|
|
Settimo Rapporto CISF sulla Famiglia in Italia
Leggere la pluralità,
riscoprire la qualità Martedì 30 ottobre 2001
PROGRAMMA Introduce e coordina: Coordina:
Sintesi
degli interventi Don
Leonardo Zega In qualità
di presidente dell’Associazione don Zilli, di cui il Centro
Internazionale Studi Famiglia (Cisf) è l’espressione più compiuta
rispetto ai suoi fini istituzionali di "promuovere ad ogni
livello la formazione, lo sviluppo e la stabilità della famiglia",
vorrei illustrare brevemente il contesto in cui è nato il volume che
oggi presentiamo. Non è un libro isolato, ma è il settimo di una serie
di Rapporti che Associazione e Cisf pubblicano regolarmente con cadenza
biennale dal 1989. Da dodici anni dunque i Rapporti Cisf segnano il
cammino della famiglia italiana, fornendo un panorama ricco di analisi,
problematiche e anche di orientamenti operativi. Il Cisf di
fatto è un centro studi che opera in stretta collaborazione con
Famiglia Cristiana, e forse proprio per questo l’approccio che i
Rapporti hanno sempre avuto al problema della famiglia non è mai stato
confessionale - nel senso restrittivo e anche un po’ deteriore che si
dà a questo termine - bensì scientifico e multidisciplinare. Questo
significa che demografi, sociologi, economisti, psicologi, pedagogisti,
giuristi, antropologi, filosofi, teologi, moralisti etc., hanno cercato
di mostrare l’evoluzione nei processi di formazione e di crescita - o
anche di involuzione - della famiglia italiana, sia al suo interno sia
in rapporto alla società in cui essa vive. E così i Rapporti sono
diventati via via un punto di riferimento inevitabile per chi voglia
parlare di problematiche familiari con cognizione di causa, a tutti i
livelli: culturale, sociale, politico, pastorale. Si è realizzato così
l’auspicio fatto nel lontano 1969, l’anno in cui fu inaugurato
ufficialmente questo edificio, quando si ventilò per la prima volta
l’idea di costituire un Centro di studi e lavoro sulla famiglia.
Auspicio fatto allora uno dei più ammirati, amati e compianti segretari
della Conferenza Episcopale Italiana, monsignor Enrico Bartoletti, che
qualcuno di voi sicuramente ricorderà. "Grazie don Zilli"
rispose al direttore di Famiglia Cristiana che gliene spiegava
intenzione e scopi, "grazie di cuore, finalmente anche noi vescovi
sapremo di che cosa occuparci e preoccuparci quando parliamo della
famiglia e dei suoi problemi. Adesso" sono parole testuali,
"adesso camminiamo a tentoni, conosciamo i principi, ma troppo
spesso ci sfugge la realtà". In questi
dodici anni di lavoro i Rapporti non hanno soltanto studiato il passato
e il presente della famiglia; spesso hanno anticipato temi divenuti poi
di grande attualità e promosso azioni, anche sul terreno legislativo,
tendenti a rompere incrostazioni ideologiche e pratiche che da sempre
hanno reso difficile, in Italia, l’impostazione di politiche familiari
degne di tal nome. Vorrei fare soltanto un rapido cenno ad alcuni temi
toccati nei sei Rapporti che hanno preceduto quello di cui si parlerà
stasera. Il Primo
Rapporto, che sollevò subito un vastissimo interesse, puntava
l’attenzione sulla famiglia italiana che in una società complessa
come la nostra, tendeva sempre di più a farsi norma a se stessa. Fu
inventato anche un termine: la famiglia autopoietica, la famiglia che si
fa da sé. Il suo messaggio coglieva un aspetto pressoché inedito del
problema della famiglia in Italia: soltanto oggi, infatti, l’opinione
pubblica prende atto e inizia a capire fino in fondo le implicazioni che
questa forzata autonomia si tira dietro. Dimenticata o sottovalutata,
questo allora si voleva dire, la famiglia rivela la sua vitalità
facendosi appunto da sé, correndo anche dei rischi ma levando comunque
la sua voce per far valere la sua presenza nella società. Il Secondo
Rapporto ha analizzato la crescente mancanza di equità fra le
diverse generazioni che convivono nella famiglia e sono legate da una
rete parentale. Anche questo messaggio ha anticipato un tema che negli
anni seguenti è divenuto un luogo comune del dibattito in Italia:
adesso, tutti parlano di una sana ripartizione di diritti e risorse fra
le generazioni. E’ questo un tema così coinvolgente che ritorna anche
nel Settimo Rapporto, perché le varie forme familiari di cui si occupa
non sono neutrali né sono equivalenti rispetto all’obiettivo di
realizzare maggiore solidarietà e giustizia fra le generazioni. Il Terzo
Rapporto lanciò una parola d’ordine, e cioè l’esigenza di
riconoscere piena cittadinanza alla famiglia, non solo come una somma di
individui ma come soggetto di mediazione sociale con un complesso di
diritti propri specifici. Oggi molti ne parlano come di un presupposto
fondamentale ma nel momento in cui lanciammo questa idea essa sembrava -
e ad alcuni sembra tuttora - un’eresia, perché il pensiero moderno
tende ad attribuire i diritti di cittadinanza soltanto agli individui. Il Quarto
Rapporto ha indagato i nuovi intrecci fra le generazioni, che
conseguono ai mutamenti delle forme familiari, identificando una
peculiarità del caso italiano: da noi, più che altrove, viene
dilazionato nel tempo il momento della formazione della famiglia, cioè
del matrimonio, e questo denuncia la difficoltà di fare famiglia per i
giovani del nostro Paese e di conseguenza il fatto che intere
generazioni vengano saltate, nel senso che fra una generazione e
l’altra c’è un vuoto, una discontinuità temporale che corrisponde
a quella dei figli la cui nascita è stata rimandata nel tempo o non
c’è stata per niente. Per questa china siamo scesi fino ad arrivando
ad essere, se non il Paese a più basso tasso di natalità, sicuramente
uno dei Paesi a più basso tasso di natalità al mondo. Il Quinto
Rapporto ha messo a fuoco il tema dell’uomo e della donna in
famiglia: differenze, ruoli, responsabilità, per giungere ad una
conclusione soltanto apparentemente ovvia, che abbiamo bisogno di veri
padri e di vari madri, di veri uomini e di vere donne, non di genitori,
di uomini e donne che non sanno che cosa fare né per sé né per gli
altri: crisi del padre, crisi della famiglia, crisi della madre, ecc. Il Sesto
Rapporto ha affrontato, due anni fa, in piena bagarre socio-politica
sul welfare, sullo stato sociale, il tema del benessere della
famiglia nel contesto di una società proiettata a migliorare la qualità
della vita. Anche in questo caso il contributo è stato originale:
abbiamo cercato di mostrare come la società attuale si basi sul
paradosso di un’idea del benessere che mentre sembra operare a favore
della famiglia, in realtà le gioca contro. La proposta di fondo che
emerge da quella ricerca è che il benessere familiare si fonda non su
forme di assistenzialismo variamente applicato più come tampone che
come sostegno vero, ma su una cultura di relazioni, relazioni umane
anziché mera rivendicazione di diritti individuali. E’ su
questo binario che si muove anche il Settimo Rapporto. Ma qui mi
fermo, perché della sua genesi e dei suoi contenuti tratterà il
curatore del Rapporto, il professor Pierpaolo Donati, al quale va non
solo il mio ringraziamento ma la nostra comune riconoscenza perché sin
dall’inizio ha curato e scritto le cose più interessanti e più
importanti di questi nostri sette Rapporti. Credere nella famiglia è
costruire il futuro: possiamo fare nostro questo motto, posto a tema
della riflessione sulla famiglia che sta impegnando in questo momento la
Chiesta italiana. Domenica 21 lo ha rilanciato Giovanni Paolo II,
declinandolo in tre domande programmatiche:
Pierpaolo Donati
Questo Rapporto, come tutti ormai
saprete, vuole rispondere a un problema fondamentale, che è quello di
comprendere se siamo in presenza di una dissoluzione della famiglia. Non
nel senso della sua scomparsa, ma nel senso di un dissolvimento, come di
un’evaporazione della sostanza stessa della famiglia in relazioni
primarie, di tipo generico.
Cioè, se le relazioni affettive di
amicizia, di convivenza, ecc., diventano per così dire talmente
pervasive e diffuse nella società che quella che sinora abbiamo
chiamato famiglia si riduce ad essere un sottoinsieme di un unico mondo
di relazioni globalizzate, oggi diremmo, più o meno standardizzate
sotto un profilo sociologico. Delle relazioni che possono andar bene
ovunque, che le persone scelgono a seconda delle situazioni, dell’età,
delle condizioni di vita e così via. La domanda fondamentale che
conosciamo tutti è: esiste ancora la famiglia come un tipo di relazione
specifica, sui generis, che ha una qualità propria, specifica,
peculiare, oppure la famiglia si sta trasformando in tante relazioni
diverse non soltanto per alcuni aspetti ma proprio nella qualità, nel
suo modo di essere?
Insomma, la difficoltà di questo Rapporto,
che è stato veramente molto difficile da realizzare, sta in questo:
dove sta la distinzione fra la relazione familiare e quella che
familiare non è? C’è un confine passato il quale non siamo più nel
familiare? Oppure questo confine non esiste o è attraversabile in
continuazione, non dico a piacimento, ma insomma con relativa facilità?
Detta in una maniera un po’ più
scientifica, un po’ più da studiosi, la tesi sostiene in sostanza che
non è che la famiglia sia una relazione primaria che ha un po’ più
delle altre relazioni, come se avessimo un po’ una relazione di
amicizia provvisoria, poi un’amicizia più stabile, un’amicizia
ancora un po’ più forte e se ancora un po’ più forte arriviamo
alla famiglia. No, la famiglia non è un polo di un continuum di
relazioni primarie: la famiglia è un qualcosa che scatta oltre le
relazioni primarie, di amicizia, di intimità, di convivenza, perché
implica una qualità che pone questa relazione su un altro piano
rispetto alle relazioni primarie.
Naturalmente, questa è una grande sfida,
perché sembrerebbe che oggi tutto militi contro questa prospettiva. In
fondo all’idea che non c’è più un modello di famiglia, ma tanti e
potenzialmente numerosissimi e indefiniti modelli di famiglia, c’è in
realtà un’idea di fondo, cioè che la famiglia normocostituita, come
la chiamano i sociologi, cioè costituita sulla coppia legata da un
patto di stabilità e dal rapporto di generazione e di filiazione, non
serva più. Non lo vediamo forse tutti i giorni, quando dei ragazzi
dicono: noi ci mettiamo assieme, che differenza c’è tra convivere e
fare famiglia? E anche molti genitori dicono: sì io non riesco
effettivamente a vedere la differenza, cioè che due convivano assieme e
magari abbiano anche il figlio e così via o si sposino e facciano una
famiglia, che differenza fa, che differenza c’è fra queste due realtà.
Il fatto è che non si vede ancora (o non
si riesce a vedere) la differenza nella peculiarità di due tipi di
relazioni diverse, come sono quelle di amicizia e di intimità e una
relazione di familiarità. Il Rapporto cerca invece di far vedere che
questa differenza esiste, e che è un’illusione ottica quella di
pensare che la famiglia non serva più; cioè che possiamo fare a meno
della famiglia perché bastano delle relazioni primarie di convivenza.
La cosiddetta
"pluralizzazione" della famiglia è, in gran parte,
un mito per almeno tre ragioni sostanziali:
Allora, il Rapporto comincia appunto col
mostrare che la cosiddetta pluralizzazione della famiglia è in gran
parte un mito, per tre ragioni:
La prima, è che
l’ideale della famiglia rimane lo stesso, cioè non abbiamo ideali
sostitutivi della famiglia in quanto modello desiderato; poi che si
riesca realizzarlo di più o di meno, in un modo o nell’altro,
questo è un altro paio di maniche, ma l’ideale rimane quello. Anche
linguisticamente, vorrei farvi osservare come la parola famiglia non
può essere articolata; possiamo pluralizzarla e dire invece che
famiglia, famiglie, ma non abbiamo linguisticamente un sostituto della
parola famiglia. Se fossi uno strutturalista, un semiologo, sulla scia
degli studi di Levi Strauss direi che questo è molto indicativo,
perché il linguaggio dice se noi siamo capaci di nominare una realtà
che può essere sostitutiva della famiglia. Noi parliamo di
convivenze; i giuristi dicono: more uxorio; altri dicono:
aggregati domestici, unioni libere, compagnie di vita o partnership
o leben partnershaft come in Germania e via di questo
passo. Ma queste dizioni non sono indicazioni di un sostituto della
famiglia, sono indicazioni di un altro tipo di relazioni. Quindi noi
non possiamo dire "sono tutte famiglie"; no, abbiamo delle
relazioni familiari e delle altre relazioni primarie che familiari non
sono perché non hanno la qualità del familiare. E linguisticamente,
infatti, non riusciamo ad articolare la parola famiglia in una maniera
diversa. Il discorso sarebbe ovviamente lungo, perché voi potreste
dire che alla parola famiglia possiamo aggiungere un altro termine. Ma
qui entriamo in cose tecniche: si può parlare di famiglia estesa,
nucleare, di famiglia estesa modificata, ecc., insomma potremmo
articolarla ma la parola "famiglia" rimarrebbe; in quanto
espressione linguistica "famiglia" non è modificabile per
indicare una realtà che può essere un sostituto funzionale della
famiglia.
La seconda ragione per
cui la pluralizzazione è un mito è che si parla di "nuova
famiglia", ma queste nuove famiglie non sono altro che il
risultato della rottura, della frammentazione delle famiglie
normocostituite. Se voi prendere anche le statistiche Istat sulle
"nuove famiglie", queste sono le famiglie di genitori soli
(prevalentemente madri con i loro figli, perché l’affidamento in
caso di separazione e divorzio al 90% va alle madri), sono i single
che in gran parte sono vedovi, oppure famiglie ricostituite. Ma
queste forme - genitori soli, single, famiglie ricostituite -
possiamo chiamarle "nuove famiglie"? In realtà, non sono
altro che condizioni familiari dovute a certi processi di
modificazione delle famiglie normocostituite, ma non sono alternative
ad esse. Possiamo parlare di nuove condizioni familiari o di processi
di modificazione delle relazioni familiari; ma non sono certamente
"nuove famiglie", in questo senso.
La terza ragione per cui
la pluralizzazione è in gran parte un mito, è che le cosiddette
unioni libere – e comprendo con questo termine tutte le forme di
convivenza: eterosessuali, omosessuali, partnership di ogni
genere, living arrangements, come dicono gli americani - non
sono effettivamente un equivalente funzionale delle famiglie. Non
possono avere le stesse funzioni delle famiglie per una quantità di
ragioni, e che questo sia vero lo dicono tutti, anche quei Paesi che
stanno approvando delle leggi di riconoscimento di forme di convivenza
differenti dalla famiglia: Germania, Belgio, Olanda, Francia, ecc.
Tutti dicono: queste forme non modificano in nulla il diritto di
famiglia (fin lì, diciamo, il diritto riesce ancora a fare questa
distinzione; non so quanto sia sostenibile nel lungo periodo sul piano
sociologico; io ho l’impressione che già questi riconoscimenti
stiano influenzando il diritto di famiglia indirettamente, e la
dimostrazione è quanto avviene oggi in Francia e in altri Paesi).
Quello che voglio semplicemente dire è che queste unioni libere -
anche quando sono riconosciute - non sono pensate né tanto meno
legittimate ancora come equivalenti funzionali della famiglia, bensì
sono dei tipi sostanzialmente differenti di relazioni primarie. Per articolare la pluralità,
bisogna distinguere tra famiglie in senso proprio (quelle
normo-costituite), famiglie in senso analogico (famiglie di
fatto, basate su effettive somiglianze, anche se mai complete)
e famiglie in senso metaforico (basate su pure similitudini,
come le unioni o convivenze fra persone qualunque).
Qui entra in gioco anche un po’ il
linguaggio, perché le semantiche della pluralità delle forme familiari
fanno riferimento a tre modi di declinare la famiglia: la famiglia in
senso proprio, in senso analogico e in senso metaforico; e queste tre
declinazioni devono essere tenute distinte altrimenti non ci capiamo più:
la famiglia in senso
proprio è la famiglia normocostituita: uomo E donna uniti da un patto
stabile fra di loro che solitamente chiamiamo matrimonio e i loro
figli;
la famiglia in senso
analogico è una famiglia che presenta delle effettive somiglianze con
la famiglia in senso proprio, anche se queste somiglianze non sono
complete perché ad esempio manca il matrimonio, o perché mancano
figli o altri elementi, cioè non c’è una completezza ma c’è
un’analogia precisa. Quindi noi possiamo parlare di famiglia in
senso analogico, per cui tanti provvedimenti si possono applicare a
questo tipo di famiglia, perché sono realmente somiglianti, hanno
elementi reali di somiglianza.
altra cosa invece sono le
famiglie in senso metaforico: la metafora notoriamente è una forma di
similitudine, non di somiglianza, cioè si evoca un’immagine per
dire qualcosa che ha metaforicamente un riferimento a qualcos’altro,
ma ciò che viene riferito è sostanzialmente diverso. La metafora
sottolinea il fatto che i due termini che vengono messi in relazione
hanno una natura sostanzialmente diversa; quindi dire che ad esempio
una coppia gay è una famiglia o esiste un matrimonio
omosessuale, questo è una metafora, non ha nessun contenuto neppure
di tipo analogico. Dunque noi rileviamo sul piano culturale
l’esistenza di tre semantiche nettamente distinte, perché nessuno
oserebbe dire che quando noi usiamo la parola famiglia in senso
metaforico la stiamo usando in senso proprio o in senso analogico. Una pluralità di famiglie è
sempre esistita (in passato, la varietà delle forme familiari
è sempre stata molto elevata, anche se spesso
"ufficialmente" non riconosciuta). Tuttavia è vero
che oggi la varietà tende a crescere. Come si distingue la
pluralità odierna da quella del passato? Ieri era una
pluralità caratterizzata dalla appartenenza a sub-culture
marginali ed aveva una certa stabilità, oggi la pluralità è
caratterizzata da scelte individuali e da una differenziazione
assai dinamica fra gli stili di vita che la famiglia adotta
nelle diverse fasi del suo ciclo di vita.
Questo ha delle implicazioni evidentemente
anche sul piano operativo, ma è un discorso che noi facciamo sulla base
dei modelli culturali, giuridici, psicologici, ecc., che circolano nella
società. Ora, la pluralità è una questione complessa. La famiglia è
sempre stata plurale: i sociologi, i demografi, gli storici della
famiglia, gli psicologi sanno benissimo che in passato le famiglie erano
diverse, come tipi, in maniera ancora più forte. Se si prende il
censimento italiano del 1936, le realtà di famiglie irregolari - per
varie ragioni storiche peculiari dell’epoca - erano molto di più di
quelle attuali; se andiamo ancora più indietro nel passato gli storici
della famiglia e gli antropologi culturali hanno dimostrato l’enorme
varietà dei sistemi familiari presso le società primitive o le società
semplici, però nessuno ha mai messo in causa la natura, la sostanza, la
peculiarità della relazione familiare in quanto tale. Quello che noi
oggi stiamo facendo è fare avanzare un altro tipo di pluralismo, che
svuota la sostanza della relazione familiare. Nel Rapporto parlo di un
pluralismo indistinto, caotico, che non è più un pluralismo
civilizzatore, cioè non è un pluralismo che contiene quelle istanze
etiche che fanno sì che la relazione familiare sia elemento di
civilizzazione anziché di imbarbarimento (potrei giustificare questo
termine molto forte); in ogni caso voglio dire che la pluralità delle
forme familiari c’è sempre stata in passato, forse era anche più
forte di oggi.
Quello che è certo è che oggi la pluralità
tende ad aumentare perché ci sono delle condizioni diverse del passato.
Ieri la pluralità era dovuta al fatto che le famiglie erano diverse fra
di loro perché appartenevano a subculture differenti; c’era
un’appartenenza subculturale differente e c’era una certa stabilità,
cioè chi stava nella forma familiare di una subcultura ci rimaneva per
tutta la vita o quasi. Oggi invece la diversità, la pluralità è data
dalle scelte individuali, non è più un’appartenenza a una subcultura
ma una scelta fortemente individualizzata ed è molto mutevole nel
tempo, cioè cambia nelle fasi del ciclo di vita della famiglia in modo
tale che effettivamente questa pluralità è più appariscente. Inoltre,
nel passato la pluralità non era riconosciuta ufficialmente, mentre
oggi sono proprio queste forme – se vogliamo – più marginali o
limitate nella società che tendono a essere legittimate, chiedono di
essere riconosciute e legittimate come forme familiari.
Quindi, il contesto è profondamente
diverso, ma la realtà delle forme familiari e della pluralità c’era
ieri come c’è oggi: c’è solo un cambiamento nei modi in cui questa
pluralità chiede di essere riconosciuta. Che tutto questo sia rilevante
sono ben d’accordo tutti gli estensori del Rapporto nel riconoscere
che è diverso il contesto, che la pluralità oggi ha una
caratterizzazione, una richiesta di riconoscimento ben diversa dal
passato: però questo non modifica quella che è la sostanza
psicologica, antropologica, sociologica della famiglia come tale.
La famiglia italiana continua
ad avere delle connotazioni peculiari che la
contraddistinguono nettamente dalla famiglia negli altri Paesi
europei: è fortemente ripiegata su se stessa, dovendo far
fronte ad un ambiente ostile e ad uno Stato sociale ingiusto;
trattiene più a lungo in casa i figli adulti, che si sposano
più tardi e hanno una fecondità sempre molto ridotta.
Ci sono anche ampi dati demografici che
mostrano il fatto che in Italia questa pluralizzazione - anche nei
termini di una semplice diversificazione di tipi di famiglia - è meno
spinta che in altri Paesi europei. E’ vero che c’è una certa
tendenza verso quei processi che caratterizzano in maniera più
accentuata i Paesi occidentali (e quindi anche la crescita dei divorzi e
delle separazioni, che vuol dire crescita dei single, dei
genitori soli, delle famiglie ricostituite) però noi siamo a livelli più
bassi.
Soprattutto, emerge questa qualità
specifica della famiglia italiana che è molto più ripiegata su se
stessa, molto più solidale di quanto non lo sia negli altri Paesi. Il
che ha dei risvolti positivi e negativi: positivi perché mostra
solidarietà ma anche negativi perché diventa iperprotettiva nei
confronti dei figli. I figli vivono più a lungo in casa, si sposano più
tardi e sposandosi più tardi hanno meno figli, perché il tempo della
fecondità si riduce, ecc. Questi sono fenomeni ben noti, ma il punto è
che da questi dati demografici emerge che la pluralizzazione non è poi
così forte. Pensiamo che tutte le forme diverse dalla famiglia
normocostituita comprendono il 10% della popolazione, quindi il 90%
della popolazione vive in famiglie normocostituite – vado per grossi
numeri, non mi soffermo sulle tabelle e su discorsi più raffinati- ma
insomma quando abbiamo questo tipo di percentuali evidentemente la
pluralizzazione è qualche cosa che interessa una parte limitata della
popolazione.
In termini di nuove condizioni
familiari, si può e si deve distinguere fra le forme
familiari autenticamente nuove, perché sono il prodotto di
nuove relazioni di reciprocità fra sessi e fra generazioni, e
le forme familiari che sono nuove solo in senso improprio,
perché sono solo il prodotto di frammentazioni o
ricomposizioni di famiglie normo-costituite. Le indagini sono
spesso tutte mirate sulle seconde, mentre le altre forme sono
sottovalutate e rimangono virtualmente sconosciute.
Dunque bisogna stare attenti quando si
parla di "nuove famiglie", di nuove forme familiari. Nel
Rapporto si dice in che senso questo si può dire, se è giusto, se è
legittimo dirlo dal punto di vista scientifico, e in quale senso non è
appropriato dirlo, perché dire che una madre sola è una nuova forma di
famiglia non è appropriato neanche dal punto di vista scientifico, in
quanto non è un modello alternativo o sostitutivo della famiglia
normocostituita.
Il problema è molto serio: in che modo
riconosciamo la famiglia anche da un punto di vista
pubblico-amministrativo, di welfare? Pensiamo al reddito minimo,
pensiamo al reddito di inserimento, pensiamo ai trasferimenti dallo
Stato alle famiglie in tutti i campi: da quello fiscale al servizio
sociale, all’istruzione, alla sanità, ecc. Lì ci vuole una
definizione, o non ne usiamo nessuna o ci vuole una definizione. E’
chiaro che la tendenza è verso una definizione puramente anagrafica,
nel senso di dire: la famiglia è l’insieme delle persone che
coabitano sotto lo stesso tetto. Lo Stato rinuncia per così dire a
qualificare le relazioni che intercorrono tra queste persone, però è
evidente, da un punto di vista sociologico e storico, che uno Stato che
fa questo è uno Stato che va in bancarotta. Storicamente, tutti gli
Stati che hanno seguito questa strada sono andati verso la bancarotta:
prima o poi hanno dovuto tornare indietro, se non hanno voluto
scomparire o crollare. Perché? Ma perché c’è un criterio di
assoluta "indistinzione"! Noi dobbiamo sapere chi si accolla
le responsabilità del ricambio generazionale, dei patti fra le
generazioni attraverso l’operatore famiglia; chi si accolla la
responsabilità e gli oneri della relazione di coppia in termini di
obbligazioni che scaturiscono da questo tipo di rapporto. Se lo Stato
vuole realizzare solidarietà a livello macro, a livello delle
istituzioni, della società, deve sapere su quale solidarietà fra i
sessi o fra le generazioni può contare, perché se questa solidarietà
non è né presupposta, né ricercata, né incentivata, né
riconosciuta, lo Stato sociale va in crisi dal punto di vista della sua
capacità di solidarietà e di redistribuzione.
Quali soluzioni sul piano
operativo? La regolazione del pluralismo familiare va fatta
coniugando identità e varietà dell’essere famiglia, in
base a due criteri fondamentali: Bisogna distinguere fra
contratti privati e contratti aventi valore pubblico: non si
tratta di 'concedere' qualcosa (di più o di meno) a seconda
delle risorse pubbliche a disposizione oppure a seconda
dell'accettabilità del consenso di opinione pubblica o altri
criteri simili. Una società che si concepisce come aperta e
plurale deve abbandonare il regime concessorio: si tratta di
guardare alla natura delle relazioni familiari e di
promuoverle se e nella misura in cui esse si orientano
all'assunzione di responsabilità interpersonali e sociali.
Ecco perché i criteri che il Rapporto
individua come criteri interessanti da considerare sono fondamentalmente
due;
il primo criterio è il
principio della differenziazione delle relazioni sociali, cioè a
dire: bisogna distinguere le forme familiari da quelle che familiari
non sono Tutte meritano attenzione e tutela, ma un conto sono le
relazioni familiari, un conto sono le relazioni primarie di cura,
amicizia, mutualità; è un altro discorso. Per la famiglia valgono
certe regole, per le altre relazioni valgono altre regole;
secondo punto: il
principio della tutela delle relazioni sociali in base ai diritti e
doveri assunti dai contraenti nella misura in cui sono positivi per la
coesione e la solidarietà sociale. In altri termini: la sfera
pubblica, lo Stato tutela queste relazioni secondo il loro grado di
impegno nei confronti della società, cioè secondo il grado di
funzioni sociali che vengono esercitate da queste relazioni. Bisogna
distinguere i beni meritori - cioè gli interessi e i bisogni che
meritano attenzione e tutela da parte della collettività - da quelli
che sono i bisogni meramente privati. Lo Stato lì ha solo
l’esigenza di stabilire delle regole di equità dicendo: se tu fai
certe cose, ti metti con un’altra persona e la sfrutti, c’è un
problema di equità nei vostri rapporti, ma questo non ha niente a che
fare con le regole che riconoscono nella famiglia dei bisogni
meritori, perché ciò che le famiglie fanno sono funzioni sociali,
cioè la generazione di un bene comune che richiede la tutela della
collettività, cioè il riconoscimento, la promozione da parte dello
Stato. In un'ottica sociologica
attenta alla complessità, il problema sociale che emerge non
è tanto quello della mancanza di riconoscimento pubblico alle
convivenze pattizie, i cui membri individuali godono comunque
dei diritti di welfare, quanto piuttosto nell'assenza di una
politica sociale a sostegno della famiglia come rete di
relazioni solidaristiche nella vita quotidiana. Anziché avere
uno Stato che sussidia la famiglia, abbiamo il paradosso di
una famiglia che sussidia lo Stato e le forme di vita da esso
tutelate.
Che oggi tutto questo non ci sia è
evidente, l’abbiamo detto, ripetuto e documentato in tutto il
Rapporto: oggi la situazione italiana è una situazione perversa. Perché?
Perché abbiamo non lo Stato che sussidia la famiglia, ma abbiamo la
famiglia che sussidia lo Stato; in generale oggi in Italia è la
famiglia che paga per tutte le incapacità dello Stato di redistribuire
il reddito, di organizzare i servizi, di risolvere il debito pubblico,
ecc. Quindi è chiaro che se vogliamo stabilire una società più equa,
più giusta, più solidale, dobbiamo necessariamente adottare questo
tipo di criteri.
QUALE CITTADINANZA PER LA FAMIGLIA
L’altra strada che si prospetta davanti
è quella che chiamiamo cittadinanza societaria, cioè una
cittadinanza nella quale lo Stato non è più neutro, ma in base ai
criteri che ho detto riconosce la specificità delle relazioni sociali e
le tutela in rapporto alle funzioni sociali che esercita; quindi in
questo caso distingue le forme familiari che assumono funzioni sociali
rispetto ad altri tipi di relazioni che sono relazioni fra privati. Se
abbiamo una relazione di unione o di partnership in cui il
contratto che viene stipulato è per far subentrare il partner nel
contratto di locazione, per far subentrare il partner nei diritti
all’eredità, per essere qualificato a prendere decisioni in caso di
infermità o di morte dell’altro partner e cose di questo genere,
questi sono accordi fra privati che possono benissimo essere regolati da
dei patti di tipo privato; non c’è bisogno di leggi e di interventi
di regolazione dello Stato. Lo Stato – come ho detto prima –
sorveglierà, tutelerà solo il fatto che ci siano regole di equità in
questo, ma non dovrà mettere un timbro su queste cose perché queste
cose restano dei patti privati, dei contratti di tipo privato. Quello
che lo Stato e la collettività devono fare è invece riconoscere e
promuovere quelle relazioni che si assumono degli obblighi pubblici e
delle funzioni di tipo sociale: questa è la cittadinanza di tipo
societario, perché riconosce un carattere originale alla famiglia,
riconosce la soggettività sociale delle famiglie che esercitano delle
funzioni a beneficio dell’intera collettività e non solamente con una
regolazione di interessi privati che desiderano una giusta tutela, ma
una tutela che deve essere perseguita in altro modo rispetto a quella
delle famiglie. Quindi, distinguere i due campi della famiglia e delle
altre relazioni è un compito non solo dell’analisi scientifica, come
abbiamo cercato di fare, ma anche delle politiche sociali e della
legislazione. Vi ringrazio per l’attenzione.
Gianfranco
Fabi
La realtà familiare è qualcosa che di fronte a una
società così come si è andata evolvendo è profondamente penalizzata;
questo lo si vede nei numeri del Rapporto, lo si vede nella realtà
italiana, in cui le famiglie tendono avere sempre di più una
connotazione dispersa, magari pluralista, ma in cui non riescono ad
essere un fattore di crescita. Questo è un elemento quantitativo e
qualitativo nello stesso tempo. Una famiglia che non riesce ad essere
elemento di crescita (infatti ha il tasso demografico più basso del
mondo, e i figli tendono a restare nella famiglia più a lungo che in
altre realtà) diventa qualcosa che si autoprotegge, si autodifende, non
diventa un elemento della società aperta.
Ecco, su questi fronti è importante non tanto
riflettere per adattare le politiche del welfare, per adattare le
politiche sociali a una dimensione familiare che si sta evolvendo in
questo modo, ma cercare di capire che con certe politiche del welfare,
con certe politiche sociali, si può invertire una tendenza, si può
ritornare, anzi si deve ritornare a valorizzare quello che è
l’elemento centrale della società. Non basta che questo sia scritto
nella Costituzione, bisogna che diventi una realtà di fatto, nei
contenuti della politica. Proprio per confrontarci su questi contenuti,
su queste basi scientifiche su cui ragionare per cercare di essere
attivi all’interno di una politica sociale, economica, del welfare
familiare, è importante la riflessione sugli elementi di fondo. Per
questo lascio la parola a... Paolo
De Sandre
Ringrazio inoltre per avermi invitato, immagino,
anche come responsabile della Seconda Indagine sulla fecondità e sulla
famiglia negli anni Novanta, nell’ambito del progetto della
Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite di Ginevra, che
in questo caso mostra sensibilità per gli aspetti di natura sociale.
Le linee del Rapporto - che io ho letto - sono
quelle enunciate da Donati. La prima è una linea di tipo osservazionale
(e sarà su questa che io farò qualche notazione particolare) che
sottolinea di fatto la centralità e la dominanza della famiglia
coniugale e riproduttiva in Italia. La seconda invece è più di tipo
filosofico, normativo, teoretico e poi politico, e tende invece a dire:
occorre difendere sul piano semantico, sotto il profilo simbolico, sotto
il profilo normativo-giuridico, sotto quello del welfare, la famiglia
coniugale con patto stabile, riproduttiva, ecc., distinguendola bene
dalle altre forme. Su questo secondo aspetto io ho meno cose da dire.
Del resto, ci saranno altri interventi e quindi mi limiterò a fare
qualche notazione problematica che merita – secondo me – ulteriori
riflessioni nell’ambito della meritoria opera relativa a questi
Rapporti. C’è ancora, secondo me, materiale prezioso su cui scavare.
Per quanto riguarda la prima linea di osservazione
sulla centralità e la dominanza della famiglia coniugale, riproduttiva,
stabile, che conviene distinguere da altre forme familiari, io condivido
la descrizione che voi troverete, in particolare nel capitolo di
Blangiardo, sulle caratteristiche strutturali della vicenda italiana in
confronto con altri Paesi. Evidentemente, quando parliamo di famiglia
mettiamo in campo tutte e tre le dimensioni, quelle più volte
enunciate: quella eterosessuale – e in questo senso non mi occupo
degli aspetti omosessuali – quella del patto di coppia, dell’aspetto
quindi matrimoniale che fa tradizionalmente un patto unico, stabile, e
la dimensione della prolificità.
Il punto richiamato da Blangiardo, che secondo me è
bene tenere presente per cercare di monitorare la vicenda familiare in
Italia, è che ciò che si sta verificando ormai molto vistosamente da
qualche decennio (dagli ultimi cinquant’anni – diciamo – nei Paesi
europei, ma che ha la sua origine - per paesi come la Francia e
l’Inghilterra - da duecento anni a questa parte) e che i demografi
hanno chiamato "la seconda transizione demografica", è
qualcosa che riguarda in particolare la dimensione riproduttiva e quella
del fare coppia. A partire dalle società scandinave e anglosassoni, ciò
che si è verificato recentemente è una evoluzione dei comportamenti
sia per quanto riguarda il processo riproduttivo che il fare coppia e,
cosa ancora più rilevante, queste dimensioni si sono verificate come
relativamente indipendenti tra di loro. A differenza di quanto è
scritto nel Rapporto, i Paesi che hanno attualmente la fecondità più
elevata sono i Paesi nei quali fare coppia è maggiormente
differenziato. Credo che voi sappiate che in Svezia più del 50% dei
bambini sono nascite naturali, e che la stragrande maggioranza è
all’interno di coppie di fatto, di coppie consensuali. Quindi è stata
in qualche misura sconfitta la cosiddetta tesi femminista della maternità
esclusiva della donna, e sta trovando invece ampia cittadinanza questo
tipo di forma di convivenza. In Paesi vicini al nostro, come la Francia,
ormai le nascite naturali hanno raggiunto non già i nostri livelli
dell’8 – 9%, ma del 30% e oltre.
La differenza semmai, come è ben evidenziato anche
da Blangiardo, è che in Italia – ma è una constatazione che ci
unisce ad altri Paesi mediterranei – il cambiamento è molto più
netto sotto il profilo riproduttivo mentre è molto contenuto sotto il
profilo dei comportamenti di coppia. Questo ancor più in Italia che in
Spagna. In Italia c’è una combinazione, una dipendenza tra il modo in
cui avvengono i cambiamenti sul fronte della riproduzione e quelli sul
fronte delle forme coniugali. Il punto, la questione per la quale io
raccomando attenzione anche in futuro, è se questa nostra situazione (e
in parte quella dei Paesi mediterranei) è strutturale e permanente,
oppure se si tratta di un gap temporale.
A me sembra che siccome anche nel nostro Paese è in
atto una segmentazione dell’intero processo sessuale, coniugale,
riproduttivo, cioè in qualche misura una gestione parzialmente
separata, bisogna che andiamo a fondo riguardo questo tipo di
situazione, cioè che non ci fermiamo al dato esterno di tipo
demografico che aggrega e disaggrega le forme in funzione delle
relazioni percepibili e rilevabili, bisogna che andiamo un po’ più a
fondo per capire cosa sta avvenendo e come andranno le cose.
Sicuramente, sotto questo profilo anche i Rapporti precedenti (penso ad
esempio al Quinto, sui ruoli di genere) hanno dato dei contributi, ma
sono tutt’altro che conclusi.
Le vicende e le trasformazioni dei comportamenti dal
lato della dinamica delle donne è appena iniziata. La parificazione dal
punto di vista dell’istruzione delle ragazze rispetto ai maschi in
Italia è iniziata negli anni Ottanta e si sta realizzando negli anni
Novanta, quindi le forme, i comportamenti lavorativi e via dicendo,
saranno il frutto di ciò che sta avvenendo adesso, non di ciò che è
avvenuto ieri. Bisogna che evitiamo di fare analisi trasversali,
credendo di anticipare il futuro.
L’altro aspetto collegato è che questa dimensione
sessuale, coniugale e riproduttiva, è il luogo, l’ambito della più
penetrante autonomia normativa dei singoli. Quale che sia il progetto
educativo, politico, normativo che noi abbiamo, i singoli non è che
"rivendicano" un loro ruolo nella costruzione delle vicende
familiari: sono di fatto i primi attori delle vicende familiari. Quindi
l’attenzione e i comportamenti individuali non hanno niente a che fare
con una ipotesi o una tesi di tipo individualistico: bisogna fare quello
che i singoli fanno, anche se può essere benissimo una convenzione
politica, ma è anzitutto un riconoscimento che queste dinamiche sono
vissute, realizzate, attualizzate dai singoli.
Vorrei solo richiamare velocemente qualche aspetto
che non è affrontato nel testo, o che è stato variamente accennato ma
che può avere ulteriori sviluppi, riguardante proprio questa sorta di
segmentazione di autonomia nel vivere e nello sperimentare le varie fasi
che portano a determinate configurazioni del momento familiare.
Il primo fattore di cui non dobbiamo dimenticarci è
che tutta la vicenda del contenimento delle nascite, del crollo della
natalità per noi è una vicenda recente. Questo contenimento delle
nascite ha generato e genera cambiamenti nel modo vivere la sessualità,
il controllo della sessualità rispetto alla riproduzione e le unioni.
Le crisi di identificazione dei vari modelli comportamentali che ci sono
state trovano la loro genesi - almeno cronologica - nel fenomeno della
caduta delle nascite. Ma anche lo statuto del figlio è in cambiamento,
non solo nel senso che c’è una riduzione estrema delle nascite.
Voi sapete che praticamente i Paesi mediterranei,
insieme a quelli dell’ex-Unione Sovietica, ormai hanno una
fecondazione corrente di 1,2 figli per donna. Da noi questa fecondazione
così bassa è combinata con un desiderio di figli relativamente
elevato: 1,9 nel nord Italia, 2,3 nel sud. Quindi, c’è un grosso
divario che persiste tra aspettative, desideri e realtà. Oltre a questo
aspetto – dicevo – c’è il fatto che l’accettazione delle
gravidanze non è incondizionata, e questo rientra nello statuto del
figlio. Su un campione di cinquecento persone, interpellate
sull’aborto, l’80 – 85% delle donne e degli uomini in età 20-49
anni si dichiarano favorevoli all’aborto se a rischio c’è la salute
della madre e l’integrità del figlio. L’orientamento a
un’accettazione condizionata della prole è quindi quasi unanime,
anche se in Italia non si desidera che i figli nascano fuori dal
contesto matrimoniale, cosa che invece è pressoché indifferente nei
Paesi scandinavi, in Inghilterra e in Francia.
Sulla questione dell’autonomia per quanto riguarda
il patto coniugale, credo che ci sia strada per andare oltre il
contributo di Rossi e Carrà: non è solo questione di cambiamenti, di
spostamenti, di rinvio della scelta del matrimonio e della fecondità,
c’è un modo di organizzare, di affrontare il cambiamento attraverso
una sorta di impaginazione della famiglia, dei genitori, che però ha
moltissime conseguenze. Non sappiamo ancora quali: di quelle sulla
fecondità e sui matrimoni cominciano già ad avere sentore, ma non
sappiamo cosa significhi dal punto di vista della gestione,
dell’opportunità, della responsabilità e della concezione del
matrimonio.
Nel Rapporto si dice: i matrimoni civili sono una
rarità: non è mica vero. I matrimoni civili sono arrivati in alcune
regioni al 30 – 40%. C’è una gestione diversa. L’anno scorso è
stata fatta un’indagine sulle unioni consensuali a Milano che dimostra
come l’intensità della nuzialità legale - delle prime nozze – è
inferiore alle prime unioni consensuali. Allora in Italia il modello
medio è quello che è; nel sud è caratterizzato in un modo, al nord in
un altro. Ci sono questi indizi, che non possono non essere monitorati.
Non sono in condizione di dire altro se non che, se
è vero che da noi c’è questa modifica dei comportamenti, questa è
fatta mantenendo la dipendenza tra la forma matrimoniale legale, non
solamente religiosa, e la prolificazione. Se questo è vero, però, si
pone il problema se noi non abbiamo una struttura familiare che sta
entrando in cortocircuito, che sta producendo anoressia. Le stesse
dinamiche evolutive che seguono: l’istruzione maggiore della donna, il
doppio lavoro uomo-donna, vanno seguite per quello che significano. Meno
male che l’Italia realizza esperienze con prudenza, venendo dopo altri
che hanno sperimentato aspetti anche traumatici, ma non è detto che non
valga la pena di proseguire le riflessione. Gianfranco
Fabi Professor
Fulvio Scaparro Noi adulti
potremo decidere di farci una famiglia su misura, come ci pare, ma se ci
mettiamo dal punto di vista del bambino, del neonato, l’ultimo
arrivato nella catena evolutiva, esistono delle attese abbastanza
precise sull’ambiente che lo dovrebbe accogliere. Sto parlando in
termini adulti, il neonato non può esprimersi in questa maniera. Però
c’è una storia della specie, almeno su questo qualcosa sappiamo, non
tanto ma è già qualcosa. A questo punto noi possiamo immaginare che il
neonato non possa farsi una famiglia su misura, non ne ha la possibilità,
deve prendere quello che trova. Però per sopravvivere ha bisogno di
alcune cose che sono essenziali, nel senso che senza di esse non si
campa, non si cresce fisicamente o psicologicamente. Se noi partissimo
da questo, forse potremmo essere più in grado di fare delle scelte su
chi tutelare, quando e come vale la pena che uno Stato tuteli qualcuno. Un bambino
chiama famiglia non soltanto ed esclusivamente quei genitori che si sono
sposati in una chiesa; chiama famiglia quelli che si sono occupati e si
occupano di lui, che sono presenti, che sono attendibili, che sono
stabili. E da questo punto di vista dobbiamo porci il problema se questo
bambino con questa sua idea di famiglia debba essere tutelato anche
dallo Stato, cioè debba poter vedere protetti quelli che sono i suoi
diritti. Dopodiché ne possiamo discutere - e secondo me facciamo bene a
farlo - se può essere pericoloso un tipo di famiglia piuttosto che
un’altra, se ci piace o non ci piace, dove stiamo andando e dove
andremo a finire. Su questo non ho dubbi: è nostro diritto preferire
una famiglia piuttosto che un altro tipo di famiglia, ma dal punto di
vista del bambino il concetto di famiglia è molto più ampio di quello
che noi molte volte esprimiamo. Questo,
chi conosce i bambini e li studia lo sa. Quindi io credo che quando
parliamo di diritti relazionali del bambino, dobbiamo non soltanto
pensare alla relazione dal punto di vista dell’adulto, ma anche da un
punto di vista che molte volte è trascurato dai nostri studi e anche
dai nostri incontri. Per esempio che noi, come esseri viventi, siamo
sempre un sistema complesso fisicamente e fisiologicamente, e il nostro
sviluppo è una costruzione gerarchica di sottosistemi, di organi, di
cellule, di molecole , di strutture subcellulari: l’insieme di questi
funzionamenti differenziati ha una funzione di organizzazione basilare
che dà stabilità. Scientificamente si studiano in maniera sempre più
approfondita i molteplici sottosistemi, ma non è certo la conoscenza
che noi abbiamo di essi singolarmente che ci fa comprendere la funzione
globale del sistema, che è un sistema di relazioni. Noi siamo fatti di
relazioni e quando nasciamo abbiamo bisogno di relazioni, senza
relazioni noi non campiamo. Il genoma stesso è un sistema di relazioni
e non può essere pensato solo atomisticamente come geni singoli in
tanti rapporti lineari di causa-effetto. Quindi il sistema essere umano
si apre all’ambiente per interagire, e già il genoma è
un’apertura. L’apertura poi diventa sempre più grande, passando dal
genoma all’insieme dei funzionamenti e dei sottosistemi
dell’organismo e ai comportamenti globali dell’individuo. Lo
sviluppo in quanto organizzazione, costruzione gerarchica dei
sottosistemi, adattamento, ricerca di indipendenza, autonomia, è un
processo modulare, esprime un meccanismo basico di modulazione delle
relazioni che vanno formando il sistema individuo. Lo possiamo
descrivere in tappe, stadi, ecc. Ogni essere umano quindi va visto come
prodotto dei rapporti e delle relazioni nelle quali - sin da quando è
generato - si è faticosamente costruita la sua individualità. Quindi
le relazioni non sono qualcosa che troviamo nella cultura, ce le
portiamo dietro: siamo relazionali per concezione. Questo ci
porta a rivedere una dicotomia un po’ vecchiotta che è quella tra
diritti individuali e diritti collettivi, e ad introdurre la categoria
dei diritti relazionali, che mi sembrano connessi strettamente con la
famiglia e le sue trasformazioni, come nodo fondamentale in cui si
confrontano nella quotidianità i diritti del singolo e i diritti della
collettività. Questo è particolarmente vero per i bambini e i ragazzi,
rispetto ai quali il nucleo familiare rappresenta l’ambiente, lo
spazio e il tempo in cui prende avvio il processo di sviluppo, e con
esso l’apprendimento relazionale dell’esistenza delle dipendenze,
dell’indipendenza, dei vincoli imposti, delle possibilità offerte e
dei limiti dell’autonomia individuale. In questo senso, poiché
parlare di diritti relazionali significa cogliere la connessione fra i
diritti dei singoli soggetti nella famiglia, considerando i diritti e i
doveri dei soggetti in crescita nella prospettiva della piena tutela del
loro sviluppo fisico, psichico e relazionale vengono richiamati i
diritti e i doveri di tutti i membri della famiglia stessa, e in
particolare dei genitori. Evidenze
storiche ed empiriche hanno a più riprese sottolineato l’importanza
della rete dei rapporti primari del bambino, e occorre in effetti tenere
presente che la famiglia - nella sua specifica dimensione strutturale e
valoriale - attraverso i modelli e le forme di vita espressi nella sua
evoluzione risulta strettamente legata all’immagine dell’infanzia
che essa stessa giunge a rappresentarsi e a riproporre a livello
sociale. L’infanzia – lo sapete bene – a sua volta ne riceve
impronte che rimangono e che ne determinano benessere o difficoltà di
adattamento, serenità o squilibri, turbamenti e sofferenza. Il modello
tradizionale di famiglia basato sulla divisione dei ruoli maschili e
femminili, e in particolare dei ruoli genitoriali, ha attraversato,
attraversa e attraverserà crisi complicate e complesse. Da quando io
sono al mondo, ma soprattutto da quando sono nel mondo delle relazioni
esterne alla famiglia, come tutti voi ho visto nascere e morire la
famiglia più volte. Se guardo soltanto la stampa che ho raccolto da
anni nel mio studio, è una strage; la famiglia è morta non so quante
volte ed è rinata; i nuovi padri, i nuovi fratelli, i nuovi figli,
pure. Da questo punto di vista c’è molta vitalità, perché poi come
nelle storie dei cartoni animati, tutti poi rinascono di nuovo. Allora
andiamo un po’ a vedere quanto c’è – non posso dire di immortale
– comunque diciamo di ragionevolmente duraturo. Io penso che da questo
punto di vista la famiglia, come ambiente che accoglie questo essere
relazionale, ha un futuro necessariamente duraturo, perché lo trovo
strettamente legato: primo, alla nostra sopravvivenza, e in secondo
luogo anche alla nostra crescita individuale e sociale. Possiamo dunque
affermare che è vero che sta cambiando il contesto familiare in cui i
figli vivono il proprio sviluppo. A questo proposito mi sembra
importante richiamare l’attenzione sul fenomeno delle unioni libere,
senza vincolo matrimoniale, che esprime una concezione della famiglia
diversa rispetto alla tradizione non lontana. D’altro canto sono anche
in aumento le separazioni e i divorzi. Io però penso che questo non
significhi un rifiuto dell’idea di famiglia, perché secondo me si può
portare in tutte queste situazioni l’idea di famiglia che è quella
che ci portiamo dentro, come desiderio e come bisogno cioè di figure
stabili che mi aiutino a crescere, che mi accolgano, mi curino e mi
spingano verso l’autonomia e l’indipendenza. Questi tre aspetti
della famiglia noi ce l’abbiamo nel sangue, anche quando ci va male
nella vita; se io soffro, soffro anche perché questo mio desiderio non
si può realizzare. Quello che
noto, nel breve spazio della mia esperienza, è invece l’insofferenza
per la convivenza, ma soprattutto l’incapacità ad impegnarsi nella
cura di una relazione coniugale affinché duri nel tempo. Quello che
veramente vedo di preoccupante, è questo arrendersi rapidamente alle
difficoltà. Questo credo veramente che sia qualcosa che non abbiamo
preso forse non tanto dai nostri padri, ma certamente non dai nostri
nonni, che erano capaci di battagliare per far durare, e lo ritengo
veramente un aspetto preoccupante. Allora se
è fondato quanto ho detto a proposito della fondamentale concezione
relazionale dell’essere umano, le trasformazioni in atto della
famiglia dovrebbero essere valutate anche tenendo presente i diritti
relazionali dell’infanzia, come del resto noi siamo tenuti a fare,
perché vincolati da una Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia che
noi abbiamo sottoscritto e che è centrata sui diritti relazionali.
Quando non ci occupiamo di questo e facciamo troppi distinguo tra nuclei
familiari accettabili e non accettabili - possiamo farlo, per fortuna
siamo liberi di pensarla come vogliamo - dobbiamo anche dire che usciamo
fuori da questa Convenzione, che invece è centrata proprio su queste
centralità e su una concezione della famiglia molto ampia, anche entro
limiti che magari a noi possono sembrare non accettabili. Gianfranco
Fabi Professor
De Sandre Gianfranco
Fabi Dottor
Scaparro Gianfranco
Fabi Cisf - Codice fisc/P.
Iva 05023630964 |
|
||||||||||||||||