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...SEMPLICEMENTE
PADRI Milano, 26 novembre 1999
Seminario di studio Segreteria organizzativa CISF - Via Duccio di Boninsegna 10 - 20145
Milano Nel corso di quest'anno il tema della paternità è stato quanto mai ricorrente nelle pagine e nei convegni della nostra cultura: una riflessione che via via si è dispiegata con prospettive e interessi molteplici, in senso teologico, ma anche in senso antropologico e con una variegata attenzione ai piani della psicologia, della sociologia, della pedagogia. Si noterà che è stata determinante, a questo riguardo, l'iniziativa della Chiesa italiana, che nell'arco di una sua ricerca triennale si è infine raccolta proprio sul tema trinitario del "Padre". Si deve però riconoscere che il carattere squisitamente teologico dell'iniziativa non avrebbe avuto tanta risonanza, se non avesse toccato nel vivo un problema aperto da più anni nel tessuto stesso della vita quotidiana: è, infatti, la figura stessa del padre che oggi sembra per diversi lati messa in questione. Come si sa, qualcuno ha potuto parlare, a questo riguardo, persino di una "società senza padri": un rilievo che per un verso è sembrato un grido d'allarme, ma per altro verso, e all'opposto, è valso a sostenere una sorta di svolta antropologica. Da questo lato si è anzi prospettata la tesi per la quale la figura paterna, più che un dato di natura, sarebbe un portato di carattere culturale, un'elaborazione di costume e di prassi comunitaria. È chiaro che le conseguenze concrete di una prospettiva siffatta sarebbero di gran peso nel vissuto della vita quotidiana e nelle stesse costituzioni della vita sociale. Ma fino a che punto è possibile contrapporre natura e cultura? Che cosa viene dalla natura e che cosa viene propriamente da questa o quella tradizione di costumi? Il discernimento è importante e carico di implicazioni, ma deve altresì spingersi sino a concepire una genitorialità per la quale il carattere maschile e quello femminile sarebbero, infine, sostanzialmente irrilevanti?
Sono domande che diversamente hanno
assillato i molti dibattiti dell'anno e che ancora vorremmo riprendere nel corso del
seminario che il Cisf e la rivista "Famiglia Oggi" hanno ritenuto di promuovere.
Ci si interrogherà, in prima istanza, sul senso o non senso della figura paterna, sulle
sue fondazioni possibili, sui suoi intrecci tra natura e cultura, tra teologia e
antropologia. Su questa base, ci si chiederà poi quale possa essere il ruolo della
paternità nel contesto della famiglia contemporanea. E ancora, sotto il profilo
psicologico, ci si domanderà quale possa essere oggi la funzione maschile e paterna
nell'ambito della relazione di coppia.
Venerdì 26 novembre 1999
Sintesi Seminario di studio L’assenza del padre. I segni e la loro interpretazione Giuseppe Angelini, Preside della Facoltà Teologica Italia Settentrionale, Milano
La figura del ‘padre’ attraversa nella stagione civile recente un momento di spiccata incertezza. La diagnosi è spesso ripetuta. Gli ‘intellettuali’ hanno coniato anche questa, di una ‘società senza padre’. I padri però continuano ad esserci. Il loro compito, inesorabile, s’è fatto arduo, e prima ancora indeterminato. L’indice è il dolore (o il ‘disagio’): l’identità negata del padre duole nel cuore dei figli, e anche nel cuore dei padri stessi. I fattori ‘materiali’ della crisi sono ribaditi dalle forme correnti della cultura riflessa. Le condizioni concrete del vivere propongono segni indubitabili dell’assenza del padre, che postulano un’interpretazione, un’elaborazione dunque del pensiero riflesso. Psicologi e sociologi ‘descrivono’, ma per farlo debbono avvalersi di schemi teorici elaborati da essi stessi. La descrizione appare di conseguenza proporzionalmente distante dalla coscienza effettiva dei padri.
La crisi del padre è posta in relazione alla figura affettiva della famiglia nucleare, strettamente connessa al mutato rapporto tra famiglia e società. La famiglia non è più ‘cellula della società’, elemento nucleare cioè del più generale rapporto sociale. È invece istituzione specialistica; ad essa sono affidati in esclusiva due compiti fondamentali: la socializzazione primaria del minore e la stabilizzazione emotiva dell'adulto. La specializzazione affettiva candida la madre ad un ruolo di protagonista nella vita familiare; rende per altro verso la famiglia fragile. Gli affetti sono densi di un significato virtuale, che soltanto attraverso le forme del rapporto pratico, e quindi del costume, trovano determinazione, e soltanto attraverso la scelta libera trovano realizzazione. Il nesso tra affetti, forme pratiche della relazione personale, risoluzione della libertà ha bisogno di chiarificazione teorica. In ordine a tale chiarificazione assumono rilievo strategico le relazioni parentali, e quella paterna in particolare. La mortificazione della funzione della famiglia quale tramite della tradizione dei significati del vivere produce la tendenziale sostituzione del padre collettivo a quello biografico; di qui l’insorgere della ‘personalità autoritaria’. L’appiattimento della figura del padre è all’origine delle spiccate difficoltà che incontrano i processi di identificazione psicologica dei minori; e quindi del fenomeno dell’adolescenza interminabile.
Documento eloquente del nesso che lega identità del figlio e rapporto con il padre. L’accusa centrale: La sensazione di nullità che spesso mi domina (una sensazione, in altro contesto, anche nobile e produttiva) ha origine in gran parte dalla tua influenza. Il padre non vede affatto il figlio oppresso da sensi di nullità; al contrario, è contrariato e irritato dall’apparente sufficienza che il figlio mostra nei suoi confronti:
I rimproveri di tutti i padri di questo tempo molto assomigliano a quelli qui espressi; quanto ai figli, non hanno parole per articolare il loro rimprovero, e tuttavia esso è da intendere come accusa del ‘materialismo’ dei padri; senza alcun motivo di preoccupazioni materiali per essi non vuol dire senza preoccupazioni in genere. Anche la rinuncia dei padri a cercare la gratitudine dei figli assume i colori del disprezzo nei loro confronti. Essi si accontentano di una certa compiacenza, che li rassicuri nella loro fuga da temute e ignote responsabilità. Ogni padre infatti ha una segreta paura del figlio. Le forme di tale paura sono meno appariscenti di quelle che assume la paura dei figli; ma non meno profonde.
La Lettera al padre offre indicazioni preziose sul nesso che lega figura del padre e verità della legge. La legge appare oggi tragicamente nascosta, perché nascosti sono i padri. Vale insieme anche l’altro principio: i padri stanno nascosti perché non conoscono la legge. Questo è il circolo vizioso della cultura moderna. L’elaborazione della figura del padre chiede che si proceda dalla descrizione fenomenologica; appare invece pregiudicata dalla pretesa, caratteristica della cultura oggi diffusa, di sapere bene chi sia l’uomo in generale. Il pensiero critico moderno definisce l’uomo come soggetto libero, portatore di diritti ‘naturali’, definiti a monte rispetto alla vicenda storica. Tale immagine fa apparire la strepitosa statura che il padre di fatto assume agli occhi del figlio come un’anomalia insopportabile, un’insopportabile eteronomia. Il pensiero illuminista cerca di uscire dalla difficoltà giudicando la dipendenza del figlio nei confronti del padre come soltanto provvisoria, destinata a cadere con il raggiungimento dell’età adulta. L’età adulta è il modello fondamentale dell’ideale umano. Diversa è l’immagine dell’uomo che sta al fondo della fede cristiana. Il comandamento: Onora il padre e la madre non è certo dato per i bambini; ma per l’adulto, che spesso e in molti modi ha l’impressione che il genitore assuma i tratti di un testimone ingombrante, del quale si farebbe volentieri a meno. Non si può capire il senso e il fondamento del comandamento, se non riconoscendo che soltanto attraverso la figura del genitore è possibile accedere all’idea di Dio, e a quella ‘visione morale’ dell’ordine cosmico, senza la quale non sarebbe possibile la vita. Il padre e la visione morale del mondo Il nesso tra figura del padre e ‘visione morale’ non è riconosciuto dalla cultura laica moderna. Essa prima ha ‘secolarizzato’ la morale; poi l’ha addirittura cancellata dal repertorio delle realtà di cui il pensiero deve occuparsi. Per essere davvero ‘libero’, per essere in grado di ‘volere’, il soggetto deve trovare autorizzazione; riferire cioè il proprio volere ad un ordine universale sottratto al suo arbitrio. Appunto in questa ottica la tradizione civile definisce la figura del padre: egli dà la ‘legge’. Al padre occorre rivolgere l’attenzione, per venire a capo di quel tratto enigmatico, e tuttavia innegabile, della nostra condizione, per cui da sempre ci sentiamo in debito nei confronti di altri. Al padre occorre riferirsi per intendere lo stesso rapporto ‘fraterno’, e non ridurlo alla figura scadente di rapporto convenzionale tra soci. Di fatto proprio questo sembra essere diventata l’etica secolare del nostro tempo. Al comandamento che solo autorizza la volontà si riferisce la tradizione biblica, quando parla di giustizia. In particolare, si riferisce la predicazione di Gesù, quando Gesù proclama beati quelli che hanno fame e sete di giustizia; la ‘giustizia’ qui in questione non è quella ‘sociale’, ma quella che manca alla vita di ciascuno. Fame e sete di giustizia ha chi si confessa peccatore e soffre a motivo del suo peccato. Tale fame e sete di giustizia è alternativa alla cura pagane del cibo, del vestito, del domani (Mt 6,33). Per intendere la qualità di tale giustizia occorre portare alla luce la promessa iscritta nelle forme originarie della vita; l’uomo non giunge a dire ‘io’, se non grazie alla prossimità di altri alla sua persona. Il suo debito nei confronti di altri assume la forma di fedeltà all’alleanza che dall’inizio gli ha consentito di essere. La tanto apprezzata autonomia non trova fondamento in una pretesa facoltà (la ‘ragione’) di cui ciascuno sarebbe titolare in forza della natura umana; è invece realizzata a misura in cui è concesso a ciascuno di realizzare la speranza che fin dalle origini gli ha consentito di essere, vivere e credere. Quella speranza egli ha conosciuto appunto attraverso l’accoglienza del padre. Tale rilievo della figura del padre, negato dalla cultura moderna, è riconosciuto dall’analisi del profondo. Essa persegue programmaticamente il fine di dare nome a quanto la coscienza civile rimuove. Lo schema antropologico proposto da Freud riconosce il nesso originario e stretto tra l’Io e il Super-Io; il soggetto non può essere tale altro che obbedendo ad una legge che non è lui a darsi, ma gli è assegnata dal padre. Il nesso così affermato propone certo, nella prospettiva di Freud, non risolti aspetti di ambiguità; essi non possono essere tolti di mezzo con rimedi tanto radicali quale sarebbe quello di togliere di mezzo la legge. Occorre invece entrare nell’enigma della legge. La rivelazione cristiana
di Dio come Padre propone una risoluzione dell’enigma. Essa è al
culmine di un lungo processo di rinnovata comprensione della legge, che
comincia con l’alleanza mosaica. Fin dall’inizio è fissato un
principio chiaro: la legge può essere compresa soltanto sullo sfondo
della precedente grazia di Dio. Soltanto a condizione di riconoscere il
volto amante di Dio, è possibile intendere la stessa verità della legge.
Essa esprime l’attesa del Padre nei confronti del figlio. Discussant Giuditta Lo Russo, Docente di Antropologia Sociale, Università La Sapienza, Roma "Gli intellettuali parlano di una società senza padre. I padri continuano ad esserci". Vorrei partire proprio da questa affermazione di Mons. Angelini, radicalizzandola. Credo si possa addirittura dire che i padri oggi ci sono, sono presenti più che in passato nella vita dei figli, eppure siamo qui a parlare dell’assenza del padre. Un tempo le lunghe guerre, l’emigrazione, l’alta mortalità, tenevano i padri molto più di oggi lontani dalla vita familiare. L’aumento del tempo libero, il lavoro extra-domestico delle madri, il minor numero dei figli e la loro cresciuta importanza, fanno sì che i padri di oggi dedichino ai figli molto più tempo ed energie dei padri del passato, i quali per lo più restavano distanti e periferici rispetto al mondo della prole il cui allevamento era considerato cosa da donne. A questa maggior presenza del padre non corrisponde maggior valorizzazione della sua figura ma maggior discredito. Il problema, dunque, non è tanto di presenza o assenza, quanto di immagine. Oggi il padre non è più colui che dà "la legge", ma è una figura debole, insicura, priva di autorità. Dunque padri svalutati, "azzerati", squalificati. Sono impressionanti i risultati di una recente ricerca fatta in Germania sull’immagine del padre nei figli adolescenti: sostanzialmente un poveraccio, un buono a nulla, un uomo senza qualità. In passato il padre era idealizzato, quasi mitizzato, era un modello per i figli. Oggi dove li prendono i modelli?- alla TV ecc. Gravità di questa situazione. Un figlio può crescere bene anche senza padre, ma non senza un’immagine positiva di lui. Un classico esempio di padre assente: Ulisse. Ne ha combinate tante, ma come padre non ha fatto un gran chè, semplicemente non è stato. Partito per la guerra di Troia lascia la giovane moglie e un bambino piccolissimo. Quando ritorna il bambino è già uomo: il processo di crescita e identificazione maschile è compiuto, compiuto bene. I primi quattro libri dell’Odissea, la Telemachia o epopea di Telemaco, ci mettono di fronte ad un adolescente che diventa uomo in modo splendido. Che cosa c’è dietro questo all’incanto capolavoro di figlio, così diverso dai suoi coetanei di oggi? Telemaco è cresciuto senza padre, ma non senza stima e ammirazione per lui, amorevolmente coltivate nel ragazzo dalla madre, dalla nutrice Euriclea e anche dall’onnipresente dea Pallade Atena. Dunque erano figure materne-femminili che trasmettevano l’ordine simbolico del padre e lo rendevano un tempo autorevole. Oggi quell’ordine è andato in frantumi. Come sempre alla fine di un ordine succede un gran disordine. Quell’ordine si chiamava patriarcato. E’ durato fin quasi ai nostri giorni e già ce lo siamo dimenticato. Ancora nel 1949 questo è il profilo del padre tedesco: "la vita familiare ruota intorno al padre. Egli è onnipotente, onniscente è la fonte dell’autorità, della sicuezza, della saggezza… ogni altro membro della famiglia ha uno status e diritti inferiori ai suoi. E’ il padre che dà ordini aspettandosi che siano eseguiti. Considera le sue decisioni definitive e vincolanti sia per la moglie che per i figli… egli desidera che il figlio divenga simile a lui, segua la sua stessa strada, professi le sue stesse idee, conduca lo stesso tipo di vita. I figli obbediscono ai suoi ordini prontamente e senza riserve" (B. Schaffner, Patria, indagine sull’autoritarismo nella famiglia tedesca). Il primo decisivo colpo al regime patriarcale, prima ancora delle donne, l’hanno dato i figli. Il ’68 è stato la rivolta dei figli contro i padri. Da allora il vecchio fantasma del padre patriarca e padrone, che non tollera dissenso, uscirà per sempre di scena. Quei figli, ex giovani che hanno creduto di poter liquidare con la patria potestas ogni altra forma di autorità, sono i padri di oggi. Essi hanno molte difficoltà a riconoscersi in questo ruolo. Vogliono essere amici dei figli. La mancanza di autorità dei padri di oggi può fare più danno dell’autoritarismo di quelli di ieri.
Paura del conflitto "ogni padre ha una segreta paura del figlio" afferma Mons. Angelini. Direi che la paura di fondo dei padri di oggi è quella di entrare in coflitto con il figlio. Il conflitto è sempre eluso, evitato attraverso il cedimento del padre ai voleri del figlio. Il padre rinuncia al suo ruolo normativo, vuole essere amico del figlio. Padri oggi anche troppo preoccupati di restare giovani. Questo giovanilismo dei padri non piace e non fa bene ai figli. Deve esserci una giusta distanza tra le generazioni. E’ anche sano, entro certi limiti, il conflitto. Il giovane Kafka, citato da Mons. Angelini, è esempio positivo di come il conflitto con un modello paterno forte possa generare grandi risultati. I figli riuscivano a contrastare "il senso di nullità" che poteva venir loro dal padre contrapponendo al suo modello (materialista) qualcosa di più grande e degno. Quanti grandi figli, del tutto "falliti" dal punto di vista delle aspettative paterne!. Francesco, figlio del ricco mercante di Assisi, sposa Madonna Povertà. Flaubert, figlio di un chirurgo di successo, è considerato dal padre del tutto ebete ed incocludente, l’"idiota di famiglia" appunto (v. la monografia di Sartre). Il senso di nullità oggi sembra non essere più tanto quello che i padri trasmettono ai figli, ma il contrario. Come risulta dalla ricerca citata, succede che oggi siano i figli che considerano il padre un "buono a nulla". Per sfuggire a questa svalutazione ci sono padri che assecondano ogni richiesta del figlio pur di ottenere la sua approvazione. Quanto oggi le stesse madri contribuiscono a indebolire, squalificare, emarginare la figura paterna? La relazione padre-figlio è mediata dalla madre. Telemaco è un figlio cresciuto senza padre ma non senza un’immagine forte e positiva di lui, ma questa immagine forte e positiva esisteva innanzitutto nella mente e nel cuore di sua madre. "L’assenza del padre" è dunque da intendersi come venir meno di un modello paterno positivo e normativo. Situazione capovolta rispetto al passato: prima chi comandava era il padre e il figlio doveva essere come lo voleva il padre. Oggi sempre più chi comanda è il figlio. Il padre che non ha più un modello positivo cui adeguarsi, insicuro su come deve essere un buon padre, pensa che un buon padre debba essere come lo vuole il figlio. Il figlio non vuole restrizioni alla sua presunta "libertà". Proprio questi padri permissivi concorrono a veicolare una falsa idea di libertà. La libertà non è fare quello che mi pare, -questo mi va questo non mi va-. Libertà è conquista interiore. Senza confronto dialettico con l’autorità non c’è libertà. Vivere secondo principi,
regole, disciplina, rende più liberi che vivere assecondando tendenze,
desideri, inclinazioni. Le paternità tra tradizione e cambiamento Carmine Ventimiglia, Docente di Sociologia della Famiglia, Parma L’indagine, a cui nella
relazione si fa riferimento, conferma che in generale l’uomo è un
supporto, un sostegno, dà una mano ma non condivide con la partner la
globalità e la trasversalità della responsabilità e del carico di
lavoro, sia per quanto riguarda i figli, sia rispetto alla gestione
complessiva del ménage familiare. L’uomo, e in questo si registrano
elementi di rottura con la tradizione, sembra piuttosto investire le
proprie energie a ritagliare spazi e tempi per sé-col-figlio,
proponendosi quasi esclusivamente come il compagno di giochi. Il fatto è,
testimoniano i padri, che non ci sono tracce molto visibili nella propria
memoria di genere di un esercizio della paternità da poter oggi assumere
a modello di riferimento. Anzi, il più delle volte si riesce solo a
cogliere come non bisogna comportarsi, mentre è ancora da costruire e
identificare fino in fondo quali possono essere gli elementi di
specificità di una paternità diversa. Il fatto è che le modalità con
cui i padri e le madri percepiscono e ricostruiscono soggettivamente i
tempi per sé, per i figli, per la casa - oltre che la rilevanza del
lavoro per sé - sono diverse e diversificate e producono, quindi, anche
differenti auto-valutazioni circa il modo di essere e di fare il padre, la
madre, il/la partner. Discussant Giulia Paola Di Nicola, Docente di Antropologia della Reciprocità, Pontificia Università Auxilium, Roma L’intervento mette in luce l’importanza dei temi della maschilità e della femminilità a due voci, come già fatto nel convegno personalista di Bari (1998) e come si sta facendo a Milano. Infatti, solo rimettendo in discussione anche l'uomo, la domanda sulla donna non é residuale, non è un ritagliare la differenza a partire da un modello inamovibile. Data la reciprocità di prospettive, ogni interpretazione monoculare sarebbe parziale, segnata dal maschilismo e dal contrapposto femminismo. Sino a che punto è possibile questo rimettersi in discussione entrambi, separatamente e reciprocamente, non solo in maniera teorica, ma anche nei comportamenti di fatto? C. Ventimiglia ritiene che il vissuto si mantenga ancora molto al di sotto delle aspettative e dei pronunciamenti astratti. Le sue indagini mostrano che i nuovi processi di cambiamento si muovono nella pendolarità tra vecchio e nuovo, quasi che la personalità di base maschile, impastata da secoli di giudizi e pre-giudizi abbia comunque la meglio sulla buona volontà e sui valori condivisibili in linea teorica. In gran parte la realtà è quella che Ventimiglia descrive. Tuttavia, mentre è importante registrare comportamenti ed opinioni, il quadro del senso in cui iscrivere i risultati della ricerca dipende da chi interpreta e assume indicatori di direzione che vengono d’altrove. Per Ventimiglia i modelli tradizionali introiettati sono così radicali da essere difficilmente rielaborabili: anche quando sulla scena sociale i padri esibiscono comportamenti da partnership, essi restano in panchina, pronti a dare il cambio se occorre, a "dare una mano", ma non a con-dividere. Ma la media dei comportamenti non ci dice granché delle rivoluzioni nascoste, non ci fa intravedere le tendenze che vanno maturando e che orientano lo sviluppo della cultura. Del resto sarebbe parziale ed anche frenante attribuire implicitamente all’uomo una sorta di "impotenza" sostanziale a far fronte al cambiamento. La domanda da porsi è: la figura del co-genitore ha a che fare con la moda cui adeguarsi nei salotti senza però scalfire la personalità si base maschile oppure ha a che fare con l’avanzare di una migliore qualità della vita che corrisponde all’antropologia uniduale della differenza-unità della coppia umana? La tendenza alla reciprocità è una moda o corrisponde al miglior essere della coppia, alla loro accoglienza del limite e della risorsa della differenza per metterla in fruttuosa relazione dialogica? Preferiamo "pensare
positivo" (cf. Nel grembo del Padre. Genitori e figli a sua
immagine, Effatà, Torino 1999) e non solo per ragioni teoriche. Il
padre-con-la-madre non è colui che rinuncia alla memoria, ma colui che
raccoglie il meglio dello spirito del passato e lo spinge più avanti. Se
gli sposi guardano insieme nella stessa direzione, se sentono stabile l’investimento
di fiducia reciproca, non temono di assumere le responsabilità
genitoriali di comune accordo, anche quando si distribuiscono
concretamente impegni diversi. Non conta quello che fanno. Conta se lo
fanno come "con-sorti", compagni di viaggio che amano
condividere non solo questo o quel compito, ma, innanzitutto, il loro
essere. Paternità e diritti relazionali dei figli Fulvio Scaparro, Psicoterapeuta e Fondatore Associazione GEA L'accoglimento è essenziale per tutti noi. Quando siamo venuti al mondo, abbiamo trovato un ambiente ad accoglierci. L'accoglienza potrà essere stata calda, affettuosa, fredda, indifferente, ostile o, come spesso accade, contraddittoria. Noi abbiamo bisogno del "sì" iniziale del mondo alla nostra venuta per poter poi diventare viandanti fertili del mondo, cercatori e produttori di senso. Se, come spesso accade, noi siamo costretti ad andare incontro al mondo per essere accettati, la nostra avventura inizia nel più miserevole dei modi, sotto il segno dell'accattonaggio degli affetti, della questua per un pò di attenzione, del "sarò come tu mi vuoi" pur di avere la benevolenza degli adulti. Perché la nostra storia non si apra con un'immeritata e pericolosa umiliazione, abbiamo bisogno di sentirci voluti e ben accolti. Solo così potremo esprimere quella che è stata definita "l'originaria apertura al mondo" e che, sarà bene rammentarlo, è soltanto potenziale. Nell'intervento saranno indicati i passaggi fondamentali da percorrere perché si possa parlare di buona accoglienza. Per lunga e consolidata
tradizione, la madre ha un posto centrale e determinante per qualificare
come accogliente o meno l’ambiente che troviamo venendo al mondo. Senza
nulla togliere all’importanza della figura materna nello sviluppo
infantile e tenendo conto delle trasformazioni avvenute negli ultimi
decenni nella famiglia, sembra sempre più necessario rivedere e
rivalutare il ruolo e la funzione del padre nella condivisione delle
responsabilità genitoriali a partire dal concepimento. Winnicott
sosteneva, usando un paradosso, che "il bambino non esiste",
intendendo con ciò riferirsi al fatto che il bambino, da solo, tolto
dalla sua rete di relazioni con la madre e con il suo ambiente di vita è
una pura astrazione. Mi chiedo se, spingendo alle sue conseguenze quel
paradosso, l’enfatizzazione eccessiva del rapporto madre-bambino,
isolato dalla rete di relazioni in cui sono calati sia il bambino sia la
madre, non comporti un rischio di astrazione eccessiva e non sia dannosa
non solo per il bambino ma per la stessa madre. La serenità o tensione o
disperazione di quest’ultima dipende, fino a prova contraria, anche dal
rapporto con il padre, dalla sua assenza o presenza, dal suo comportamento
nei confronti della madre e dei figli. Discussant Anna Oliverio Ferraris, Docente di Psicologia dello Sviluppo, Università di Roma Contrariamente a
quanto è avvenuto per secoli e millenni, la società occidentale
contemporanea pone al centro l’individuo. Ciò ha determinato una
trasformazione del ruolo paterno tradizionale e anche di quello materno.
Secondo la psicoanalisi, per una crescita equilibrata dei figli, la
presenza, nella loro vita, di un "codice materno" e di un
"codice paterno" pare irrinunciabile. E tuttavia il recupero dei
vecchi ruoli - rigidi e separati - non sembra praticabile. Nel nuovo
contesto culturale di intercambiabilità delle funzioni, l’attenzione
deve essere posta sulla relazione, sulla conoscenza dei bisogni di
protezione e di crescita dei figli e sull’impegno e il senso di
responsabilità dei genitori. Cisf - Codice fisc/P.
Iva 05023630964
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