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GIOCO D'AZZARDO E FAMIGLIA
Con il Patrocinio del Ministero della Salute
e della
Regione Lombardia,
Direzione Generale Sanità
Milano, 18 aprile 2002
Via Giotto 36
Auditorio Don Alberione sintesi
degli interventi
Per
approfondire
Giovedì 18 aprile 2002
PROGRAMMA
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L’incertezza e la non
prevedibilità del futuro sono regole del gioco della vita, ma il sogno
di poter superare questi vincoli ha sempre accompagnato lo sforzo e la
fatica dell’uomo nel suo impegno con la realtà; invocare la dea
Fortuna per vincere questa sfida non è mai stato segnale di debolezza.
Oggi, però, questo sogno ha nuovi simboli, nuovi sacerdoti, nuovi
templi, e soprattutto ha uno strumento magico: il denaro, da vincere con
il "colpo grosso": montagne di soldi che arrivano senza
fatica, ma grazie a pura fortuna, risolvendo automaticamente tutti i
problemi della quotidianità. E per questo ci sono offerti in abbondanza
vecchi e nuovi riti: lotterie, giochi televisivi, sale Bingo, casinò
reali e virtuali, e tutto il vecchio e nuovo mondo della
"scommessa", sui numeri, sul calcio, sui cavalli, su qualunque
cosa su cui si possa tentare di indovinare il futuro: perché deve
esserci il sistema perfetto per prevedere il futuro…
Così si assommano due grandi sogni: la voglia di vincere il futuro
senza più fatica, senza più impegno, attraverso i "soldi
facili", e insieme il brivido del successo nell’aver previsto ciò
che sarebbe successo.
Ma c’è chi, sognando, si ammala di gioco, al punto che non ne può più
fare a meno, e si accanisce, perdendo anche il senso e il gusto del
sogno, schiavo di un rischio in cui si può solo perdere. In tal modo il
gioco patologico, così come altre dipendenze, può diventare
catastrofico non solo per la persona, ma per tutta la famiglia, non solo
economicamente, ma anche per l’identità della persona, e soprattutto
per il sistema di relazioni familiari.
E quando questa sofferenza esplode, magari dopo un lento travaglio,
pieno di inganni, di sconfitte, di delusioni e tradimenti, molto spesso
i "malati di gioco" e le loro famiglie non riescono a
riconoscere i luoghi e le cure per guarire da questa dipendenza, troppo
spesso stigmatizzata come vizio, anziché riconosciuta come vera e
propria malattia.
Questo Seminario intende quindi coinvolgere e informare gli operatori
dei servizi socio-sanitari, il volontariato, le associazioni e le
famiglie coinvolte sulle nuove caratteristiche della dipendenza da
gioco, sulle esperienze di intervento, presa in carico e cura delle
persone, senza trascurare la necessità di strategie e strumenti, anche
legislativi, che possano prevenire e contenere il fenomeno.
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RELATORI
Cristina
Beffa, vicedirettore
Famiglia oggi
Francesco Belletti, direttore
Cisf
Daniela Capitanucci, psicologa
psicoterapeuta, coordinatrice progetto sulla dipendenza da gioco
d’azzardo, A.S.L. Varese
Tazio Carlevaro, psichiatra,
direttore del settore psichiatrico del Sopraceneri, Canton
Ticino, Svizzera
Mauro Croce,
psicoterapeuta e fondatore ALEA, Associazione per lo studio del
gioco d’azzardo e dei comportamenti a rischio, responsabile
settore educazione sanitaria dell’A.S.L. Omegna
Cesare
Guerreschi, psicologo e
psicoterapeuta, Presidente e fondatore della Società Italiana
di Intervento sulle Patologie Compulsive, Bolzano
Gioacchino Lavanco, professore di
Psicologia di Comunità, Università degli Studi, Palermo
Michele G.
Sforza, psichiatra,
psicoanalista SPI, Casa di cura Le Betulle, Appiano Gentile
Riccardo
Zerbetto, psichiatra,
psicoterapeuta e presidente ALEA, Associazione per lo studio del
gioco d'azzardo e dei comportamenti a rischio, Siena |
Sintesi degli interventi
GIOCO
D’AZZARDO E FAMIGLIA:
I PERCHÉ DI UN SEMINARIO DI STUDIO
Francesco
Belletti, Direttore Cisf
1.
Famiglia e gioco: un tema da esplorare
L’iniziativa
odierna appartiene a una tradizione ormai consolidata, di proporre un
seminario di studio su una tematica specifica, che viene promosso da due
soggetti diversi per natura e attività, ma che da sempre operano in stretta
collaborazione: il Centro Internazionale Studi Famiglia, una centro
culturale e di ricerca, e Famiglia oggi, un mensile di approfondimento sulle
tematiche familiari.
Il punto di vista del Cisf, l’origine del suo agire è l’obiettivo della
promozione della famiglia nella società italiana, nella sua concretezza; ci
interessano quindi anche tutti quei luoghi sociali in cui la famiglia è
vive, concretamente, le proprie difficoltà e le proprie potenzialità.
Molto spesso, invece, in tanti luoghi del sociale, della sanità ma anche
della politica, della comunicazione, la famiglia è ignorata, è trascurata,
oppure viene rappresentata in modi perlomeno discutibili: il nostro sforzo
è quello di andare a cercare il modo in cui la famiglia può essere ancora
coinvolta e può essere considerata risorsa forte.
Intendiamo pertanto impegnarci, con il seminario di studio di oggi, anche su
un tema così specifico, quale il gioco d’azzardo, di fronte al quale
probabilmente siamo ancora, come società, in debito di sensibilità
rispetto alla pubblica opinione; appare cioè ancora poco esplorato il tema
del giocare e del suo rapporto con le dinamiche familiari, anche se sta
esplodendo sui giornali, sui quotidiani, e anche nel mondo politico, una
rinnovata attenzione al gioco e ai giocatori; a puro titolo esemplificativo
giova ricordare che solo nella scorsa legislatura ben 41 progetti di legge
erano in discussione nel nostro Paese sul tema del gioco d’azzardo e di
questi neanche uno è stato approvato…. Quindi ci sembrava un tema maturo,
e ci è sembrato interessante dedicare attenzione specifica a questo, sia
con un seminario di studio, sia con un numero di Famiglia oggi dedicato
all’argomento.
2. La
legittimazione del gioco d’azzardo, tra famiglia e società
La
nostra attenzione si concentra comunque, come si nota dal programma stesso,
non tanto sul gioco come settore di attività economica (cosa che sembra
invece interessare in via prioritaria, se non esclusiva, molte delle
attenzioni del mondo politico), quanto piuttosto sulle gravi conseguenze che
il gioco ha, quando diventa "patologico", sul benessere delle
persone e delle loro famiglie.
Da questo punto di vista il tema della dipendenza da gioco e delle sue
conseguenze sulla vita familiare si caratterizza in modo abbastanza curioso,
perché ci sono due elementi che lo assimilano un po’ alla dipendenza da
altre sostanze, e in particolare al tabacco e all’alcool: da un lato "lo
Stato ci guadagna", dall’altro si tratta di un comportamento che
non è per definizione escluso dalle possibilità sociali, ma è in genere
considerato socialmente accettabile.
Siamo di fronte, in altre parole, a un comportamento che viene accettato
nella vita quotidiana, ma che è significativamente rinforzato anche
dall’intervento dei pubblici poteri; quindi le modalità con cui le
famiglie e la società si misurano con questo tema sono abbastanza
originali; ci sembra che in sostanza, a somiglianza di quanto si verifica
rispetto al tabacco e all’alcool, si possano individuare due principali
dinamiche: il tema del "nuoce gravemente alla salute" e il
tema del "a piccole dosi".
a) IL TABACCO:
Da un lato, utilizzando come esempificazione l’orientamento nei
confronti del tabacco, l’accettabilità si basa sul paradosso di uno Stato
che vende le sigarette con la sua bella fascetta di "Monopoli di
Stato", ricavandone un utile rilevante in termini di tasse, e
contemporaneamente obbliga i produttori a scrivere "nuoce gravemente
alla salute"; si accetta cioè un male certo (il "rischio
certo" di malattie gravi, anche a partire da una modica quantità, come
per le sigarette cosiddette light, o a basso contenuto di nicotina),
un danno alla salute delle persone, che è comunque riconosciuta come un
bene pubblico, la salute delle persone, per tutta una serie di motivi, su
cui magari anche oggi avremo qualche occasione di ragionare (essenzialmente,
in questo caso, per un beneficio alle casse dello Stato, che peraltro poi
dovranno erogare risorse per intervenire sui mali generati dall’uso del
fumo…). Il tema viene, come dire, "sdoganato", e quindi
le famiglie possono relazionarsi in molti modi:
- c’è il proibizionista integralista: "nessuno
ha mai fumato in questa casa, nessuno mai fumerà, te lo proibisco",
- c’è l’altruista incoerente: "io
fumo ma proibisco ai miei figli di fumare, perché so quanto male
fa",
- poi c’è la liberalizzata responsabile:
"fa quello che ritieni giusto, ma non fumare davanti al
bambino", oppure "non fumare davanti agli altri",
- e poi c’è il modello della deregulation totale:
"ognuno fa ciò che vuole".
Anche
rispetto al gioco occorre interrogarsi quindi sul modo in cui le famiglie
possono regolarsi, adattarsi alla presenza di un "giocatore"
al proprio interno, prima che il gioco divenga dipendenza, prima che il
gioco divenga una manifestazione così patologica come in molti casi
avviene.
b) L’ALCOOL:
Dall’altro lato, sempre a livello culturale e sociale, considerando
invece l’atteggiamento verso l’alcool, l’accettabilità si fonda sul
criterio della misura, su criterio "a piccole dosi"; soprattutto
nella nostra cultura nazionale, l’alcool non è in genere un comportamento
deviante, anzi è strettamente inserito nella nostra cultura alimentare, è
quindi l’eccesso che viene stigmatizzato, nelle quotidianità delle nostre
famiglie; diverso è il caso se pensiamo alla cultura delle bevande
alcoliche in altri Paesi europei, dove l’eccesso di alcool (la sbronza) è
stato, come dire, anche culturalmente più elaborato e "integrato"
rispetto a quanto si è elaborato nella nostra cultura. Le famiglie italiane
si proteggono quindi rispetto a questo rischio "dell’eccesso"
legalizzando il comportamento: "un buon bicchiere di vino a pasto è
pur sempre ammesso, anzi fa addirittura bene", e più che altro
occorre contenere gli eccessi, è la sbornia che non va bene, oppure sono i
bambini, sono le donne che non devono bere tanto, o che non devono bere
affatto.
Del
resto il gioco e l’azzardo non sono fenomeni nuovi, ma appaiono fortemente
inseriti nei comportamenti sociali, nella storia dell’umanità, nelle
diverse culture, nei sogni degli uomini: immagini di dadi e di giocatori
nelle raffigurazioni degli antichi Egizi, la parola azzardo che deriva
dall’arabo (e indica proprio il dado da gioco), il sogno di controllare il
futuro, il potere di prevedere i numeri, sono tutti elementi che confermano
che sarebbe illusorio voler eliminare di colpo e integralmente
dall’orizzonte culturale odierno il sogno del gioco, a conferma di quella
dimensione di homo ludens che già nel 1938 lo storico olandese
Huizinga riteneva ineliminabile dall’umano.
Così, la dicotomia proibizionismo – liberalizzazione in questo caso non
risolve la questione, perché esige una "capacità culturale" più
sofisticata. Infatti non si può dire "niente del tutto", oppure
"sempre e comunque", di fronte ad una dimensione così connaturata
nell’essere umano; esistono però soluzioni differenziate, necessarie per
far fronte agli eccessi e ai rischi di un comportamento che facilmente
rischia di diventare ossessivo, compulsivo, "malato", con gravi
conseguenze per l benessere psichico, relazionale e sociale delle persone e
delle loro famiglie, soprattutto in una società che offre occasioni di
gioco molto più frequenti, molto più devastanti; oggi uno può giocare 24
ore su 24 dal proprio computer di casa, può trovare sale Bingo in tutte le
città, ed è sempre più difficile il controllo sociale e individuale,
mentre l’offerta è sempre più ampia.
Comunque,
in ultima analisi, la famiglia deve regolarsi di fronte a questa situazione,
non può ignorarla: può allora adottare un atteggiamento proibizionista
integrale ("neanche il gratta e vinci entra in casa mia"),
tutte le volte che uno parla di gioco, cambiare canale tutte le volte che
uno vede una lotteria in televisione, è possibile questo? è possibile
costruire una cultura con questo approccio? è possibile proporre una
relazione educativa nei confronti delle nuove generazioni in cui il tema del
gioco divenga anatema, divenga totalmente esternalizzato e totalmente
proibito?
Se questo atteggiamento di "fuga integrale" non è realistico (e a
me non pare praticabile, in concreto), come quindi gestirlo? Finora nel
complesso mi sembra che famiglie e società abbiano gestito questo tema con
un mix dei due orientamenti brevemente descritti in precedenza, combinando
la logica del "nuoce gravemente alla salute" e un po’ di "a
piccole dosi", nel tentativo, che ogni famiglia in qualche modo
tenta di esplorare, di tenere dentro un comportamento rischioso e che però
è, come dire, inevitabilmente inserito nell’orizzonte culturale della
società nel suo complesso, ma anche nei desideri, nei sogni e nelle scelte "responsabili"
di molte persone.
Da ultimo non si
può trascurare il tema della regolazione a livello politico, strumento che
potrebbe aiutare le famiglie in questo difficile compito di adattamento; lo
scenario nazionale è certamente inadeguato, con poche norme a volte anche
contrastanti; eppure non è impossibile un serio intervento di governo e di
controllo, con modalità anche molto diverse, dagli Stati Uniti
all’Olanda, fino ai recenti provvedimenti in Svizzera; esistono cioè
tante possibilità (e una responsabilità certa) di mettere ordine da parte
della società, ma alla famiglia rimane comunque in carico una scelta
culturale, un problema educativo rispetto a questo comportamento,
soprattutto oggi, quando la presenza del gioco è sempre più pervasiva
nella società, al momento della cena davanti alla televisione. E non si può
tralasciare un accenno al tema del "denaro facile", del
"guadagno senza fatica", spesso legato al gioco e al sogno del
"colpo della vita".
Ci interessava comunque aprire una riflessione che riportasse verso le
famiglie questo tema, nella consapevolezza che esiste un ambito più
specialistico, più clinico, di problematicità più forte che è al cuore
delle riflessioni, e che raccoglie gli esperti che abbiamo invitato oggi, ma
tenendo conto che è nella cultura della possibile normalità del gioco che
si può svolgere un lavoro preventivo rispetto al gioco compulsivo, alle
famiglie indebitate, a tanti situazioni di sofferenza personale e familiare.
Siamo peraltro convinti che non bastano riflessioni scientifiche o culturali
in n solo ambito (politico, culturale, di terapia, economico), ma è
certamente necessario costruire meccanismi non solo regolativi di natura
normativa, ma anche culturali, di apprezzamento valoriale, ed è soprattutto
necessario riconoscere alle famiglie un ruolo educativo attivo, nella
gestione di relazioni anche in questo campo; altrimenti anche su questo
tema, pur con le migliori leggi, potranno generarsi molti più problemi di
quanto finora non ci siano.
Francesco
Belletti
La complessità
delle società evolute produce sempre nuove problematiche ma con esse anche
nuove professioni, nuove ipotesi di soluzione di situazioni problematiche,
adeguati rimedi a problemi emergenti, nuove reti di solidarietà. Tutti
questi elementi provocano anche una colluvie di pubblicazioni che tentano di
prospettare soluzioni, di dare suggerimenti, di individuare ipotesi di
prevenzione.
E’ in tale complessità che la rivista Famiglia Oggi si è ritagliata uno
spazio per fornire ai propri lettori riflessioni non banali, non
catastrofiche, non allarmistiche, non arroccate su antiche posizioni. In
linea di massima, le nostre riflessioni sono pacate, documentate, aperte al
futuro, tempestive quanto consente una scadenza mensile, libere da quei
pregiudizi che portano a colpevolizzare la famiglia quasi che tutte le colpe
del mondo dipendessero da lei e dai suoi componenti.
Ed è la fedeltà a tali caratteristiche che ci convoca oggi a riflettere
sul gioco = scommesse, lotterie, slot-machine, videopoker, bingo e
quant’altro. Abbiamo preparato l’odierno seminario di studio
predisponendo un numero della rivista che avesse il suo punto di partenza su
un interrogativo spesso disatteso dai grandi mezzi di informazione. Ossia,
come mai tanti italiani tentano la fortuna col gioco, con le scommesse, con
le lotterie? "La ragione è forse da ricercare nell’atteggiamento di
sfiducia che attraversa la società odierna, nonostante il diffuso
benessere", si legge nell’editoriale. Sfogliando Famiglia Oggi che
avete nella cartellina trovate alle pagine 31, 40, 41, 45, 63. Queste poche
indicazioni sono sufficienti per dimostrare l’impegno di Famiglia Oggi...
L’attività
ludica è antica quanto il mondo. E’ un’attività che nobilita l’uomo,
rende interessante il suo tempo libero e tollerabile il tempo occupato,
offre occasioni per socializzare, apre la mente a nuove prospettive. Ma
quando il gioco diventa un assillo e una fonte di debiti non è più un bel
gioco. Anzi, se crea dipendenza diventa un cattivo compagno e chi lo
esercita va curato con un’adeguata terapia.
L’impegno di Famiglia Oggi nello stanare le problematiche emergenti la
rende un punto di osservazione. Anzi, umilmente noi vorremmo essere un punto
di riferimento nell’ipotizzare soluzioni ma non sempre ci riusciamo.
Potremmo però migliorare le nostre risposte se voi ci aiuterete. Intanto,
grazie della vostra presenza attiva, benevola, intelligente. Se tale sarà
la vostra presenza (attiva, benevola, intelligente) sarà un bel lavorare
insieme quest’oggi e farà la felicità dei nostri prestigiosi relatori. A
loro e a voi l’augurio di un fecondo impegno scientifico non disgiunto
dall’impegno di promozione delle persone che vi sono affidate e che avete
in cura. Sarà un impegno che migliorerà la società, ne renderà meno
odiosa la complessità che la caratterizza. Ma a condizione di porre la
persona e la sua famiglia al centro delle nostre preoccupazioni intellettive
e operative.
Lo scorso novembre, a conclusione del convegno
annuale ci siamo dati appuntamento in primavera. Eccoci, ci siamo, siamo
stati di parola. Quest’anno vorrei darvi appuntamento a novembre quando
Famiglia Oggi celebrerà il suo 25esimo anno di vita. Vorremmo celebrarlo
dando la parola ad altre riviste familiari per valutare insieme il
cambiamento cui il soggetto famiglia è andato incontro.
Tale cambiamento è un bene nei termini generali. Lacunoso in certi aspetti
particolari. Ma, visto che la famiglia è una realtà viva e ciò che è
vivo si modifica, si evolve, si trasforma è evidente che essa non resti
sempre uguale ma si trasformi. Anzi, tale trasformazione rientra nella già
ricordata complessità sociale e dunque il nostro lavoro di oggi assume la
rilevanza di una responsabilità civile per il bene di molti. Buon lavoro.
Cristina
Beffa,
vicedirettore
Famiglia oggi
La
famiglia, la codipendenza, la terapia
Tazio Carlevaro (testo non rivisto dal relatore)
Intanto ringrazio gli organizzatori per avermi invitato e mi congratulo con loro
anche per il volumetto, per il quaderno di Famiglia oggi che è un ottimo
lavoro e credo che sarà letto non soltanto tra gli esperti, gli addetti ai
lavori, ma credo tra tutte le persone che hanno cara la riflessione sulla
società e sui problemi del giorno d’oggi.
Parlerò della famiglia, però non sono un grande teorico, sono uno di
quelli che sono partiti dalla gavetta tanti anni fa e mi annovero anch’io
come Mauro Croce tra i figli di Guerreschi…
Giocatori e
giocatrici
Una riflessione che volevo fare: io parlerò spesso di uomini, giocatori
come uomini, forse trascurerò un po’ le donne come giocatrici, a torto,
perché comunque le giocatrici rappresentano all’incirca un terzo, forse
un po’ meno in Svizzera, della popolazione dei giocatori, ed è
probabilmente uno di quei terzi che sta lentamente crescendo perché la
parificazione tra uomini e donne porta comunque a una parificazione anche in
questo campo. Anche perché poi i problemi di un uomo giocatore non sono
proprio gli stessi di una donna giocatrice e quello che poi succede a
livello familiare non è sempre la stessa cosa.
Meccanismi
familiari
Ecco, partiamo quindi con la famiglia e immediatamente ci rendiamo conto che
la famiglia esiste in tutti i popoli ed è esistita in tutte le epoche; vuol
dire che rappresenta tutto sommato un bene comune probabilmente con una base
biologica in tutti gli esseri umani, quindi se si è evolta nella struttura
con cui noi la conosciamo, al di là poi delle differenze culturali, ha
sicuramente una funzione nella capacità della nostra specie di riprodursi e
di andare avanti nella storia. Voi sapete che i meccanismi familiari hanno
due possibilità: la prima possibilità è quella di far saltare la
famiglia, ci sono dei sistemi disastrosi all’interno delle famiglie che
poi la fanno saltare…il gioco può servire da leva per far saltare una
famiglia; viceversa ci sono però degli strumenti, dei
meccanismi, all’interno della famiglia che permettono di rinsaldare la
famiglia stessa e anzi di utilizzare le forze all’interno di questa
famiglia per permettere che funzioni meglio di quello che non sia funzionata
prima. Quindi noi riteniamo che la famiglia possa essere utilizzata come
risorsa a favore del giocatore e della sua cura.
Chi è il
giocatore
Devo dire che c’è una difficoltà: i giocatori che arrivano al
momento di farsi curare, sono già in una situazione avanzata. Difficilmente
si arriva da noi all’inizio della carriera di giocatore.
Di solito sono persone già in difficoltà importanti delle persone sposate,
almeno la metà ha già perso il partner perché è una situazione che si
prolunga da anni e la situazione familiare è già saltata. L’altra metà
ha ancora un partner, però almeno una metà si deve considerare in grosse
difficoltà, uno dei due partner sta pensando sicuramente da qualche tempo
di lasciare il partner giocatore. Non dimenticherò però il fatto che nella
famiglia non esiste soltanto il partner ma esistono anche i genitori,
esistono anche i figli di cui parleremo magari un po’ più brevemente.
Alcune teorie sostengono che il giocatore d’azzardo che poi diventerà
patologico è una persona che in una qualche parte nutre dei sentimenti di
insicurezza dentro di sé, non sa mai bene a chi appartiene, chi è, si
sente incerto della propria funzione sociale. Non è questa soltanto la
ragione del fatto per cui uno può a un certo momento scegliere il gioco
d’azzardo per poter trovare una strada per trasformare sé stesso, però
è sicuramente uno degli elementi che entrano in linea di conto.
E’ mia esperienza, che i giocatori d’azzardo patologici, … io li
conosco di solito al momento in cui arrivano e sono in grosse difficoltà,
oppure li conosco quando stanno meglio, sono di solito delle persone, oserei
dire simpatiche perché spesso sono delle persone molto attive, sono piene
di risorse, sono delle persone anche generose, quando hanno qualcosa da
condividere con gli altri lo fanno anche volentieri. Il momento acuto della
crisi è un momento diciamo di passaggio, che permette loro di cambiare, però
sostanzialmente spesso sono delle persone con un carattere di questa natura.
La luna di
miele del gioco
E quando una persona così, un po’ estroversa per certi aspetti,
comincia a giocare, giocherà dapprima delle piccole somme e avrà delle
piccole perdite sostenibili e anche dei piccoli guadagni che investirà in
questo lavoro con il partner, per esempio di offrirgli qualche cosa, di
pagare una cena, di, se la somma è un po’ più grande, di permettersi una
vacanza in più…Questo è l’inizio… è una specie di luna di miele che
si forma tra il gioco e la famiglia dove di solito il partner vede in questa
capacità del marito (potrebbe essere della moglie beninteso), un aspetto in
fondo gradevole della personalità e c’è anche un piccolo guadagno che va
a favore di tutti quanti. Questo io lo chiamo un circolo di apprendimento
virtuoso, in realtà è falsamente virtuoso perché uno impara in una
situazione del genere che giocare può portare a dei vantaggi da una qualche
parte, anche semplicemente all’immagine…il vantaggio all’immagine di sé.
Voi sapete, che però non si resta mai, o quasi mai per coloro i quali
diventano dei giocatori eccessivi, ai piccoli investimenti, alle piccole
perdite e alle piccole vincite; di solito, visto che c’è un certo
desiderio, una tensione sempre maggiore, si cerca di investire delle somme
sempre più grandi, ma se si investono delle somme sempre più grandi ci
saranno, è vero ogni tanto delle vincite maggiori, ma ci saranno anche
delle perdite maggiori, non necessariamente delle perdite che erano state
previste in quella misura.
Nello stesso tempo però, grazie a questo apprendimento fatto prima sulle
piccole quantità, capita spesso che il giocatore d’azzardo e anche la sua
famiglia, impari qualche cosa di molto particolare, impari che in un qualche
modo il gioco d’azzardo è prevedibile, cioè possiamo, se investiamo
abbastanza soldi, abbastanza tempo, abbastanza pazienza, imparare quali sono
le regole che governano il gioco d’azzardo. Ora , siete d’accordo con
me, che se una persona potesse davvero imparare, studiare, capire
quali sono le regole che dominano l’azzardo potrebbe diventare davvero
ricco, cambierebbe la vita sua e la vita della sua famiglia.
L’inizio
della barriera
Quindi in un certo modo il giocatore continua malgrado le perdite avute; è
chiaro che a quel momento comincia una barriera tra lui e il coniuge,
comincia una barriera perché è facile dire, è facile parlare dei
successi e delle cose buone che si sono fatte, è molto più difficile
parlare delle prime perdite, delle cose che non vanno, di quello che
viene a mancare, qui si copre quindi qualche cosa di cui il coniuge non è a
conoscenza, proprio perché il ragionamento del giocatore d’azzardo è
quello di dire "io sto zitto per intanto su questa faccenda perché
tanto sono qui vicino a capire che cosa succederà e quindi non ho bisogno
di dirlo adesso, casomai lo dirò dopo quando avrò coperto quello che
manca".
Tutto questo va avanti per un certo periodo, il problema è che il coniuge
un giorno o l’altro avrà la rivelazione di quello che sta davvero
succedendo e quindi gli crolla a volte il mondo addosso, scopre che quelle
che erano delle capacità che immaginava il coniuge avesse, in realtà non
erano delle capacità. Ci sono delle telefonate per esempio di creditori, ci
sono dei buchi dei conti correnti con tutte le piccole trucchi che ci sono e
non sto qui a raccontarvi, delle ricevute falsificate con fotocopie, ci sono
mille sistemi per nascondere le cose, debiti e protesti, dove ci sono dei
debiti che non sono stati pagati, arriva addirittura l’intervento della
polizia.
Atteggiamenti
del partner
Vi rendete conto, a questo momento, come qui la famiglia comincia a avere la
crisi, un momento di crollo, cioè una certezza da parte di uno dei partner
crolla, ma spesso non crolla la certezza del giocatore, il quale di solito
cerca di calmare il coniuge che non gioca. Tuttavia deve entrare in una
certa accettazione di regole. Il coniuge che non gioca, di regola la moglie,
avrà due possibilità di atteggiamento, il primo atteggiamento è quello
di dire "io ti proteggo, io ti salverò". E’ una dei sistemi
che esistono di proteggere una persona: quello di cedere, per esempio
pagando dei debiti, dandogli comunque fiducia nel senso di accettare che
continui a gestire la contabilità, dandogli delle responsabilità nel senso
"se io do fiducia potrà imparare, ri-imparare a gestire le sue cose in
un modo adeguato". Il secondo metodo è quello del rifiuto:
"tu adesso fai esclusivamente quello che dico io. Naturalmente se un
giocatore non è ancora in chiaro sulla natura del suo disturbo succederanno
anche qui delle difficoltà nel senso che il giocatore comunque giocherà,
comunque metterà in difficoltà il riorganizzo economico della famiglia.
Nei due casi si tratta di una strategia che viene dal fatto che gli esseri
umani compiono degli errori quando vogliono essere cattivi, però fanno
anche degli errori quando vogliono essere buoni. Ci sono dei vari metodi
per essere buoni, non c’è soltanto un metodo, si può benissimo essere
accondiscendenti, essere buoni, essere gentili verso gli altri, voler
aiutare, eppure con questo fare dei danni. Infatti quando voi pagate un
debito oppure lasciate perdere una situazione difficoltosa e ve ne
incaricate voi, fate voi qualche cosa per impedire che ci siano delle
difficoltà per il coniuge giocatore, che cosa impara il coniuge giocatore?
Impara una cosa semplicissima, impara che il gioco rende, in un qualche modo
rende, perché o è il gioco che ti paga la sua parte oppure sono gli altri
che in fondo da una qualche parte credono che le cose possano andare avanti
ancora così. Si va avanti con una situazione estremamente complessa che
mina la tranquillità della famiglia, ci sono continue ricadute, ci sono
continue messe in discussione tra i coniugi, ci sono delle menzogne e c’è
piano piano quello che noi chiamiamo crollo della fiducia. E ‘proprio per
questa ragione, sarebbe bello poter intervenire subito, al momento in cui
queste cose incominciano a formarsi ma sventuratamente non è possibile,
sventuratamente le cose vanno storte e noi le abbiamo al momento in cui
diventano così eclatanti che non se ne può fare a meno…
Il crollo
della fiducia
E’ il crollo della fiducia, il coniuge non giocatore accusa il
giocatore che oramai da tempo pensa soltanto al gioco, di essere anaffettivo,
di non avere più nessun sentimento né per i figli né per la moglie e di
non assumersi le sue responsabilità. Il giocatore se potesse parlare
liberamente saprebbe che in un certo senso è vero. Tuttavia da una qualche
parte, fino a quando non tocca il fondo, ha ancora la convinzione che quello
che sta facendo lo sta facendo anche per il bene della propria famiglia
perché più studia, più si occupa del gioco e più si avvicinerà a quelle
leggi, a quelle regole che determinano il caso e quindi gli permettono di
conoscerlo, quindi è un altro modo di vedere la cosiddetta rincorsa, io sto
perdendo oggi, domani invece guadagnerò perché avrò capito quello che sta
succedendo alla macchina oppure alla macchina della roulette.
I
figli
I figli sono evidentemente in una situazione estremamente complicata. Voi
sapete che i figli hanno, secondo inchieste americane, dei problemi grossi
anche di tipo psicologico, un maggiore rischio di suicidio, maggiori
possibilità di abuso di alcool, un calo di risultati scolastici, maggiori
possibilità di diventare giocatori patologici e a volte sono
psicologicamente abbandonati. Questo perché spesso la moglie si occupa in
un modo estremamente attivo del marito giocatore e quindi i figli hanno la
sensazione, che i genitori si occupino tra di loro ma trascurano i figli.
Perché i figli molto spesso, quando uno dei genitori va male cercano di
essere il più tranquillo possibile, cercano di non essere d’intralcio al
giocatore ….di non essere d’intralcio al genitore che si occupa
dell’altro genitore, sembra quasi che abbiano bisogno di meno presenza, di
meno affetto, di meno sicurezza al loro fianco. In realtà soffrono dei
conflitti dei genitori, hanno un profondo senso di insicurezza, anche perché,
dipende dall’età, ma spesso i ragazzi più giovani hanno la sensazione
che se i genitori sono in conflitto ci sono dei problemi, forse c’entrano
anche loro e soffrono evidentemente poi al momento in cui dovessero decidere
di divorziare.
Non è
irreversibile
Tutto questo è un processo…è una situazione che va avanti grado a
grado, tuttavia non è irreversibile, nel senso che anche il giocatore più
patologico, che ha avuto dei guai anche molto grandi, può benissimo
fermarsi, noi sappiamo che è reversibile la situazione del giocatore
patologico, basta poterlo fermare in un momento in cui lui decide di
fermarsi. Deciderà solo il giorno in cui ha toccato il fondo, ognuno
ha poi il suo fondo, io non so il fondo di qualcuno quale possa essere, è
lui che lo decide il giorno in cui riflette sul proprio presente, sul
proprio passato e si pone delle domande sul proprio futuro. Quando non ne può
più. Molto spesso questi momenti di cambiamento sono accompagnati anche da
cambiamenti nel partner il quale di regola pone l’aut aut terminale.
Riesce e esprimere una minaccia che intuitivamente il partner capisce che
è vera. Uno dei rischi, in tutte queste situazioni conflittuali, è
quello di esprimere delle minacce, io ti lascio, io non ne voglio più
sapere, che però il partner sa che non sono vere, non vengono messe in atto
e quindi rafforza in fondo il partner nella propria sicurezza che qualunque
cosa faccia, qualunque cosa succeda, non capiterà niente a lui. Questa
volta invece spesso è la situazione risentita come autentica, come
vera, è lì scatta, quando c’è evidentemente, scattano i vecchi
meccanismi di affezione reciproca tra due persone che recuperano anche la
situazione tra i due.
Sostenendo la
famiglia si sostiene anche il giocatore
Nella nostra pratica clinica incontriamo persone, famiglie di giocatori
in questi momenti, non so altrove, però ho i miei dubbi che ci siano altri
paesi dove si riesce a incontrare un giocatore prima del momento in cui
tocca il fondo. Casomai si sentono le famiglie, questo sì. Questo è molto
importante, se nella vostra pratica capita qualcuno che dice "io non
posso far venire mio padre, io non posso far venire mio marito", dite
"ma venga lei, venga lei" perché è aiuto per poter operare
in un modo più chiaro e avere specialmente delle strategie, mettere a punto
delle strategie più efficaci, per poter mettere il giocatore in una
situazione in cui deve finalmente giocare chiaro. In cui deve esattamente
dire quello che vuole, e in un certo senso sostenere in quel momento il
partner più debole, quello che non gioca, per poi passare anche un po’ la
palla al momento in cui il giocatore va in crisi, perché in quel momento ha
bisogno anche lui di essere sostenuto. Quindi noi incontriamo le famiglie in
certi momenti, direi privilegiati, della presa a carico terapeutica, in cui
siamo in grado di dare alcuni strumenti di cui potranno poi servirsi, in una
lotta, perché in un certo senso è davvero una lotta, fatta per il bene,
fatta così perché permetta poi il recupero di una persona, e anche il
recupero dell’intero gruppo familiare. E’ difficile convincere un
partner o un padre, una madre, un fratello, di quali sono i metodi che noi
utilizziamo. Il primo metodo è quello in un certo modo, di una
infantilizzazione del giocatore, cioè il giocatore deve essere privato,
d’accordo lui evidentemente, altrimenti non si può mica fare, della sua
disponibilità di denaro, che vuol dire denaro liquido evidentemente, vuol
dire le firme sui conti correnti, vogliono dire le carte di credito e così
via…In un certo modo noi cerchiamo di responsabilizzare i familiari
affinché lo facciano loro. Da voi questo si fa differentemente, avete un
tutor? C’è qualche cosa nella mentalità svizzera che lo rende molto
difficile, probabilmente siamo un popolo fatto un po’ a suo modo, e queste
cose si devono affrontare in famiglia, non so bene se è una mentalità
contadina. Dunque chi gestisce il coniuge, il padre o la madre? Questo crea
dei problemi, esistono delle regole, almeno da noi, per esempio per la
tutela di un adulto, che non siano tutori i genitori, specialmente se ci
sono dei conflitti. Noi cerchiamo piano piano, di recuperare la capacità di
gestione da parte del coniuge giocatore.
Il lavoro di
gruppo
Un’altra cosa che noi cerchiamo di fare, questo in particolare nei gruppi
è di aiutare il coniuge a capirsi un po’ meglio, perché in fondo si
sente in colpa, in fondo sente vergogna, sente anche una gran rabbia di
essere stato ingannato per tanti anni in questo modo, e di essere messo poi
in situazioni difficili dal punto di vista economico, psicologico, sociale.
Questo viene fatto in gruppo perché chi si scambia delle opinioni si aiuta
anche reciprocamente, uno si rende conto che in fondo la situazione umana è
poi uguale per tutti, noi tutti ci troviamo spesso a vivere delle cose
simili e parlarne diminuisce la densità delle cose e ci permette di
imparare da come hanno fatto gli altri per imparare.
Altra cosa che noi che noi cerchiamo di fare è la psicoeducazione. Un
brutto termine, ma si tratta in realtà di una sensibilizzazione a che cosa
è il gioco, anche al giocatore, mica soltanto al coniuge. Cerchiamo di
metterli assieme e di fare loro scuola, in poche ore, su che cosa è il
gioco, su che cosa sono i problemi, non è una terapia perché ci siamo
accorti che una grande parte dei nostri clienti non chiede una terapia,
chiede semplicemente informazioni sul come fare per affrontare un periodo
difficile. Noi li aiutiamo ad attraverso un programma di psicoeducazione,
che sarebbe poi una sensibilizzazione in 3 ore, altrimenti il rischio era
quello di imbarcarci in situazioni complesse che poi il paziente o la
famiglia non vogliono, o non vogliono con questa intensità che noi
ritenevamo invece essere interessante per loro.
Affrontare
insieme eventuali ricadute
L’ultima cosa che noi cerchiamo di fare all’interno di questa
psicoeducazione, se poi uno chiede una psicoterapia non c’è problema
evidentemente, noi proponiamo a tutte e due, un programma che studia che
cos’è una ricaduta. Molte mogli ritengono che una volta che uno è curato
non deve più ricadere. Ora noi sappiamo che la ricaduta fa parte proprio
del gioco come malattia. Ci sono dei comportamenti che a volte si
ripresentano, mai così gravi come all’inizio e quello che per noi conta
è che, se si ripresentano non creino delle difficoltà enormi e questa
volta non più giustificate. Ho avuto l’impressione in certi casi che di
colpo può risvegliarsi tutta l’amarezza di molti anni e per una cosa da
poco. Perché sono recuperabili le ricadute se si ha una rinnovata rottura spesso
è anche una rottura che purtroppo diventa definitiva.
Noi non
abbiamo 1000 e passa casi, ne abbiamo molti meno, e cerchiamo però anche di
tenere nota di tutto quello che facciamo perché siamo del parere che
soltanto se noi possiamo dire caso per caso cosa abbiamo fatto e cosa sono
stati i risultati, potremo capire che cosa era giusto nel nostro modo di
intervenire e che cosa invece poteva essere tralasciato. Ci permetta ci
compararci, di confrontarci con gli altri affinché questo metodo di
intervento in situazioni particolari, dove ci sono padri, madri, figli,
mariti, mogli, abbia i migliori risultati con il minimo possibile di risorse
anche perché le risorse a disposizione non sono affatto illimitate.
Tazio Carlevaro
Storia
e antropologia del gioco
Riccardo
Zerbetto (testo non rivisto dal relatore)
L’uomo
gioca da sempre
Più che una rassegna di dati che si ritrovano in varie pubblicazioni, sul
fatto che l’uomo gioca da sempre, che i cinesi e gli egiziani giocavano
5.000 anni fa, a me interessa in particolare il tema di capire se il gioco
è un valore o un disvalore. Cioè quanto la storia dell’umanità ci
permette di intuire quelle che Platone chiamava gli archai e che in
chiave moderna uno studioso, Hillman in particolare, riconducendola ad una
psicologia che chiama archetipica, ci invitano a riflettere su chi siamo.
Noi abbiamo un’idea dell’uomo, in base a quest’idea dell’uomo, o a
un’ideale dell’uomo, facciamo delle leggi, ipotizziamo dei
comportamenti, ci creiamo un codice etico e che ha ovviamente dei corollari
e delle conseguenze di maggiore dolore o agio a livello individuale e
sociale. Per questo, al di là dell’affrontare concretamente le situazioni
cliniche che si presentano a noi come medici, come psicologi, come
psicoterapeuti, credo sia utile ogni tanto chiederci in quale contesto
valoriale inserire i grandi temi di cui ci occupiamo. E il tema del gioco
pone questo quesito in modo singolarmente attuale, e ne è controprova
l’ambiguità legislativa, a cui Lavanco poco fa faceva riferimento.
Incremento
del mercato del gioco
Noi sappiamo che stiamo assistendo in questi anni a un vistosissimo
incremento del mercato del gioco in Italia. l’Italia non è un Paese
isolato naturalmente, fa parte dell’Occidente, e un simile fenomeno è
dato osservarsi anche in altri Paesi. Più o meno i tedeschi giocano la metà
degli italiani, gli spagnoli giocano di più, questa impennata si è
registrata negli Stati Uniti una decina di anni fa, per cui, non c’è una
crescita identica nei vari Paesi dell’Occidente, anche se il trend
generale è sicuramente all’insegna di questa esplosione.
Cos’è successo? Noi diciamo, sì c’è una legislazione più liberalista,
ma perché non c’era prima? Noi, veniamo da 2.000 anni di legislazione
repressiva nel campo del gioco, e anche questo deve farci un po’
riflettere; sicuramente il gioco è stato considerato un vizio,
quindi è stata data a questo comportamento un etichetta disvalorativa.
Gioco
come disvalore in Occidente
Sappiamo che nel Medioevo i giocatori erano perseguiti molto crudelmente,
venivano additati al ludibrio pubblico, o sottoposti a scomuniche, a pene
corporali estremamente forti. C’è un ottimo lavoro di Zdekhauer, questo
storico del Medioevo che ricostruisce la storia della proibizione del gioco,
in Italia in particolare, ma che si rifletteva anche in altri Paesi
dell’Europa cristiana, come vediamo anche che il gioco è stato inibito
nell’Islam. Gli arabi sono giocatori, come potenzialmente molte
popolazioni, e i carovanieri in particolare usavano giocarsi il frutto del
loro guadagno attraverso appunto i trasferimenti con i cammelli nel deserto,
facendo un gioco in cui il cammello veniva diviso in varie parti del corpo
sul quale veniva gettato un dado, e questo esponeva il fatto che chi, dopo
un lungo periodo di attraversamento con dei rischi terribili, in preda ai
predoni, poteva giocarsi appunto il risultato delle sue fatiche al gioco dei
dadi. Maometto in effetti mette all’indice le attività di gioco, come
anche il bere e altri comportamenti.
Quindi, diciamo, che non solo l’Occidente cristiano, ma tutto
l’Occidente è stato contraddistinto in questo ultimo millennio, due
millenni, da un sostanziale atteggiamento di abiura; anche se azzardo viene
da hazard che, non a caso, è un termine appunto arabo, e al di là della
repressione sociale e le leggi, il gioco è sempre esistito in modo più
o meno sotterraneo.
Momento
liberatorio per poter poi far accettare delle norme estremamente rigide
Interessante osservare che in particolare nell’Italia dei Comuni la
baratteria ebbe il suo posto nella dinamica sociale e nonostante il divieto
abituale veniva concesso, in alcuni periodi dell’anno, in particolare il
Natale, di poter giocare. Perché il Natale? Perché il Natale corrisponde
alla cristianizzazione di antiche festività che avvenivano proprio nel
periodo del solstizio invernale.
Questa eccezione alla norma inibitoria aveva a che fare con il vacuum
solstiziale, che era quel periodo in cui il vecchio anno finiva, e il
pendolo del sole, del suo punto più basso, rimaneva per questi 12 giorni
del solstizio d’inverno, per poi riprendere il suo cammino ascendente. Si
dice che nelle antiche tradizioni, il vecchio re veniva deposto,
sacrificato, o comunque dileggiato e estromesso e si preparavano le
condizioni per la venuta del nuovo re. Ecco il fanciullo divino, il tema
della venuta, dell’avvento, di un nuovo ordine, quindi sanciva un po’ il
passaggio tra un vecchio ordine che moriva, e un nuovo ordine che sarebbe
arrivato. Sembra chiaro il riferimento all’elemento archetipo del Natale,
in cui l’attesa della novità, di quello che sarà all’insegna della
luce, del benessere, della giustizia, il futuro viene investito delle
aspettative migliorative, mentre il vecchio, che viene anche bruciato, il
grande vecchio viene buttato dalla finestra, con le vecchie cose.
Quindi in questo vacuum solstiziale non c’è né l’ordine vecchio né
l’ordine nuovo, e lì si gioca.
Le regole vengono meno, e il Carnevale in fondo raccoglie questo momento di
vacuità, per i greci anche gli dei andavano in Libia, quindi lasciavano il
mondo senza ordine, senza quelle regole che sanciscono le divisioni di
classe, di genere, quella gerarchia di potere e di norma, e in quello spazio
libero da norme si scatenava questo aspetto orgiastico, caotico, il altre
parole si rimescolavano le carte. Sia a livello di disinibizione sessuale
che l’utilizzo di sostanze "lubrificatori sociali", come gli
alcolici e le altre sostanze inebrianti, era quel momento di
insubordinazione, di capovolgimento che assolveva in qualche modo a una
funzione diciamo, anche omeostatica, sulla struttura sociale. Proprio perché
le società arcaiche sono molto rigorosamente controllate c’era forse
bisogno di questo momento liberatorio per poter poi far accettare delle
norme estremamente rigide, come tutte le società arcaiche comportano.

Riccardo Zerbetto durante il seminario.
Roulette
biologica
Ecco però che questa antica consuetudine permane, e permane probabilmente
all’interno dell’uomo a un livello che è più antropologico che
storico. Nel senso che, se noi guardiamo alla funzione svolta dall’ordine
e dalla categoria che a questo si associa che è la prevedibilità,
l’ineluttabilità delle regole sia della natura che della società,
troviamo che in realtà il mondo non viene governato solo da regole
inflessibili, e senza eccezione, c’è anche l’eccezione. Nel suo famoso
saggio Jacques Monod, "Il caso e la necessità", lui ricorda
essendo un biologo, come anche la replicazione cellulare fa sì che le
cellule il DNA e l’RNA, si replicano mantenendo chiaramente la struttura
originaria, cosa che consente il fatto che le nuove cellule rispecchino la
struttura di quelle da cui derivano. C’è però un quid che ogni tanto
interviene, ed è la mutazione. Questo processo di mutazione non è sempre
perfetto, c’è un elemento aleatorio, di caso, d’imprevedibilità che
produce il mutamento. Questo mutamento è peggiorativo, può essere una
cellula che in genere diventa inadatta a sopravvivere, anzi può produrre
addirittura un tumore, però in certi casi questo mutamento è quello che
apre una nuova possibilità, l’evoluzione procede proprio per questi
scarti evolutivi, è come se in questa replicazione, nelle infinite
possibilità in cui si può sviluppare, in questa roulette biologica ogni
tanto viene fuori una combinazione, un numero che diventa fondamentale per
uno scarto evolutivo.
Aggregativi
e disgregativi
Ecco quindi che il mondo, e questo lo diceva anche Democrito, oscilla fra
queste due grandi realtà che sono le leggi eterne, immutabili:
- da un lato Ananke, la necessità,
questa dea che è superiore agli altri dei, nel senso che neanche gli
dei possono sottrarsi alle leggi di necessità, però un qualche cosa
che sembra sfuggire, un qualche cosa che ripete un aspetto
intrinsecamente ambiguo, duplice, perché può essere foriero di rovina,
in quanto deviazione da una norma prevedibile che fino ad allora aveva
dimostrato di funzionare, ma può essere anche foriera di un cambiamento
evolutivo;
- dall’altro, lato, invece, nella visione
di Empedocle, che credo singolarmente interessante, sono due le forze:
una è Philotes (amicizia), quella che unisce, che
richiama il termine di Philia, di amicizia, armonia,
unificazione, però ce n’è anche un’altra, Neikos (discordia).
Ora, anche Empedocle rappresentava Neikos come scura, e
noi siamo orientati a percepirla con l’elemento negativo, diabolico,
perché se la Philia è ciò che unisce, e noi attribuiamo
a questo elemento un significato di valore, ecco che ciò che contrasta
con la Philia può apparire il disvalore, quindi se a un
attitudine noi riconosciamo l’elemento divino, di armonia amorosa,
siamo portati a giudicare l’altro in modo opposto, quindi negativo.
Ragioniamo
così in modo manicheo; Mani era un profeta iranico, che poi ha avuto grande
successo nella storia del mondo successivo, perché semplifica un po’ la
visione del mondo, ciò che non è positivo è negativo. Quindi se
l’armonia, ciò che aggrega è positivo, ciò che disgrega è negativo. Se
però noi guardiamo il mondo della realtà fisica, noi vediamo che siamo
esposti, così come tutti gli elementi, a fenomeni aggregativi e
disgregativi. Anche a livello psicologico, sarebbe un grave danno che un
ragazzo quando raggiunge l’età giusta, non si disaggreghi dalla sua
famiglia d’origine; quindi la differenziazione, la separazione fa parte
intrinseca del processo evolutivo, sia a livello materiale, biologico che
psicologico. Quindi ecco che questi due elementi, se noi li vediamo in senso
manicheo, vero-sbagliato, giusto-erroneo, divino-diabolico, siamo portati
facilmente a considerare come negativo ciò che non è positivo.
Da
contrapposizione valoriale a cambiati atteggiamenti verso il rischio.
Però in una considerazione dinamico-polare, come si dice, vediamo che le
cose sono un po’ più complesse; il gioco è un comportamento, si dice, a
rischio. Come mai il mondo di adesso ha riscoperto il piacere di questo
comportamento e noi diamo per scontato che non si possa più essere
proibizionisti? A noi sembra quasi ovvio, l’abbiamo sentito questa mattina
da più parti; ma fino a qualche anno, a qualche decennio o secolo fa non
era per niente ovvio.
Cosa è cambiato quindi a livello di strutture culturali che ci porta a
essere più inclini, a essere permissivi e tolleranti rispetto a questo
elemento che può produrre, in certi casi, danni così vistosi agli
individui, alla collettività?
Penso che il tema vada ricollegato ad una generale attitudine che sta
cambiando nei confronti del rischio in sé. La cultura che ha dominato in
questi secoli e millenni, metteva in luce come valore la conservazione, la
sicurezza e l’evitamento del rischio, dell’elemento catastrofico. La
ri-voluzione o la e-voluzione, sappiamo che può essere catastrofico, come
la Rivoluzione francese, però può essere uno strumento di rinnovamento, di
cambiamento, quindi anastrofico. Adesso, anche a livello etico, e quindi di
comportamenti socialmente proposti o imposti, da una cultura e da una
legislazione, noi vediamo che è fondamentale la discriminante che passa
sotto il significato quindi la costellazione valoriale in cui noi inseriamo
l’elemento mutamento o stabilità. Mantenimento dell’ordine costituito o
apertura alla sua mutazione, al suo cambiamento. L’accelerazione a cui è
andata incontro la società moderna, è tale, rispetto alle società più
arcaiche, che i processi di cambiamento, non solo sono diventati
parte intrinseca del nostro modo di muovere, di operare, di concepire, ma
da disvalore sono diventati sempre di più valore.
Cambiare lavoro, cambiare città, cambiare modo di pensare, di vestire.
Prima il valore era adeguarsi a un modello dato per accettato, condiviso, e
quindi sacralizzato nel suo valore di perpetuazione. Adesso è come se il
valore fosse il cambiare invece, ciò che abbiamo ereditato. E quindi anche
a livello sociale, s’è insinuato fino ad affermarsi il contro-valore del
rischio, del cambiamento, cioè della capacità di accettare la sfida di non
vivere di rendita rispetto a un ordine costituito, ereditato.
L’adattamento e l’affronto creativo, la sfida appunto del cambiamento e
dell’evoluzione.
Gioco
d’azzardo nel contesto dei comportamenti a rischio
Il gioco d’azzardo non si può intendere se non nel contesto valoriale più
allargato dei comportamenti a rischio. Rolando De Luca che oggi non è
presente, uno non solo studioso ma che ha dato un grossissimo contributo
anche a livello di proposta terapeutica, dice, sì un giocatore può anche
smettere di giocare, però magari è un imprenditore d’azzardo, va a
mettere su una fabbrichetta nel Mozambico dove nessuno tutelerà i suoi
patrimoni, le leggi eccetera, magari ha anche successo, ma il suo stile
di vita è del giocatore d’azzardo, anche se non va al casinò. E lì
la difficoltà a capire quanto questo comportamento, questo modo di essere,
va mortificato, identificato negativamente in qualche modo recepito come
elemento strutturale del carattere di questa persona.
Ma senza
giocatori d’azzardo?
Se noi pensiamo, per esempio, a come la Terra si è popolata immaginando le
isolette delle Cicladi, del Pacifico, Rapa Nui. Questo film che fa vedere
l’Isola di Pasqua, che a un certo punto raggiunge una densità demografica
limite, quindi non ci si sta più in quest’isoletta, quindi ci vuole
qualcuno che prenda una barchetta e vada e cercare un'altra isola, chi lo
fa? Il più stupido, il più furbo, il più coraggioso, quello che c’ha il
gene, che adesso è stato identificato, del giocatore d’azzardo? Ecco che
si ripropone l’eterno gioco, lascia o raddoppia, lui può andare in pasto
ai pesci, perché parte con la sua piroga, affrontando l’oceano e magari
non la trova quest’isola, però se la trova diventa il re dell’isoletta
che lui ha colonizzato. Anche i topolini di fronte a un cibo che non
conoscono, selezionano il topolino sperimentatore: se lui avrà sfortuna
perché è cibo avvelenato, morirà, se invece lui avrà scoperto che quel
cibo è commestibile avrà salvato, non solo sé stesso ma tutta la tribù
dei topolini a cui appartiene.
Adesso il nostro problema è quindi intanto recepire il fatto che esiste
questa variante. Alcuni personaggi, alcuni caratteri, o per una nevrosi e
perché hanno un profilo di personalità problematica, perché la mamma, il
papà, aspetti su cui non mi soffermerò, e che pure sono importanti, hanno
questa propensione. Ma questo non basta, il problema è capire come aiutare
questa persona a convivere con questa inclinazione che può ritorcersi in
modo fortemente autodistruttivo, ma che in certi casi può essere anche
all’origine di un suo stile, di un suo modo di essere che può avere anche
aspetti interessanti.
Una
cultura del gioco
Ecco allora che noi abbiamo bisogno di una cultura del gioco, e questo credo
che sia il punto cruciale, cioè dobbiamo sottrarre il gioco a un ambito
disvalorativo e quindi contro-culturale. Dobbiamo tirarlo fuori dalle bische
dove il comportamento del gioco avviene al di fuori di una possibilità di
gestione consapevole, di fronteggiamento, di monitoraggio, e confrontarci in
modo esplicito, consapevole, alla luce del sole, con questo comportamento,
con questa inclinazione che, come sappiamo, esiste con l’essere
umano. La conclusione di un grande studioso, forse il più grande che
abbiamo avuto sul gioco, Huizinga, è che non è che l’uomo gioca, e che
noi siamo uomini in quanto giochiamo. Perché ciò che ci distingue dagli
animali non è che giochiamo, perché anche glia animali giocano, però il
gioco umano è il gioco coi simboli, con la previsione, neanche con la
simulazione, perché anche gli animali si mimetizzano, cambiano colore, si
immobilizzano. Il gioco, quello della previsione del simbolo, la capacità
di prevedere il futuro implica uno sviluppo delle capacità cognitive, di
previsione, di anticipazione che è squisitamente umano. Quindi come noi
diciamo homo faber o sapiens, possiamo dire homo ludens. Gli dei giocano,
cioè la rappresentazione idealizzata che noi abbiamo dell’uomo, è un dio
che gioca. Il problema è come giocare divinamente, non diabolicamente.
Questo implica però che noi dobbiamo estrarre la categoria gioco e anche
del gioco a rischio, da un tabù a priori, che lo mette in una zona
d’ombra. Dobbiamo confrontarci con la difficoltà che questo comporta, con
un elemento come l’energia atomica, come il motorino per mio figlio quando
ha l’età che vuole il motorino, come in altri comportamenti come il
mangiare e il bere, e solo affrontandoli in un ambito culturale
valorativo, forse, come individui, come famiglie, come società, potremo
in qualche modo pilotare.
Accettare
il rischio del vivere
In questo senso mi permetto di riprendere il tema delle sigarette.
L’avvertimento che fanno venire il tumore, indubbiamente è una
contraddizione, però ripropone il tema fortemente conflittuale di una
legislazione chiara. Ma cosa vuol dire questa chiarezza? Se il paradigma è
quello della coerenza, cosa vorrebbe dire uno Stato coerente? Che non
permette la vendita di sigarette che fanno venire il tumore. O dobbiamo
invece noi accettare l’intrinseca ambivalenza, che ogni cosa può fare
bene o male, dall’automobile al motorino, al salamino, alla nutella,
all’alcool, al sesso, al gioco?
Noi siamo vittime di una concezione platonica del mondo per il quale
dovevamo aspirare al sommo bene, ma un proverbio popolare, senese credo, ma
universale, dice che il meglio è nemico del bene. Per aspirare a questo
meglio, a una società idealizzata in cui non c’è rischio, non c’è
peccato, non c’è eccesso, noi dovremmo togliere tutto praticamente, e che
ci rimane…la pasta e fagioli forse…
Anche nella concezione della cultura religiosa cui apparteniamo l’Eden era
costruito secondo uno schema platonico di una società perfetta,
proibizionista e paternalistica. A me sembra che anche Jahve accettasse il
rischio: mettere un albero con i frutti del bene, del male, della
conoscenza, voleva dire esporre i nostri progenitori a un rischio che di
fatto è stato corso. Con le conseguenze negative e positive. Erich Fromm
dice che se i nostri progenitori non avessero preso quella mela non saremmo
qui, nel senso che saremo rimasti nell’Eden…
Quindi, anche con i nostri figli noi non possiamo presumere di preservarli
dal rischio fondamentale che è quello del vivere. Una madre rischia quando
mette al mondo un figlio e noi rischiamo venendo al mondo, è un rischio
tremendo. Se noi abbiamo una cultura che vuole evitare il rischio, che lo
vede in modo fobico, che ha il tabù del rischio, corriamo sì il rischio di
una situazione d’iperprotezione. Qui si produce un clima in cui questi
adolescenti attraversano la strada col semaforo rosso a tutta velocità.
E’ quasi un overdose di rischio, compensativo a un’eccesso di
rassicurazione, di protezione. E’ per una cultura esistenziale del rischio
per la quale invece noi dovremmo attrezzarci nuovamente, a dare delle
indicazioni formative e costruttive. Da qui nasce anche una delle finalità
della nostra associazione di promuovere una cultura del gioco. Cosa vorrebbe
dire fare la prevenzione dal rischio patologico nelle scuole, semplicemente
ripetere non fare questo, non fare questo, non fare questo o dire cosa
sarebbe il valore del correre dei rischi ragionevoli. Il nostro mammismo, il
nostro paternalismo iperprotettivo spesso fa sì che noi inibiamo una
crescita consapevole, responsabile, di confrontarci con un elemento sì
pericoloso ma non per questo da evitare. C’è stato un bellissimo
congresso due anni fa organizzato da Civiltà Cattolica e dalla Treccani,
sul vino mistero divino. Noi siamo vittime di una cultura di importazione
degli Stati Uniti: in tutti film che vediamo c’è l’ubriacone e quello
super sobrio, lo sceriffo con gli occhi azzurri buonissimo, bravissimo e il
pistolero psicopatico. La cultura europea non è questa. Torniamo
all’elemento di Dioniso, era quello che si alzava in piedi dopo un
simposio, Dioniso. Un barbaro, invece, beveva un vino non annacquato, cadeva
per terra e vomitava. Ma questa vuol dire una cultura del confrontarsi-con,
in modo che rientri appunto in una cultura, in un’educazione. Quindi penso
che il gioco, che è un po’ meno minaccioso che la droga, potrebbe darci
una grande chance, per una ridefinizione dei nostri paradigmi culturali, che
ci permettano di giocare d’anticipo. Non soltanto correre dietro a quelli
che si sono rovinati, ma introdurre una ludo terapia, una cultura del gioco
che a livello sociale possa creare le premesse per contenere anche gli
inevitabili smagliature che in ogni società e in individui predisposti più
fragili possano realizzarsi.
Le
testimonianze di Anna, Marco e Giovanni
Sono
Anna e volevo portare la mia testimonianza, io sono una giocatrice
compulsiva. A dire la verità io ho cominciato a giocare 4 anni fa, non ero
una giocatrice fino a prima di andare in pensione, non sapevo neanche cosa
voleva dire giocare. Poi ho cominciato così per scherzo accompagnando un
nipote a un giardino dove c’erano delle macchinette del videopoker.
Guardando gli altri ho cominciato pian pianino e a quel punto si è
scatenato un meccanismo …che mi ha portato alla frattura completa…
In famiglia non s’era mai accorto nessuno, sono sposata, ho un figlio
maggiorenne. A un certo momento la banca ha telefonato avvisando che il
conto corrente ormai era asciutto, allora mio marito fa la domanda. Siccome
lui in tanti anni di matrimonio non si è mai occupato della gestione
familiare, si è fatto la domanda, come mai non abbiamo più soldi. A quel
punto lì è scoppiata la bomba e ho dovuto dire il motivo per cui non
c’erano più soldi…Loro hanno chiesto, se ero disponibile a uscire da
questo impatto….
Poi mio fratello
ha letto su una rivista che a Milano avevano aperto un gruppo. E infatti io
sono andata a Milano nel 2000, nel giugno del 2000. Il primo impatto che ho
avuto è stato spaventoso.Non eravamo in tanti, e si è letto i passi di
Gam-Anon e si è detto che il gioco può essere malattia, che sono
malata, quello per me è stato l’impatto più grosso. Siccome io
venendo da una esperienza di una malattia vera, avevo il cancro, l’ho
vissuto sulla mia pelle, e quando si è detto malata io non accettavo il
discorso che era un malattia. I miei familiari invece che l’hanno
capita più facilmente, e hanno accettato diversamente, io…c’è
voluto più di 6 mesi per entrare in questo meccanismo, capendo che ero
malata di compulsione. Partecipavo al gruppo a Milano ma non perché ero
convinta, andavo per salvare la famiglia, tanto per esser chiara….poi
a un certo momento, non so cosa è stato, m’è scattato un meccanismo
…"Prima di aiutare la famiglia devi andare per aiutare te stessa,
per te stessa…" A quel punto qua ho aperto….la mente e mi
sono ritrovata bene, Il gruppo di Gam-Anon, come diceva prima il mio
compagno qua, è che ci troviamo a confronto, ognuno è libero di dire
quello che ha vissuto, le sue esperienze, e viene davvero anche come
attrazione… Quando si vede delle persone che festeggiano un anno che non
giocano più e……Io che avevo vissuto per tanti anni normalmente, mi ha
fatto riscoprire quello che avevo perso negli ultimi due anni, avevo perso
la famiglia, avevo perso me stessa, l’attrazione…di riscoprire la vita.
Siccome io ero una giocatrice di macchinette, io vivevo solo…il mio
pensiero la notte era di come andare a recuperare i soldi per il giorno,
come mascherare quello che si faceva, in casa, il mio obiettivo era solo
quello di…. andare a recuperare i soldi che avevo perso, convincendomi che
se vincevo qualcosa avrei risolto tutti i miei problemi. Invece non è vero,
perché la realtà di fondo….
…è proprio vero, non bisogna andare più, io siccome sono una fumatrice,
i primi tempi abbiamo fatto che mio marito mi comprava le sigarette, per non
andare neanche dal tabaccaio per non essere messa a confronto con le
macchinette…perché è abbastanza iniziare…Noi abbiamo avuto dei casi,
…ci sono persone che per un anno non hanno mai giocato, però è capitato
che tante volte si vuol sfidare il gioco, si vuole mettersi alla prova
convinti di essere guarita…E’ abbastanza iniziare a mettere 5.000 o
10.000, quello che è, iniziare a giocare e a quel punto qua, si è
ricaduti, sono ricaduti peggio di prima…Poi siccome il giocatore non
sempre ha il coraggio di ripresentarsi, se però si ripresenta al gruppo,
capisce lo sbaglio che ha fatto e acquisisce realmente la forza e la volontà
di smettere di giocare.
Se invece non
riesce o per la vergogna, o roba del genere…entra in un baratro peggio di
prima. Al gruppo si forma qualcosa come una famiglia onestamente, si….
riscopre anche tante cose, tanti valori. Magari si può dare un
consiglio…neanche un consiglio…noi diciamo io faccio così, se tu vuoi
provare quello che ho fatto io può darsi che…vedrai che riuscirai…
Vediamo tanti casi che hanno funzionato e funzionano, perché la realtà di
fondo che emerge dal discorso del giocatore, è che il giocatore in prima
persona, non crede di essere un giocatore compulsivo, pensa di essere un
giocatore normale, sociale come tutti. Quando ci mettiamo a confronto
riusciamo a capire che davvero siamo giocatori compulsivi, ma al momento non
si riesce a capire, non lo capiamo. Questa è la mia esperienza…io non ero
una giocatrice, non vengo da famiglia giocatrice, né i miei che giocavano,
nessun’altra dipendenza,....ancora adesso mi piacerebbe capire qual è
stato il meccanismo che mi ha portato a questa…a questa cosa.
Marco
Mi
chiamo Marco e sono un animale da gioco, scusate il termine
"animale", ma sono un esempio di ex giocatore. Giocavo fino a tre
mesi fa, e adesso ex giocatore perché ho toccato il fondo. Non perché sono
stato folgorato sulla via di Damasco mentre tornavo a casa, no, ho toccato
il fondo. In questi tre mesi grazie anche all’aiuto di Giovanni, di mia
moglie e dei miei fratelli….ho capito alcune cose….Volevo
permettermi di correggere il dottor Croce, scusi se dico correggere, non
sono un medico, non sono laureato, sono diplomato, però lei parlava del
gioco e che c’è la componente fortuna nel poker. Mi perdoni, nel poker la
fortuna non esiste, proprio non esiste, vince solo il più bravo. E’ è un
po’ come la briscola, quando si pensa "ma, ha vinto lui perché ha
pescato l’asso, perché ha pescato il tre"…No, puoi giocare con tuo
figlio dieci partite e vedi tu dieci volte l’asso e vinci, ma se giochi
con tuo figlio mille partite, l’asso andrà 500 volte all’uno e 500
volte al figlio, e vince il più bravo. Se andate a vedere le gare di
briscola, di scopa d’assi, quei giochi diciamo, sociali, vedrete che le
medaglie le vincono sempre gli stessi. Non ci sarà mai quello che va a fare
la gara di briscola e l’ha vinta…sì, la può vincere in albergo, al
mare, alla Pensione Mariuccia, quando si gioca coi pensionati la vince, ma
se va nei centri dove giocano dei giocatori di briscola, o di scopa, vincono
sempre i soliti. Purtroppo ve lo dice un giocatore che ha vinto
moltissimo…..
..ho vinto moltissimo al gioco dove non conta la fortuna e mi sono rovinato
al gioco dove conta la fortuna. Ho girato alcuni casinò d’Europa giocando
a poker e alla fine mi evitavano. Mi evitavano, dove vivo io vicino a
Milano, addirittura non mi hanno fatto più giocare. Girava la voce che io
fossi un baro, vi garantisco non è vero perché giocavo a poker dove conta
solo la bravura. Addirittura vi dirò, lo saprete anche voi, noi giocatori
di poker studiavamo i nostri avversari, guardavamo se erano in crisi con
la moglie, e se erano in crisi col lavoro, se avevano magari un figlio mezzo
tossico. Quando vai a giocare con l’industriale che era in crisi con
la moglie, aveva litigato con la moglie, quando veniva a giocare la sera,
era un modo per sfogarsi e noi giocatori, uso un termine sbagliato,
professionisti, vincevamo. Veniva a giocare la persona che aveva litigato
coi fratelli o perché aveva dovuto vendere l’appartamento, veniva a
giocare per rifarsi, giocava a poker e perdeva.
Cosa è successo,
non avendo più avversari, avendo vinto molto, ma veramente molto, la gente
mi evitava, sono entrato nel casinò, che mi ero sempre rifiutato. Io a 40
anni sono entrato nel casinò e in 4 anni mi sono rovinato, perché la mia
bravura, se si può chiamare bravura, l’ho buttata nella fortuna, e
alla fortuna vince il banco. Nei giochi di fortuna perdono tutti. Io
sono un…ex giocatore, sono un giocatore perché sono 3 mesi che non gioco
più. Dentro di me trovo uno spirito favoloso per ricominciare. Io nel
lavoro ho guadagnato molto, partendo da zero, e purtroppo molto ho messo sul
tavolo. Adesso non sono a zero, sono sottozero, però ho il lavoro,
ci sto dando dentro, mi rifarò…sono un animale da… mi reputo un animale
da circo, perché il gioco d’azzardo è un circo.…Siamo pieni
di….voglio dire…non difetti, di insicurezze, cerchiamo di essere paragonati
quasi all’onnipotente, perché vogliamo governare la fortuna, cosa
impossibile….E poi, quando avrete i vostri pazienti, capirete che uno è
un giocatore ormai compulsivo quando gioca 1.000 lire in più di quello che
può…quando uno gioca 20.000 ma ne può giocare 15.000, basta, è
compulsivo. Perché quando se può giocare 9.00.000 ne gioca 1 milione,
quando può giocare 5 milioni vedrete che ne giocherà 7, perché il vero
giocatore, vero nel senso negativo, non nel senso positivo, è colui che
gioca più di quello che può, quando gioca qualcosa di meno…è un
giocatore sociale.
Vorrei fare una
domanda al dottor Guerreschi: il mondo socio-economico, del lavoro, nei
confronti di un ex giocatore dichiarato e recuperato, generalmente in
base alla sua esperienza, come reagisce nei confronti dell’ex giocatore,
pentito ma recuperato, come reagisce normalmente proprio il mondo economico
del lavoro, di fiducia….
Cesare
Guerreschi
Guardi, in genere
reagisce sempre con diffidenza, purtroppo…questa è la realtà. Allora la
diffidenza lei se la deve giocare nel tempo, dimostrando lentamente, ma
giorno per giorno, che lei può dare e ricevere fiducia. Lei può essere
ulteriormente vincitore se però resiste nel tempo, perché la fiducia non
è una questione che si può barattare da un giorno all’altro.Dunque il
passaggio è inevitabilmente in un periodo lungo o medio lungo, sulla
fiducia. Lei riesce vincitore se ha questa capacità di ridare e riprendersi
la fiducia. Questa è l’esperienza che ho io.
La moglie di
Marco:
Ci provo a fare
una domanda al professor Carlevaro. Io sono la famiglia, praticamente, sono
la moglie di un giocatore, che ha già parlato per conto suo. Volevo
chiedere: lei ha parlato prima della famiglia che può sostenere il
giocatore nei momenti di crisi. Ma per sostenere la famiglia che è una
parte molto lesa, cerco di sovraccaricarmi per tenere il più possibile al
di fuor di tutto i figli. La terapia di famiglia è indispensabile? Quello
che volevo chiederle soprattutto era: è giusto il mio atteggiamento di
voler, mi ripeto, tenere il più possibile fuori i miei figli, che sono
comunque grandi perché hanno 17 e 18 anni
Tazio
Carlevaro
Io direi due
cose, intanto sarà difficile tenerli fuori completamente proprio perché
fanno parte della vostra vita e quindi partecipano in un certo modo alle
interazioni che ci sono e che ci sono state in famiglia. Riflettono
sicuramente delle cose che vedono e che sentono all’interno della
famiglia. Quello che conta è di poterne parlare con serenità e stare bene
attenti a quello che si chiama l’attribuzione delle responsabilità.
Il problema dei figli è proprio quello di non riuscire ad affrontare il
problema del padre e della madre senza dover attribuire nello stesso tempo
anche delle colpe.
Il secondo punto è: chi sostiene la famiglia, cosa sostiene la
famiglia. Qui si tratta di una scelta da ogni persona. Dopo una discussione
con uno specialista, che può essere che una terapia individuale, può
essere utile perché uno possa trovare delle ragioni dentro di sé per
affrontare delle difficoltà o anche per affrontare dei sentimenti di colpa
o dei momenti di particolare tristezza. Può essere che magari si possano
migliorare le interazioni tra due persone con una terapia di coppia, può
essere però e questo è anche possibile, che le cose si possono fare
all’interno di gruppi di autoaiuto, perché no, ci sono per esempio i
corrispondenti di Al-Anon, dove familiari hanno la possibilità di scambiare
delle esperienze, di verificare dei modi di essere, dei modi di fare, e
anche di avere poi delle amicizie, delle relazioni estremamente intense che
si formano tra le persone che partecipano.
Giovanni
Sono
Giovanni, e sono dei Giocatori Anonimi. Volevo cogliere l’occasione per
ringraziare il dottor Croce, perché esattamente due anni e un giorno fa, il
17 aprile del 2000, siccome ero disperato, ero nel pieno del gioco e mia
moglie mi aveva quasi messo …le valigie fuori della casa, m’aveva
detto "o la smetti o te ne vai", così sotto pressione di mia
moglie mi sono recato al Sert, che era da poco che era istituito, per poter
chiedere aiuto perché volevo smettere di giocare, o quanto meno volevo
cercare di dare un… cambio alla mia vita…e sono andato dal dottor Croce,
esattamente ripeto due anni e un (giorno) fa, il quale poi, dopo un
colloquio, mi ha inviato ai Giocatori Anonimi…E’ un associazione che si
rifà a Alcolisti Anonimi, che è un’associazione che è una copia dei
Gamblers Anonimous americano che è nata nel ’57. Ho fatto una telefonata
quella sera a Giocatori Anonimi, mi ha risposto tra l’altro un alcolista,
mi ha detto "guarda che c’è una riunione sabato, però vedi di
non giocare più fino a sabato". Ecco da quella telefonata, da quel
giorno non ho più giocato, sono esattamente due anni che non ho fatto più
nessun tipo di scommessa, e la mia vita è cambiata veramente, da così a
così.
Volevo parlare più
che della mia situazione, del tema di oggi, la famiglia, perché io ho
vissuto, sono padre di famiglia, …ho vissuto la tragedia del gioco, ho
cominciato a giocare che…come tutti iniziano a giocare…per divertimento,
perché ci si diverte col gioco all’inizio. Poi il mio problema è stato
di aver cominciato a perdere, più di quello che potevo perdere. A questo
punto ho cominciato a rincorrere la perdita. L’ossessione di continuare a
recuperare la perdita. C’è chi vince, e ha l’ossessione della vincita
ma poi perde ugualmente, io invece perdevo sempre e recuperavo la perdita;
quindi per me il gioco è diventato un ossessione…io ho iniziato a giocare
molto presto, e sono diventato compulsivo molto presto, e di guai ne ho
combinati abbastanza…
Diventava
un’ossessione, una vera e propria malattia, era un’ossessione, tutto il
giorno… nella mia testa frullava solo il gioco, il recupero dei debiti,
il come pagare i debiti, perché anche se vincevo non li pagavo mai, era
tutto…tutto ruotava intorno al gioco…non esisteva nient’altro. Avevo
una famiglia ma è come se non ce l’avevo, il problema mio e di tanti
giocatori è che poi non si rovina solo la propria esistenza, rovina la sua
famiglia e non solo, perché poi alla fine il giocatore va a chiedere i
soldi all’amico, quindi l’amico ti da…ti presta i soldi, e poi si
mette in conflitto con la moglie. Dopo l’amico non ti guarda più, allora
si rovina i fratelli, rovina i genitori, rovina tutto. Il giocatore… dalla
mia esperienza, dall’esperienza di chi viene ai Giocatori Anonimi, è che
purtroppo il gioco compulsivo, il gioco portato all’esasperazione,
rovina tutta una serie di famiglie, rovina tutto ciò che ha intorno, il
giocatore fa deserto intorno a se. Deserto perché poi sono arrivato a
un certo punto che… che c’era qualche amico che mi vedeva in fondo e
girava l’angolo…proprio, veramente, ho trovato qualcuno che mi ha visto,
ha girato lato e si è nascosto nel portone per non vedermi perché aveva
Il gioco fa dei disastri con i figli, fa dei disastri effettivamente, fa dei
grossi, grossi disastri… Perché è una continua richiesta di soldi, non
bastano mai, bisogna sempre prenderli, bisogna sempre cercarli, …le fonti
non si esauriscono mai. Il giocatore ha una mente fervida, è una cosa
incredibile ….quindi va a rovinare tutti, tutti, va a chiedere i soldi
anche per strada quasi per andare a giocare. Coinvolge nella sua
problematica un sacco di persone e crea problemi a un sacco di persone…
Adesso voglio leggere il nostro Statuto per far capire cos‘è Giocatori
anonimi, che è nato due anni fa a Milano, ma che adesso è presente in
tutta Italia, veramente in tutta Italia stanno nascendo nuovi gruppi.
Allora, Giocatori Anonimi, un’Associazione di uomini e di donne che
mettono in comune la loro esperienza, la loro forza e speranza al fine di
risolvere il loro problema comune ed aiutare altri nel recuperarsi dal gioco
compulsivo. L’unico requisito per divenirne membri è il desiderio di
smettere di giocare. Non vi sono quote o tasse per essere membri di
Giocatori Anonimi, noi siamo autonomi mediante i nostri propri contributi.
Giocatori Anonimi non è affiliata ad alcuna setta, ad alcuna confessione o
idea politica, ad alcuna organizzazione religiosa o istituzione, non intende
impegnarsi in nessuna controversia, né sostenere od opporsi ad alcuna causa
Il nostro scopo primario è astenersi dal gioco, ed aiutare gli altri
giocatori compulsivi a raggiungere la sobrietà.
Giocatori Anonimi
non ha opinioni sul gioco, posso avere una mia opinione personale, però
Giocatori Anonimi non ha opinioni, non fa campagne contro il gioco, perché
il giocatore se rimane sociale non crea problemi. Giocatori Anonimi dice a
un giocatore: se il gioco comincia… a crearti dei problemi; è un
problema perché non dormi la notte, a questo punto chiediti perché il
gioco è un problema, vieni da noi perché noi possiamo aiutarti a smettere
di giocare, così come hanno aiutato me. Poi ..far capire principalmente una
cosa, che il problema del gioco è un problema personale. Sono io che vado a
giocare, nessuno mi manda, mia moglie non mi ha mai mandato a giocare, io
giocavo ai cavalli… Non è venuto nessuno a casa mia a dirmi di giocare
….sono stato io con le mie gambe ad andare a giocare. E sono sempre io che
decido di andare a giocare, sono io che decido di giocare o non giocare, però
il problema nel gioco è il mio rapporto sbagliato col gioco, ho la malattia
del gioco compulsivo, di fronte al gioco io sono malato. Non sono capace, se
nei confronti dell’alcool riesco a fermarmi al bicchiere prima di entrare
nella dipendenza, nei confronti del gioco e anche nei confronti del
tabagismo, ho smesso anche di fumare, nei confronti di questi problemi, sono
impotente, non riesco. Un amico dice sovente che il nostro rapporto col
gioco è come se io dovessi salire sul ring e incontrarmi con Mike Tyson,
cioè Mike Tyson è il gioco e io sono il giocatore, ovviamente se vado su
questo mi ammazza …E pure io pretendo di salire sul ring e di
scontrarmi con il Tyson perché penso di… vincere con lui. Giocatori
Anonimi insegna questo, mi ha insegnato e devo ringraziare e non finirò mai
di ringraziare, ti insegna a cambiare la vita, ti insegna a dire "metti
da parte il gioco, non pensare più al gioco, e guarda fuori che c’è il
cielo azzurro, guarda fuori che ci sono le altre cose. ….un altro rapporto
con la vita, avevo degli hobby prima di mettermi a giocare … Mi dicevano
"riprenditi la vita", "riprenditi ciò che ti fa piacere,
riprendi ciò che è bello e comincia a guardare ciò che è bello,
riprenditi la tua vita, …riprendi te stesso praticamente" Io ho
ripreso me stesso perché, sono un malato di gioco però ho cominciato a
scoprire degli altri interessi, ho cominciato a vedere altre cose, ho
cominciato a capire che…aiutando me stesso aiuto anche gli altri, ho
cominciato a vedere un mondo diverso dal gioco, Ho cominciato a vedere la
mia famiglia anche. Non essendoci più il gioco ho cominciato ad avere
altri rapporti con le persone, quando incontravo le altre persone, le
incontravo unicamente per farmi prestare dei soldi, quindi tutto il mio
discorso, tutto quello che dicevo era per arrivare a dire "sono
disperato, devo pagare la multa", tutte scuse, tutte balle ovviamente,
per farmi dare i soldi. Tutto questo discorso fatto a mia mamma, fatto al
mio migliore amico, … portava a quello. Oggi che non ho più dentro di me
…questa maledetta ossessione di gioco, che me ne sto liberando piano
piano, ma non me ne libererò mai perché dovrò sempre frequentare
Giocatori Anonimi. Oggi, che sono arrivato lì, quando parlo con mia mamma,
quando parlo con mia moglie, quando parlo con mio figlio, o con chiunque
parlo, parlo con un altro spirito, parlo con lo spirito di una persona
libera. E sulla libertà, volevo proprio dire una cosa precisa.
…quando sono andato ai Giocatori Anonimi mi sono detto "cavolo non
devo giocare più tutta la vita"…E’ come se mi devono tagliare il
braccio destro, perché per me il gioco era il braccio destro, era come se
dovevo tagliarmi questo cavolo di braccio destro e dirmi.. .cavoli adesso
non posso più giocare, non posso più farmi una schedina, non posso più…e
mi facevo delle storie su questo problema.
Poi sono riuscito
a capire, sempre grazie alla frequenza dei Giocatori Anonimi, che veramente
io sono un uomo libero, sono veramente libero. La mattina mi alzo e dico
"cosa faccio oggi? Gioco o non gioco?", poi mi dico "ieri non
ho giocato, sono stato bene, sono uscito con 100 euro, sono rientrato con 99
euro perché ho bevuto il caffè, ho incontrato degli amici e ho parlato,
sono andato a trovare mia mamma e ci siamo abbracciati, ho parlato con mio
figlio e ho parlato in maniera… non ho litigato praticamente. Se io torno
a giocare oggi ritorno nel baratro, e cancello tutto quello che ho
conquistato". Oggi io dico "io scelgo di non giocare", è una
mia scelta, oggi io sono libero di scegliere se giocare o meno. Quindi io il
mio braccio destro ce l’ho, perché posso ancora tornare a giocare, sono
io che non voglio più tornare a giocare, non ho nessuna intenzione di
tornare a giocare perché mi ha distrutto la vita, e se dovessi tornare a
giocare me la distrugge un’altra volta. E’ questo che Giocatori Anonimi
insegna, è quello che i gruppi di auto aiuto dei Giocatori Anonimi insegna.
Un nostro amico usa dire che Giocatori Anonimi è come un carretto che parte
e ci sono questi giocatori sopra che vogliono smettere di giocare, vogliono
aiutarsi a smettere di giocare, e vogliono aiutarsi a cambiare il proprio
carattere. Questo carretto va e ogni tanto si ferma e tira su qualcuno, poi
ogni tanto uno cade da questo carretto, e allora questo carretto si ferma e
lo tira su, gli dice vieni torna qua, va bè hai fatto una ricaduta, hai
fatto la rigiocata, ma torna. Torna dentro, non fa niente, riprenditi le tue
24 ore, riprendi da zero… lo tiriamo su, cerchiamo di tirarlo. Purtroppo
c’è anche quello che dice "no, io voglio scendere, me ne voglio
andare", c’è anche quello che dice "no, basta, voglio tornare a
giocare", vuole scendere da questo carretto. E’ una scelta, noi non
possiamo farci niente, voglio dire, non …non possiamo assolutamente farci
niente. Noi gli diciamo solo, guarda che se torni indietro ricadi nel
baratro, non lo fare, ma se lui ha deciso è una sua scelta, noi non
possiamo obbligare nessuno. Giocatori Anonimi non può obbligare nessuno,
così come non possiamo andare nelle sale corse a prendere qualcuno. Qualche
volta ci telefona qualche famiglia e ci dice "ma mio marito è venuto
stasera da voi?", noi non possiamo dirle se è venuto o non è venuto,
siamo anonimi, se no cadrebbe l’anonimato. Non possiamo, anche se ci
dispiace molto, se uno ci telefona o viene una mamma a dire "andate a
prendere mio figlio in sala corse", non possiamo andare a prenderlo.
Noi rispettiamo, aiutiamo chi vuole essere aiutato. Se lui ha il desiderio
di smettere, un giorno o l’altro la smette. Ci sono degli amici che hanno
smesso di giocare solo da un mese e sono due anni che vengono.
… purtroppo il
gioco, il gioco patologico, il gioco compulsivo, crea degli incredibili
squilibri nelle famiglie.
Una volta il
gioco era appannaggio esclusivo dell’uomo, era l’uomo che giocava. Oggi
invece ai Giocatori Anonimi vengono delle donne, madri di famiglia, che
vanno in pensione, che per la noia vanno a giocare e diventano compulsive.
Queste distruggono tutta una vita, distruggono tutta una vita…però sono
abbastanza fortunate rispetto all’uomo, perché fanno in fretta anche a
recuperarsi. Mentre l’uomo proprio perché… …magari c’è l’ha
nella mentalità. Le donne, così come fanno in fretta a rovinarsi fanno
anche in fretta a recuperarsi.
Cisf - Codice fisc/P.
Iva 05023630964
Modificato
martedì 06 maggio 2008
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