| 9.00
– 9.30 |
Registrazione
dei partecipanti |
9.30 – 10.00
Sessione I
|
Apertura
dei lavori
I modelli operativi
Francesco Belletti, direttore CISF
Teresa
Armato, Assessore Cultura, Regione
Campania
Raffaele Tecce, Assessore
Servizi Sociali, Comune di
Napoli
|
| 10.00 -
10,45 |
Il
processo di divorzio e gli strumenti di aiuto alla famiglia
Vittorio
Cigoli,
ordinario di Psicologia Clinica,
Università Cattolica, Milano
|
| 11.00-13.00 |
Le forme
possibili della mediazione: esperienze a confronto
Tavola rotonda
Partecipano:
Costanza
Marzotto, docente di
Metodi e Tecniche del Servizio Sociale, Università Cattolica di
Milano
Luca Pappalardo, docente di
Psicologia Giuridica, Università di Firenze
Francesco Canevelli,
presidente SIMEF, Società Italiana per la Mediazione Familiare
Caterina Arcidiacono,
docente di Psicologia sociale e di comunità, Università Federico II,
Napoli
|
| 13.00-
13,30 |
Conclusioni |
| Sessione
II |
La mediazione e la
legislazione |
| Antisala
dei Baroni, Maschio Angioino |
|
15.00-15.15
|
Apertura
dei lavori
Rosa Jervolino Russo,
Sindaco di Napoli |
|
15.15-17.00
|
Vecchi
e nuovi assetti normativi: vincoli e opportunità secondo gli
operatori
Tavola rotonda
Partecipano:
Paolo
Giannino, presidente Tribunale dei minori, Salerno
Francesco
Janes Carratù, avvocato, docente di diritto di
famiglia, Università di Napoli
Gabriella
Ferrari Bravo, psicologa A.S.L. Na 1, Centro per le
famiglie, servizio integrato ASL/Comune, Napoli
Adriana Boiani, assistente
sociale, operatrice nel Polo di mediazione, Comune di Napoli
Introduce e coordina Francesco Canevelli |
|
17.00-18.00
|
Dibattito
e conclusioni
Interventi preordinati di:
Maurizio Quilici,
presidente dell'Istituto di Studi sulla Paternità
Luisa Santolini,
presidente del Forum delle Associazioni Familiari |
|
del Comune di Napoli e della
Regione Campania, Assessorato alla Cultura
|
Sintesi
PERCHÈ RAGIONARE DI
MEDIAZIONE FAMILIARE
Francesco Belletti,
Direttore del Cisf
1. I Rapporti Cisf e la mediazione
familiare
Da oltre 10 anni il Cisf realizza ogni due anni un "Rapporto sulla
famiglia in Italia" (il primo è stato pubblicato nel 1989,
l’ultimo nel 2001), curato dal Prof. Donati e realizzato da un gruppo di
esperti a livello nazionale di diverse discipline, dalla sociologia al
diritto, dall’economia alla psicologia, valorizzando cioè un approccio
multidisciplinare, unico metodo capace di leggere la famiglia con
rispetto, senza pretendere di possedere scorciatoie interpretative
semplificatrici.. Di anno in anno viene individuato un "punto
nevralgico" della famiglia, attorno a cui tutti gli autori elaborano
riflessioni innovative, a partire dai principali dati di ricerca nazionali
e internazionali, e spesso anche attraverso l’analisi di dati raccolti
specificamente per il "Rapporto". Quindi uno strumento che non
si limita ad aggiornare serie storiche di dati statistico-demografici, ma
tende ad interpretare le vere emergenze della famiglia nel contesto
sociale contemporaneo. Così, per esempio, il "Primo Rapporto",
nel 1989, aveva individuato il tema della "famiglia
autopoietica, cioè una analisi della famiglia nella sua difficoltà
di relazionarsi nella società, nella sua necessità di rispondere da sola
ai propri bisogni crescenti; altri temi sono stati l’equità
intergenerazionale (Secondo e Quarto Rapporto, 1991 e 1995), o la
cittadinanza della famiglia (Terzo Rapporto, 1993), o il rapporto tra
"famiglia e società del benessere" (Sesto Rapporto, 1999).
L’ultimo Rapporto realizzato, il Settimo,
che è anche l’origine di questo lavoro di riflessione sulla mediazione
familiare, affrontava il nodo della "identità e varietà
dell’essere famiglia", cioè la questione della "pluralizzazione",
della crescente differenziazione delle strutture e delle forme familiari.
All’interno di questa riflessione su come cambia la famiglia e come
cambiano le diverse famiglie, ci sembrava essenziale anche il tema della
fragilità del legame familiare e del legame di coppia e quindi avevamo
inserito nel progetto del Settimo Rapporto un capitolo curato da Vittorio
Cigoli e Giancarlo Tamanza, con dati inediti, sul tema delle separazioni e
sugli interventi di mediazione familiare come strumenti possibili per
sostenere genitori e figli che sperimentano queste scelte e questi
particolari percorsi familiari, che si frammentano, e che si diffondono
sempre di più, lentamente ma con continuità, nel contesto italiano. La
situazione italiana delle separazioni e dei divorzi, di fronte ad altri
Paesi europei, dal punto di vista della stabilità del legame familiare
appare ancora abbastanza positiva, però di anno in anno cresce la quota
di famiglie che si dividono e quindi oggettivamente si tratta di un
fenomeno con cui ormai tutti i servizi, tutti i territori, tutte le aree
geografiche si trovano a doversi misurare.
2. Perché riflettere sulla mediazione
familiare
Il tema della mediazione familiare
ci era sembrato particolarmente importante per tre principali motivi:
-
la mediazione rimette al centro le
persone in gioco; non è un intervento sostitutivo, non è un
intervento assistenziale, che si fa sopra le persone coinvolte, ma
mette al centro i veri attori: le persone implicate nella separazione,
la coppia, recuperando le loro risorse, le loro capacità di
adattamento, etc.; è quindi un intervento promozionale, positivo, non
necessariamente riparatorio o sostitutivo delle responsabilità delle
persone; qui c’è un soggetto non c’è un utente passivo;
-
la mediazione sottolinea in modo
particolare le responsabilità genitoriali, che è uno dei punti
nevralgici delle qualità del familiare in tutte le famiglie
contemporanee, non solo delle famiglie separate. In altri termini,
dall’esperienza di aiuto "promozionale" ai genitori
separati deriva una maggiore comprensione delle difficoltà e dei
bisogni che anche nelle famiglie "non separate" i genitori
sperimentano di fronte al compito educativo verso i propri figli;
-
la terza variabile che ci sembrava
rilevante in questa scelta di lavorare più approfonditamente sulla
mediazione, è l’esistenza di una possibile "opzione
positiva" sul conflitto, cioè la possibilità – anzi, la
necessità - di maneggiare il tema del conflitto, anche in una
situazione complicata, anche in una situazione conflittuale dentro un
percorso di recupero di nuove responsabilizzazioni.
Abbiamo infine cercato un contatto con un
territorio che non frequentiamo abitualmente., la realtà di Napoli e
della Campania, anche perché al Cisf, come centro di ricerca sulla
famiglia, interessa anche un riscontro, un confronto, la possibilità di
verificare se quanto resta scritto sui libri trova poi una valutazione,
una verifica nei contesti territoriali concreti su cui gli operatori e le
famiglie vivono. Quindi per noi è anche un’occasione di scambio, e
siamo certi che potremo ricavare, da questa occasione di confronto, anche
nuove informazioni e orientamenti.
3. Ulteriori prospettive di riflessione
Giova infine segnalare, a partire dalle riflessioni della giornata, alcune
ulteriori piste di indagine, che sembrano essenziali per una migliore
chiarificazione della natura e delle potenzialità dell’intervento di
mediazione familiare, e che si propongono qui in modo concentrico, a
partire dall’esperienza familiare fino a riguardare l’ambito
giuridico-istituzionale:
-
sicuramente è importante dare un nome
realistico all’esperienza personale, di coppia e familiare di cui la
mediazione si occupa; in questo senso è essenziale la sottolineatura,
proposta da Vittorio Cigoli, secondo cui ci si deve occupare del
"dolore del divorzio", vale a dire di una sperienza che,
comunque gestita, pone sfide non semplici nell’esistenza delle
persone;
-
quando poi si riflette sull’identità
dell’intervento di mediazione familiare, che si confronta con questa
esperienza delle persone, delle coppie e delle famiglie, con una
storia breve (non oltre i venti anni), ma certamente ricca e
differenziata, appare chiaro che occorre un ulteriore sforzo per
ridefinirne con chiarezza l’identità e i confini. Ciò non
significa necessariamente ricondurre tutte le diverse esperienze ad un
unico modello, quanto riaffermare le caratteristiche irrinunciabili, e
insieme definirne le possibili variabilità (magari legate a
differenti situazioni e bisogni delle coppie, a diversi contesti
territoriali, a diverse qualità dei sistemi di intervento, sociali,
sanitari, giudiziari). Ma questa "ridefinizione di identità"
dovrà necessariamente passare attraverso una "qualità" di
intervento che possa essere comunemente definita, descritta e
valutata.
-
Questa operazione di precisazione di
identità e di promozione della "qualità" dell’intervento
di mediazione familiare appare tanto più necessario quanto più si
riconosce che tale intervento si applica all’interno di una rete di
soggetti eterogenei, in organizzazioni molto diverse per logica,
meccanismi istituzionali, e regole organizzative. Se cioè
l’intervento di mediazione familiare si deve intrecciare con
l’azione di consultori, consulenti familiari, avvocati, giudici,
assistenti sociali, ecc., è essenziale che questa rete sia in grado
di dialogare, e di valorizzare adeguatamente ogni azione, e tra queste
anche la mediazione in quanto tale. Senza questa condivisione di
significati all’interno della rete, si rischiano atteggiamenti
divergenti verso tale strumento, visto o come la panacea per ogni
situazione difficile, o come un intervento possibile solo per poche
situazioni "privilegiate" (non conflittuali, o di livello
socio-culturale alto…), ma sempre "distorto" e incompreso.
-
Naturalmente un quadro normativo più
ceto e preciso potrebbe aiutare in modo significativo questo processo
comunicativo e relazionale tra gli attori: in questo senso la mancata
definizione normative delle caratteristiche essenziali della
professione e l’incertezza che grava sui progetti di riforma della
normativa di settore costituiscono fattori di difficoltà per poter
promuovere con decisione lo strumento della mediazione familiare.
Raffaele
Tecce, Assessore Servizi Sociali, Comune di Napoli
"L’amministrazione
comunale di Napoli, sulla questione più generale del sostegno alla
famiglia, ha definito alcune aree di priorità, nell’ambito dei piani
di zona previsti dalla Legge 328; l’area di priorità della
responsabilità familiare, che è quella al centro del vostro convegno,
del vostro seminario, ha riguardato sostanzialmente il 12,34% delle
richieste di maggior intervento del Comune nel campo dell’inclusione
sociale; ma se uniamo all’area della responsabilità familiare anche
l’area dei minori, che ci chiede l’8,51 di interventi, e per alcuni
versi anche l’area della donna, che ci chiede il 5% (scusate se parto
da freddi numeri, che però sono decisivi per gli amministratori), noi
abbiamo praticamente oltre il 25% delle richieste di interventi
socio-sanitari che riguardano l’integrazione familiare".
"Rispetto
al tema specifico della mediazione familiare, l’Amministrazione
comunale di Napoli ha costruito in questi mesi una rete di 5 Centri
di mediazione familiare. E’ un’iniziativa che credo molto
importante, in quanto ha dimostrato che questo tema, lungi dall’esser
visto come un retaggio del passato (la famiglia come elemento di
chiusura, di isolamento), è diventato un elemento di integrazione;
dentro la mediazione familiare, dentro la famiglia c’è la
ricomposizione dell’individuo col territorio e quindi da questo punto
di vista questo intervento risponde all’esigenza di essere come
istituzioni pubbliche capaci di erogare servizi e di avere strategie di
intervento tali da assumere la famiglia non come isolata nel contesto
sociale, ma come uno degli strumenti insieme ad altri strumenti –
quelli pubblici – per fare un intervento legato all’obiettivo di
garantire i diritti di cittadinanza a tutti, e ovviamente di intervenire
in questo difficile rapporto, quello fra genitori e figli e quello fra
uomo e donna, in caso di separazione o divorzio".
IL
PROCESSO DI DIVORZIO E GLI STRUMENTI
DI AIUTO ALLA FAMIGLIA (*)
(*)
NOTA: Testo rivisto dall’autore: si è preferito mantenere il tono
dialogico-colloquiale dell’intervento tenuto durante il seminario di
studio del 29 novembre 2002 a Napoli
Vittorio
Cigoli,
Professore ordinario di Psicologia Clinica,
Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano.
TRATTARE
IL DOLORE DEL DIVORZIO: LE DIMENSIONI IRRINUNCIABILI PER CAPIRE E AGIRE
Dopo
vent’anni di ricerca, indicherei quelle che credo siano le variabili
fondamentali da indagare, da studiare, se vogliamo occuparci del "dolore
del divorzio".
L’ACCESSO ALLE ORIGINI
Credo che la prima variabile da sottolineare sia il tema
dell’accessibilità; l’accesso alle origini, l’accesso alla
storia, l’accesso alle stirpi. Dico questo perché vent’anni fa il
tema dell’accessibilità - e l’espressione stessa "accesso
alle origini" - proprio non esisteva, ed è bello vedere come
in vent’anni, un brevissimo lasso di tempo, oggi ben pochi tra coloro
che si occupano di queste tematiche tagliano via il tema dell’accesso
alle origini. Un ricercatore oggi non credo che possa più accontentarsi
di studiare le variabili cognitive, affettive, comportamentali; credo
che un buon ricercatore oggi debba tenere conto di questo elemento
fondamentale; una buona ricerca non può non tenere conto del tema
dell’accesso alle origini.
I
CONFINI
La seconda variabile riguarda i
confini e la natura di questi confini, perché se andiamo a vedere il
tema dei confini è estremamente articolato; in particolare potremmo
individuare tre tipi di "confini";
-
in
primo luogo abbiamo dei confini interpersonali,
definibili come il luogo di regolazione della distanza-vicinanza con
l’altro. Se potessimo costruire una variabile curvilineare,
potremo dire che nel definire i confini interpersonali, ai due
estremi, che come sappiamo sono ciò che crea patologia, cioè forme
del dolore non trattabile, troviamo da una parte le relazioni
invischiate simbiotiche, dall’altra le situazioni dell’estraneità
dell’altro.
-
ma
c’è un altro confine, il confine intergenerazionale,
dove la tematica cruciale è il rispetto della gerarchia. Nella vita
umana e nel rapporto specie-specifico dell’uomo, ciò che conta è
la differenza gerarchica: che cosa le generazioni precedenti fanno o
non fanno nei confronti di quelle successive? Anche qui, se
costruiamo una variabile curvilineare che descriva le modalità di
funzionamento dei confini intergenerazionali, ai due estremi, cioè
là dove di fatto si situa la patologia, possiamo trovare da un lato
il fatto di parificare i figli a se stessi, e, all’estremo
opposto, addirittura il rovesciare i ruoli: fare dei figli, come
sappiamo, dei genitori.
-
C’è
poi un terzo confine, il confine specificamente familiare,
nel senso di chi è appartenente e di chi non è appartenente;
praticamente di "chi sta dentro e chi resta fuori"
nell’aspetto rappresentativo e operativo della relazione. Ma la
cosa interessante del familiare è che ha una struttura costitutiva
sostanzialmente triangolare (detto in altri termini, edipica). È il
triangolo che fonda la relazione familiare e non si dà tanto e solo
una relazione diadica - per esempio, tra una madre e un figlio, un
padre e un figlio come invece fa tanta ricerca specie
sull’attaccamento - ma sempre una triade: un padre, una madre e un
figlio; oppure il padre, suo padre e suo figlio e via discorrendo.
Dal punto di vista del confine familiare noi avremo quindi delle
forme estreme di patologia (ossia di "dolore
intrattabile"): da un lato la chiusura diadica, vale a dire
due persone strettamente chiuse su se stesse, dall’altro
l’isolamento del singolo in se stesso.
A
questo proposito emerge un fenomeno che ci interessa molto dal punto di
vista sociale; abbiamo dati empirici molto precisi (e i dati ci aiutano
a riflettere), secondo i quali dal punto di vista dell’accessibilità,
della triangolarità familiare, e dei confini che dicevo prima, anche di
carattere interpersonale, abbiamo, in circa l’80% dei casi di
separazioni e divorzio, un basso livello di accessibilità dei
padri. Questo è un problema sociale, non è solo un problema
clinico. Sarebbe come dire che la voce e la presenza del padre è ciò
che più chiaramente nel nostro contesto sociale viene messo a
repentaglio, a rischio.
TENERE
INSIEME LE DIMENSIONI DELLO SPAZIO E DEL TEMPO
Riflettendo su queste due
variabili, vale a dire l’accessibilità alle origini e i confini e la
loro natura, potremmo dire che c’è una unica categoria molto
importante che è il rapporto spazio-tempo. Se parliamo di
accesso alle origini parliamo infatti di temporalità; se
parliamo di confini parliamo in termini di spazialità.
Qualora però non tenessimo insieme le due variabili, vale a dire la
dimensione spazio- temporale, potremmo cadere in gravissimi rischi dal
punto di vista della ricerca. Per esempio i rischi che nella ricerca
troviamo di frequente sono quelli di appiattire la relazione sul tema
dello spazio, vale a dire, sul tema della orizzontalità tipica dei
confini. In altri termini, così facendo rischio di perdere quella
specificità della relazione familiare che è appunto il tema
dell’accesso alle origini nei passaggi generazionali. Dunque avremmo
una categoria assolutamente rilevante che possiamo chiamare spazio-temporale,
che contemporaneamente tiene insieme il tema dell’accesso alle
origini (i passaggi generazionali) e il tema dei confini nella loro
diversa articolazione.
DIFFERENZE
DI GENERE E COMPITI DI TRANSIZIONE: L’IDENTITA’
Esiste poi un’altra variabile
complessa, articolata su due diverse dimensioni:
-
la
prima è la differenza di genere; ci sono maschi e ci
sono femmine, e il modo di trattare il dolore del divorzio presenta
specificità, differenze e certe volte omologazioni. Per
esemplificare, in una delle più recenti ricerche su tardo
adolescenti e giovani adulti "figli del divorzio" (nel
senso che sono persone che hanno avuto genitori che si sono
divorziati parecchi anni prima) emerge con una certa evidenza come
il tema dell’accessibilità ai padri sia una cosa più ricercata
dai maschi piuttosto che dalle femmine. Non sto qui ad indicare la
possibile significazione di questo. Mi sta a cuore invece
sottolineare un dato interessante: in età tardo adolescenziale e da
giovani adulti, i figli maschi cercano di più rispetto alle figlie
femmine di rivedere e riconsiderare il rapporto col padre, un padre
che (è inutile ripeterlo), per i dati che vi ho già dato prima, è
in genere o molto marginale, o certe volte addirittura assente.
-
Insieme
alla differenza di genere occorre considerare i compiti di
transizione, vale a dire che ciascuno, nella relazione con
l’altro, affronta nelle diverse fasi di vita dei compiti
specifici. Non si tratta affatto di qualche cosa, come dire, di
ciclico, ma si tratta di qualche cosa di specifico. Ogni tempo
propone i suoi compiti; così il tempo del giovane adulto, del tardo
adolescente propone dei compiti specifici. Si tratta di sfide che
noi ci troviamo davanti: ad esempio, il tempo della formazione della
coppia e il tempo di quando hai un figlio che impone dei compiti
specifici, al di là di te stesso.
Il
tema del compito, dunque, non può essere scisso dal tema della
differenza del genere; allora l’altra grande variabile che occorre
considerare insieme a quella spazio-temporale, è la variabile
dell’identità. L’identità è praticamente un luogo
d’incontro tra la differenza di genere e il compito specifico di
transizione, di passaggio; se sono un ragazzino, se sono un
preadolescente, un adolescente, un giovane adulto o una persona che ha
istituito una relazione di coppia.
Potremo
allora dire, in un lavoro di sintesi di vent’anni di lavoro di ricerca
e di attività clinica, che chi affronta il tema del dolore del divorzio
non può non fare i conti con una dimensione spazio-temporale e con il
tema dell’identità.
2.
UN PERCORSO VENTENNALE DI RICERCA E DI COMPRENSIONE DEL DIVORZIO NELLA
DINAMICA FAMILIARE
Desidero
ora presentare i passi più significativi della ricerca psicosociale e
clinica che ho compiuto nel corso di questi venti anni istituendo sempre
gruppi di ricerca. È il dialogo e il confronto in gruppo che
costituisce infatti l’inesauribile risorsa di pensiero.
1980-1984:
ACCESSO ALLE ORIGINI E CONTINUITA’ DELLA RELAZIONE
Nel periodo ’80-’83-’84,
facendo ricerca con colleghi come Guglielmo Gullotta, sulla base di
materiale che egli aveva raccolto (allora mancavano gli strumenti per
trattare questo materiale), ho fatto una serie di studi e di ricerche su
come è possibile fare ricerca sulle interazioni familiari. Non a caso
allora la parola era solo interazione; di relazione non si
parlava da nessuna parte, si parlava solo di interazione cioè di
scambio; la dimensione della temporalità era inesistente. La cosa
importante emersa in quei lavori, riscontrabile andando a rivedere
queste ricerche ancora oggi belle da leggere, è stata proprio l’idea
nuova che è emersa, qualcosa che è venuta fuori anche in contrasto con
le tradizioni. È stato proprio il tema dell’accesso. Ad
esempio, ci siamo trovati di fronte a situazioni in cui i genitori che
si separavano e che conducevano delle battaglie feroci l’uno contro
l’altro per il possesso dei figli, evidenziavano al di là della loro
consapevolezza diversi gradi di possibilità di fare accedere il figlio
all’altro genitore.
Non credo che altri avessero considerato questo aspetto. Il tema
dominante nella letteratura (e non a caso dominante ancora oggi), anche
per molti che fanno consulenze tecniche d’ufficio, era la presenza e
l’identificazione del genitore psicologico, vale a dire quel genitore
che ha determinate caratteristiche e qualità. In tal modo, però, al di
là del valore della "continuità", il tema fondamentale era
che si generava una confusione tra continuità e attribuzione di genere
(la madre), come se la continuità non fosse un problema comune, non
fosse un ostacolo generazionale. In più gran parte del gravame andava
proprio a caricare sulle donne. Mentre qui, nelle ricerche di questo
periodo, la continuità per la prima volta veniva definita come possibilità
di accesso alle origini (o meglio, di accesso all’altro). Ho detto
che la concezione prevalente era interazionista; in realtà quello che
sono riuscito insieme ai miei colleghi a mettere a fuoco è che la
continuità riguardava la possibilità di fare accedere il figlio
all’altro genitore. Siamo arrivati fino lì, ma non era un salto da
poco. Avevamo intuito che la continuità riguardava la relazione con
entrambi i genitori, dato che era, in quel periodo, estremamente
difficile da sostenere. Oggi parliamo più chiaramente di accesso
all’altro e alle origini.
Se esiste un criterio di accesso ne deriva qualcosa di clinico, nel
senso che non mi interessa più cercare qual è il genitore psicologico;
mi interessa invece vedere qual è il genitore che conserva, se lo
conserva, in alcuni casi non si conservava per niente, almeno un po’
di spazio così per permettere al figlio l’accesso all’altro. Su
questo può esserci differenza; ma la differenza non sta tanto tra
l’essere madre o padre, la differenza sta nella propensione nei
confronti dell’altro. Gli strumenti che abbiamo messo a fuoco e che
poi abbiamo utilizzato sono proprio strumenti volti a cogliere questo
aspetto inconsapevole alle persone.
1985-1988:
IL LEGAME DISPERANTE
La domanda successiva è stata
(e questi sono gli anni 85-88): "Ma perché ci sono persone in
grado di lottare per tutta la vita con l’altro e in grado di
distruggere patrimoni e generazioni? Qualche senso questa cosa l’avrà…"
Qui non parlo in termini di conflitto, parola assolutamente inadatta
perché qui di conflitto non c’è niente, qui c’è un’altra
parola, che si chiama discordia. Perché mai le persone fanno così?
Se lo fanno, ripeto, qualche motivo ce l’avranno, un senso ci sarà.
Questa è stata la famosa ricerca che ci ha permesso, in collaborazione
con i Tribunali, che ci inviavano le coppie-famiglie, e ovviamente
d’accordo con le famiglie medesime, di mettere a fuoco il concetto,
l’idea del "legame disperante". Col legame
disperante cominci a capire il perché; perché le persone sono mosse da
un senso e da uno scopo e se noi operatori, noi clinici non riusciamo
nella ricerca a dare e riconoscere questo senso veniamo meno alla natura
del nostro lavoro. In che cosa consisteva questa natura disperante del
legame?
Nel fatto che le persone, in situazione di divorzio, non potevano
assolutamente pensare alla fine del legame con l’altro. Allora tutto
diventava evidente, "dotato di senso". Ma come, si può
obiettare, le persone si divorziano, comunque. Sì, ma:
-
in
primo luogo (cosa non chiara allora, molto più chiara adesso) la
natura dei legami per le persone è eterna; cioè tu
trasformi i legami ma non li puoi annullare;
-
in
secondo luogo, la rottura del rapporto comunque chiama in causa il
valore di te nella relazione dell’altro e dell’altro in
relazione con te
In
altre parole, attraverso il legame disperante, le persone non possono
smettere di sperare e sperano in una maniera incredibile, sperano
attaccandosi, sperano impossessandosi e continuano a sperare nel legame
con l’altro nelle maniere più incredibili e impossibili. Ma allora da
dove può venire un aiuto alle persone? Sembra evidente, però
tutt’altro che facile da affrontare, è difficile passare al di là e "trapassare
la fine". Perché è la fine che non è trattabile; la fine
è vista veramente come fine; è come dire, materializzata e diventa
come un tavolo, diventa un oggetto, non è mentalmente trattabile come
presenza e come passaggio.
Inoltre, ho focalizzato due forme diverse di questo legame
disperante ed è importante questo, perché nella differenza si può
verificare anche la trattabilità o meno della situazione;
-
un
primo aspetto del legame disperante era non poter smettere
nell’altro; cioè io mi aspetto sempre per tutta la vita che
l’altro cambi in qualche cosa;
-
ma
c’era una formula molto più subdola, molto più rischiosa,
pericolosa, di danno nella relazione, secondo cui io non posso
smettere di sperare in me stesso come fonte di legame. Per
fare questo mi resta solo una cosa da fare: annientare l’altro,
annullarne la presenza, farlo letteralmente scomparire.
Le
due forme dunque sono diverse e un clinico nel suo intervento, nel suo
incontrare le persone è importante che colga la differenza perché la
prima offre più spazio operativo, la seconda è assai più difficile da
affrontare.
IL
LEGAME DISPERATO
Poi è stato possibile mettere a
fuoco la natura di un’altra forma di legame che non ci poteva apparire
da quelle situazioni prima considerate. Sono i legami disperati:
mentre il legame disperante ti dice che non puoi smettere di sperare, il
disperato ti dice che tu hai finito, e per sempre, di sperare. Cioè tu
non hai più speranza nel legame, perché è di questo che si tratta; tu
non hai più speranza nel legame con l’altro, già forse prima ne
avevi poca, adesso non ne hai più. È vero che tu ti puoi di nuovo
accoppiare, è vero che puoi incontrare altre persone, ma tu sai già
come andrà a finire. Tu lo sai benissimo, sarà in ogni caso un altro
dolore, un’altra fine. Così di fronte alla disperazione attesa e
prefigurata mi corazzo, io so già che i legami sono segnati dal male;
mi preparo, mi preparo in tantissime maniere e gestisco i legami in
questo modo.
Queste forme del legame, peraltro, non sono attribuibili a una persona
sola, perché sono riferiti al legame in sé, anche se, di nuovo, ci può
essere una differenza tra maschio e femmina, fra marito e moglie.
Siccome il legame è istituito nella relazione con l’altro, è ovvio
che riguardi tutti e due e saperne uscire è una cosa che riguarda tutti
e due anche se c’è qualcuno che ha qualche risorsa in più per
affrontare il dolore della fine e qualcuno che ha qualche risorsa in
meno.
La domanda che ci siamo posti riguardava il modo in cui si correlano
queste situazioni di legame disperante e disperato con la condizione
mentale dei figli. Vale a dire quali sono gli scenari entro cui i figli
vivono e crescono? Il risultato della nostra ricerca, a questo punto
abbastanza chiaro, individua due possibili percorsi:
-
nel
caso del "legame disperante" i figli crescono nella
sospensione. Si trovano ad affrontare un problema specifico: la
sospensione. Io ho chiamato questa situazione la condizione
limbica: sono sempre al limbo, non sono mai in una parte
precisa, soprattutto perché a livello della coppia genitoriale non
è possibile trattare la fine. Dunque i figli sono sempre "sospesi",
anche se in maniera diversa: qualche volta funzionano come se
fossero i partner sostitutivi del genitore; altre volte sono
visti come il segno del pericolo, perché assomigliano troppo
all’altro. In ogni caso si trovano a vivere in un contesto in cui
sono il segno della sospensione perché non è stato possibile
trattare la fine.
Non
vorrei comunque che si cadesse in una concezione deterministica di
questi meccanismi; in altre parole, questa dinamica è
"determinante", cioè pesa e come nelle relazioni, ma non
è "deterministica", perché i figli si trovano ad avere
relazioni anche all’esterno della famiglia, a meno che la famiglia
sia particolarmente chiusa (altro segno di patologia, perché lo
scopo della famiglia è l’apertura verso l’esterno). La
possibilità di avere dei nonni, degli altri educatori, delle altre
persone con cui identificarsi compresi i pari d’età incide sulla
loro condizione, sul loro benessere, per cui noi in realtà,
analizzando la relazione genitori-figli spieghiamo sempre solo parte
della varianza. Di certo questo però è un aspetto determinante
della loro vita.
-
Nel
caso invece dei figli che si trovano dentro il legame di carattere disperato,
dove ormai si sa benissimo che la vita è quella che è, e prima o
poi il male di vivere ti colpisce, i figli sono – come dire –"il
segno della desolazione". L’immagine di cui mi sono
servito per rappresentare questi scenari è quella di una città
dopo il terremoto, ciò per dare l’idea della condizione mentale
entro la quale tu cresci.
1995-2000:
TRA BISOGNI ATTESE E PROMESSE (L’INCONTRO SEGRETO E IL PATTO)
A quel punto (siamo tra il ’95
e il 2000), la mia attenzione è tornata di nuovo sulla relazione
coniugale. C’è questo passaggio costante tra le relazioni "orizzontali",
segnate dalla coniugalità o dalle coppie di fatto, e le relazioni "verticali",
generazionali, che riguardano antenati, genitori, figli. Perché? Perché
molti elementi di ricerca potevano aiutare a comprendere la relazione di
coppia e il divorzio non come una situazione univoca. Potremmo dire che
già nella distinzione tra legame disperante e legame disperato si
presentano "divorzi differenti".
Ora non c’è il divorzio; in realtà ci sono forme
differenti di divorzio. Ne conoscevamo due ad alta patologia, ma non
conoscevamo altre forme di divorzio. Ad esempio una delle attese
inconsce della coppia è quella di "venirsi incontro nel
bisogno", ma non tutte le coppie trovano l’area della
collusione. Alcune non la trovano affatto, altre riescono a
"giocare assieme", a mettere insieme queste cose; altre ancora
ci riescono ma solo per un determinato periodo di tempo: è come se
facessero degli incontri segreti di soddisfazioni dei bisogni e di
difese della paura e che sono, come dire, datati dopodiché o rilanciano
l’incontro segreto o è la fine. Non a caso anche dati statistici ci
dicono che per quel che riguarda la nostra cultura, gran parte delle
situazioni di divorzio si situano dopo che le persone sono state
insieme, hanno fatto coppia tra i dieci e i dodici anni. Nel secolo
scorso questo era il tempo medio di vita di una famiglia, perché
qualcuno dei genitori entro quella data moriva: le donne morivano di
parto, i maschi morivano di broncopolmonite, e così via. Il tema della
vedovanza era il tema ricorrente della famiglia e naturalmente era il
tempo delle matrigne e dei patrigni.
Questa (la soddisfazione reciproca dei bisogni in buona parte inconsci)
però è solo una delle due variabili, perché l’altra variabile è
quella della promessa; Così come clinico, se la ricerca dice
qualcosa, dovrei essere in grado di chiedere alle persone quando le
incontro. Che promesse vi siete fatte, che cosa vi siete promessi?
"La promessa che ci siamo fatti è che saremmo stati insieme, ma
senza figli… La promessa che ci siamo fatti è che comunque e mai
nessuno di noi due avrebbe avuto contatti con le famiglie di
origine..". e altro ancora.
Allora vorrei che coglieste la differenza tra la promessa che è un
ideale e un impegno in cui in genere l’istituzione pubblica, il
sociale è presente, e la presenza di promesse specifiche della coppia
oggi molto più frequente di una volta. Le coppie di fatto, ad esempio,
dovranno ben essersi fatte qualche promessa ma noi non la conosciamo, può
darsi che sia la stessa che viene ricordata dal celebrante: stare
insieme nella gioia e nel dolore; nella salute e nella malattia. Può
darsi che sia la stessa, ma potrebbe benissimo essere un’altra. Da
questo punto di vista è ovvio che laddove il divorzio accade, va
comunque a toccare questi due assi: va a toccare cioè sia la questione
dell’incontro segreto, dunque la fine legata ai temi dei bisogni,
della difesa dalle paure che ciascuno di noi incontra con l’altro, sia
il tema dell’impegno e della promessa nei confronti dell’altro.
La promessa proprio per il suo carattere è qualcosa di gettato in
avanti, è un ideale; come a dire, è una sfida relazionale su cui
facilmente si cade, ma il suo aspetto costitutivo del legame è
importante. È quello che chiamiamo l’aspetto etico del legame e che
la ricerca psico-sociale chiama "impegno"; impegno nella
relazione con l’altro; dedizione; ecc.
Il risultato della ricerca dunque è stato quello di comprendere come ci
sono diversi tipi di divorzi e, visto che trattiamo e tratteremo poi
oggi di una forma specifica di aiuto alle famiglie, la mediazione
familiare, è abbastanza evidente che solo certe modalità di trattare
la fine, di rottura dell’incontro segreto del patto possono incontrare
un’offerta sociale come la mediazione. È abbastanza evidente, ad
esempio, che laddove le persone lottano per imporre il proprio bisogno
all’altro; di spazio di mediazione non ne esiste. Non esiste infatti
nella mente che l’altro è un altro e che così ha un "suo
mondo". Come fai a negoziare se l’altro non è un altro, se nella
tua mente l’altro è esattamente come te. Se io abuso dell’altro è
perché sono sicuro che l’altro abusa di me; non ho la possibilità di
pensare che la mente dell’altro è diversa dalla mia, essa è
assolutamente come le mia. Dunque è chiaro che certe situazioni di
dolore dovute al divorzio sono intrattabili da questo punto di vista. Ciò
non significa che non siano trattabili, ma occorre trovare altre modalità.
GLI
SVILUPPI PIU’ RECENTI DELLA RICERCA
Un primo elemento emerge da una rilettura clinica in senso generazionale
dei problemi delle famiglie ricostituite. I temi fondamentali che
queste famiglie si trovano a incontrare non sono tanto e solo problemi
di "confine" (di cui la letteratura ha parlato moltissimo),
cioè chi appartiene e chi non appartiene alla famiglia, ma sono anche
problemi di "gerarchia" (di differenze generazionali), perché
spesso la gerarchia cade. Non è però possibile evadere dalla
responsabilità di garantire la differenza generazionale; puoi
rispondere o puoi non rispondere, ma non ti è concesso di evaderla.
L’altro tema emerso in questa indagine è quello della triangolarità,
vale a dire, se una relazione familiare si basa sempre su triangoli, che
destino ha il triangolo relazionale dentro le famiglie ricostituite? In
altre parole, di fronte al fatto che io ricostituisco una famiglia, io
uomo con un’altra donna, con i figli di un’altra donna, con i figli
che nascono da questa, come tengo viva la triangolarità rispetto
all’altro genitore? E’ evidente che questo è possibile solo ad una
condizione: devo essere in grado mentalmente e operativamente di
legittimare l’altro. Per quanto limitato, per quanto non apprezzato,
per quanto separato da me come partner, in qualche maniera io devo
riconoscere, devo legittimare il fatto che è e rimane genitore. Se
questo non avviene, si verifica la patologia. Pensiamo quant’è
difficile legittimare l’altro, che è lo stesso altro da cui io
faticosamente e dolorosamente mi sono separato (con tutte le difficili
dinamiche ricordate prima comprese quelle del legame disperante e
disperato). È un’impresa incredibile, difficilissima; e questo è
opportuno tenerlo presente, altrimenti si usano parole già fatte, frasi
già pronte che purtroppo nelle relazioni umane e nella clinica non
funzionano mai.
L’altra riflessione proviene dalle ricerche sulla condizione degli
adolescenti e dei giovani adulti "figli del divorzio".
Abbiamo visto, in questa situazione, che il tema dell’appartenenza a
una sola stirpe è molto frequente, vale a dire, che per le ragioni
prima descritte, di fatto abbiamo frequentissime situazioni di legami
molto intensi per esempio tra figlia e madre e marginalità, scarsa
presenza di padri, per cui potremo dire che al centro del dramma, non
solo familiare, ma soprattutto sociale è la figura paterna. Questo è
l’aspetto fragile, debole, e non è un problema solo familiare,
diventa un problema sociale.
I padri non alzano più al cielo i figli, non li riconoscono; i padri in
quanto maschi oggi come oggi riconoscono i figli solo quasi sempre in
relazione alla coppia, non in sé. È come a dire che quando c’è una
separazione, i maschi separandosi dalla loro donna si separano anche dai
figli, hanno difficoltà a discriminare e distinguere; è quasi una
difficoltà specifica di genere di distinguere tra la genitorialità e
la coniugalità. Non a caso il maschio si precipita molto più di
frequente delle femmine in un’altra relazione di coppia, come a dire
che ha più bisogno di relazione per sé. Di questo dobbiamo tenere
conto.
D’altra parte, le femmine, soprattutto giovani adulte, nei confronti
delle madri si sentono troppo legate e devono farsi carico del loro
dolore. Infatti la posizione mentale del padre per maschi e per femmine
è diversa. I maschi, giovani o adolescenti, ci dicono che quello che a
loro manca e che vorrebbero è qualcuno che li orienti, li sostenga, li
mandi avanti, qualcuno che ti butta in faccia le sfide. Per le ragazze,
giovani adulte, il problema è, invece, quello di un partner accanto
alla madre, un uomo vicino alla madre, perché altrimenti tutto ciò che
accade alle madri "è mio", cioè tutto viene rimandato alla
relazione tra madre e figlia. Non pochi giovani adulti maschi vanno alla
ricerca del padre, quando hanno questa età; le femmine invece più
facilmente in assenza li idealizzano. Idealizzandoli, però, non vanno
alla ricerca del padre, come dire lo salvano in un angolo della mente ma
non vanno a incontrare la persona; i giovani maschi vanno invece
all’incontro col padre e ci mettono del loro. Qualche volta
trovandolo, qualche volta non trovandolo.
La ricerca più recente è infine centrata sulla differenza tra
fratelli. Essi vivono lo stesso dramma familiare ma lo trattano allo
stesso modo? Tramite un complesso disegno di ricerca impostata in senso
clinico cerchiamo di cogliere (dare nome) a tale differenza nel gestire
il dolore (e, purtroppo, nel non poterlo gestire) così da avvantaggiare
anche il lavoro clinico.
In conclusione, potremmo dire che il divorzio è sicuramente un dolore,
un grave dolore, ma il problema non è il divorzio in sé, è ciò che
le persone e le generazioni riescono o non riescono a fare per
l’altro, perché "mentre faccio per l’altro, faccio per
me"; mentre vado incontro all’altro vado incontro a me stesso, ma
incontrare l’altro dopo una frattura è un po’ come incontrare
l’altro dopo una guerra.
Indicazioni
bibliografiche
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dei figli. Giuffrè, Milano, 1997 (seconda edizione aggiornata e
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Settimo Rapporto Cisf sulla famiglia in Italia, Ed. San Paolo,
Cinisello B (MI), 2001, 229-276.
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V., Iafrate R., Giuliani C., Il dolore del divorzio: adolescenti e
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famiglie ricomposte, "Interazioni", 2002, 17, 11-25.
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Cigoli
V., Margola D., Essere fratelli nel divorzio: alla ricerca delle
differenze, in press.
"Le forme possibili
della mediazione familiare oggi:
esperienze a
confronto"
Tavola rotonda
FRANCESCO CANEVELLI
Nell’aprire il mio intervento mi pare
necessario rivolgere l’attenzione anche ai principi della mediazione
familiare, che devono essere considerati in termini critici, anche un
po’ per demitizzare alcuni aspetti della mediazione che in questo
decennio di esperienza in Italia sono stati assunti, a mio avviso, come
veri e propri miti.
La mediazione si è proposta all’inizio con
degli obiettivi che oggi verifichiamo come probabilmente un po’
sovradimensionati; quindi parto subito con un’autocritica rispetto ad
alcuni aspetti che probabilmente sono stati mitizzati, della mediazione.
Penso in primo luogo a tutte le espressioni (non sono ancora del tutto
scomparse, ancora molto presenti) che parlano di genitorialità
condivisa, di co-genitorialià, di genitorialità indipendente dalla
coniugalità; su questo, ispirandomi direttamente anche a quello
che fin qui ha detto Vittorio Cigoli, bisogna stare molto attenti, perché
parlare di genitorialità condivisa o co-genitorialità o espressioni di
questo tipo, o di genitorialità che possa in qualche modo fondarsi in
assenza, anche totale, del legame coniugale, è un parlare molto teorico,
che spesso risulta poi essere molto astratto.
Le persone che vengono a chiederci aiuto,
prima ancora che una mediazione (perché nella nostra esperienza la
richiesta specifica di mediazione è molto marginale ancora, e credo di
dire un qualcosa di condivisibile da tutti), in primo luogo ci vengono a
chiedere aiuto, ci chiedono aiuto su quello che Cigoli giustamente
definiva il dolore del divorzio; a questo punto la mediazione si può
proporre al massimo di rappresentare un’esperienza, uno spazio di
incontro, molto limitato nel tempo, sulla possibilità di gestione
parziale di questo dolore. In questa situazione il punto forte su cui la
mediazione può agganciarsi, riveduto e corretto, aggiustato alla luce dei
dieci anni di esperienza, è la necessità, il bisogno delle persone che
ci chiedono aiuto di gestire soprattutto questo dolore del divorzio; direi
l’aspetto della forzata o forzosa interdipendenza dall’altro che
sopravvive necessariamente all’esperienza del divorzio; in altri
termini, con la mediazione si possono aiutare le persone a rendersi
progressivamente conto che l’esperienza del divorzio come idea della
fine, della rottura definitiva era in realtà una "idea
mitica", mentre l’altro in qualche maniera continua, volente o
nolente, a permanere nel panorama relazionale: con l’altro – per dirla
banalmente – bisogna continuare a farci i conti.
Oggi il messaggio che la mediazione propone
è essenzialmente come trasformare i una opportunità questa realtà
inevitabile, che Cigoli ci ha presentato molto bene nella sua descrizione
del legame, del legame disperato e del legame disperante, e che le persone
che vivono l'esperienza del divorzio possono sperimentare invece come una
sciagura, una disgrazia? E una opportunità mirata a cosa? E qui viene il
secondo punto: mirata, si diceva solitamente, al benessere dei figli?
Anche su questo l’esperienza decennale del lavoro di mediazione dice che
questo messaggio è un messaggio delicato da gestire, dove delicato può
voler dire anche ambiguo, non affidabilissimo. Puntare molto sulla
cosiddetta responsabilità genitoriale per indurre in qualche modo le
persone a sottoporsi a fare delle cose (in questo caso si tratta proprio
di "sottoporsi", perché l’idea della responsabilità è
sempre un qualcosa che spinge le persone controvoglia a fare delle cose)
è un messaggio che si rivela non del tutto affidabile per un corretto uso
della mediazione; in che senso? Nel senso che in molti casi fallisce, per
un motivo molto semplice, che sembra molto banale, ma che si percepisce
dopo un po’ di tempo che l’esperienza procede; fallisce perché di
solito le persone che vivono l’esperienza del divorzio, magari anche con
gravi discordie, di fronte al messaggio teso a sollecitare l’attenzione
ai bisogni dei figli, a quello che può succedere loro, in caso di gravi
conflittualità, assumono l’atteggiamento di dire: è colpa
dell’altro, io sarei responsabilissimo dei miei figli, ma è tutta colpa
dell’altro.
Quindi l’idea della necessità di trattare,
di gestire il tema dell’interdipendenza con l’altro nell’esperienza
del divorzio, non è sufficientemente sostenuta dal messaggio diretto
sulla responsabilità genitoriale, messaggio che in ultima analisi implica
una colpevolizzazione implicita all’attenzione ai figli; ma un messaggio
colpevolizzante è un messaggio da utilizzare con estrema cautela, e
questa è un’esperienza quotidiana nel nostro lavoro di mediatori
familiari). Le persone ce lo dicono e su questo ci sono dei dati di
ricerca a distanza molto precisi: ogni volta che noi percepiamo che la
molla fondamentale è rappresentata soprattutto da sollecitazioni esterne,
magari anche da sollecitazioni autorevoli, come quelle di un giudice di un
tribunale, a preoccuparsi per il benessere dei loro figli, noi vediamo che
il percorso della mediazione o procede in maniera molto problematica, o si
interrompe nelle sue primissime fasi. La motivazione di questo è
abbastanza semplice ed è riscontrabile appunto nell’esperienza: se
l’incontro con l’altro è soltanto dettato da una sollecitazione
esterna e da un’idea di responsabilità che si ritiene che però
l’altro non solo non abbia ma non voglia neanche assumersi, il destino
di un lavoro come la mediazione, che presuppone la gestione pur faticosa e
penosa della interdipendenza delle due parti, fallisce prima di iniziare.
Per questo stiamo facendo un grosso lavoro di
sensibilizzazione anche con gli avvocati, che riconosciamo come
indispensabili motori dell’esperienza di mediazione; stiamo in
particolare cercando di definire come messaggio più corretto, nella
motivazione alla mediazione, quello della propria "convenienza",
come dire un messaggio egoistico al posto di un messaggio altruistico;
lavorare con gli avvocati del resto è importante, perché l’obiezione
che da sempre gli avvocati più accorti, non semplicemente coloro che
cercavano di delimitare il proprio campo, il proprio orticello, ma gli
avvocati che più approfonditamente interloquivano con noi mediatori,
l’obiezione che da sempre ci muovono è: ma io come avvocato come tutelo
gli interessi del mio cliente, dove per interesse non si intendono
soltanto aspetti più triviali, ma aspetti complessivi di qualità di
vita, di tutela di bisogni fondamentali e quant’altro, mai da
banalizzare. Quinid il messaggio da far passare, nella mediazione, anche
in collaborazione con gli avvocati, è che se l’esperienza della
perdurante interdipendenza dall’altro nell’evoluzione dei compiti di
sviluppo successivi al divorzio deve, dovrebbe sempre più essere vista
come risorsa, come opportunità e non come sciagura, questo è possibile
soltanto se si può intravedere che da una positiva gestione di questa
interdipendenza ne può derivare soltanto un miglioramento della propria
qualità della vita; il messaggio è che la qualità della vita
complessiva del tuo cliente dipende da una "buona",
"decente", "sufficiente" (per non esagerare con i
miti) soluzione del problema della permanente interdipendenza della sua
vita da quella dell’altro. Ma questa interdipendenza non è veicolata
soltanto dai figli, che sono certamente il veicolo materiale, il veicolo
vivente di questa interdipendenza, rappresentando continuamente all’uno
e all’altro genitore i propri bisogni e le immagini l’uno
dell’altro, ma è legata alle immagini interne, a quello che Cigoli
giustamente definiva le identità complessive delle due persone, per come
queste identità si sono definite nel legame con l’altro.
Allora, in conclusione, cosa
rispondiamo in prima battuta alle richieste di aiuto delle persone
rispetto al dolore del divorzio? Proponiamo loro dei doveri, delle
responsabilità o in qualche modo cerchiamo di fare intravedere dei
percorsi di vita più soddisfacenti per se stessi in primo luogo, prima
ancora che per le persone significative nelle loro relazioni familiari?
Ma questa operazione di mediazione non può
non essere svolta - e qui è l’altro problema fondamentale della
mediazione, oltre quello del messaggio - in una cornice che deve avere le
caratteristiche ben precise. Questa è un po’ la scommessa principale
della mediazione, cioè di porsi necessariamente come un percorso che se
pur limitato nel tempo abbia comunque l’obbiettivo di intervenire su una
riorganizzazione della vita delle persone; ma contemporaneamente deve
rispettare una serie di determinanti contestuali rispetto ai quali il
reperimento degli accordi, cioè la cornice giuridica, socio-giuridica
della vicenda, deve essere chiaramente definito e rispettato. Non credo a
una mediazione che possa escludere l’aspetto della riorganizzazione
personale dell’esperienza di vita, cioè non credo a una mediazione che
abbia esclusivamente l’obbiettivo concreto di trovare degli accordi, se
non in qualche modo si propone come momento di redifinizione e di
ricollocazione più corretta delle due persone, ma questa ridefinizione
deve avere una cornice istituzionale, socialmente rilevante, perché
questa è una forma fondamentale di garanzia e di tutela per le persone,
che non devono sentire che questo processo di riconsiderazione
dell’interdipendenza con l’altro è in realtà un processo in cui li
si sottopone a una patologizzazione, a forme di terapia introdotta o
quant’altro.
Dopo dieci anni di esperienza (perché poi
l’esperienza dimostra la bontà di questo atteggiamento) sono sempre più
convinto che necessaria conclusione del percorso di mediazione deve essere
chiara fin dall’inizio, in una dinamica negoziale e di definizione e di
accordi anche materialmente e concretamente verificabili. Su questo i dati
di ricerca relativi al nostro lavoro presso il Centro per l’età
evolutiva di dieci anni ormai di mediazione dicono fondamentalmente che il
nodo per la mediazione, e Cigoli lo sottolineava chiaramente, è il nodo
dell’accesso, da considerare tuttora con criticità; in parte si
comincia a risolvere ma in parte resta. Quasi il 50%, un po’ meno, il
40-45% delle richieste di aiuto che arrivano al Centro potrebbero essere
affrontate con un percorso di mediazione, non procedono nel percorso di
mediazione; tra quelle che procedono nel percorso di mediazione i
risultati, sia in termini di raggiungimento di accordi, sia in termini poi
di mantenimento a distanza nel tempo degli accordi, sono estremamente
positivi e si aggirano tra l’85% e addirittura il 95% di accordi
soddisfacenti, non perché la mediazione sia un oggetto miracoloso
ovviamente, ma perché, condividendo pienamente quello che Cigoli diceva
prima, ci sono delle modalità di gestione del divorzio rispetto alle
quali la mediazione può essere effettivamente una risorsa potente
rispetto agli obbiettivi che dicevo prima, purché non ci dimentichiamo
che non è una risorsa che come una bacchetta magica possa essere estesa a
tutti. Su questo il dibattito del pomeriggio sulla normativa e su altri
aspetti strutturali credo possa offrire ulteriori approfondimenti.
CATERINA ARCIDIACONO
L’esperienza peculiare del Centro delle
famiglie e del gruppo napoletano di lavoro sulla mediazione familiare è
quella che potrei definire di intervento e di mediazione nell’ambito
istituzionale; esistono, in questa esperiezna, alcuni aspetti che in
qualche modo ci caratterizzano, come metodologia, Nel 1996 il Comune di
Napoli- Assessorato alla Dignità e l’ Asl Na1 hanno istituito il Centro
per le famiglie, affidandomene la direzione insieme ad un equipe
composta da psicoterapeuti formati alla mediazione familiare e sociale e
assistenti Sociali. L’occasione di questo seminario mi sembra
un’opportunità per presentare le linee guida per la mediazione
istituzionale che si sono strutturate negli anni attraverso il contributo
della intera equipe.
Si tratta di una struttura che effettua
interventi di presa in carico, sostegno e trattamento delle famiglie ad
alta conflittualità.
In questo ambito si è strutturato quello che vorrei definire un intervento
di mediazione in ambito istituzionale, che mano a mano ha
caratterizzato una propria metodologia e strategia di cui vorrei parlare,
perché ritengo di estremo interesse per la discussione. Preliminarmente
voglio ricordare che la regola sancita da tutte le scuole di formazione,
è che la mediazione avvenga laddove ci sono due soggetti che vi accedono
spontaneamente; questa è la regola di base per tutti i percorsi
mediativi. La maggior parte delle richieste di mediazione ai servizi, si
caratterizza ,invece, per non essere spontanea. Si è sempre in presenza
di un invio; ciò che Cirillo chiamava "invio coatto",
enfatizzandone gli aspetti problematici, ma che al Centro per le Famiglie,
abbiamo sostituito con "regolamentato". Non so
esattamente chi lo abbia denominato in tal modo, ma per noi, in una delle
tante e vivaci riunioni d’equipe del nostro Centro, tale termine è
risultato un concetto chiarificatore autopoietico. Oggi è oramai
diventato una parola che caratterizza l’esperienza del Centro per le
Famiglie di Napoli; con invio regolamentato, si intende un
invio non spontaneo con regole e strategie di accesso predefinite, che
proverò a descrivere.
In realtà il Centro per le Famiglie e il
connesso progetto integrato285/97 del Comune di Napoli portato avanti dai
Servizi sociali del Comune prevede la mediazione spontanea e a tal fine
attiva cinque poli di mediazione dislocati sull’intero territorio
cittadino, rivolti a coloro che chiedono di accedere a un servizio
pubblico e gratuito di mediazione per affrontare i propri problemi;
tuttavia, anche in questi casi la "coppia sensibile, disponibile,
acculturata, ben motivata " è per ora piuttosto un’eccezione e
molti utenti, seppure vi accedono spontaneamente, lo fanno solo in seguito
alla segnalazione di altri servizi.
Analizzando questi anni di esperienza di servizio pubblico per la
mediazione, che ci ha caratterizzati e contraddistinti nell’ intero
panorama nazionale, il primo tema di interesse concerne così l’
approccio con la famiglia e la coppia.
Il tema è delicatissimo e focale per la
riuscita della presa in carico e del trattamento. Il richiedente non
conosce la proposta che gli verrà fatta e ha tutta la giusta diffidenza
verso qualcuno che viene ad "impicciarsi" dei fatti suoi, senza
che alcuno glielo abbia richiesto, per di più su invio di un giudice, di
un servizio sociale o di un altro servizio. L’impatto è quindi
contraddistinto e caratterizzato da una sana diffidenza. Analoga
diffidenza è espressa dalle diverse scuole di formazione rispetto
all’intervento di mediazione nel servizio pubblico, perché
sembrerebbero affermare"voi lavorate in una condizione che è
quella di non mediabilità, perché lavorate dove c’è un qualcuno che
non è venuto spontaneamente, e pertanto vi mancano le condizioni base
perché l’intervento abbia luogo".
In effetti, nell’esperienza del Centro per le famiglie, si lavora
spesso con coppie in cui c’è un coniuge che ha una grave esperienza o
di abuso, o di violenza, o di carcere, o di patologia psichica grave;
quindi, stando alle indicazioni per l’intervento, i nostri casi
rientrerebbero nella cosiddetta condizione di "non mediabilità".
Pur tuttavia questa doppia diffidenza ha
portato a una soluzione: la costruzione di un percorso che porta a
condizioni di aiuto attraverso l’uso di metodi che derivano dal know-how
della mediazione famigliare e che si sostanziano nella costruzione di un
contesto di mediabilità e nella definizione congiunta degli obiettivi
perseguibili per ogni intervento.
Il Centro per le famiglie infatti, costruisce uno spazio a disposizione
delle famiglie in cui il personale fa uso di metodi di negoziazione, trova
il modo per focalizzare l’attenzione su i punti di positività delle
relazioni, ricerca spazi di accordo condivisibili fra i membri della
famiglia. Ciò ha allargato il campo dell’intervento e ha
superato la rigidità dei confini della trattabilità.
Nella nostra esperienza il concetto di non-mediabilità precedentemente
riportato viene di fatto ridefinito.
L’apertura di un nuovo scenario ha permesso maggiore tranquillità
esonerando un po’ tutti dall’ obbligo di definirsi rispetto alle
procedure e alle regole apprese dai "sacri testi" della
mediazione classica, sia essa globale, o relazionale.
Il primo intervento è stato quindi a carattere teorico-metodologico; esso
ha posto la cornice di riferimento fuori dal contesto della mediazione e
allo stesso tempo ne ha fatto propri ì principi acquisendo un grande
bagaglio di esperienza e formazione; il tesoro successivamente speso in
sinergia con altri "patrimoni" di più complessi
back-ground, primo fra tutti, la formazione clinica.
Vediamo ora alcuni elementi guida del nostro
approccio.
Il lavoro di rete è ciò che anzitutto caratterizza la gestione
dell’invio. Infatti la definizione del campo e delle modalità di
accesso e presa in carico costituisce il fondamento per la sicurezza del
contesto; è la premessa a condizioni di mediabilità.
E’ nostra convinzione che l’intervento mediativo in un servizio
pubblico può essere fatto solo a condizione che ci sia una grande attività
interistituzionale fra le istituzioni coinvolte; infatti, se la sinergia
tra servizi (consultorio, centro per le famiglie, servizio sociale e
tribunale) non riesce a individuare delle linee d’azione condivise, la
"follia" dell’utente" invade il campo e nullifica gli
sforzi delle diverse agenzie di riferimento che interloquiscono.
Le coppie con cui abbiamo lavorato sono, infatti, spesso coppie con gravi
problemi, ma anche molto abili nella manipolazione; talvolta, come afferma
un nostro collega "sono molto più brave di noi e quindi se non
stiamo attenti, vincono loro", cioè il nostro intervento alla fine
non serve".
E’ quindi essenziale un percorso interistituzionale, per definire
strategie condivise, insieme ad un percorso intraistituzionale,
all’interno della singola organizzazione/servizio, tra gli operatori che
lavorano insieme; non si può lavorare insieme con obiettivi diversi,
conviene definire accuratamente qual’ è l’obbiettivo condivisibile
per il trattamento, che sia anche piccolo, ma che possa essere raggiunto
con chiarezza, determinazione e unitarietà tra operatori e con la coppia.
Quindi anzitutto lavoro di rete inter ed intraistituzionale e poi
valutazione degli accordi proponibili e degli esiti ottenuti.
L’aspetto della nostra esperienza, che costituisce una "risorsa",
è proprio l’attento lavoro sulle modalità e sugli itinerari
dell’invio che portano alla definizione della titolarità della presa in
carico. In altre parole non vogliamo che accada di lavorare con un caso,
per sei mesi, un anno e poi scoprire che c’è un altro servizio ritenuto
referente. Il motivo è semplice e facilmente intuibile. Se il servizio in
carica, propone qualche cosa che risulta scomodo per qualcuno della
famiglia, la persona andrà all’altro servizio e dirà: "La
dottoressa tal dei tali sta facendo un lavoro pessimo", e l’altro,
non essendo informato dell’evolversi del trattamento potrebbe essere
indotto a sostituirsi. Il ché "brucia" l’azione in corso. Ora
può darsi che qualche volta veramente un certo servizio stia facendo un
grave errore, ma la risposta dovrebbe esprimersi nella sinergia diretta
tra i servizi. Quindi l’aver verificato la possibile evenienza di questa
situazione, esplicita l’esigenza di essere informati su quali sono i
referenti della persona nelle situazioni problematiche, evitando che
improvvisamente appaia un ulteriore soggetto istituzionale che rivendichi
la titolarità del caso nella gestione del rapporto tra i coniugi o
dell’ affido dei figli.
La caratteristica peculiare, che emerge dall’esperienza del Centro per
le famiglie, che dettaglia il lavoro sull’invio, riguarda il creare
condizioni di "mediabilità". Come già espresso,
il focus è qui sulle condizioni di pre-mediabilità. Ai nostri servizi
gli utenti che non vengono volontariamente, ritengono che il Centro non
abbia alcuna utilità; allora bisogna, in qualche modo, attivare una
relazione che, con adeguata autorevolezza e competenza, possa far vedere
che l’intervento a qualcosa può servire; e questo lo si può fare
attraverso tutta la serie infinita di incontri che portano al momento in
cui due persone- i membri della coppia- vengono insieme. Tuttavia questo
aspetto preparatorio è già "lavoro": le telefonate di
contatto- che vanno spesso a vuoto-, l’ accoglienza, la fatica di far
rispettare preventivamente le richieste per l’incontro (garanzia di
privacy, protezione,) fino ad arrivare all’incontro vero e proprio.
Quindi l’attivazione di premediabilità e il creare le condizioni per
l’incontro tra i famigliari in contrapposizione sono il lavoro
indispensabile, ma allo stesso tempo oscuro e difficile, che richiede
notevoli energie.
Un ulteriore elemento di specificità della
nostra esperienza, rilevato nelle riunioni d’equipe dalla rilettura
delle attività dei diversi operatori, riguarda il fatto che spesso il
problema su cui occorre intervenire non è all’interno della coppia
(anche perché la coppia che ritiene di aver bisogno di aiuto "va per
conto suo"); da noi arrivano situazioni famigliari inviate dai
servizi e dal tribunale; famiglie in cui il problema è come gestire il
figlio, la figlia che si rifiutano di avere rapporti con l’altro
genitore; in cui vi sono problemi nella vivibilità quotidiana e nel
rispetto degli accordi presi, anche rispetto a nonni che intervengono con
forza in un processo disgregativo familiare introducendo istanze proprie
che a volte suscitano ed esasperano le tensioni esistenti.
Infine, se le condizioni della mediazione sono quelle che la letteratura
suggerisce, va evidenziato che nell’esperienza del servizio pubblico si
utilizzano competenze per coppie e famiglie con gravi patologie: dal
genitore psicotico, al genitore abusante, al convivente sospettato
abusante, con procedimenti penali in corso. Situazioni in cui a gran
fatica si riesce a preservare uno spazio di intervento.
Quanto finora espresso sono alcuni orientamenti operativi ricavabili
dall’esperienza che abbiamo messo in atto che porto alla discussione
perché credo che la nostra possa essere ritenuta una esperienza di "mediazione
in situazione di crisi" che presenta anche un carattere
innovativo per l’attenzione sviluppata a codificare le varie fasi e i
diversi interventi propri del percorso proposto. Rimando ad ulteriori
momenti la descrizione dei casi trattati, degli esiti e delle modalità
del trattamento all’interno di un servizio pubblico prendendo a titolo
esemplificativo l’esperienza maturata d in questi anni ed elaborata nei
seminari interistituzionali di sensibilizzazione e formazione organizzati
dal Centro per le Famiglie.
LUCA PAPPALARDO
La prima considerazione che volevo esprimere
riguarda il fatto che qui ed ora siamo riuniti a questo tavolo esponenti
di percorsi formativi diversi, di scuole di formazione diverse, in
riferimento a circa dieci, forse quindici anni di lavroo di mediazione in
Italia, direi un tempo relativamente breve della formazione della
coscienza della mediazione in Italia e della sua introduzione nelle prassi
operative. Intorno a questi tavoli siamo stati molto spesso attenti a
segnalare le differenze, e credo che sia fondamentale ricordare che le
differenze informano e fanno crescere; però credo che forse si può
incominciare a pensare alle differenze come possibilità di integrazione
piuttosto che come rivendicazione di distanze. In altri termini, per
esempio analogamente al percorso fatto dalla psicoterapia, si può
incominciare a pensare che è bene che esistano delle differenze tra le
modalità di mediazione, tra tipi diversi di approccio al problema, perché
esistono famiglie, coppie, situazioni problematiche che hanno differenti
esigenze; fino ad un certo periodo, anche di recente, si è invece pensato
a questo nei termini di differenze da operare tra mediazione ed altri tipi
di interventi; ma perché non cominciare a pensare a differenze tra
diverse famiglie con diverse forme di mediazione? Perché non pensare: "ad
ogni famiglia la sua mediazione?" Ancora: se si pensa di fare un
invio di tipo familiare ad un consulente perché sappiamo che lavora con
le famiglie in un certo modo piuttosto che in un altro, perché non si può
cominciare a pensare che alcuni tipi di mediazione sono certamente più
adatti rispetto a certi tipi di famiglie e viceversa? Mi sembrava quindi
importante questo confronto tra approcci diversi, non tanto per vedere
quali sono ancora le differenze o le somiglianze che ci connotano, quanto
piuttosto per cominciare ad avere una gamma di opzioni possibili per una
tipologia differenziata di dolore, di sofferenza e di problematicità
rispetto agli utenti che abbiamo di fronte. Quindi qui si pone il problema
ovviamente dell’invio.
Il confronto molto spesso è stato sulle
differenze, però ho avuto l’impressione che molto spesso, al di là dei
livelli che parevano alti, fosse un confronto tra le "differenze
tecniche"; su questo aspetto un ‘intervento di Umberto Eco su
Repubblica sottolineava che noi uomini moderni fondamentalmente siamo un
po’ come i primitivi, degli uomini "magici", nel senso che la
nuova magia si chiama tecnica: ma che cosa accomuna la tecnica alla magia?
Il fatto di saltare il percorso, e di pensare che ad un problema si deve
associare il suo giusto rimedio, non importa in che termini. Credo che
molto spesso anche nelle nostre formazioni possiamo aver dato – anche ai
nostri allievi, molto spesso – questo messaggio; questo ha una
conseguenza importante proprio sul piano dell’utenza, nel senso che quei
mediatori poi pensano in termini tecnologici invece che in termini
scientifici. La scienza ti obbliga infatti ad una chiarezza interiore e a
rifuggire quegli aspetti negativi del riduzionismo, per cui se ho un
problema provo con un rimedio tecnico. La scienza ti obbliga a pensare in
termini un po’ più complessi e ti obbliga a avere una teoria di
riferimento, un modo di significare le cose che vedo, e poi una
metodologia con cui reperire i dati che mi servono e confrontarli con la
teoria, e solo a quel punto riflettere su quale siano eventualmente i
nessi che mi possono portare alla soluzione del problema.
In questi termini allora credo che si debba
pensare alle differenze e alle appartenenze; a titolo esemplificativo; di
fronte al quesito se coinvolgere o meno i bambini nei processi di
mediazione, credo che a volte la discussione sia stata una sorta di
confronto su aspetti tecnici o peggio ancora di aspetti tecnologici, o di
confronti per bisogni di tipo di mercato tra scuole di formazione; invece,
più realisticamente, credo che si debba riflettere sul fatto che se io ho
– per esempio - una teoria di riferimento sistemico relazionale, a me
servono i dati che provengono dall’incontro con vari membri del sistema
familiare e non solo perché i sistemi si pensano in termini di sistemi
che si integrano; io ho bisogno di certi dati per poter riflettere e poter
alimentare la mia riflessione su quella situazione per poter poi
intervenire. Anche ad un livello macro sistemico, per esempio, nei
rapporti con gli avvocati o con le istituzioni rispetto a quel particolare
caso.
Quindi, in questi termini, la scelta di un
certo tipo di intervento, o meglio, come dicevo prima, di un certo tipo di
mediazione permetta che quella famiglia si salvi dall’applicazione di un
rigido paradigma teorico- operativo, per cui è la famiglia che viene
adattata alla mediazione, piuttosto che il contrario – come invece si
dovrebbe, per rispettare i bisogni di quella famiglia "reale".
Insomma, mi sembra essenziale un rifiuto degli automatismi, e anche di
quelle scorciatoie riduttive della tecnica che in certi casi sostengono il
difficile fare degli operatori, perché è peraltro innegabile che sul front
office, cioè, "davanti all’utenza", certe pulizie
metodologiche tendono a sfumare, mentre a quel punto l’ansia di dare
comunque delle risposte, di ritrovare comunque un senso, può portare a
queste rigidità.
E’ chiaro che il rifiuto degli automatismi
rimanda ad una necessità di altre risorse; quali sono? Una è la qualità
della relazione tra l’utente e l’operatore, un’altra il parametro
con cui pensare alle scelte poi operative. Si è parlato molto a queso
riguardo del problema della mediabilità e non mediabilità (anche
l’intervento di Caterina Arcidiacono poneva con forza l’accento su
questo nodo ); è innegabile che alcuni paletti servono, tanto per
ricordarne uno mi viene da pensare che sicuramente una presenza di una
separazione già in atto possa far pensare che quella famiglia che chiede
di fare una mediazione, magari poi ha bisogno di essere supportata anche
in un altro modo, però la domanda si pone in maniera legittima da parte
di quella coppia ed è diverso se una coppia – come à successo proprio
l’altro giorno a me – propone un bisogno del tipo: "Mah, io
pensavo di separarmi…"; questo è un indicatore, un primo
indicatore anche se poi è la ridondanza che informa, però un primo
indicatore del fatto che si possa immaginare che quella coppia è lì per
chiedere altro.
Allora il bisogno di parametri per poter
pensare alle scelte operative rimanda a questi parametri oggettivi, ma
anche ad uno invece più soggettivo, che è appunto la relazione che si
stabilisce tra l’utenza e la coppia (per brevità penso ancora alla
mediazione) e l’operatore, il mediatore. Da una parte è chiaro che è
un incontro tra esigenze e competenze, ma dall’altra parte è un
incontro tra modi di significare la relazione. Credo che gli operatori si
pongano costantemente in maniera autoriflessiva la domanda circa il
significato dei racconti, delle modalità interattive che vedono qui ed
ora, dei racconti delle vicende, delle aspettative, rispetto anche al
proprio "funzionamento interiore", cioè al modo, per meglio
dire, di significare appunto la relazione. Che cosa posso dire per
esemplificare questo aspetto; che le risonanze interiori del mediatore
rispetto a certe dinamiche che la famiglia, la coppia ti racconta o che
mette in atto, sono un qualcosa che attiva te nella relazione con
l’altro che hai davanti, e che rimanda da una parte a un rischio di
mettere in gioco te stesso "in termini negativi", ma
dall’altra parte ad un’opportunità cioè di poter usare queste
risonanze per poter capire meglio. Nuovamente, dicevo all’inizio,
pensare, riflettere sulla base di un modello teorico che uno ha abbastanza
chiaro permette di utilizzare anche questo tipo di strumenti informativi
ed è coerente con l’approccio teorico di riferimento.
Su questo aspetto, se penso in termini
sistemico- relazionali rispetto alla coppia e al processo di separazione,
nonché alla relazione tra l’operatore e l’utente, io mi posso
chiedere che cosa vuol dire la famosa questione della posizione del
mediatore rispetto al conflitto. Penso in particolare, considerando ormai
un po’ datata la questione della neutralità, alla questione dell’equidistanza,
che altri, secondo me in maniera simpatica ed intelligente, hanno
chiamato forse equivicinanza, o forse si potrebbe dire
ancora di una modulazione tra l’equidistanza e la vicinanza; a me piace
pensare, con Stirling, ad una sorta di imparzialità affettiva interna del
mediatore rispetto alla coppia; cosa vuol dire imparzialità? Vuol dire
staticità? Assolutamente, vuol dire la capacità di "oscillare"
rispetto a distanze diverse, a momenti diversi, a bisogni diversi che
nella relazione si fanno presenti. Credo che questo sia importante tenerlo
presente e considerarlo come canale di informazione.
Un altro aspetto da rileggere non
tecnologicamente riguarda gli "assunti negoziali", quali lo
spostarsi dalle posizioni agli interessi, per andare al di là degli
aspetti tecnici e andare nuovamente alle matrici di significato. Cosa vuol
dire anche questa formula, che noi mediatori molto spesso abbiamo molto
presente nella fase negoziale? Certo che è una tecnica (non disdegno la
tecnica ma penso che la tecnica debba sempre essere supportata da un
pensiero attivo), ma uno si deve chiedere: ma questi interessi, perché
interessano, qual è il significato dell’interesse che questa persona ha
per questi interessi? Allora dal concetto tecnico (Signora, guardi è
importante non tanto che lei rivendichi che cosa non vuole, ma è
importante dire che cosa vuole, che cosa desidera), pur imoortante,
occorre interpellarsi sul significato, perché certo questa è la tecnica,
ma chiedersi, riflettere appunto come un po’ Vittorio ha fatto durante
il suo intervento, qual è il significato? Perché il conflitto, lo
sappiamo, è un problema di conflitto di senso, allora teoricamente
(nuovamente, cioè in accordo teorico con il modello di riferimento), io,
seguendo l’approccio sistemico-relazionale, mi vado a chiedere quale sia
il significato trigenerazionale di quell’interesse che il signore e la
signora mostrano in maniera divergente per esempio, su un oggetto o sui
figli; cioè mi devo chiedere quale sia il significato.
La mediazione familiare
nel modello transizionale simbolico
Costanza Marzotto
Premessa
La separazione mette a dura prova
e a grave rischio la continuità intergenerazionale, non solo perché la
frattura coniugale rende problematico l’accesso alle stirpi, ma anche
perché gli "oggetti del conflitto coniugale" sono spesso gli
oggetti/ambiti di trasmissione tra le generazioni.
La mediazione familiare, nella misura in cui favorisce non solo il
raggiungimento di accordi, ma anche il "rilancio del patto coniugale
oltre la sua fine", è uno strumento prezioso per aiutare le persone
a salvaguardare la trasmissione intergenerazionale.
Obiettivo principale della transizione del divorzio è quello di
realizzare la cooperazione tra ex-coniugi allo scopo di permettere
l’esercizio della funzione genitoriale; inoltre e’ indispensabile
garantire l’accesso alla storia delle due famiglie d’origine. I due
ex-coniugi mantengono un compito importante rispetto alle rispettive
famigli e d’origine quello di realizzare uno scambio e un sostegno
reciproco ed evitare il rischio di un appiattimento in una relazione solo
filiale.
Per permettere una transizione riuscita i genitori separati che vorrebbero
rompere con il passato e se fosse possibile cancellarlo, devono invece
realizzare un processo di trasformazione del legame da portare in salvo,
anche se c’è stato divorzio legale. La cura del legame familiare è da
preservare anche se c’è stata violazione del patto. E’ questo uno
degli obiettivi principali del lavoro dei mediatori familiari, in quanto
rappresentanti del corpo sociale che si prende cura del corpo familiare.
Modelli a confronto
Esistono modelli e forme diverse
di mediazione familiare che si differenziano tra l’altro proprio per la
diversa attenzione che dedicano ai possibili oggetti ed alla dimensione
intergenerazionale del conflitto.
E’ ragionevole ipotizzare che le diverse forme di mediazione producano
effetti differenti e che, in particolare, non tutti i modelli di
mediazione familiare siano equivalenti rispetto alla tutela ed alla
promozione di una continuità dei legami intergenerazionali. Non esistono
ancora in Europa e in Italia studi e ricerche che abbiano fatto una
valutazione dell’efficacia a lungo termine della mediazione familiare, né
studi comparativi tra i diversi modelli da cui sia possibile misurare gli
effetti prodotti dalle diverse forme di mediazione. A nostro parere queste
ricerche per analizzare le diverse pratiche messe in atto in Europa sono
divenute attualmente indispensabili e questo Convegno di Napoli
rappresenta un importante tappa in questo percorso.
La ricerca
Qui di seguito presentiamo alcuni
risultati di uno studio valutativo "intra-modello" che abbiamo
avviato nel 1999 per verificare empiricamente l’efficacia del nostro
approccio e per valutare in particolare:
in che misura gli interventi di mediazione familiare producono i risultati
attesi;
quali sono i fattori processuali discriminanti, cioè quali le variabili e
le condizioni critiche connesse all’esito del processo di mediazione; in
che misura (attraverso quali oggetti di negoziazione) l’intervento di
mediazione favorisce e tutela la trasmissione intergenerazionale.
In questa sede, allo scopo di rendere possibile il confronto con i
rappresentanti di altri modelli, vi propongo una riflessione focalizzata
su alcune variabili il tempo, lo spazio, gli attori e gli oggetti della
mediazione.
Vediamo però prima di dettagliare alcune questioni, cosa caratterizza il
modello transizionale simbolico, così denominato nel volume di Vittorio
Cigoli sulla psicologia della separazione e divorzio nel 1998, e che viene
portato avanti dal Gruppo del Centro Studi e Ricerche sulla famiglia.
Il nostro Centro è membro fondatore della SIMeF nel 1994, membro
fondatore del Forum Europeo e attualmente io sono membro del Comitato per
gli Standards della formazione, e promuove ormai per la quarta volta, il
corso biennale di formazione presso l’Università di Milano. Dal 2002 si
tratta di un Master Universitario che riconosce 60 crediti universitari.
Il modello relazionale–simbolico o
transizionale-simbolico ?
Il nostro modello con cui
analizziamo le relazioni familiari è denominato relazionale
–simbolico. Relazionale in quanto si occupa dei legami (di
coppia, tra le generazioni, tra le stirpi, in quanto la famiglia è sempre
il luogo d’incontro tra gruppi d’origine diversa); simbolico in
quanto si occupa del fondamento delle relazioni familiari al di là dei
cambiamenti storici e delle diverse stirpi familiari. Si tratta di
riconoscere il valore della fede e della speranza nel legame e della
giustizia presente nei legami. Parliamo anche di matris-munus (la
fede e la speranza, dono della madre) e di patris-munus (la
giustizia, dono del padre).
La Mediazione Familiare all’interno di questo paradigma è un processo
di accompagnamento della transizione reale e simbolica della famiglia e
spazio di facilitazione e sostegno al processo di rinegoziazione delle
relazioni familiari.
Permette una ritualizzazione del conflitto coniugale, del suo
riconoscimento/identificazione e della sua elaborazione/superamento: può
essere riconosciuta come sostegno del corpo sociale al corpo familiare per
permettere una "nuova pattuizione" tra i genitori. Infatti la
famiglia che è il frutto di un patto dichiarato, non da quale sia il
patto segreto che la sostiene. In occasione della separazione si abbandona
o si rompe questo patto dichiarato, ma che cosa ne facciamo dei bisogni
soddisfatti dal versante segreto dell’alleanza? Quale nuovo patto sarà
possibile ricostruire? Se non ci si fa carico di questo versante, resta
solo la ripetizione o la manifestazione dei sintomi.
Il presupposto è che il matrimonio o la coabitazione portano in sé una
dimensione pubblica socialmente importante e che l’assenza di un momento
forte di passaggio, non aiuta a mantenere fiducia nel legame. In occasione
del divorzio si rischia di interrompere la comunicazione (il livello
interattivo), di strappare la relazione (il livello relazionale) ma di non
curare il legame sociale (il livello simbolico).
Alle nuove generazioni sarà possibile aver cura (essere dei care-givers)
di altre relazioni importanti, se le persone avranno fatto esperienza
della giustizia e della speranza al di là del conflitto. Ed è nella
famiglia che è possibile fare quest’esperienza di base incisiva per la
società tutta.
In occasione del divorzio il rischio è quello di abbandonare la speranza
nei legami e di costruirne di sempre più fragili per il timore di
soffrire troppo quando si romperanno.
Nel nostro modello la mediazione prende il posto di un rito di
transizione , di riconoscimento del conflitto coniugale inteso come
occasione di individuazione; conflitto non sufficientemente riconosciuto,
né "permesso", nei tribunali e nelle cerimonie familiari e
sociali.
Si tratta di un rito di passaggio (transizionale) per permetterne il
riconoscimento, l’ identificazione ed elaborazione ed accedere così
alla dimensione simbolica, arrivare a scoprire il significato di quanto
accade per sé, per i figli e per i nonni.
Infatti parliamo di un’apertura "globale" a tutti gli oggetti
del conflitto e della negoziazione (sia i figli che i beni materiali). Pur
mantenendo un controllo del processo, c’è una flessibilità del setting
e degli strumenti e intravediamo la possibilità di ricorre anche ad
incontri individuali, o con i figli o di prescrivere dei compiti attivi di
facilitazione comunicativa e di insight emotivo.
Caratteristiche della MEDIAZIONE FAMILIARE
nell’approccio transizionale simbolico
-
E’ un processo di accompagnamento
della transizione reale e simbolica della famiglia e si offre come
uno spazio di facilitazione e sostegno al processo di rinegoziazione
delle relazioni familiari
-
Assume la funzione di ritualizzazione
del conflitto coniugale, del suo riconoscimento/identificazione e
della sua elaborazione/superamento
-
Necessita dell’apertura globale
agli oggetti di conflitto e negoziazione (i figli ed i beni
materiali)
Richiede una flessibilità del setting e degli strumenti (v. ad
esempio la presenza dei figli nella stanza della mediazione, la
firma scritta o meno del contratto di mediazione o degli accordi
finali, ecc. )
E’ privilegiata una funzione non equivoca del ruolo del mediatore,
al quale solitamente viene attribuito un compito circoscritto e che
utilizza proficuamente uno "stile forte"nella conduzione
del processo, con soddisfazione dei genitori e con successo nel
raggiungimento degli obiettivi.
Una rilettura di alcune variabili
significative :
La ricerca è stata realizzata su
103 interventi/percorsi di Mediazione Familiare condotti tra il gennaio
2000 e il giugno 2002 in diverse città d’Italia, mediazioni condotte
sia con coppie con figli , ma anche senza figli (3.9%) .
Sono stati incontrati 154 soggetti di cui 55.1% maschi e 44.9% femmine,
per la maggior parte nella fase precedente alla presentazione del ricorso
per separazione in tribunale (50,5%).
TEMPO : durata del percorso di mediazione, tempo dedicato alla storia
familiare e strumenti peculiari utilizzati (la rappresentazione grafica
dei legami familiari)
Dai dati della ricerca emerge che nel 60% dei casi gli incontri sono stati
tra i 6 e i 10, pertanto nella media della letteratura, che parla di un
massimo di 10.
Viene così fugato quel timore espresso da coloro che dicono che la
pre-mediazione non è compito del mediatore: la media è proprio di 2.8
incontri, ovvero non vengono superati i tre, perché in questo caso la
coppia viene inviata ad un altro professionista.
Interessante notare che più della metà sono persone che stanno ancora
riflettendo sulla crisi del patto di coppia, e anche nel caso in cui hanno
già diviso le abitazioni, si trovano ancora in una fase precoce del
conflitto, non sono ancora state enunciate rigidamente le posizioni
davanti ad un tribunale, e questo ci fa pensare che siano particolarmente
capaci di negoziare, soprattutto se incontrano un contesto che lo
permette, che non inciti al litigio.
(ci vorrebbe un incrocio tra questo 50.5% e il successo , completezza
della mediazione).
Vorrei segnalare che la dimensione temporale
e storica della vicenda familiare e della riorganizzazione delle relazioni
al di là della fine, è particolarmente esplicitata dallo stramento
grafico simbolico per la conoscenza del familiare, denominato Genogramma o
rappresentazione grafica delle relazioni storiche del famiglia, utilizzato
nell’83.5%.
SPAZIO: qual è la sede dove viene offerta la risorsa della mediazione e
qual è l’influenza del luogo sull’esito finale del percorso?
La ricerca ci ha sorpresi: rispetto alla prima fase di questo lavoro
presentato a Roma nel 2001 al Congresso dell’Accademia di Psicoterapia
della Famiglia, abbiamo riscontrato con nostra grande sorpresa, che è
molto aumentata la quota di mediazioni condotte in un servizio pubblico
(62.3%) e che in esso si offrono anche altri servizi per la famiglia
(31.3%) oltre alla mediazione familiare.
Inoltre, con nostra grande sorpresa l’esito delle mediazioni offerte nei
servizi polivalenti è migliore rispetto alle situazioni seguite in un
centro specialistico, dove si pratica esclusivamente la mediazione
familiare.
Se nel 1984 avevamo sostenuto l’ipotesi che era meglio non enfatizzare
l’aspetto problematico della separazione, ed offrire la risorsa della
mediazione, all’interno di luoghi di consulenza per la famiglia,
successivamente avevamo riflettuto su questo modello organizzativo e
avevamo privilegiato la sede specialistica per ritualizzare la mediazione,
per permetter alle coppie, deluse della troppo breve procedura della
separazione legale, o in mancanza di riti pubblici di démariage in
caso di convivenza, ovvero dove ci si occupa esclusivamente del sintomo
"separazione" mentre non si accoglie la famiglia nella sua
globalità, non la si valorizza , non la si incontra, ad esempio, nella
sua genitorialità sociale (come famiglia accogliente).
OGGETTI NEGOZIATI : mediazione globale
(figli, assegno di mantenimento, patrimonio, ecc) e successo della
mediazione
Per quanto riguarda l’oggetto della
negoziazione emerge un dato interessante, già evidenziato nella prima
fase della ricerca: al primo posto troviamo la mediazione intorno alle
"questioni del quotidiano" relative all’allevamento dei figli
(non tanto il così detto affidamento, in quanto la prole "sta tutta
con la madre" come sappiamo dai dati ISTAT 2002, in attesa di una
riforma della legge sul divorzio che affermi con forza che i figli sono da
"condividere " tra i due genitori, sono affidati alle cure di
entrambi se vogliono crescere felici.
Vediamo infatti che questi sono i temi in agenda della mediazione
Affidamento dei
figli...…………………………………………………. 53.4%
Tempi di frequentazione tra genitori e figli ……………... 68.0%
Frequentazioni tra figli e altri
…………………………………….. 41.7%
Assegni di mantenimento ………………..…... ………………...
59.2%
Questioni patrimoniali
………………………………….…….……... 33.0%
Altre questioni riguardanti i figli
…………………………………. 83.5%
Implicazioni emotive relative alla separazione…………… 22.3%
E’ interessante notare, come nel 92% dei
casi si sia parlato di budget familiare, per arrivare a definire in modo
congiunto l’ammontare dell’assegno di mantenimento per figli o
ex-coniuge e sono state negoziate altre questioni patrimoniali
(assegnazione della casa di famiglia o sua vendita; ridistribuzione dei
doni di nozze; divisone dell’arredo, conti in banca, ecc.)
SOGGETTI COINVOLTI: stile direttivo di
conduzione del mediatore, compresenza.
Anche senza incentivare la compresenza, abbiamo notato che laddove un
gruppo di professionisti seguono un corso di formazione insieme, e con
grande piacere per l’interesse dei contenuti e si appassionano al
modello, essi avviano molto volentieri esperienze di co-mediazione. Non
pensiamo infatti che sia solo la paura o il timore di incontrare una
coppia in conflitto che spinge le persone del nostro gruppo a fare
Co-mediazione, il 36.0%. Le motivazioni sono di vario tipo Farsi coraggio,
integrare le competenze di base, rappresentare la differenza sessuale, o
altro; non abbiamo invece dati sull’influenza della riconduzione sul
successo della mediazione.
Un fattore determinante è anche il fatto che nell’ente pubblico i
clienti non pagano e gli operatori non hanno un compenso differenziato tra
il lavoro di base e l’esercizio di questa pratica specialistica: possono
solo divertirsi di più e approfondire gli aspetti di metodo se seguono
insieme una situazione, in questa fase sperimentale.
Ecco allora che gli attori principali sulla scena della mediazione sono i
mediatori, i genitori, e i figli nel 16,5% dei casi: infatti il modello
transizionale simbolico, non avendo una preclusione a far entrare i figli
nella stanza della mediazione, qualora questo momento venga preparato
dettagliatamente con i genitori per quanto riguarda obiettivi, modi e
contenuti, esso può positivamente aiutare la tr