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SOFFERENZA MENTALE:
FAMIGLIE, SERVIZI, COMUNITÀ
Milano, 15 novembre 2001
sintesi degli
interventi
Giovedì
15 novembre 2001
PROGRAMMA
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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| 9.00
– 9.30 |
Registrazione
dei partecipanti |
| 9.30 – 10.00 |
I perché
di un incontro
Francesco Belletti (Cisf)
Cristina Beffa (Famiglia
oggi)
|
| 10.00 -
11.30 |
Modulo 1: Ripensare
la malattia mentale
Coordina:
Tommaso
LosavioIntervengono:
Italo Carta,
Oltre le definizioni: vecchi e nuovi paradigmi sulla malattia mentale
Sandro Spinsanti,
Pre-giudizi, giudizi e decisioni etiche nell'orizzonte della
psichiatria
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| 11.30-11.45 |
Coffee
break
|
| 12.00-
13.00 |
Dibattito |
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14.30 –
16.30
|
Modulo
2: I luoghi della sofferenza mentale
Coordina:
Franco
Fasolo Intervengono:
Ernesto Muggia, La famiglia di
fronte alla malattia mentale grave: segnali, percorsi, risorse
Emanuela Bittanti, Segnali di
disagio e presa in carico precoce
Fabrizio Muscas, Il medico di
famiglia: quale ascolto, quale strumenti, quale relazione con la
famiglia |
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16.30 – 18.15
|
Modulo 3: Le strategie
di risposta
Coordina:
Anna Rosa Andretta
Intervengono:
Matteo Selvini: La cultura
familiare degli operatori e la valorizzazione della famiglia come
risorsa
Massimo Clerici: Lavorare con
le famiglie nell'informazione, nel supporto e nell'auto-aiuto:
obiettivi e strategie
Aristide Tronconi: Modelli
operativi: i servizi psichiatrici territoriali |
|
18.15- 18.30
|
Conclusioni
Virgilio Colmegna
Virgilio
Melchiorre |
Sintesi degli interventi
Francesco Belletti
Direttore Cisf
Il nostro principale obiettivo è stato
quello di riunire attorno ad un tavolo persone che, a vario titolo si
occupano della sofferenza mentale, per discutere, scambiarci esperienze,
giudizi, valutazioni.
L’occasione è un seminario di studio promosso da Cisf e Famiglia Oggi,
che collaborano da moltissimi anni. La loro storia è praticamente
strettamente intrecciata fin dall’origine, con tre punti qualificanti
nel loro stile operativo:
- la centralità della famiglia,
anche quando si parla di famiglia in difficoltà,
- un approccio multidisciplinare
secondo l’idea che comunque leggere la famiglia è complicato, e
richiede l’interagire di più competenzne, senza accettare
scorciatoie interpretative semplificanti;
- la terza caratteristica è quella di essere
liberi di affrontare tutti gli argomenti, seriamente e
liberamente in modo non pregiudiziale.
Il Cisf in particolare è un Centro culturale
e propone sullo scenario italiano convegni internazionali, pubblicazioni,
seminari di studio, ecc. Abbiamo appena presentato il nostro Settimo
Rapporto sulla Famiglia in Italia (Milano, 30 ottobre 2001); questo è il
nostro contributo al dibattito sulla famiglia, il nostro lavoro a sostegno
della fatica di fare famiglia oggi in Italia.
Tre sono i punti interpretativi da ci siamo partiti per il seminario che
oggi presentiamo:
- in primo luogo l’idea "la
famiglia al centro", nelle sue difficoltà, ma anche nelle
sue capacità di cura, di adattamento, di risposta attiva;
- In secondo luogo "la famiglia
in relazione con". Ci sembra fondamentale che nel leggere
la famiglia, si abbia in mente che la famiglia nuota in un mare che
è la nostra società. Molto spesso, quando va bene, non è in
tempesta ma spesso nei confronti della famiglia al massimo c’è un
atteggiamento di indifferenza; in molti casi è neutralmente ostile,
in pochi casi attira delle buone e positive sinergie.
- Infine, quando pensiamo alla famiglia
pensiamo – e vogliamo pensare – prima di tutto alla famiglia
risorsa; è faticoso ma importante un po’ in tutti i contesti
per noi, riproporre questa soggettività positiva della famiglia.
Quindi è fondamentale avere l’idea che comunque, anche in
difficoltà, la famiglia può e deve essere coinvolta in un
percorso di auto aiuto e in un percorso di protagonismo sociale.
In questo caso, sia come soggetto nello scenario politico ma anche
nelle relazioni di cura e nelle relazioni quotidiane.
Su questa prospettiva, misurandoci col tema
della sofferenza mentale, il nostro primo passo è stato quello di
costituire un gruppo di lavoro invitando alcuni esperti per farci aiutare
a mettere a tema un argomento così specifico; dallo scorso 10 aprile ci
siamo incontrati più volte e c’è stata un’operazione di
progettazione congiunta tra questo seminario di studio e il numero
monografico della rivista (fratello gemello di questa giornata). In questo
percorso abbiamo messo a tema diversi argomenti. Alcuni li abbiamo
scartati, altri li abbiamo considerati punti forti. Ci sembravano, quattro
gli aspetti che avremmo voluto ripercorrere nell’arco della giornata:
- il primo è il tema del carico
familiare, cioè la sofferenza mentale è chiaramente e
significativamente in carico alla famiglia. Si tratta di cercare di
capire come, con che modalità, etc.;
- la cultura familiare degli
operatori
, la presenza o
meno della cultura familiare degli operatori, come gli operatori
vedono la famiglia, come si interfacciano con essa.
- il ruolo delle famiglie insieme
;
cioè quanto aggiunge e come può essere costruita la capacità di
scambiarsi informazioni, di aiutarsi tra famiglie, di diventare
anche soggetto che va a riscuotere alcuni diritti da parte delle
famiglie che hanno al proprio interno un problema di sofferenza
mentale;
- abbiamo infine cercato di leggere il
tema del "pregiudizio" nei confronti della malattia
mentale. Abbiamo cercato anche di individuare le risorse: chi
c’è oggi in campo, chi combatte oggi su questo scenario, e
cercheremo di dirci qualcosa anche sulle strategie.
Sullo sfondo del nostro dibattito c’è la
riflessione sulla legge 180, sull’applicazione, sul tipo di
prospettive che in questi mesi stanno apparendo sull’orizzonte rispetto
alla riforma dell’organizzazione dei servizi. Si tratta di una battaglia
ancora tutta da giocare, come chi opera in questo settore sa bene. Il
nostro punto di vista, forse un po’ prima di questo livello più
tipicamente politico-organizzativo, è la consapevolezza che ci sia una
grossa battaglia da combattere sul versante culturale, nella prospettiva
di costruire e ricostruire la possibilità di una comunità accogliente,
capace di cura anche nei confronti della sofferenza mentale, in cui i
malati non siano emarginati, le famiglie non si sentano sole e gli
operatori si sentano strumenti e parte di un progetto sociale più ampio,
non si sentano abbandonati ma si sentano parte di un progetto complessivo.
Questo per noi è l’indicatore di una buona società: che ci sia spazio,
opportunità e accoglienza per tutti. Su questo punto vogliamo giudicare
la qualità del nostro consenso sociale.
Cristina Beffa, Vice-direttore
Famiglia Oggi
Ancora una volta abbiamo voluto dichiararci
contro lo stigma, il pregiudizio, per una rinnovata consapevolezza degli
uomini e delle donne di buona volontà che vogliono vivere nella società
e non soltanto attraversarla. Vogliono vivere con consapevolezza e con
responsabilità; ecco questo potrebbe essere lo slogan di questa giornata.
Quando ho saputo che il direttore del Cisf e io avremmo dovuto fare un
elenco dei "perché su quest’incontro", ne ho trovati
tantissimi: perché i malati sono tanti e le famiglie coinvolte pure,
perché sentiamo la responsabilità di fornire delle informazioni precise,
perché vogliamo fare il punto sulla situazione, perché vogliamo
confrontarci, perché vogliamo ampliare le nostre conoscenze e non perché
noi da qui forniremo a voi dei dati, degli elementi, delle riflessioni, ma
perché ci attendiamo che anche da voi – essendo un’assemblea
qualificata – ci sia un riscontro, una risposta.
Fra i tanti "perché" ne ho voluto enucleare soprattutto due:
intanto dare un luogo e un’occasione di scambio fra gli operatori di
settore e famiglie in situazione di sofferenza, per dire ai lettori di
nuova data di Famiglia Oggi e ai lettori di vecchia data, che noi ci
siamo; ci siamo come Famiglia Oggi, un mensile monotematico che affronta
le tematiche familiari secondo una formula interdisciplinare, che cerca
d’esserci sul campo, sovente in anticipo rispetto all’esplodere dei
fenomeni. Famiglia Oggi cerca d’esserci con coraggio, senza
mistificazioni, con coerenza al dettato scientifico, pur utilizzando un
linguaggio accessibile; cerca d’esserci evitando il pregiudizio iniziale
sul problema; cerca d’esserci evitando anche un aspro giudizio
conclusivo e finale; all’invadenza superficiale sui temi. Famiglia Oggi
preferisce un’attenta analisi, una documentazione seria con uno sguardo
all’Europa oltre che al nostro Paese e soprattutto a quei Paesi
dell’Europa dove l’associazionismo familiare è molto più
organizzato, dove i problemi che riguardano la famiglia sono esplosi
magari prima ancora che nel nostro.
Per Famiglia Oggi, la famiglia è un universo
plurisfaccettato, una realtà profondamente investita dai cambiamenti
culturali che hanno provocato degli scossoni; a volte scossoni difficili
da leggere in tutti i risvolti ma che sono serviti a risvegliare energie
che sembravano sopite, a destare l’interesse dei settori più disparati
della vita civile, al volontariato, alle politiche familiari.
Dall’universo familiare arrivano segnali di benessere e segnali di
malessere che non possono essere liquidati superficialmente e Famiglia
Oggi cerca di non essere superficiale; vuole esserci su questo terreno per
dare un apporto di riflessione possibilmente adeguato. Famiglia Oggi vuole
esserci su questo campo perché per noi la famiglia resta un concentrato
di valori, non basati sul guadagno, né sul reddito, non
sull’efficienza, né sul ruolo, non sulla carriera della madre o del
padre, ma sulle sane relazioni, sulla gratuità, sull’emancipazione di
ciascun componente della famiglia. Vogliamo esserci come rivista e
annualmente vogliamo esserci anche attraverso un convegno in
collaborazione con il Centro Internazionale Studi Famiglia.
Italo Carta
Oltre le definizioni: vecchi e nuovi
paradigmi sulla malattia mentale
Il titolo del modulo in cui si inserisce la relazione che mi è stata
richiesta è particolarmente impegnativo cosi come lo è quello della
relazione. Infatti non è per nulla facile ripensare la malattia mentale e
non ci si può cavare di impaccio negandola o riducendola per quel che
concerne la sua etiologia e la patogenesi alle Istituzioni che la hanno
contenuta e mantenuta modellandola nelle sue forme espressive, nelle sue
figure spesso grottesche e caricaturali. Devo dire, tra parentesi, che
quelle figure non mi sono mai piaciute, anche se per alcune devo
riconoscere l’indubbio talento artistico di chi ha fissato in quei visi
e in quei corpi deformi lo stigma della malattia mentale. Oggi che si fa
tanto parlare dello stigma ho trovato una risposta giustificativa alla mia
spontanea riluttanza a posare lo sguardo su quelle immagini: Sono,
infatti, una raffigurazione dello stigma, del marchio di infamia che si
imprimeva nel corpo dei folli deformandone le sembianze e rendendo palese
che la follia era prima di tutto leggibile nella corporeità e nelle
sembianze che essa assumeva con note fisionomiche caratteristiche delle
diverse patologie. Si potrebbe dire, seguendo la traccia della produzione
iconografica avente per oggetto la malattia mentale, che a un suo
ripensamento potrebbe corrispondere una rappresentazione diversa in senso
figurativo. Sarebbe in effetti interessante affidare a chi è propriamente
del mestiere, il compito di ridisegnare la follia e leggere nel prodotto
finito l’espressione di una nuova visione della malattia mentale, sempre
beninteso che quello che gli artisti ci fornirebbero fosse veramente una
lettura rinnovata della sofferenza psichica da affiancare alle allucinate
e fantasmagoriche creazioni di un Geronimo Bosch o all’urlo straziante
di Munch.
Gli artisti, si sa, a volte sono degli autentici profeti. Precorrono le
scoperte della scienza, usando il loro linguaggio che annuncia e disvela
delle verità che il rigore delle metodologie scientifiche a fatica riesce
a scoprire e a definire con le proprie categorie.
DSM, linguaggio comune
Ripensare dunque la malattia mentale e per farlo non accontentarsi del
fatto che il lessico della nosografia psichiatrica di cui il DSM detiene
l’esclusiva ha abolito il termine malattia, disease. illness e ha
introdotto per tutte le forme il termine disorder tradotto in italiano
"disturbo". Certamente c’è un pensiero dietro questa
scelta semantica ma dobbiamo riconoscere che è un pensiero che non
soddisfa chi non si accontenta di modifiche che rimangono confinate entro
i limiti delle pure denominazioni. Il merito del DSM, come è ben noto
agli addetti ai lavori, è di avere uniformato il lessico psichiatrico e
di avere costruito e via via sempre più perfezionato la manualizzazione
delle diverse forme in cui si declina la sofferenza psichica, la devianza,
gli scarti dalla norma, il tutto statisticamente validato. Il tema che mi
è stato affidato parla di un "oltre le definizioni" e non ho
potuto fare a meno di pensare alle definizioni del manuale diagnostico
statistico perché esso è in effetti una summa di esse, tutte fondate su
criteri descrittivi, rigorosamente ateoretici, come
si suole sempre precisare, che è come dire fondate sulla messa al bando
del pensiero che è veramente tale quando non si limita a guidare lo
sguardo che osserva ma interpreta il materiale che l’osservazione gli
fornisce. Siamo testimoni da qualche anno a questa parte di un fiorire di
iniziative che hanno sviluppato enormemente il potenziale classificatorio
del DSM moltiplicandone le categorie, sminuzzandole in sottocategorie,
individuando sintomatologie sottosoglia avvalendosi per eseguire
fedelmente e scrupolosamente questo compito di scale di rilevazione e di
misurazione dei sintomi sempre più sensibili e particolareggiate. Le
categorie diagnostiche del DSM si dissolvono negli spettri, della
schizofrenia, dei disturbi dell’umore, delle diverse forme dell’ansia,
rompendo gli argini della categorialità a favore della dimensionalità
ossia della continuità che retrospettivamente o prospetticamente
identifica in segni, sintomi, comportamenti sintomatici le tappe dei
percorsi delle diverse forme di disturbo mentale così come si sono
annunciate nelle epoche precedenti a quella in cui il paziente è giunto
all’osservazione dello psichiatra o come, secondo le previsioni, si
succederanno nelle epoche avvenire se i segni premonitori definiscono il
soggetto rispondente ai criteri per ritenerlo a rischio di patologia
conclamata in un futuro prossimo o remoto. Dal momento che il DSM è
universalmente adottato dalla comunità scientifica degli psichiatri e
alle sue classificazioni facciamo tutti riferimento con l’indubbio
vantaggio di utilizzare un linguaggio tassonomico comune, non mi sembra
che sia giustificata una critica distruttiva di questo prodotto della
lunga fatica della tasc- force dell’APA.
Molecolarizzazione della realtà e
riduttivismo
Quel che però bisogna dire è che non è certo a partire dalle
classificazioni del DSM che può nascere un nuovo modo di pensare la
malattia mentale. E’ possibile, forse anche probabile, che vi sia una
certa affinità tra la cultura di cui il DSM è un prodotto e lo stile di
pensiero che mira a molecolarizzare la realtà, ad atomizzarla e a fomirne
in forme riduttivistiche una versione che non corrisponde alla sua
rappresentazione quando lo sguardo si pone su di essa e ne coglie
immediatamente l’insieme nella sua complessità e totalità. Intendo
riferirmi alla realtà dell’uomo quindi alla dimensione antropologica
culturale che lo definisce come persona e lo distingue rispetto a tutte le
realtà che popolano l’universo, per lo meno quell’universo di cui
finora possediamo qualche conoscenza sulla base delle informazioni che
riusciamo a codificare. Avanzavo l’ipotesi di una affinità tra le due
culture, quella descrittiva classificatoria del DSM e quella
riduttivistica molecolare a ragione del fatto che il furore
classificatorio e quantificante di cui il DSM è un prodotto e al tempo
stesso un incentivo causale ha indotto molti psichiatri a proseguire sulla
linea delle categorizzazioni e delle sottocategorizzazioni alla ricerca di
elementi sempre più minuscoli e parcellari a cui attribuire il valore di
significato di predittori occulti di sviluppi patologici futuri. Si
richiede, a mio giudizio, per svolgere il tema proposto, una riflessione
epistemologica il che vuole dire, in questo caso, una correzione della
prospettiva da cui si guardano i fenomeni umani di cui le manifestazioni
psicopatologiche o le devianze costituiscono degli aspetti che sono pur
sempre figure emergenti da un tessuto complesso di elementi integrati a
costituire l’unità della persona. Ho usato un termine impegnativo come
"persona" nel riferirmi all’organismo umano e a tal riguardo,
farò in seguito delle considerazioni di carattere filosofico. Mi preme
ora sviluppare il concetto di complessità la cui semplice enunciazione può
giustamente suonare alquanto generica per non dire retorica. La complessità
dell’organismo umano è gerarchicamente ordinata e di tale
organizzazione gerarchica danno testimonianza gli assetti
morfologico-funzionali delle diverse parti di cui è composto il nostro
corpo e le relazioni di subordinazione di apparati e sistemi rispetto ad
altri. L’ordinamento gerarchico può essere visto anche nella
prospettiva della successione ordinata di strutture più semplici verso la
costituzione di strutture più complesse o ancora nella successione di
livelli di funzionalità elementari e di livelli più altamente
differenziati. Il concetto di gerarchia ha un fondamento logico ed
organizza il nostro modo di leggere gli eventi costitutivi della realtà.
Nel linguaggio specializzato della metodologia della ricerca scientifica
è invalso l’uso delle locuzioni della lingua inglese "bottom up e
"up down" per significare un modo di procedere che configura
propriamente la forma mentis dei ricercatori che nel loro investigare e
nel conferire valore di verità ai dati acquisiti, privilegiano un
criterio, ossia una traccia di percorso a svantaggio dell’altra. Il
criterio "bottom up" è stato utilizzato in forma assolutamente
palese dalla psichiatria biologica e in virtù di tale adozione ne è
derivata una lettura dei fenomeni in cui si sostanziano e si manifestano i
comportamenti umani nelle sue molteplici declinazioni, di
tipo nettamente riduttivistico. Utilizzo il termine riduttivistico e non
riduzionistico in accordo con F. Di Paola a significare con questo una
rozza forma di interpretazione degli eventi che porta il segno della
erroneità e della fallàcia in riferimento al valore di verità delle
conclusioni a cui porta. Il riduzionismo, infatti, voleva dire per i
filosofi neopositivisti del secolo scorso" riduzione inter-teorica
" e significava sostanzialmente che gli enunciati di una teoria meno
fondamentale potevano essere ridotti almeno in linea di principio a quelli
delle teorie più fondamentali che erano le teorie della fisica. Il
riduttivismo è una sorta di prodotto deteriore del riduzionismo
scientifico e pretende di spiegare la complessità dei fenomeni biologici,
in generale e quelli psicologico-comportamentali mediante le leggi del
comportamento delle molecole. Riduzionismo in tale prospettiva è sinonimo
di molecolarismo. Il vettore metodologico "bottom up"’ ossia
il percorso di una ricerca che procede dai livelli più bassi delle
organizzazioni degli eventi biologici verso livelli più elevati
interpreta il funzionamento di quest’ultimo come un derivato, un
prodotto del funzionamento dei livelli inferiori. Prendiamo in
considerazione la complessa struttura dell’encefalo: in essa possiamo
isolare e separatamente descrivere eventi di ordine molecolare, cellulare,
vie neurali che connettono regioni anatomo-funzionali diverse, connessioni
funzionali tra sistema nervoso, sistema endocrino, sistema immunitario.
E’ ben noto che l’osservazione di questi diversi contesti richiede
l’uso di tecniche descrittive differenziate e naturalmente di metodiche
sperimentali altrettanto diverse e una crescita di variabili e di
interazioni concorrenti. Inoltre ogni livello superiore funziona come
contesto dinamico in cui quelli inferiori sono inclusi. Parlando poi in
termini di informazione dovremmo dimostrare che le informazioni acquisite
dal livello più basso di indagine dovrebbero dare ragione delle
descrizioni dei processi svolgendosi a livelli superiori per cui tutte le
informazioni raccolte a questi livelli dovrebbero essere considerate come
superflue o rimpiazzabili dall’informazione di più basso livello, ossia
molecolare. Per fare un esempio banale riferendoci alla quotidianità
della vita di relazione nella società degli umani, tutte le informazioni
che sollecitano una persona su cui un’altra, preferibilmente di sesso
diverso, esercita le sue arti seduttive potrebbero, a buona ragione,
secondo i molecolaristi, essere rimpiazzate da informazioni molecolari.
Sembra che in questa apparentemente sofisticata forma descrittiva
scientifica si riproponga il tema della efficacia del filtro di amore che
con le sue virtù chimiche (molecolari) induce nel soggetto che lo beve la
passione amorosa per chi glielo ha somministrato. Si comprende meglio,
nella prospettiva del riduttivismo molecolare, perché Freud, a suo tempo,
abbia imboccato la via che lo avrebbe condotto a spiegare o a cercare di
spiegare lo psichico con lo psichico, rinunciando ad ogni altra forma di
spiegazione, diremmo noi, rinunciando ad altre forme di informazioni che
non fossero quelle provenienti dalla storia del soggetto,
dall’esperienza che degli eventi questi avrebbe fatto,
dall’elaborazione di questi con tutte le implicazioni che la miriade di
processi inconsci, preconsci e coscienti avrebbe comportato in termini di
deformazione, travisamento e falsificazione della realtà.
Malattie mentali e farmaci
E’ sicuramente degna di attenzione l’attuale situazione in cui si
trova la ricerca scientifica nel campo delle malattie mentali ad opera
delle influenze innegabili che le esigenze di mercato delle case
farmaceutiche esercitano su di essa. Non è mia intenzione sottacere e
tanto meno negare l’importanza che hanno avuto ed hanno i farmaci
psicotropi nella cura delle malattie mentali: la posizione critica non
rileva da un mancato riconoscimento dei loro benefici effetti ma dalla
constatazione che l’interpretazione della loro efficacia non tenga
conto, malgrado le molte evidenze cliniche, che l’uso che l’organismo
umano ne fa è il risultato di operazioni estremamente complesse che
prevedono interazioni altrettanto complesse tra strutture di livello
gerarchico diverso che fungono in modo dinamico da contenitori delle
struttura più semplici conferendo loro significati funzionali diversi da
quelli che avrebbero se funzionassero in modo isolato. Ci sono inoltre dei
quesiti a cui corrispondono delle dolorose impasse della clinica e della
terapia delle malattie mentali: un esempio di queste impasse che fa
toccare con mano l’evidenza dello scacco che la psichiatria registra
nelle terapie è la totale inutilità delle terapie farmacologiche
neurolettiche nelle patologie paranoicali in cui la impenetrabilità del
delirio non solo, come da tempo è noto, resiste ad ogni intervento mirato
a renderne evidente l’assurdità, ma persiste malgrado l’impiego di
potenti ed efficaci farmaci cosiddetti deliriolitici. L’esempio citato
della paranoia vale in quanto esso rappresenta nell’ampio spettro delle
malattie mentali quella che non subisce modificazioni neppure apparenti e
transitorie ad opera di psicofarmaci neurolettici ma anche per altre
malattie mentali, quali per esempio le schizofrenie, la remissione dei
sintomi quali i deliri e le allucinazioni è purtroppo molto spesso
transitoria e quelle che vengono riconosciute ed annunciate come
guarigioni sono spesso assestamenti difettuali dell’organismo mentale
che, in un certo senso, paga lo scotto di questo nuovo assetto con una
riduzione delle sue potenzialità vitali o della possibilità di
esprimerle in forme affettivamente cariche e costruttive. La terapia
delle malattie mentali gravi si apre in misura ancora molto consistente in
termini percentuali ed epidemiologici sullo scenario triste e sconfortante
della cronicità, dell’appiattimento affettivo e lo sforzo
della ricerca negli ambiti della psicofarmacologia sperimentale e clinica
sono rivolti a ridurre nella misura maggiore possibile il deficit
funzionale dei soggetti in cura approntando sempre nuove molecole di cui
vengono vantati i pregi propriamente nella misura in cui sono capaci di
indurre una remissione dei sintomi produttivi senza generare
sintomatologia negativa, oppure nel correggere questa rinnovando in un
certo senso le potenzialità sopite, anestetizzate dalla malattia. Studi
accurati di epidemiologia psichiatrica e di psichiatria sociale hanno
inteso dimostrare che la cronicità in psichiatria è più un artefatto
sociale che un prodotto di una processualità patologica che, assimilata
alle malattie degenerative, comportava come conseguenza, in un certo senso
fatale, irreversibilità del quadro morboso che la forma acuta aveva
generato.
La complessità della persona come
organismo bio-psico-sociale
La cronicità dunque, chiamava in causa la sociologia con i suoi
paradigmi e la chiamava in causa non solamente per le malattie mentali per
cui l’evidenza è maggiore che non per altre forme patologiche.
Certamente pensare alle malattie mentali conformemente a rappresentazioni
teoreticamente fondate su paradigmi diversi da quello molecolare per cui
ad ogni singola forma di disturbo mentale corrisponderebbero degli errori
descrivibili e definibili in termini di errori di interazioni molecolari
significa riproporre la complessità della persona come organismo
bio-psico-sociale. Definizione questa molto usata, spesso con enfasi
retorica, non sempre riconosciuta criticamente come
l’espressione semantica di una realtà densa di enigmi perché in
essa si annodano delle entità distinte, funzionanti conformemente a delle
regole molto diverse che non annullano le differenze che le sostanziano
per il semplice fatto che biologia, psicologia e sociologia sono legate
tra di loro sul piano della espressione linguistica da un semplice
trattino. La verità è che le relazioni che queste diverse entità
intrattengono tra di loro sono a noi ignote e permane l’enigma non solo
del misterioso salto dalla mente al corpo che affascinava Freud quando si
sforzava di costruire il paradigma che gli consentiva di dare una
spiegazione alle manifestazioni inquietanti dell’isteria e estendeva
tale paradigma ad altri disturbi del funzionamento dell’organismo
psichico. Anche Freud si è fermato sulle soglie del mistero e ha passato
la parola alla filosofia che da sempre lo indaga e dà delle risposte che
sa essere sempre parziali.
Relazione mente e corpo
A ben riflettere, ripensare la malattia mentale richiede prima di
tutto un ripensare in chiave critica le relazioni tra la mente e il corpo
o come suggerisce Peter Strawson, uno dei più autorevoli rappresentanti
della filosofia analitica, le relazioni tra il soggetto e il corpo o tra
la persona e il corpo. Perché per questo ed altri filosofi è la persona
e non semplicemente la mente il soggetto di linguaggi intenzionali. Il
soggetto cioè di un linguaggio che non si limita come fanno i robot a
usare delle parole in senso estensivo per cui se un predicato possiede un
certo numero di attributi e un’altra parola ne possiede altrettanto
uguali i due termini sono in tutto e per tutto intercambiabili.
L’esempio che comunemente viene portato per distinguere il linguaggio
intenzionale, o intensivo degli umani da quello estensivo dei robot è
quello della parola acqua e della sua formula chimica H20 e della
applicazione della logica estensiva ai famosi versi del Petrarca: Chiare,
fresche e dolci acque ove le belle membra pose colei che solo a me par
donna" in cui la parola acqua verrebbe sostituita con la formula H20
con risultati a dir poco disastrosi non solo per il danno estetico che
arrecherebbe al componimento poetico ma anche per la grave lesione del
senso del testo. La persona, nella sua complessità, dunque, è il
soggetto di atti intenzionali e il pensiero è sempre intenzionale: non si
pensa e basta come voleva Cartesio ma si pensa sempre a qualcosa e le
immagini di una PET che documentino la presenza attiva del pensiero
mediante l’evidenziazione delle modificazioni metaboliche di aree del
cervello non potranno mai informare l’osservatore di quei processi
metabolici a riguardo del fatto che quel soggetto in quel momento sta
pensando, come dice Quine in un suo saggio sull’argomento, a Parigi. Se
questo è attualmente lo stato dell’arte, come si suole dire, del tutto
trasparente ed inequivocabile, non ritengo che sia imputabile di
nichilismo o di disfattismo l’atteggiamento mentale di chi ritiene che
malgrado i molti progressi fatti nella gestione della sofferenza psichica
noi psichiatri, unitamente a tutti coloro che lavorano nel campo della
salute mentale siamo ancora molto lontani dalla comprensione della sua
intima natura e conseguentemente non siamo in grado di fornire risposte
terapeutiche risolutive. Una natura che ha molte facce e che si riveste di
abiti molto diversi a seconda degli individui e della loro collocazione in
contesti geografici, etnici, culturali anch’esse differenti in senso
sincronico e diacronico. La natura intima che li accomuna, per tutti
noi che non guardiamo più ai malati mentali come a degli alieni è quella
umana. E radicati in questa convinzione possiamo affermare con H.S.
Sullivan. un grande maestro di psichiatria e di terapia psichiatrica che:
"noi siamo prima di tutto semplicemente umani Questa natura umana
estremamente complessa si iscrive in un universo sconfinato di realtà
fisiche e biologiche, partecipa di un patrimonio comune di informazioni
che vengono mediate da dispositivi di cui ignoriamo in larga misura il
funzionamento e le regole che lo governano. E poiché la scienza
sperimentale procede faticosamente nel suo cammino mediante operazioni
riduzionistiche, come si diceva dinanzi, le modellizzazioni del
funzionamento degli organismi biologici è avvenuta in modo conforme a
criteri riduzionistici perché la scienza sperimentale non conosce altra
metodologia che non sia di tal genere ed è grazie alla rigorosa
applicazione di tali criteri che ha conquistato e continua a conquistare
nuovi territori con delle impennate esponenziali che a volte lasciano
sgomenti o in preda a un senso di vertigine. I progressi delle scienze
biologiche allargano sempre di più il divario esistente tra le conoscenze
nei domini di loro competenza e le conoscenze in ambito psichiatrico e
psicologico in generale. Si potrebbe dire, e non in forma di boutade,
che gli uomini o meglio la conoscenza con cui gli uomini avanzano nei
territori della biologia, sia in un certo senso pagata con l’ignoranza
di quel che succede nell’ambito specifico dello psichismo. e che la
psiche rinserri sempre di più le sue difese a custodia dei suoi segreti
di fronte all’incalzare di una tecnologia che tende a devitalizzarla.
E’ comunque sorprendente constatare che la battuta arresto del
progresso della scienza avvenga proprio in quelle regioni in cui
l’organismo biologico si interfaccia con l’organismo psichico, si
fa tutt’uno con esso assumendo in un certo senso una nuova fisionomia,
sempre però cangiante nelle sue espressioni funzionali, si fa parola,
linguaggio segnico che semiotizza, conferisce, cioè significato alla
realtà di cui fa parte e così facendo la trascende.
Variabile stimolante per la ricerca
scientifica: l’inclusione del mistero nella visione scientifica
Un contributo, a mio giudizio molto rilevante dal punto di vista
epistemologico al chiarimento del problema dei rapporti tra la mente e il
cervello è quello fornito da Roger Penrose. Questo autore in un suo
ponderoso volume dal titolo seducente:" Le ombre della mente"
affronta il tema della simulazione computazionale di operazioni mentali
come la comprensione e la consapevolezza e le facoltà ad esse connesse,
ossia la coscienza e l’intelligenza. E’ molto interessante la
posizione presa da Penrose a favore della tesi che una appropriata azione
fisica del cervello susciti la consapevolezza ma che questa azione fisica
non possa essere simulata computazionalmente. Peniose prende nettamente
posizione, anche contro la tesi che la consapevolezza non possa essere
spiegata in termini fisici o in termini scientifici. Egli rifiuta questa
tesi tacciandola di misticismo perché in essa vi è la negazione di
criteri scientifici per il progresso della conoscenza e afferma che "entro
una scienza ed una matematica ampliate si troverà alla fine abbastanza
mistero per includere anche il mistero della mente". Ho riportato
testualmente la frase di Penrose perché esprime contestualmente la sua
fiducia nella scienza e l’accettazione del mistero, quello della mente
in particolare. Sono sempre più numerosi gli studiosi che hanno eletto il
campo della fisica quantitistica come oggetto primario del loro interesse,
così come i matematici che rivolgono la loro attenzione alla mente e al
suo mistero. Si rende sempre più evidente l’esistenza di nessi
epistemologici tra il principio di indeterminazione, il collasso della
funzione d’onda e tutto quello che attiene in modo specifico al mentale.
E seguendo un percorso sicuramente difficile e non affrontabile con
immediatezza e disinvoltura che si è condotti a leggere, poche pagine
dopo la trattazione delle tesi sulla computazionabilità meccanicistica e
deterministica delle attività della mente in Penrose, un paragrafo in cui
si parla del caos e dei sistemi caotici. L’interesse per i fenomeni
caotici nasce dalla consapevolezza che in natura moltissimi eventi sono
riconoscibili nelle loro fasi iniziali come dovuti a cause note ma la loro
evoluzione è imprevedibile. E’ pur vero, come afferma Penrose, che
la prevedibilità di tali eventi è resa possibile da sistemi
computazionali, ossia da modelli matematici, ma è altrettanto vero che le
previsioni ottenute con tali sistemi sono tutte viziate da errori. Il
problema rimane aperto ma forse una certezza si va delineando in modo
sempre più chiaro e cioè che l’universo dei fenomeni quantistici non
è un universo in cui vige indiscussa la regola della causalità lineare.
Vengono destituite di fondamento i principi di separatezza e di
localizzazione dominanti nella fisica classica e si va affermando il
concetto, l’episteme del paradigma sistemico-relazionale sintetizzato
nell’enunciato "tout tient": nell’universo tutto è in
relazione con tutto in un gioco incessante di azioni e di retroazioni.
Forse dovrà passare ancora qualche anno prima che possa essere applicato,
anche con ricadute sul versante terapeutico, una rappresentazione dei
fenomeni mentali, normali e patologici, conforme al paradigma della
elettrodinamica quantistica sostitutiva o integrativa del paradigma della
fisica classica che propone una modellizzazione della mente coerente con
una definizione della stessa come epifenomeno del funzionamento di una
macchina elettrochimica. Si comprende agevolmente come molte pratiche di
medicina alternativa facciano riferimento in modo più o meno
teoreticamente fondate a modelli epistemologici di tipo generalmente
olistico e come una visione genericamente olistica venga guardata con
sospetto da chi ha una mentalità scientifica perché ha per essi il
sapore di un misticismo nutrito di concezioni panteistiche del mondo,
riedizioni moderne di una "anima mundi" che risente di
mediovalismi inaccettabili. Si ripropone ancora e sempre l’antica lotta
della scienza contro il pensiero magico a cui, per sua vocazione, essa
sottrae terreno per affermarsi con il trionfalismo delle sue verità
sperimentali. Ma come dice Penrose, sopra citato: "entro una scienza
ed una matematica ampliata si troverà alla fine abbastanza mistero per
fare posto al mistero della mente". Potremo anche aggiungere che l’inclusione
del mistero nella visione scientifica dell’oggetto psichiatrico che è
la sofferenza psichica è una variabile stimolante per la ricerca
scientifica come alternativa ad un atteggiamento di quiescenza fideistica
o di sconfinamento regressivo su posizioni di pensiero magico.
Sandro Spinsanti
Pregiudizi, giudizi
e decisioni etiche nell’orizzonte della psichiatria
Il nostro interesse qui per le malattie mentali non è speculativo, è
pratico; qui non sono presenti degli studiosi che si interrogano in chiave
conoscitiva sui problemi della salute mentale; qui sono presenti operatori
dell’ambito
psichiatrico, familiari, singoli ed associazioni, per
trovare delle risposte concrete. Insomma, la domanda che aleggia in questo
contesto, è che cosa dobbiamo fare affinché la cura corrisponda a
criteri di qualità umana, affinché la cura sia giustificabile dal
punto di vista etico, risponda a criteri di bontà e di rispetto
dei diritti.
L’etica, proprio per sua natura, ha a che fare con delle decisioni e
quindi con il "da farsi". Tuttavia prima di arrivare alle
decisioni, noi dobbiamo fondare queste su dei giudizi e prima di arrivare
ai giudizi dobbiamo affrontare i pre-giudizi.Recentemente il Comitato
nazionale per la bioetica ha redatto un documento di riflessione sui
problemi bioetici che offre oggi la psichiatria e ha individuato subito
come problema prioritario quello di fornire informazione e favorire una
discussione pubblica per la lotta al pregiudizio verso i malati mentali.
Le indicazioni concrete che dà il comitato si basano sul dare una
maggiore diffusione di informazioni sulle malattie mentali che siano
semplici e corrette, anche nelle scuole. Evitare il rischio di
interpretazioni "riduzionistiche" della malattia mentale. Il
comitato raccomanda equilibrio, comprensione della complessità
biopsicologico-sociale della malattia mentale, raccomanda di promuovere
una campagna nazionale periodica di lotta allo stigma e ai pregiudizi nei
confronti delle persone affette da disturbi e disagi psichici al fine di
rendere effettivo il rispetto dell’eguaglianza, del diritto
all’informazione e alla lotta alla discriminazione.
Le radici del pregiudizio
Tutti bei propositi che – se mi è permessa
una critica – somigliano molto di più a esortazioni e ai buoni
propositi. Ma hanno un fondamentale difetto: non ci aiutano a capire qual
è la natura del pregiudizio da combattere. E se non capiamo la natura
in cui il pregiudizio si radica, è molto difficile che riusciamo in
questa campagna.
Vorrei indicare due radici profonde di questa malapianta che è il
pregiudizio nei confronti dei malati mentali. Qualche settimana fa
appariva nella rubrica di Repubblica, nelle lettere a Corrado Augias, una
lettera molto triste in cui un lettore raccontava cosa gli fosse accaduto:
"Mi trovavo a Parma, città civile, quando una decina di ragazzi si
sono messi a gridare – guardate, un mongolino" - il lettore stava
accompagnando un ragazzo disabile-, "e scoppiano poi in una grassa
risata; ho cercato di far finta di niente, per non far soffrire Marco, ma
lui è diventato subito triste e mi ha chiesto di riaccompagnarlo a
casa" . Qual è la linfa che circola in questa pianta, in questa
forma del pregiudizio? La stupidità, sì certo; ma la radice è il
bisogno di tracciare una linea tra i normali e i diversi, collocandosi tra
i normali. I bambini, i ragazzi esprimono questo bisogno in modo più
ingenuo, quasi brutale, ma è presente anche negli adulti. Il motivo
profondo di questo meccanismo di discriminazione e di pregiudizio, è la
paura della diversità e allora dire di non avere pregiudizi, è un po’
– se mi permettete – come dire a don Abbondio di non avere paura.
L’altra radice è di diversa natura, è l’interesse; i pregiudizi
nell’ambito della psichiatria, si nutrono di interessi. In un
giornale medico americano, 1851, prima della lotta civile per la
liberazione dei neri, trovate che un medico sostiene che la ragione che
induce un negro a fuggire dal padrone è in molti casi una malattia della
mente; tuttavia facilmente curabile, con appropriati consigli medici,
questa fastidiosa abitudine che molti schiavi hanno di scappare via, può
essere quasi interamente prevenuta. Il pregiudizio in questo caso, è
profondamente radicato negli interessi, ovviamente i padroni avevano
interesse che gli schiavi rimanessero schiavi e a bollare quei
comportamenti come pazzia, come malattia mentale; e anche in questo caso
non esita a far ricorso alla scienza per legittimarsi, "chi si
comporta in quei determinati modi è in realtà un pazzo". C’è un
altro esempio storico che mi piace presentarvi, molto gustoso, quasi un
aneddoto.
|
All’inizio
del XX secolo la principessa Luisa di Sassonia, condannata
come colpevole di adulterio era stata internata in manicomio
per iniziativa del marito e dichiarata dai più illustri
psichiatri di Vienna, inferma di mente. Karl Kraus, scrittore,
polemista e giornalista analizza molto dettagliatamente i
motivi per cui era fosse stata dichiarata inferma di mente, e
arriva a smascherare un sofisma: come sintomo della malattia
mentale di Luisa di Sassonia veniva indicato il fatto che la
principessa rivelando una deplorevole carenza del principio di
realtà, insistesse a proclamasse sana di mente e ritenesse un
sopruso il suo ricovero coatto in manicomio, per cui diceva
Karl Kraus la principessa per essere sana dovrebbe riconoscere
di essere pazza. E finiva in maniera sferzante riprendendo un
detto di uno statista austriaco che diceva: "l’uomo
comincia dal barone in su". Ricalcando su questo detto,
Karl Kraus diceva: "L’uomo finisce con lo
psichiatra".
|
Credo che questo esempio ci aiuti a capire
che dietro ai pregiudizi, oltre le paure ci sono gli interessi. Interessi
profondi che oggi non sono meno presenti di due secoli o un secolo fa.
Abbiamo individuato una prima fondamentale radice dell’ostacolo nel
superare i pregiudizi: i pregiudizi hanno a che fare con le nostre
emozioni, e hanno a che fare con gli interessi. Quindi il passaggio dal
pregiudizio al giudizio etico è molto difficile.
C’è un altro elemento molto importante e serve per capire come
funzionano i pregiudizi nell’ambito della malattia mentale. E’ la circolarità
tra quello che vediamo, tra la visione e l’atteggiamento morale; cioè
noi non possiamo prendere le decisioni morali giuste finché non poniamo
attenzione alla realtà e vediamo nel modo giusto la realtà che ci
interpella, ma d’altra parte non possiamo vedere finché non adottiamo
l’atteggiamento giusto. Vorrei esemplificare questa affermazione con una
profonda osservazione di una scrittrice che era anche filosofa, Iris
Murdoch, quando afferma che nella scelta morale è molto importante ed
essenziale, l’attenzione. Noi, in genere nell’ambito morale pensiamo
che comincia con la volontà, cioè vedere il bene, "fare il
bene". In realtà, la scelta morale comincia con l’attenzione. La
scelta morale è una questione di visione prima ancora che di decisione e
questa visione è condizionata dal nostro impegno, previa la scelta di
osservare il mondo con un’attenzione amorevole e attenta, frutto a sua
volta di un impegno morale che ci permette di vedere le persone e le cose
rispettandone le caratteristiche e le esigenze. La bontà ha a che fare
con la conoscenza, ma non con una conoscenza quasi scientifica e
impersonale del mondo, ma con una conoscenza fine e onesta percezione di
che cosa c’è in gioco. Un paziente è giusto discernimento di quanto ci
troviamo a fronteggiare che è il risultato non semplicemente di aprire
gli occhi, ma di un tipo perfettamente familiare e disciplina morale. Un
modo un po’ filosofico in buona sostanza, la circolarità è questa: non
riusciamo a vedere se non siamo impegnati moralmente, non riusciamo a
impegnarci moralmente se non vediamo un essere umano nel malato mentale.
|
C’è un
esempio che vorrei farvi per rendere un po’ più
comprensibile questa formulazione forse un po’ astratta. Un
esempio letterario che a me ha dato una grande impressione e
continuo a ritenerlo uno dei testi letterari più profondi
sulla cura dei malati mentali. E’ il romanzo breve o
racconto lungo di Italo Calvino: "La giornata di uno
scrutatore". Si tratta della storia di uno scrutatore di
seggi – il racconto è autobiografico – ambientato negli
Anni ’60. Italo Calvino infatti fu designato durante le
elezioni ad andare a scrutare i seggi elettorali in
un’istituzione molto particolare, il Cottolengo di Torino
– e riferendo questa esperienza a un personaggio in terza
persona che chiama Ambrogio, in realtà riferisce la sua
esperienza; che cosa ha visto e che cosa ha vissuto. Ebbene,
è molto importante perché la prima parte del racconto
rispecchia molto profondamente un intellettuale che vede con
senso di fastidio e insofferenza questi esseri larvali che
circolano per il Cottolengo. Ha soltanto comprensione nei
confronti di quelle suore che operano in questo luogo, perché
immagina che questo faccia parte di una vocazione particolare:
quella, appunto di dedicarsi a questi esseri un po’ al
confine tra l’umano e il non più umano; finché c’è
un’esperienza chiave nel racconto. L’autore vede un
giovane profondamente demente, un giovane idiota per usare il
suo linguaggio, linguaggio comune, e scopre che ogni
settimana, il padre, che è un contadino della montagna,
scende a Torino– compie un lungo viaggio, a piedi,
sostenendo tangibili disagi semplicemente per dar da mangiare
al figlio e assisterlo mentre mangia. Non fa nient’altro,
questo giovane idiota non parla, non esprime emozioni, ma
guardando questa scena – Calvino, l’autore e il
personaggio – ha un profondo inside; permettetemi di
leggervi un brano di questo racconto: "La presenza di
quel contadino e di suo figlio indicava al personaggio
Ambrogio, un terreno a lui sconosciuto; la suora aveva scelto
la corsia con un atto di libertà, respingendo il resto del
mondo, tutta se stessa in quella missione umilizia, eppure
anzi, proprio per questo, restava distinta dall’oggetto e
dalla sua missione, padrona di se, felicemente libera. Invece
il vecchio contadino non aveva scelto nulla; il legame che lo
teneva stretto alla corsia non l’aveva voluto lui, la sua
vita era altrove, nelle sue terre, ma faceva la domenica il
viaggio per veder masticare suo figlio. Ora che il giovane
idiota aveva terminato la lauta merenda, padre e figlio –
seduti sempre ai lati del letto – tenevano tutti e due
appoggiate sulle ginocchia le mani pesanti d’ossa e di vene,
le teste chinate per storto, sotto il cappello calato il
padre, e il figlio a testa rapata come un coscritto, in modo
da continuare a guardarsi con l’angolo dell’occhio. Ecco,
pensò Amerigo, quei due così come sono, sono reciprocamente
necessari e pensò: ecco, questo modo d’essere è l’amore
e poi l’uomo arriva dove arriva l’amore, non ha confini se
non quelli che gli diamo". |
Con questo racconto io vorrei che ripensiamo
a queste osservazioni filosofiche; credo che qui vediamo la perfetta
circolarità, l’impegno morale. Quest’uomo vede nel figlio idiota un
uomo, vede il figlio proprio perché è orientato alla cura e da questa
visione nasce l’impegno di cura. E’ una perfetta circolarità ma che
ci mette di fronte al grande problema che l’impegno etico nei confronti
di questi malati è difficile argomentarlo se uno non è già disposto o
se non ha già un orientamento che gli permetta di vedere la domanda. C’è
ancora un terzo elemento che è un ostacolo ad andare al di là degli
schemi che chiamiamo pregiudizi.
Concettualizzazioni e professioni
Il passaggio dai pregiudizi ai giudizi si è
reso difficoltoso dai paradigmi esplicativi della malattia mentale; cioè
quello che noi vediamo, le malattie mentali, le spieghiamo attraverso
delle concettualizzazioni e queste dipendono profondamente dai contesti
professionali. Le diverse professioni che si occupano dei malati mentali
tendono a costituire dei mondi autonomi con scarsa comunicazione tra di
loro, anche con scarsa comunicazione di linguaggio, di spiegazioni.
Per sommi capi vorrei indicare tre diversi nuclei professionali che si
occupano dei malati mentali e che quindi spiegano la malattia mentale e
fanno dei giudizi di obbligo o di appropriatezza degli interventi.
La psichiatria
Un primo profilo professionale è lo psichiatra, ovviamente. Nella
psichiatria si sottolinea il primato della dimensione somatica,
neurologica e oggi sempre più biochimica, il professor Carta l’ha
illustrato in maniera molto approfondita. Questo approccio ha avuto di
recente, da pochi decenni, un grande processo per l’introduzione – per
la prima volta– di farmaci psicoattivi, ed ha sconvolto il nichilismo
terapeutico della psichiatria tradizionale che era completamente fondata
sulla diagnosi, e riguardo la terapia altro non poteva fare se non la
contenzione. Oggi lo psichiatra, molti psichiatri, tendono sempre di più
a privilegiare il ripiegamento sull’organicismo più radicale; insomma
la malattia mentale è qualche cosa che si risolve con le pillole. Come
esemplificazione vorrei citarvi una frase che ho letto di recente di uno
psichiatra americano, rendendo conto alla stampa dei progressi delle
conoscenze scientifiche sulla schizofrenia. "Quello che oggi sappiamo
sulla schizofrenia, sta tutto nella biochimica del cervello, tutto il
resto è poesia". Quello che è poesia per il riduzionista
biochimico è invece l’ambito professionale di altre professioni e
qui vorrei ricondurmi all’ambito degli psicoterapeuti in ordine direi
quasi esemplare la psicanalisi, e poi tutto il mondo variegato,
complesso, conflittuale, caotico delle psicoterapie; ognuno con le
proprie spiegazioni, ognuno con i propri interventi.
Il mondo variegato delle
psicoterapie
La psicoterapia o l’intervento che si riconduce alla capacità
professionale dello psicoterapeuta, ha in abominio il procedimento
esclusivamente sintomatico, cioè quello rivolto a togliere i sintomi
attraverso interventi oggi sempre più biochimici. Il sintomo lo
considera piuttosto come un messaggio da interpretare, costituisce la
crisi in una biografia, costituisce una crisi nel sistema relazionale,
chiede un intervento di cambiamento nella vita, nelle relazioni. La
terapia consiste fondamentalmente in un "far parlare, permettere che
si esprima ciò che è stato scomunicato" nel senso letterale della
parola, cioè "tenuto fuori dalla comunicazione".
La pratica pastorale
C’è un terzo approccio, un terzo sapere,
una terza pratica professionale oltre "la psichiatria" e la
"psicoterapia" ed è quella che chiamerei la "pratica
pastorale". Anche in concreto, molti di quelli che si occupano
dei malati mentali, oggi lo sono non perché hanno una formazione
psichiatrica o formazione psicoterapeutica, ma lo fanno in un ambito ampio
che possiamo ricondurre a un approccio interpersonale fondato su la
relazione con una forte attenzione alla dimensione spirituale.
Pensate alla presenza massiccia di questa dimensione nelle comunità
terapeutiche e in altri ambiti. E’ interessante notare che c’è stato
un cambiamento determinante, notevole dal punto di vista storico nel
paradigma religioso. L’ambito che una volta era di competenza dello
spirituale si è cicatrizzato; oggi se uno afferma che "ha il
commercio con il diavolo" è molto improbabile che vada a finire sul
rogo, anzi lo escludiamo. Come è molto improbabile che se uno dice al
confessore o al direttore spirituale che "ode delle voci", è
molto improbabile che sia avviato a un processo di canonizzazione; è
molto più probabile che si veda rifilare l’indirizzo di uno psichiatra
di fiducia; perché la religione ha un po’ lasciato quest’ambito, che
sempre più va lasciato ai professionisti.
Oggi l’attenzione ai fatti dei comportamenti, ai sintomi che uno
psichiatra o uno psicoterapeuta chiamerebbe "sintomi di disagio
psichico" cito una pagina di Famiglia Cristiana, scritta da don
Mazzi, una lettera molto dura al papà di Erika, tristemente noto, ma con
una polemica forte contro gli psichiatri; dice don Mazzi in questa
lettera: "i resoconti degli "strizzacervelli" – e già
questo indicativo della critica, la non adesione ai paradigmi psichiatrici
da parte di chi vuol vedere nella persona qualcosa di più di un malato
mentale o un criminale – il resoconto degli "strizzacervelli"
sono di un qualunquismo impressionante; i luoghi comuni, le frasi fatte,
per chi come me ha tentato dal ’69 al ’79 di smantellare le situazioni
totali insieme a Basaglia, Tersiani e Camplini, mi fanno inviperire."
Volevo prendere questa testimonianza come l’indice che c’è un terzo
ambito molto importante di persone che si occupano dei disagi e dei
malesseri riconducibili alla psichiatria o la malattia mentale, da un
angolo visuale che invece valorizza al massimo una persona, ed è
interessante che sempre meno siano gli ecclesiastici, sempre più sono
psicologi, in particolare aderenti al movimento transpersonale che cercano
di individuare in certi comportamenti "etichettabili" come
psichiatrici dei segnali o delle domande o degli indici della crescita
personale. Ognuno di questi tre ambiti professionali: la
psichiatria, la psicoterapia, la pastorale ha i propri modi di
interpretare la propria visione dell’essere umano e spesso sono in
conflitto tra di loro. Credo che avremmo bisogno anche qui, di una
maggiore comunicazione altrimenti quello che per uno è una spiegazione,
per un altro è fasullo. Quello che per l’uno è un professionista
accreditato, per l’altro è uno "strizzacervelli". Abbiamo
bisogno di capire che anche qui si realizza la grande compensità del
paradigma della malattia mentale, che ogni ambito professionale ha i suoi
strumenti, ha le sue lenti per vedere la realtà, ha le sue categorie per
descriverla, ha i suoi orizzonti in cui collocarla.
"La difesa del minimo morale" e "la promozione del
massimo morale".
Permettetemi nell’ultima parte della mia comunicazione di passare ad
un’altra dimensione, quella più propriamente etica. Supposto, in altre
parole, che noi siamo consapevoli che portiamo quasi inevitabilmente dei
pregiudizi che derivano dalle nostre emozioni, dai nostri interessi
nell’approcciarci ai malati mentali, consapevoli che il nostro ambito
professionale, il nostro coinvolgimento relazionale condiziona le
categorie con cui descriviamo i malati mentali. Che cosa dobbiamo fare?
Vorrei in sintesi presentarvi due orizzonti etici.
"La difesa del minimo morale"; questa espressine deriva da un
filosofo, Adorno, che dopo la seconda guerra mondiale, riflettendo
sull’esperienza nazista ha scritto proprio un libro classico Minima
moralia per dire che con tutto il consenso, con tutta la democrazia la
civiltà dell’occidente, in particolare quella assolutista del nazismo,
aveva infranto il minimo morale, era scesa sotto il minimo morale. Non
basta che la maggioranza di una popolazione sia convinta che un
comportamento sia buono e nemmeno che la totalità della popolazione sia
per paradosso convinta perché il comportamento sia buono. Noi dobbiamo riservarci
la possibilità di criticare certi comportamenti. Uno dei
comportamenti che certamente merita di essere preso in considerazione è
quello nei confronti dei malati mentali. Sappiamo tutti che il nazismo è
stato terribilmente brutale nei confronti dei malati mentali; una sintesi
è apparsa l’anno scorso da parte di Alice Ricciardi Von Platten. Questa
psichiatra partecipò dal ’46 al’48 ai processi fatti ai nazisti a
Norimberga e ascoltò le dichiarazioni etiche e politiche contro i
procedimenti nell’ambito della medicina e della psichiatria. Alice
Ricciardi Von Platten ha sintetizzato i comportamenti dei nazisti nei
confronti dell’eutanasia. Ci piacerebbe dire: "be’ questo è
passato e non succederà più". Purtroppo siamo molto meno ottimisti
sul fatto che l’orrore sia soltanto alle nostre spalle. Vorremo che la
soluzione sbrigativa che è quella di togliere di mezzo i malati mentali,
fosse una soluzione che mettiamo nell’archivio degli orrori che siamo
stati capaci di fare ma che non rifaremo più. Ci piacerebbe che fosse così,
in realtà ci sono dei segnali un poco inquietanti, in modo più soft
certamente, ma la via dell’eutanasia rimane ancora una forte tentazione.
Sono un po’ in difficoltà a parlarne perché meriterebbe un ben altro
approfondimento e non vorrei cadere nella semplificazione ingiusta di
dire: "guardate gli olandesi, loro hanno preso la via
dell’eutanasia perché hanno per legge accettato la possibilità
dell’eutanasia". Credo che nel modo come si parla della
legislazione olandese ci siano molte semplificazioni ingiuste perché è
una cultura diversa dove le cose si fanno in trasparenza e si cerca di
definire delle regole, di attenersi a quelle regole, ed è una cultura
completamente diversa dalla nostra in cui le cose si fanno ma non si
dicono. C’è però un dato, lo prendo da un articolo
sull’argomentazione della fine della vita in Olanda: "Decisioni e
interventi medici di fine della vita nei Paesi Bassi nel ’90 –
’95". Era ancora prima della legge che è stata varata, per un
decennio hanno introdotto una regolamentazione provvisoria che pur non
tenendo nella legislazione l’eutanasia come crimine la penalizzava a
certe condizioni. Dacché questa regolamentazione è entrata in atto,
vedete che le richieste non sono molto aumentate: erano 21.000 nel 1990;
34.000 nel ’95. E’ interessante che soltanto un terzo, anche meno di
un terzo di queste richieste sono state accolte. L’eutanasia è stata
accolta nel ’90 nel 30% dei casi e nel 37% dei casi nel ’95. Ma la
cosa impressionante per me è l’ultimo dato, mi crea malessere.
"Intervento di fine vita senza esplicita richiesta" cioè vuol
dire che allora questa barriera della domanda, della richiesta ripetuta
della consapevolezza, della prova delle motivazioni, dell’assenza di
depressione, in un certo numero di casi, in un importante numero di casi
non viene presa in considerazione. Viene molto chiaramente documentato che
sono persone dementi, persone che non riescono a fare la domanda, ma che
viene interpretato come una domanda di eutanasia. Questo è un segnale
preoccupante se venisse esteso alla maggior parte delle legislazioni.
Un’altra cosa importante, proprio per non scendere sotto il minimo
morale, cioè non togliere di torno i malati mentali, non accelerare
la loro fine è il criterio della giustizia ovvero trattare tutti con
uguale considerazione e rispetto, che nella nostra organizzazione sociale
significa che tutti hanno diritto ai servizi, tutti hanno diritto al
trattamento, non soltanto quelli che possono, non soltanto quelli che
hanno accesso al privato, ma che c’è un impegno della comunità
nazionale a rendere disponibile per tutti - su una base di equità - i
servizi.
Gli Italiani hanno tutti la stessa
possibilità di accedere alle cure?
Per noi un punto qualificante etico è che la
possibilità economica non sia una discriminante tra le persone e vorremmo
che la malattia mentale entrasse in questo ambito come un elemento che non
discrimina le persone ma che tutti possano accedere in modo uguale alle
cure.
Come si presenta la situazione da questo punto di vista? In qualità di
operatori avete molti più dati, lascerei piuttosto a voi una risposta,
nello stesso tempo permettetemi di farvi un esempio da parte di un ambito
affine, non quello della psichiatria e dei servizi di igiene mentale, ma
l’ambito delle cure palliative. Due settimane fa è stato presentato a
Roma il progetto "Hospice e cure palliative" riferito
alla diffusione dei servizi di terapia antalgica nell’ambito nazionale.
Il motivo era anche quello di uno stanziamento finanziario. In questo
contesto è stata anche diffusa da parte del Ministero della salute, una
piantina dell’Italia che descrive la distribuzione dei centri regione
per regione. I centri afferenti al servizio sanitario nazionale sono 321 e
161 le associazioni no profit, appartenenti al ambito privato dunque. Di
questi per esempio la Toscana ha 22 centri del servizio sanitario
nazionale e 7 centri privati. Gli italiani sono uguali solo sulla carta
perché attualmente chi ha un dolore, per esempio un dolore dovuto ad una
malattia oncologica, a seconda che stia al Nord, al Centro o al Sud, in
una regione o in un’altra, ha più o meno possibilità di accedere a un
servizio di terapia del dolore; e se noi accettiamo che il cancro è cieco
e colpisce alla cieca, dobbiamo dire che il dolore non è cieco, colpisce
soprattutto al Sud, colpisce soprattutto i poveri perché chi ha dei
mezzi, si reca presso un centro privato o si reca in un’altra regione.
Allora questa situazione che vi presento come paradigmatica, a me crea
molta inquietudine pensando che stiamo andando verso la regionalizzazione
della sanità, che ogni regione "darà" secondo le proprie
scelte programmatiche e che se già adesso l’Italia ha diversi colori,
non colori euforici, colori alcuni di vergogna perché alcuni ricevono
meno del necessario, che cosa avverrà in futuro quando ogni regione potrà
disporre o non disporre di un centro o di un servizio di psichiatria? Gli
italiani saranno uguali o saranno ancora più discriminati? Insomma credo
che questo sia un argomento di politica ma nello stesso tempo di etica
fondamentale, da monitorare perché se oltre ad avere le attuali
divergenze, con la regionalizzazione della sanità andremo incontro a
ulteriori discriminazioni, a ulteriori divergenze da regione a regione,
noi rischiamo che alcuni malati in futuro non saranno giustamente trattati
cioè senza discriminazione, ma avranno le discriminazioni che nascono
dalla pochezza dei mezzi economici. Se questo è il "minimo
morale" noi non possiamo dichiararci un Paese civile e non possiamo
sostenere eticamente che con le nostre posizioni facciamo le cose giuste
nei confronti del trattamento dei malati mentali se non tuteliamo la vita
di tutti e non avalliamo procedimenti che tendono a dare minore valore e a
diminuire e abbreviare la vita. Se non tuteliamo la giustizia dando a
tutti i cittadini uguali possibilità, se non attuiamo un monitoraggio di
questa realtà andiamo sotto il minimo morale. Invece quale promozione del
massimo morale indicherei come obbligo dare ai malati mentali le cure
appropriate. Noi sappiamo (ed è già stato menzionato chiaramente questa
mattina, che nell’ambito delle malattie mentali e delle cure
psichiatriche siamo su un versante duplice) che la psichiatria si apre sia
sul versante medico dove l’intervento è curare sia sul versante
sociale, perché la psichiatria è anche controllo e repressione di
comportamenti devianti e dannosi per l’ordine pubblico.
Quando la psichiatria era a servizio
della repressione
In passato, per un lungo periodo la psichiatria
è stata soprattutto al servizio della repressione. Un paragrafo in se
tristissimo è l’uso della repressione psichiatrica nei regimi
totalitari, dove la psichiatria è servita per mettere fuori gioco i
dissidenti. Non si è verificata questa situazione in Italia ma abbiamo
avuto ampie manifestazioni della violenza repressiva delle istituzioni
psichiatriche. Inoltre la psichiatria si apre per sua natura su un duplice
intervento psichiatrico, uno quello che possiamo vedere collocato nella
libera professione e l’altro nelle istituzioni, nel servizio pubblico.
Questa molteplicità di interventi pone una serie di problemi etici. Mi
limito soltanto a menzionarli. Prima di tutto credo che noi dobbiamo
curare non soltanto reprimere, quindi utilizzare la psichiatria nella sua
capacità oggi finalmente acquisita di curare e non soltanto di isolare e
contenere e reprimere. Tuttavia dal punto di vista etico credo che
dobbiamo molto acutamente iniziare a fare una valutazione costi-benefici
di almeno alcuni interventi; costi-benefici non in termini economici,
costi-benefici in termini personali, di vita.
Costi-benefici in termini personali e nodi etici
Per esempio l’argomento costi-benefici dei farmaci psicoattivi. E’
sempre un beneficio mettere le persone sotto una terapia farmacologica che
può ridurle a delle larve, può spegnere anche le pulsioni distruttive,
autodistruttive, ma può anche arrivare a spegnere la personalità.
Secondo argomento che necessita di un’attenta e buona valutazione, è la
terapia elettroconvulsivante ovvero l’elettroshoc. Quando e come
utilizzare questa terapia? E’ una delle terapie su cui si è diffusa
molto l’opinione "pro e contro", abbiamo l’impressione che
non sempre è stata utilizzata in maniera corretta e forse neppure oggi.
Qualcuno tende a delegittimarla del tutto, ma in ogni caso l’uso
appropriato per quali patologie e per quali invece escluderla, è un
argomento etico e clinico.
Un argomento, un intervento dentro questo insieme di interventi che hanno
bisogno di una accurata analisi costi-benefici è la psicochirurgia o la
lobotomia. Tutti abbiamo in mente in film Qualcuno volò sul nido del
cuculo in cui è stata data una versione molto scenografica, "holliwoodiana",
ma il malessere verso queste forme di interventi curativi è molto forte.
Proprio oggi quando aumentano le capacità anche di inserire degli
elettrodi nel cervello per controllare le crisi epilettiche è necessario
chiedersi, sì ma a che prezzi.
Credo che siano interventi – i farmaci psicoattivi e la
terapia elettroconvulsivante e psicochirurgia- che richiedono un più
accurato dibattito sociale e clinico. La valutazione va fatta non soltanto
nei ridotti della psichiatria ma va fatta socialmente. Bisogna portare le
ragioni e giustificare anche socialmente e giustificare con le persone.
Sofferenza mentale e consenso informato
Un ultimo punto importantissimo di queste esigenze etiche che pone
oggi la terapia psichiatrica, è il coinvolgimento del paziente nelle
decisioni che lo riguardano. Ora noi sappiamo che questa è una
formulazione molto ampia che riguarda un cambiamento che sta avvenendo in
tutta la medicina. Oggi non basta che il medico sia convinto personalmente
in scienza e coscienza che l’intervento è quello giusto per
prescriverlo al malato. Il medico deve informare, chiedere il consenso e
soprattutto con l’informazione rendere il paziente coinvolto nella
conoscenza dei danni, benefici, alternative: insomma una decisione fatta
in due, presa insieme. Questo è un argomento anche per la psichiatria,
anche se paradossalmente potrebbe sembrare che proprio lo stato
psichiatrico escluda il soggetto. Attraverso una negoziazione, credo
invece che proprio la pluralità delle forme di malattia mentale sia una
pluralità che prevede anche ampi ambiti in cui c’è una consapevolezza
forse parziale, forse in divenire, e quindi l’esigenza di una
informazione e di una partecipazione.
Voglio anche indicare due ambiti molto importanti: uno è la diagnosi
precoce di demenza, va comunicata o non va comunicata alla persona
coinvolta, o è la famiglia che deve gestire questa informazione? E
l’altra, (argomento oggi importante ma che lo diventerà sempre più
domani) sono i test genetici per conoscere se si è portatori di un gene
che espone in futuro a una malattia mentale; sono o non sono portatore di
un gene che mi espone alle varie forme di demenza? Chi può decidere se va
informata la persona e quanto la persona interessata deve poter decidere
talvolta anche in conflitto con i propri familiari? Sono capitoli che
meriterebbero un approfondimento, ciascuno per se, ma credo che se noi dal
punto di vista etico tuteliamo il minimo morale, non scendiamo sotto quel
livello in cui saremmo degli esseri irragionevoli e degli esseri
eticamente non presentabili. Non c’è soltanto l’eutanasia che usa i
farmaci, ci sono anche forme molto mascherate e soft che sono
l’isolamento, la chiusura in certe istituzioni. Se non infrangiamo il
diritto che ognuno ha di essere trattato con uguale considerazione e
rispetto e anche di ricevere tutti i servizi che sono necessari; e se
andassimo verso il massimo morale cerchiamo che anche nei trattamenti
psichiatrici noi non ci limitiamo a contenere ma di curare e nel
curare valutiamo esattamente in maniera trasparente benefici e
rischi, cercando di coinvolgere le persone rispettando il loro diritto di
essere persone quindi di decidere finché possono, credo che in questo
modo possiamo avere un ampio spazio di azione etica.
Virgilio Melchiorre
Poche parole, non tanto come presidente del
Comitato Scientifico del Cisf che seguo da molti anni ma per via della mia
attività di studioso all’interno dell’Università dove ho lavorato e
lavoro da molti anni nel campo della Filosofia Morale vorrei fare una
prima notazione.
Abbiamo avuto da una parte degli interventi splendidi stamattina da parte
dei due relatori, a carattere generale, apparentemente non hanno neanche
parlato di famiglie, dall’altra parte molti interventi molto mirati,
molto particolari, sull’operativo; gli uni e gli altri indubbiamente
importanti, ma credo che vada recuperata la parte magistrale della
mattinata, perché in essa ravvisavo un’indicazione di metodo
fondamentale sia pure molto generale.
Il professor Carta ha detto delle cose bellissime parlando della
impossibilità di considerare il malato e la malattia secondo un’ottica
unilaterale; ha parlato di molecolarizzazione, di riduzionismo, ha
richiamato a quella unità di mente-corpo senza la quale l’uomo non può
essere intesa. E’ un tema che mi ha appassionato per molti anni
studiando appunto la relazione fra spirito e corpo quindi la persona
come corpo coscienziale o come coscienza corporea; e mi veniva fatto
di pensare che alle origini del pensiero occidentale, fra i primi
filosofi, uno dei primi filosofi dell’occidente, Eraclito, ha detto
qualcosa del genere: "Quanto tu più cerchi di penetrare nella
vita dell’anima, quanto più cercherai le vie dell’anima, tanto più
non troverai il suo fondo". Mi pare che la lezione del professor
Carta ci porti proprio a dire che mai il discorso è chiuso sulla persona
dell’uomo tanto più quando consideriamo la persona dell’uomo nella
sua totalità che non è puramente fisica, che non è puramente
spirituale, ma che è una totalità quanto più la consideriamo in quella
identità profonda che emergeva nella metafora della citazione di Petrarca,
dell’acqua. Ecco dove la dizione dell’acqua diventava la metafora di
estrema metafisica, al di là di ogni pura lezione della Fisica, che
richiamava all’unità dell’umano.
Credo che, sul piano concreto, questo invito a considerare la totalità
dell’umano può diventare un criterio anche per stabilire quel rapporto
fra costo e benefici di cui parlava l’amico Spinsanti, che a sua volta
ci ha parlato di un alto riduzionismo: il riduzionismo delle prospettive
unilaterali: o solo psichiatrico o solo psicoterapeutico o solo pastorale,
religioso, dunque dal suo punto di vista ci richiamava di nuovo ad una
considerazione completa, totale dell’umano, ci richiamava al principio
etico di considerare il malato come persona. Ecco, mi veniva in mente
un’espressione paradossale di un altro grande filosofo dell’occidente,
Spinoza. Usava ripetere che non ci sono normale e anormale. "La
normalità" – diceva – "non esiste, esistono soltanto
diversi, ogni uomo che lo consideriate buono o cattivo, malato o sano, in
realtà è soltanto una diversità nel panorama dell’umano". Questa
affermazione certo ha del paradossale, non può portarci al punto di
dichiarare inesistente la malattia, no! Però, forse questa affermazione
ci riporta ad una attenzione di metodo radicale. Si diceva, appunto
dell’uomo come persona, ma che cos’è la persona? Direi in una
battuta: "La persona dell’uomo è un punto di vista singolare
irripetibile sul mondo". Allora il rapporto anche col malato,
considerato come persona, potrebbe essere inteso in questa direzione;
cercare di penetrare, di vedere prima di decidere, cercando di vedere,
cercando di scrutare nella sua realtà qual è il suo punto di vista sul
mondo. Se riuscissimo in qualche modo a cogliere questa sua radicalità,
questo essere un punto di vista sul mondo, forse troveremmo anche la
chiave per comunicare in qualche modo per renderlo, nella misura in cui è
possibile, responsabile della sua cura. Naturalmente fin dove questo è
possibile, ma lo stesso Spinsanti lo ha detto: fin dove è possibile, dove
non è possibile forse interviene soltanto la pietà. L’anno scorso
abbiamo proiettato in questa sala, un bellissimo filmato di un giovane
regista che raccontava la storia del suo rapporto con la madre malata di
Alzheimer e incrociava questo racconto con il ritrovamento delle carte,
delle fotografie, del suo rapporto infantile con la madre. Ecco in qualche
modo il richiamo a quel punto di vista che la madre era stata sulla vita
del mondo, lo portava ad avere un rapporto di pietà, un rapporto di cura
nonostante tutto verso questa donna. In un caso o nell’altro mi pare che
questo sia il punto cruciale: individuare nella misura in cui è
possibile l’identità dell’altro, quella sua capacità di essere un
punto di vista singolare sul mondo e quello è il punto su cui, se riesci,
puoi tentare, per quanto sia possibile, di comunicare.
Fabrizio Muscas
Il medico di famiglia: per una "medicina
di iniziativa" e non di "attesa passiva"
Il mio compito è quello di portare un contributo pratico come la mia
disciplina di appartenenza impone al ragionamento sulla prevenzione,
cura e riabilitazione del disagio psichico e della malattia mentale.
Intanto sottolineo naturalmente cose note: i medici di famiglia o medici
di base, chiamiamoli come volete, sono professionisti che lavorano a
strettissimo e diretto contatto con la popolazione e con i propri
assistiti e questo rapporto è un rapporto continuativo e quotidiano.
Questo fatto ci mette in una posizione straordinariamente
importante se opportunamente sfruttata per rilevare tutta una serie di
problematiche nel momento del loro emergere.
I medici di famiglia sono vicini – dicevo prima – all’emergere delle
problematiche e sono in grado di cogliere – credo di poterlo dire –
come nessun altro, se sensibilizzati opportunamente, il disagio nel suo
affiorare, quel "qualcosa che non va" che poi può sfociare in
malattia conclamata e sono in grado di coglierlo non solo nella società,
nell’ambiente esterno, ma direttamente a contatto con le famiglie.
Esistono dati ufficiali che dicono che ogni anno i medici di famiglia
vedono circa l’80% dei propri clienti - ovviamente non relativamente a
problematiche psichiche - ma questo altissimo numero di contatti comunque
- in qualsiasi maniera avvenga - dà la possibilità di pianificare, di
prospettare una "medicina di iniziativa" e non di
"attesa passiva" che possa in qualche maniera rilevare
questi disagi. Mi riferisco - in questo momento - ai disagi psichici ma
ovviamente questo vale per tutto il vastissimo campo delle patologie. Noi
crediamo che questa sia una risposta efficace e nello stesso tempo una
risposta compatibile con quelle che sono le problematiche che aleggiano
anche qui oggi e che sono le problematiche di tipo economico, di
possibilità di sostegno dei servizi tanto che si parla di modificazioni
profonde dei servizi stessi, di privatizzazioni, di tagli ai servizi, etc.
La formazione e la ricerca
Crediamo che la risposta, una delle risposte,
possa passare attraverso la medicina generale. Diversa è la capacità
attuale della categoria dei medici di famiglia di operare
all’interno di un sistema, di avere la necessaria disponibilità e
iniziativa per operare all’interno di un sistema che faccia davvero
prevenzione fino in fondo e che possa contribuire a partecipare anche al
sistema delle cure primarie, quelle territoriali ma anche quelle –
diciamo – di secondo livello in rapporto con il settore della
psichiatria. Di fronte a questo problema, cioè alla possibile
inadeguatezza della categoria dei medici di famiglia, rileviamo
sicuramente dei ritardi che sono interni alla categoria stessa, ritardi di
aggiornamento ad esempio, ma moltissimo dipende anche dal fatto che su questo
settore nessuno ha mai investito per la formazione e per l’adeguamento
delle conoscenze.
Questo è uno degli aspetti che speriamo si superino in questi anni.
Stiamo facendo tutto il possibile perché questo avvenga. Di fronte alla
possibile cancellazione di alcune ipotesi regionalistiche, ad esempio che
si inventi la possibile profonda trasformazione della medicina generale
pubblica e la sua cancellazione mi viene in mente un paradosso: se un
paese non ha dei buoni chirurghi si rimbocca le maniche e investe nella
chirurgia per formarne di migliori e certamente non cancella la chirurgia;
questo dovrebbe valere anche per la medicina generale.
Vorrei entrare nel pratico e farvi vedere quello che nella nostra
piccola realtà (Sesto Fiorentino) si sta facendo per la problematica
psichiatrica. E’ stato calcolato che il 25% della popolazione soffre di
un disturbo psichico in una fase della propria vita. Ovviamente si parla
di tutti i disturbi possibili, non è il caso di paragonare la tubercolosi
alla tosse o al raffreddore, ma comunque noi rileviamo tutti questi
aspetti. Il 40% fa parte dell’utenza ambulatoriale con problemi psichici
e si presenta comunque per una qualsiasi ragione: cioè noi facciamo
certificati per l’attività sportiva ma nello stesso tempo abbiamo di
fronte uno che può avere un disturbo psichico. Si tratta di capire se ci
sono degli strumenti attraverso i quali noi possiamo rilevarlo anche
mentre gli facciamo il certificato per l’attività sportiva. Ancora
oggi l’80%, la stragrande maggioranza di pazienti che vanno dallo
psichiatra sono inviati direttamente dal medico di famiglia. Le spese
generali – questi sono dati inglesi e americani – per le malattie
mentali, per i disturbi psichici, sono paragonabili a quelle della cura
del cancro e delle malattie cardiache.
Un ultimo aspetto: il 70% è costituito da persone affette da attacco di
panico. Questo per darvi un’idea della sfuggevolezza, della mutevolezza
con cui si presentano – dal nostro punto di vista e nei nostri
ambulatori - le problematiche psichiatriche e di quale sia l’iter dei
pazienti prima di arrivare ad avere una risposta tecnicamente valida.
Esiste una morbidità psichiatrica generale nella popolazione. Questo è
un primo filtro: chi avverte in qualche maniera, è in grado di avvertire,
di avere un problema di tipo psichiatrico, si riferisce al medico di
medicina generale, al suo medico il quale poi ulteriormente filtra,
interpreta, compie un atto diagnostico e in questo modo inizia l’iter
del malessere, della problematica psichiatrica e viene conclusa ai vari
livelli oppure finisce nei livelli più alti che sono quelli
dell’ospedalizzazione.
Non è solo quello che viene avvertito dalla persona che decide: vado dal
dottore perché mi sento agitato, sono nervoso, sono depresso etc.: c’è
una vastissima parte di queste persone che non sanno o che non riconoscono
di esserlo o rimuovono, non vogliono ammettere di avere disturbi psichici,
comunque rappresentano potenziali casi, potenziali problemi di tipo
psichiatrico.
Sopra questo magma di malattia psichiatrica di morbidità, "stanno
seduti" i medici di famiglia nel nostro sistema sanitario e qui
dobbiamo in qualche maniera intervenire per interpretare quello che
avviene di sotto, altrimenti il magma esplode o finisce per esplodere.
Due domande importanti
Dal nostro punto di vista sono due le domande
importanti che dobbiamo porci rispetto alla relazione con i nostri
pazienti assistiti. C’è qualcosa nel comportamento, nei sintomi
riferiti, in quello che dicono queste persone ai familiari che possano far
pensare a una sofferenza psichica? Interpretare e dare una risposta a
questa domanda ovviamente non vuol dire fare una diagnosi psichiatrica
secondo le linee del DSM4. Non è nostro compito, ci troveremmo in
difficoltà nel farla, ma anche gli psichiatri si trovano spesso in
difficoltà e si annodano spesso sulle diagnosi, però è importante
riconoscerlo. Perché il disturbo psichico – e questo è abbastanza noto
– se trattato velocemente probabilmente ha un’evoluzione
diversa da quella in cui invece è il ritardo che pesa e che conta.
La seconda domanda è già più difficile per noi rispondere. Se si
tratti o meno di un problema psichiatrico vero e proprio. Il rischio
è di trovarsi in questa situazione dove questo povero medico ha a che
fare con tutte le diagnosi del DSM4.
I dati di una ricerca empirica
I medici di famiglia hanno iniziato questa esperienza attraverso uno
studio del ’97 – ’98 in collaborazione con l’Università di
Firenze, con il Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche. Le
caratteristiche di questo studio tendevano a descrivere manifestazioni
psicopatologiche nella popolazione utilizzando alcune metodiche classiche.
Praticamente si cercava la prevalenza dei disturbi psichici nella
popolazione. L’aspetto importante è che è stato ottenuto un altissimo
tasso di risposta con la collaborazione diretta di medici di famiglia, con
prospettive che ci ponevamo sia da un punto di vista epidemiologico che
nosografico, cioè ci aspettavamo una stima più attendibile dei costi
della patologia psichiatrica e indicazioni precise sulla base dei dati,
sulla strutturazione dei servizi.
Uno dei problemi grossi ancora oggi è la difficoltà estrema di
comunicare fra i due settori, cioè si parlano linguaggi completamente
diversi e per la medicina generale non sono stati studiati –
perlomeno in Italia, pochissimo anche a livello mondiale – strumenti
effettivamente utilizzabili da medici generici.
Nello studio collaboravano 18 medici di famiglia con 23.000 persone in
carico; furono selezionati 2500 soggetti random e i medici di
medicina generale oltre che la diagnosi orientativa ovviamente di base,
hanno partecipato anche somministrando due piccoli questionari. Un 5%
negativo fu sottoposto a una ulteriore convalida conferma attraverso
intervista psichiatrica.
Risultati: L’adesione fu questa: 94% degli intervistati da medici di
medicina generale su 2500 selezionati hanno risposto e sono stati
contattati. Le persone positive per un disturbo di tipo psichico erano
circa il 25% del campione totale. Di questi positivi, 555 furono i veri
positivi, quelli confermati da un’ulteriore intervista psichiatrica; 64
i falsi positivi. Quindi qui vedete l’altissima possibilità
diagnostica orientativa. Ovviamente, non mi riferisco alla diagnosi
DSM4, ma di medici di medicina generale sui propri pazienti. Potrebbe
essere questo un punto di partenza per decongestionare, per esempio, i
servizi psichiatrici da tutta una serie di problemi che li affollano. Già
fare la diagnosi, penso a uno psichiatra, se già si basa su un qualcosa
che è già avvenuto, forse si risparmia.
Prevalenze dei tratti trovati: sono dati sull’ansietà, sulla
depressione, sull’insonnia, sull’irritabilità; sono tratti psichici,
sono stati trovati tutti da questo studio. Queste invece sono le diagnosi
che gli psichiatri hanno fatto sullo stesso campione: schizofrenia 0,42;
deliri, la somma di questi dati porta i dati che già Muggia diceva:
l’1% circa della popolazione soffre di disturbi gravi, gli altri sono:
la depressione, i disturbi di ansia, disturbi d’ansia generalizzata,
agorafobia, attacchi di panico, etc, etc. Ecco, il campione di quel 25%
selezionato risultato positivo, utilizzava per la cura questa figura
professionale, alcuni erano già in cura dallo psichiatra pubblico,
altri dallo psichiatra privato, altri dallo psicologo, ma la grande
maggioranza del campione risultato positivo e convalidato all’intervista
psichiatrica era in cura presso gli ambulatori di medici di medicina
generale.
Di cosa ci interessiamo adesso a partire da questo studio che ha innescato
una reazione nel nostro territorio e che ha in qualche maniera fatto in
modo che un’aggregazione maggiore dei 18 medici originari stia portando
avanti un progetto con varie valenze? Ci stiamo interessando di queste
aree: patologie ansiose, depressione, ma soprattutto abbiamo cominciato e
stiamo cercando di lavorare, sugli esordi psicotici e disturbi (?).
Giustamente ci sembra che questi siano degli aspetti ancora non bene
affrontati dal punto di vista della medicina generale. Aspetto
particolarmente drammatico poi per le situazioni che si porta dietro a
livello familiare e a livello di gestione sul territorio. Anche il
disagio familiare infantile e giovanile in collaborazione con la pediatria
del territorio è un altro aspetto importantissimo sul quale diciamo e
crediamo che il nostro intervento possa essere utile e importante.
Attraverso lo studio di un sistema di rilevazione dei sintomi precoci
orientativi per i disturbi psichici di interesse cerchiamo di studiare
sulla base di griglie, di elenchi come anche la dottoressa Bittanti ha
fatto vedere prima, su quella falsariga, un qualcosa che possa sostenere
ulteriormente la nostra capacità diagnostica, la nostra capacità di
capire in aspetti di medicina d’iniziativa, quali siano i problemi che
sono presenti in quella determinata persona o in quel determinato spaccato
familiare per affrontarli in maniera precoce. Cerchiamo di stratificare il
rischio e partire da questo, anche attribuendo punteggi di gravità agli
aspetti che rileviamo. I medici di cui parlavo, da 18 adesso sono circa 80
e coprono la popolazione di circa centomila persone e fanno parte di una
cooperativa medica presente a Sesto e nella zona Nord-Ovest di Firenze.
Lavoriamo su linee guide per corsi diagnostici assistenziali attraverso i
quali ovviamente, affrontare in maniera omogenea e in accordo con i
servizi psichiatrici del distretto le problematiche (in questo momento da
noi è una realtà che funziona).
Compito importantissimo: la
formazione specifica dei medici di medicina generale.
La medicina generale e la psichiatria sono settori che non hanno mai
comunicato bene. Addirittura non è da nascondere che nel nostro settore
c’è stata per anni una delega alla psichiatria.
In questo momento ci consideriamo operatori in équipe e in collaborazione
con i servizi e pensiamo che se non siamo lasciati soli, se siamo
supportati da un sistema che collabori con noi, di poter affrontare anche
tutta una serie di problematiche sia d’urgenza, sia in maniera meno
urgente che si possono sul territorio.
Francesco Belletti
Voglio semplicemente segnalarvi due o tre
considerazioni tratte da questa giornata. La prima è l’attenzione
all’uomo, alla persona che stamattina ci è stata così magistralmente
sottolineata. La sofferenza mentale ci costringe ad avere un’idea della
persona, dove sta la persona e quali sono quindi i limiti della dignità
della persona e questo mi sembrava molto interessante perché alla fine
della mattina la sensazione di aver parlato d’altro era forte, ma
contemporaneamente ci ritroviamo a doverci domandare se lavorando su un
tema specifico non dobbiamo comunque avere un’antropologia forte,
un’idea forte di persona.
La seconda cosa che mi è rimasta in mente è questa idea, "voglia di
rete" che veniva fuori dalla prima Tavola Rotonda del pomeriggio.
L’ultima cosa che mi crea un problema come organizzatore è la
consapevolezza che da questa parte del tavolo c’erano pochissime donne e
da parte degli interventi, la maggior parte delle testimonianze delle
storie sono state raccontate da donne che sono forse ancora le custodi
vere della capacità di cura e della capacità di accoglienza della
famiglia ma anche molto spesso della società.
Su questo aspetto, magari come Cisf, sarebbe interessante un’ulteriore
riflessione e discussione proprio su questa differenza e su questa capacità
e/o difficoltà - potremmo anche parlare di "distribuzione di
potere".
Don Virginio Colmegna
Mi permetto non tanto di concludere ma
eventualmente di riaprire un problema che mi nasce spontaneo: non tanto
facendo un discorso ma dando degli schemi che rischiano di essere come
sempre troppo paradigmatici e quindi magari provocatori.
Innanzitutto questa tematica è così centrale che non riguarda solo la
salute mentale o la sofferenza psichica, riguarda tutti perché riguarda
la comunità, quindi la società nella quale viviamo. Questa tematica non
è solo "tematica degli addetti ai lavori", delle famiglie o
altro, ma è una tematica che riguarda la complessità del nostro vivere.
L’angoscia del vivere moderno porta il tema della sofferenza e della
salute mentale, quale asse centrale e strategico delle relazioni. Quindi
il tema della cura, il tema della persona, il tema dell’ambiente in cui
viviamo, della presa in carico è veramente centrale. Io credo che attorno
a questa tematica dovremo sviluppare non solo la psichiatria di
comunità che significa comunità di relazioni, presa in carico, rottura
delle solitudini, stare all’interno. Si tratta di tematiche centrali per
qualsiasi discorso formativo che attraversano la salute mentale ma
incontrano e guardano in faccia tutte le altre tematiche. Dico ciò perché
in termini culturali la debolezza e l’emergenzialità con la quale viene
affrontato il tema della salute mentale, lo rendono una politica
residua anzichè essere un’attenzione di carattere culturale e centrale
che non è solo dei familiari ma di tutti. Anche in termini pastorali e
complessivi. Tema della cura, della centralità della persona che non è né
dello psichiatra, né dei servizi, è il tema delle relazioni.
Uno dei discorsi di educazione della salute mentale che fatte è un
discorso formativo e informativo perché vi è un abbassamento estremo di
cultura rispetto alla salute mentale nella gente comune. Questo porta al
rischio dell’estrema rottura, dell’estrema emarginalità perché
– possiamo citare tutti gli episodi – quello che stiamo avvertendo è
il rischio dell’emarginazione. Non si tratta di un tema di poca
importanza inteso anche in termini culturali, in termini di orientamento,
allora vuol dire che vi è una debolezza di comprensione.
Il secondo passaggio è il tema della
ricerca e della sperimentazione. Qui vi è un tema estremamente rigido
rispetto a questo; si va a ragionare di accreditamento e di sistemi, il
tema della ricerca va riportato dentro al tema della sperimentazione,
perché non è solo lo psichiatra o il terapeuta che devono ricercare. Vi
è un patrimonio di ricerca che sta "sul territorio" "con
le persone", che è risorsa fondamentale per la ricerca della
sperimentazione. E qui abbiamo uno schema estremamente rigido:
l’accreditamento e la gestione dei fondi sulla sperimentazione è
completamente in mano al "club di psichiatri", primari che
decidono, riorganizzano in termini rispettivi sul territorio ma non
esiste una circolarità.
Lo dico per quel che concerne la Regione
Lombardia come lo dico anche per altri luoghi. Il tema del potere è
estremamente importante a questo livello; può diventare il problema del
potere che non è di tutti ma è in un’etica di circolarità e di
responsabilità proprio per andare anche a verificare, per evitare di
aprire la conflittualità, la circolarità delle esperienze, tutto il tema
della risocializzazione dell’inserimento. Esiste anche il problema
terapeutico invade anche altre nuove figure perché abbiamo qui
anche gli immigrati; abbiamo qui la psichiatria di solitudine perché
rispetto a questo hanno dentro evidentemente un problema enorme,
drammatico. Allora affrontare i problemi della sperimentazione e della
flessibilità in termini culturali e di verifica dei risultati è
estremamente importante. Per anni si è sperimentato sul sociale ma al
di là della ricerca di carattere scientifico non esiste una ricerca sulla
rendita e sui risultati che ci sono stati rispetto al processo di
inserimento. Non si è consolidato niente sui progetti di sperimentazione
nel nostro versante sociale e comunitario; il rischio è che si continui
ancora così. I residui ci sono e si investono e si vede di retribuirli
rispetto poi ai dipartimenti su ciascuno. Credo che si necessiti di una
capacità pubblica, questo sì. Di partecipazione anche nel sistema
"partecipativo", e quindi il terzo settore, le
associazioni familiari, il privato sociale, le dimensioni: debbono
partecipare non in un’ottica soltanto gestionale (anzi più si riduce
questo e più diventa un sistema pubblico che va bene a tutti), ma note di
carattere partecipativo di portatori di esperienze e di verifica e di
critica. Sono molto d’accordo su quanto avete detto sui familiari, laddove
anche se sbaglia diventa problema. Su questo non c’è assolutamente
verifica perché i luoghi dove si discute sono estremamente pochi o
strettamente asettici.
L’ultimo passaggio che voglio fare è sottolineare che qui vi è
evidentemente anche un problema del limite; La nostra società si
confronta rispetto al limite, qualche volta l’approccio coi servizi è
un approccio di carattere onnipotente: ... che i servizi guariscano è
perché si ha un concetto di guarigione assolutamente razionalistico e il
nostro sistema culturale, invece di accettare il limite esaspera
assolutamente la potenzialità.
L’inserimento lavorativo non si potrà fare se si pensa che la
persona ammalata quando è lì al lavoro non abbia momenti di crisi e è
necessario andare a vedere se c’è una società che entra in relazione e
ricupera, restituisce e prende cura in una complessità. Questa verifica
non c’è, perché il tema della guarigione, qui è guarigione a
carattere razionalistico. Cosa sia sostanzialmente la
guarigione che poi ridiventa "normalità"e dove il concetto di
normalità è un po’ strano.
Un altro problema è quello della difesa e della protezione. Il testo di
legge che viene fuori anche come Caritas italiana, non ci permette neanche
di affrontare la 180 nei suoi limiti e nelle sue debolezze perché
evidentemente l’attacco è troppo frontale. Il problema del limite, il
problema del dramma c’è perché non vorrei che anche alcune persone
non avvertono che sotto noi stiamo affrontando il problema degli ospedali
psichiatrici giudiziari e non vogliamo tirar fuori dal nodo perché questo
è un dramma.
Il problema della cronicità, dell’aggressività, della paura,
dell’insicurezza, delle difficoltà, dell’impotenza, è un problema
che va ridetto a tutti e dobbiamo metterci attorno a un tavolo senza però
avere le priorità avendo le specifiche competenze. Il familiare non deve
fare il terapeuta, il terapeuta non deve fare l’onnipotente, e così
via, ma tutti insieme dobbiamo concorrere ad una progettualità che sta
mancando, perché il sistema organizzativo della psichiatria è un sistema
dell’aziendalizzazione.
Critico i miei psichiatri che sanno che discutiamo e hanno accettato di
portare la psichiatria nell’azienda ospedaliera e nella nostra regione
questo ne fa vedere i limiti perché non è solo l’ospedale il luogo
dove si ragiona ma è anche il territorio. Al di là di questo, senza
aprire una polemica vecchia, il sistema della psichiatria non sta dentro
soltanto nel sistema dell’aziendalizzazione, nel sistema di
accreditamento, ma ha bisogno di ragionamenti, di orientamenti, di
centralità anche diverse. L’occasione che abbiamo per discutere
serenamente, anche con posizioni diverse, sotto l’aspetto culturale,
sotto l’aspetto etico, è un’occasione storica che abbiamo qui in
questo momento. Affrontarlo anche con agenzie culturali, riflettendo
culturalmente, non costringendo i familiari di dare la drammaticità del
caso, perché su questo ci si concentra. Perché il tasso di paura o di
risposta viene dato solo sulla drammaticità dei casi. Aver posto
questo tema complessivo: famiglia – servizi – comunità, credo
sia un percorso sul quale ci dovremmo ritrovare un po’ tutti insieme.
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Modificato
martedì 06 maggio 2008
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