbe necessario un saldo
migratorio positivo di 235 mila unità annue tra il 1995 e il 2050;
salirebbe a 357.000 il numero di immigrati necessario per mantenere
inalterate le dimensioni della popolazione in età lavorativa;
servirebbero addirittura 2.176.00 nuovi immigrati l’anno per
salvaguardare l’attuale rapporto tra popolazione in età lavorativa ed
anziani.
In queste condizioni di squilibrio demografico l’immigrazione e
destinata senza alcun dubbio ad aumentare e la popolazione italiana a
diminuire. Qualche studioso ha ipotizzato che, nell’ipotesi di 150.000
nuovi immigrati ogni anno, nel 2046 il declino della popolazione sarà
"solo" del 26%, per cui dagli attuali 57,8 milioni di scenderà
a 42,5% con una perdita secca di 15 milioni di abitanti (cf. Dossier
Statistico Immigrazione ’99, pp. 224-226): pertanto, è
indispensabile un compromesso tra l’insediamento di nuovi immigrati e
declino della popolazione, abituandoci a una loro più rilevante incidenza
(nell’ipotesi prospettata sarebbe pari quasi un sesto della popolazione
a metà secolo).
Il citato studio del 2000 delle Nazioni Unite fa comprendere che il
deficit demografico, seppure in misura differenziata, riguarderà tutta
l’Europa. Dal 1980 al 2000, lo stock di popolazione di età 20-39 anni
dei paesi dello Spazio Economico Europeo è aumentato di soli 10 milioni
(l’incremento annuo italiano, tra i più bassi del mondo, è stato dello
0,09%) e, dal 2000 al 2020, la "vecchia Europea" farà
registrare una perdita di quasi 23 milioni di unità in questa fascia
d’età, con pesanti ripercussioni sul mercato del lavoro.
Invece nei paesi a forte pressione migratoria (Europa dell’Est, inclusa
l’ex Iugoslavia, l’Albania e Malta, l’Asia dell’Est, il Nord
Africa e l’Africa Subsahariana) la popolazione registrerà invece un
forte aumento: la fascia di età 20-39 anni conoscerà un aumento di oltre
124 milioni di unità, nel periodo 1980-2000, e di ben 167 milioni nel
periodo 2000-2020. E’ proprio questa fascia di età a essere
maggiormente coinvolta nei processi migratori. L’Africa subsahariana,
come ha sottolineato il demografo Antonio Golini, diventerà protagonista
di spicco nei flussi migratori man mano che si affrancherà dalla
situazione di povertà assoluta. In quest’area i soggetti di 20-39 anni
da un incremento di 70 milioni di unità nel periodo 1980-2000 passeranno
a un aumento di ben 127.6 milioni di unità nel periodo 2000-2020.
2.
L’immigrazione come insediamento stabile e a carattere familiare
L’immigrazione, determinata dal fabbisogno lavorativo, tende a
trasformarsi in insediamento familiare. La storia dell’immigrazione in
Italia ha conosciuto questa forte accelerazione nel corso degli anni
’90, nel corso dei quali è accresciuto il fabbisogno di manodopera
supplementare e i ricongiungimenti familiari hanno conosciuto un notevole
incremento.
All’incirca 3 su 10 soggiornanti hanno il permesso di soggiorno per
motivi familiari e altri 6 per motivi di lavoro: in altre parole si tratta
di una immigrazione fortemente stabile. Le donne (il 46% del totale) sono
maggiormente rappresentante tra i 355.00 soggiornanti per motivi familiari
(8 su 10), gli uomini tra gli 851.000 soggiornanti per motivi di lavoro (7
su 10).
Se si tiene conto che anche le persone presenti per ricongiungimento
familiare possono esercitare un’attività lavorativa, la forza di lavoro
immigrata supera potenzialmente il milione di unità, collocandosi attorno
al 4% della forza lavoro totale, che è di 23,3 milioni di unità. Appare
così con evidenza come l’impatto sul mondo del lavoro sia ben più
consistente dell’impatto sulla popolazione residente (2,9%) e come la
presenza immigrata sia innanzi tutto una questione lavorativa.
Ci si chiede spesso se l’Italia abbia bisogno di questi lavoratori. Al 1°
gennaio 2001 negli schedari del Ministero dell’Interno sono risultati
91.000 iscritti al collocamento o in attesa di occupazione (di cui il 45%
donne). Se l’indice di disoccupazione si calcola con riferimento al
numero dei soggiornanti per motivi di lavoro, il tasso di disoccupazione
medio è del 10,7%, quasi pari a quello degli italiani. Ogni 12 assunzioni
effettuate nel mercato del lavoro ufficiale una riguarda gli immigrati:
512.000 su 5.591.000 nel periodo 16 marzo 2000-15 marzo 2001 (Fonte
INAIL). Tenendo poi conto dell’impiego molto diffuso nel settore del
lavoro nero, si capisce quanto sia lontano dalla realtà dipingere gli
immigrati come lavoratori votati a non far niente.
Il radicamento dell’immigrazione in Italia non è solo di ordine
quantitativo ma denota la tendenza all’insediamento stabile: ormai non
si tratta più di persone sole ma sempre più di famiglie.
I celibi e i nubili non sono più la maggioranza (46,4%).A prevalere sono
le persone sposate (676.000) e però appena un quarto di esse è riuscita
a farsi raggiungere dalla prole e spesso non ha neppure il coniuge vicino.
Sono sempre più numerosi i figli sempre che nascono in Italia (25.000) e
quelli che si ricongiungono dall’estero, così che il numero complessivo
dei minori è di 278.000 (pari al 19% dei cittadini stranieri iscritti in
anagrafe) e di essi sono iscritti a scuola (147.000).
Per quanto riguarda la vita familiare non è indifferente rilevare i
nuclei con maggiore difficoltà per quanto riguarda la posizione dei
figli: si tratta di 8.548 celibi e nubili, 519 separati e 10.600
divorziati con prole che, nell’insieme, sono il 10% di tutti gli
immigrati con prole.
Le
donne rappresentano il 45,8% (635.386).Le aree a maggior protagonismo
femminile sono l’Unione Europea (59,7% sul totale di quell’area),
l’America Latina (68,6%) e l’Estremo Oriente (56,9%). In linea
generale, le comunità di immigrati in cui è meno rilevante la presenza
femminile sono quelle in cui è forte la presenza musulmana; è anche vero
però che, a partire dalla fine degli anni novanta, l’istituto del
ricongiungimento familiare ha dato un forte impulso in particolare
all’immigrazione delle donne dell’area maghrebina. Tra le immigrate
con permesso di soggiorno per motivo di lavoro una su tre svolge
l’attività di collaboratrice domestica: si tratta di 90.000 colf e di
queste il 60% ha un’età media tra i 31 e i 50 anni: ciò ridimensiona
il comodo cliché di donne eternamente giovani e sempre disponibili.
Il 23,7% del totale delle immigrate è di fede musulmana, il 61,0%
appartiene a religioni cristiane e di queste il 59,6% sono cattoliche
(Stima Fondazione Migrantes/Caritas). Questo lascia intendere che
nell’immigrazione al femminile i paesi di tradizione occidentale e
cristiana abbiano un maggiore protagonismo già nella fase della prima
emigrazione e non solo in quella successiva del ricongiungimento
familiare.
I matrimoni misti celebrati ogni anno in Italia sono circa 13.000 dei
quali il 79,8% riguarda donne straniere, che vanno in spose a uomini
italiani: questi matrimoni sono ancora pochi in proporzione a quanto
avviene negli altri paesi.
Uno degli aspetti più odiosi dell’immigrazione è quello della tratta
finalizzata all’esercizio della prostituzione, affare che frutta oltre
90 milioni di euro al mese. Secondo una recente ricerca il fenomeno
coinvolgerebbe, secondo le più recenti stime 1.500/2000 donne straniere
ovvero il 10% delle prostitute straniere presenti in Italia (20.000
circa).
Le mutilazioni genitali femminili non sono una pratica religiosa specifica
del mondo musulmano (in effetti non vengono citate in nessuno dei testi
sacri dell’islam) bensì sono tradizioni antichissime, che sono riuscite
a sopravvivere anche dopo l’affermarsi dell’islam o di qualche
confessione cristiana. In Italia non si hanno dati attendibili circa il
numero di donne immigrate soggette a questa terribile pratica che, però,
non sembra costituire un vero problema sociale. In ogni caso il vero
rimedio non è la condanna ma l’aiuto da prestare alle donne immigrate
affinché riescano a superare pratiche non rispettose della loro dignità
che, oltre tutto, assumono secondo l’ordinamento giuridico italiano una
rilevanza penale.
Le donne immigrate incontrano ancora notevoli difficoltà nel rapportarsi
al sistema sanitario italiano. La circostanza sembra trovare conferma
nell’elevato tasso di abortività delle donne straniere: delle oltre
138.000 interruzioni volontarie di gravidanza effettuate nel paese, ben il
10% ha riguardato cittadine immigrate. Fra di esse il fenomeno risulta in
crescita cospicua a partire dal 1996 (+28,7%), mentre fra le italiane
emerge una tendenza al costante decremento (-3,2%). Facendo riferimento
alle donne immigrate di età compresa fra i 18 e i 49 anni, l’ultima
rilevazione Istat (1998) ha calcolato che il loro tasso di abortività
giunge al 28,7% (circa il triplo di quello delle italiane). La popolazione
femminile immigrata a rischio di interruzione volontaria di gravidanza
risulta diversificata fra italiane e straniere anche per quanto riguarda
l’età: mentre fra le prime risultano maggiormente esposte quelle fra i
25 e i 34 anni, fra le seconde la media d’età si abbassa notevolmente.
Di fronte al fenomeno, il Ministro della Sanità sottolineava già nel
2000 la necessità di "rafforzare la tutela dei soggetti
deboli", rendendoli destinatari di "interventi specifici
educativi e preventivi, anche in riferimento alle diversità di costume e
di cultura", come già evidenziato nel relativo Piano Sanitario
Nazionale.
La via dell’integrazione è tutt’altro che agevole anche su altri
versanti.I 9.500 casi di cittadinanza rappresentano, rispetto alla media
europea, un tasso tre volte inferiore; l’associazionismo ha subito uno
stop dai primi anni ’90; la ricerca di una casa riserva il più delle
volte amare sorprese; nel 2000 un atto di violenza contro gli immigrati è
stato commesso ogni 25 ore; l’immigrato viene dipinto in negativo come
un criminale o un possibile delinquente dal 72% di un campione di italiani
intervistati nel 2001 nell’ambito di un’indagine condotta
dall’Osservatorio europeo contro il razzismo.
3.
Immigrazione, concezione della famiglia e atteggiamenti politici,
culturali e religiosi
Gli immigrati sono numerosi, sono stabili, sono portatori di molteplici
differenze e costituiranno una parte crescente della popolazione anche
perché il fenomeno dell’immigrazione è strettamente congiunto con
quello della globalizzazione.
Di fronte a questo scenario come fare perché la società italiana non sia
la risultante di tanti spezzoni ma un insieme organico alla cui
composizione concorrano anche i nuovi arrivati. Il compito è complesso e
la metodologia di approccio deve essere corretta, per cui bisogna
liberarsi dai pregiudizi.
Il
primo pregiudizio consiste nel ritenere che si
tratti di una presenza temporanea o comunque non così rilevante per il
futuro del paese: naturalmente, se non si considerano gli immigrati come
nuovi cittadini, rimane escluso che si dia veramente avvio al tempo
dell’integrazione. Siamo di fronte a quello che possiamo chiamare il pregiudizio
politico, che si ravvisa in misura cospicua nel disegno di legge
proposto dal Governo per riformare la legge 40/1998. Questa impostazione
è stata radicalmente criticata dalla Caritas, sia per la sua ispirazione
ideologica, in quanto da una parte si configura come una riedizione del
"lavoratore ospite" ormai lasciata cadere anche in Germania, sia
perché si concentra unicamente sulla repressione dell’immigrazione
clandestina, rendendo precario il soggiorno di persone delle quali,
tuttavia, sussiste un bisogno strutturale.
Tra gli elementi di precarizzazione contenuti nel testo proposto dal
Governo si possono citare: l’indebolimento dei canali di ingresso legale
con la soppressione dell’istituto della sponsorizzazione e
l’inasprimento delle procedure per la chiamata nominativa di lavoratori
dall’estero, le restrizioni introdotte nella durata del permesso di
soggiorno, l’aumento degli anni di residenza necessari per la
concessione della carta di soggiorno, le limitazioni nei ricongiungimenti
familiari, l’assoluta mancanza di previsioni che potenzino o introducano
misure di inserimento dei nuovi cittadini (è significativo al riguardo il
contingentamento dell’accesso degli immigrati agli alloggi
dell’edilizia pubblica convenzionata). Di positivo, seppure in forma
aggiuntiva e complicata, si riscontra solo la previsione di una
regolarizzazione nel settore del lavoro domestico. Quanto proposto dal
Governo non è neutro dal punto di vista culturale, giuridico, religioso,
ed è destinato a rendere la convivenza sarà oggettivamente più
difficile.
Portare da 5 a 6 gli anni di residenza richiesti per la carta di
soggiorno, non tiene per niente conto della situazione attuale che è già
estremamente onerosa, tant’è che rispetto alla metà degli immigrati
secondo l’Istat in Italia da più di 5 anni (parliamo di circa 700.000
persone) solo qualche decina di migliaia all’inizio del 2001 avevano
ricevuto questo documento. Per giunta un parlamentare leghista ha avuto
l’idea geniale di proporre che questo documento venga fatto pagare
salatamente (500 euro, quasi un milione di lire).
A proposito dei ricongiungimenti familiari viene da precisare che il
problema non è tanto di impedire l’umanissima e poco ricorrente
possibilità di far venire i genitori a carico o qualche nipote portatore
di handicap, bensì di facilitare molto di più la venuta di coniugi e
figli considerato che i tre quarti delle persone sposate non ha i figli
con sé.
La soppressione della sponsorizzazione, come è intuibile, non farà che
potenziare i traffici di manodopera e incrementare l’area del lavoro
nero.
Dopo aver letto le indicazioni della Commissione Europea, alle quali
peraltro il Governo ha detto di ispirarsi, si conclude che il Governo
italiano ha voluto calcare la mano sulla temporaneità (peraltro concepita
dalla Commissione solo come iniziale e propeudetica a un inserimento
stabile): manca, pur essendo necessario al fine della coesione sociale,
l’obiettivo di integrazione e di equo trattamento con l’attribuzione
di una cittadinanza civile ispirata alla "carta dei diritti" di
Nizza; manca anche il partenariato con i paesi di origine, senza il quale
la politica migratoria non potrà essere efficace.
Il
secondo pregiudizio è quello culturale, che
porta a ritenere gli immigrati di per sé una minaccia per le regole
fondamentali sancite nella costituzione del paese che li accoglie. Ora la
differenza non deve essere demonizzata ma solo armonizzata in un quadro
comune di diritti e di doveri, di mutua accettazione e reciproco rispetto,
che comporta anche (e sul punto la chiarezza è d’obbligo) la mancata
accettazione di ciò che contrasta con le citate regole fondamentali. Il
modello di integrazione recepito dalla legge 40/1998 riconosce, per
l’appunto, come un valore le diversità delle culture di appartenenza
purché non contrastino con i valori fondamentali della società italiana,
che anche gli immigrati sono tenuti a condividere.
Questa transizione culturale impegna in eguale misura italiani e immigrati
e consente di inquadrare in maniera non conflittuale le nuove specificità
culturali (lingue, espressioni letterarie, valori, tradizioni, sistemi
sociali e giuridici), favorendo percorsi di reciproco scambio.
La mediazione, così intesa, è l’anima della politica migratoria e
della stessa integrazione perché porta a interrogarsi sul significato
della convivenza di persone di culture e religioni differenti e a
individuare e a rendere operanti le possibilità di un raccordo funzionale
ed arricchente. E’ a questo livello che si gioca la riuscita della
politica migratoria, mostrando cioè nel concreto che le diversità
possono essere coordinate in un disegno unitario condiviso dalla
popolazione locale e dai nuovi venuti (e per poterlo essere si richiedono
cambiamenti da entrambe le parti).
Da
quello culturale può derivare anche un terzo pregiudizio di natura
giuridica, che considera le norme del paese di accoglienza e
l’ordinamento dei paesi di origine non modificabili. Così non dev’essere
per l’Occidente, il cui diritto è stato in continua evoluzione, e così
non può essere neppure per i paesi di origine (con particolare
riferimento a quelli a prevalenza islamica): l’immigrazione stabile
equivale a una esigenza di superamento di queste rigidità. Nessun diritto
è divino, anche se a Dio si ispira, e perciò non è immutabile.
Purtroppo gli stati occidentali sono tiepidi difensori di valori
fondamentali quali la libertà di coscienza e quella religiosa, un
patrimonio prezioso e irrinunciabile della loro cultura, e nelle le loro
politiche estere si preoccupano maggiormente dei vantaggi commerciali e
degli interessi militari, e, sottraendosi al confronto, fanno riserva di
pensare (e talvolta anche di affermare) che le altre culture sono
inferiori.
La globalizzazione, che attraverso l’immigrazione ci porta a vivere
insieme o comunque ci rende più vicini, è un contesto che impone di
cambiare per evitare una conflittualità continua. Un’occasione
privilegiata per questi confronti sono le trattative per le intese fra le
differenti comunità religiose e lo Stato italiano, nel cui ambito,
escluso il riconoscimento di ciò che contrasta con i fondamenti
costituzionali, si possono trovare fruttuosi composizioni per tutte le
altre questioni.
Il
quarto pregiudizio è quello religioso. Tutti i credenti, cristiani,
ebrei, musulmani e fedeli di altre religioni, sono spesso occasione di
scandalo, per il fatto di essere con la loro fede fattore di divisione,
ammantando con la copertura religiosa altri interessi. Si sentono troppe
parole di disprezzo e anche di odio: chi si comporta così, non fa altro
che bestemmiare il nome di Dio che sta all’origine di tutti i cammini
esistenziali. Se Dio esiste, non può esserlo per mettere gli uni contro
gli altri.
Per un vero fedele il tempio più importante non è quello fatto da
pietre, si tratti di sinagoghe, chiese, moschee o di altre strutture
simili, bensì la coscienza della persona umana, alla quale Dio parla
direttamente e nella quale, anche tra quelli che non hanno la fede,
vengono coltivati i grandi valori morali. La propria fede va testimoniata
con sincerità e apertura e senza violenza, lasciando che sia Dio a
operare nel profondo dei cuori di chi non condivide le nostre credenze.
Chi è sinceramente religioso deve riconoscere agli altri la
"reciprocità della coscienza" e rispettarne la libertà.
Anche i seguaci di religioni monoteiste, che si richiamano a una
rivelazione di Dio, devono fare i conti con i limiti della propria storia
umana. Il fatto di essere chiamati a vivere con assolutezza la loro fede
in Dio non li autorizza a ritenere di averne inquadrato la sua realtà
incommensurabile, perché così facendo diventerebbero dei presuntuosi e
trasformerebbero le parole della fede in strumenti di ostilità agli
altri. Questa evoluzione, che ha consentito di precisare il rapporto tra
fede, storia e libertà di coscienza, è stata portata a compimento nel
mondo occidentale con un cammino lungo e faticoso, e attende ora di essere
compiuto anche in ambito islamico. Si pone a questo livello la chiave di
volta per l’incontro più fruttuoso tra occidente "cristiano"
e islam.
Intanto, come viene affermato nel rapporto del CISF da Silvio Ferrari nel
suo contributo, già è d’aiuto considerare che i problemi posti dal
diritto matrimoniale islamico non sono del tutto nuovi in quanto in parte
già sperimentati nel rapporto tra il diritto canonico dei cristiani e la
concezione laicizzata dell’istituto matrimoniale statale, che ha
impedito di riconoscere certe clausole proprie del matrimonio come
sacramento. La laicità dello stato, un vero limite invalicabile della
tradizione occidentale, resta anche per l’islam un’opportunità e un
condizionamento, perché non consente di andare oltre la parità di
qualsiasi religione di fronte alla legge.
Venendo
alle conclusioni, bisogna premettere che voci molto critiche e
molto autorevoli, come quella di Giovanni Sartori (Pluralismo,
multiculturalismo e estranei, Milano, Rizzoli, 2000), hanno
qualificato la politica migratoria condotta in Italia come incosciente
della posta in gioco della realtà multiculturale dell’occidente, che
non sarebbe compatibile con il diritto islamico. La stessa tesi è stata
ribadita dalla giornalista Oriana Fallaci dopo l’attentato terroristico
dell’11 settembre alle torri gemelle di New York.
Altri invece, per quanto non sprovveduti, pensano che l’esito positivo
(nei confronti dei musulmani o di altri gruppi, non sia scontato ma
neppure escluso. Quando la storia, per ragioni strutturali, impone la
convivenza di gruppi portatori di diversità etniche, sociali, culturali,
giuridiche, religiose, non può essere escluso a priori che la convivenza
sia concretamente possibile e semmai la riuscita dipenderà dalle
strategie concretamente seguite. Come prima accennato, bisogna preparare
la società di accoglienza, rassicurandola sulla salvaguardia delle sue
regole fondamentali e spingendola ad accettare le differenze che non
contrastino con tali principi, e bisognerà inoltre adoperarsi per
preparare la popolazione immigrata ad adattarsi al nuovo contesto.
Pur con le scorie di cui la storia è portatrice, l’immigrazione può
costituire una fase provvidenziale per conoscersi tra diversi e
comprendersi. A livello operativo non sono pochi quelli che hanno maturato
questa convenzione e attendono di trovare un supporto più diffuso. Uno di
questi è stato Giovanni Paolo II, il cui pontificato ha costituito un
crescendo nella difesa dei valori fondamentali di giustizia e di libertà,
per il cui rispetto, anche nell’ultimo incontro di Assisi, ha rivolto un
accurato appello alle religioni affinché si riconoscano a vicenda, non
fomentino guerre e contrapposizioni e uniscano le forze per promuovere la
pace. Quando figure così autorevoli e convinte si affermeranno in tutte
le aree religiose, anche i problemi societari e giuridici nei paesi di
immigrazione diventeranno meno gravi da risolvere.
L’immigrazione
straniera regolarmente soggiornante in Italia all’inizio del 2001:
a)
ripartizione per aree
|
Nord Ovest
|
433.497
|
31,2
|
526.699
|
3,5
|
|
Nord Est
|
327.801
|
23,6
|
398.728
|
3,8
|
|
Centro
|
422.483
|
30,5
|
513.317
|
4,6
|
|
Sud
|
143.121
|
10,3
|
173.892
|
1,2
|
|
Isole
|
61.251
|
4,4
|
74.420
|
1,1
|
|
Italia
|
1.388.153
|
100,0
|
1.686.606
|
100,0
|
b)
Principali motivi dei permessi di soggiorno
Motivo soggiorno Numero permessi % donne % comunitari
|
Lavoro
|
850.715
|
52,0
|
8,1
|
|
Famiglia
|
354.850
|
78,7
|
8,9
|
|
Motivi religiosi
|
55.064
|
52,1
|
24,6
|
|
Residenza elettiva
|
45.295
|
40,8
|
62,7
|
|
Studio
|
35.740
|
55,4
|
22,5
|
c)
Ripartizione per stato civile
Stato Civile Numero persone % sul totale immigrarati
|
Celibi e nubili
|
636.339
|
45,8
|
|
Celibi e nubili
con prole
|
8.548
|
0,6
|
|
Conviventi
|
497
|
-
|
|
Coniugati
|
500.754
|
36,1
|
|
Coniugati con
prole
|
175.225
|
12,6
|
|
Separati
|
2.175
|
0,2
|
|
Separati con prole
|
519
|
-
|
|
Divorziati
|
7.949
|
0,6
|
|
Divorziati con
prole
|
10.600
|
0,8
|
|
Vedovi
|
13.315
|
1,0
|
|
Vedovi con prole
|
2.972
|
0,2
|
|
Stato civile
ignoto
|
29.052
|
2,1
|
|
Totale
|
1.388.145
|
100,0
|
d)
Indici statistici dei modelli di integrazione
(riferimento alla media nazionale)
| |
Nord Ovest
|
Nord Est
|
Centro
|
Sud
|
Isole
|
|
Insediamento
familiare
|
|
|
|
|
|
|
Presenza donne
|
-
|
=
|
+
|
=
|
-
|
|
Presenza coniugati
|
+
|
+
|
-
|
+
|
+
|
|
Motivi familiari
|
=
|
+
|
-
|
+
|
+
|
|
Coniugati con
prole
|
+
|
+
|
-
|
+
|
=
|
|
Presenza minori
|
+
|
+
|
-
|
-
|
-
|
|
Minori a scuola
|
+
|
+
|
+
|
-
|
-
|
|
Presenza anziani
|
=
|
-
|
+
|
-
|
-
|
|
Stabilità
residenza
|
|
|
|
|
|
|
Presenze da più
di 5 anni
|
=
|
=
|
+
|
-
|
=
|
|
Presenze da più
di 10 anni
|
=
|
-
|
+
|
-
|
+
|
|
Acquisizioni di
cittadinanza
|
-
|
+
|
-
|
-
|
-
|
FONTE:
Elaborazioni Caritas/Dossier Statistico Immigrazione 2001
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Iva 05023630964
Modificato
martedì 06 maggio 2008
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