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DIMENSIONE FAMILIARE
E SERVIZI SOCIO-SANITARI.
Riflessioni a partire dalla Legge quadro per la realizzazione
del sistema integrato di interventi e servizi sociali
(L. 328/2000) Seminario di studio
Con il Patrocinio della Presidenza del Senato Martedì 6 febbraio 2001
Sala "Ex hotel Bologna"
Via di S. Chiara - ROMA
Sintesi
degli interventi
Il seminario ha l’obiettivo di analizzare la relazione tra famiglia e servizi socio-sanitari nello specifico della malattia mentale, in un periodo di rilevanti
trasformazioni dell’assetto complessivo dei servizi alla persona, così come si sta configurando a partire dalla nuova legge quadro sui servizi
socio-assistenziali, in forza del più generale trasferimento di poteri, competenze e responsabilità dal governo centrale alle Regioni e agli enti locali, fino a
considerare le conseguenze della recente chiusura degli ospedali psichiatrici.
Martedì 6
febbraio 2001
Come costruire servizi "a misura di famiglia"
Per la promozione e tutela della salute mentale?
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Mattina
9.30 – 10.00 |
Registrazione
partecipanti |
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10.00 – 10.30 |
Saluti e avvio dei lavori
Sen. Nicola Mancino, Presidente del Senato
Virgilio Melchiorre, Presidente del Comitato Scientifico Cisf |
| 10.30 – 11.00 |
Intervento di apertura:
Corrado Pontalti, Professore associato di psicoterapia, Servizio di
psicoterapia familiare, Università Cattica, Roma |
| 11.00 – 13.30 |
Tavola rotonda:
Come costruire servizi "a misura di famiglia" per la promozione
e tutela della salute mentale?
Coordina:
Corrado Pontalti,
Intervengono:
Ombretta Fumagalli Carulli,
Sottosegretario al Ministero della Sanità
Maurizio Andolfi, Ordinario di psicodinamica dello sviluppo e delle relazioni familiari, La Sapienza, Roma
Giovanni De Girolamo, Coordinatore
Progetto nazionale salute mentale, Istituto Superiore di Sanità, Roma
Franco Fasolo, Direttore dipartimento salute mentale azienda ULSS 15 Alta Padovana,
Padova
Ruggero Piperno, Primario del Modulo dipartimentale ospedaliero, Ospedale Nuovo Regina Margherita, Roma
Anna Rosa Andretta, Presidente Associazione
D.a.psi.gra., Roma
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Pomeriggio
15.30 – 18.00
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Tavola rotonda:
Famiglia e servizi socio-assistenziali nel nuovo quadro normativo
Introduce e coordina:
Pierpaolo Donati, Ordinario di Sociologia della famiglia, Università degli Studi, Bologna
Intervento di apertura:
Paola De Nicola, Docente di
Sociologia della famiglia, Università di Verona Intervengono:
Livia Turco, Ministro per la
Solidarietà Sociale
Mimmo Lucà, Ds-Ulivo
Alberto Michelini, Forza Italia |
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18.00 – 19.00
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Dibattito
Interventi di:
Marida Bolognesi, Presidente
Commissione Affari Sociali, Camera
Francesco Carella, Presidente
Commissione Igiene e Sanità, Senato
Carla Mazzuca Poggiolini,
Presidente Commissione Infanzia, Senato
Maria Pia Montiferrari, Presidente
Convol, Conferenza Permanente Presidenti Associazioni e Federazioni
nazionale di Volontariato
Edoardo Patriarca, Portavoce del
Forum Permanente del Terzo Settore
Luisa Santolini, Presidente del
Forum delle associazioni familiari |
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"La famiglia, come campo relazionale tra individui, fondante una cultura specifica, è diventata particolarmente opaca al
Sociale". C. Pontalti, F. Fasolo, Dimensioni familiari e comunitarie del disagio
psichico: quale cultura dei servizi per quale benessere?, in P. Donati (a cura di),
Famiglia e società del
benessere. Sesto Rapporto Cisf sulla famiglia in Italia, Ed. San Paolo, 1999.
 Sintesi
degli interventi
Mattina
CORRADO PONTALTI
Il rischio di una nuova
istituzionalizzazione della sofferenza mentale "Sono
tuttora molto evidenti forze che tendono a mantenere l’emarginazione e
l’esclusione della sofferenza mentale; molte delle innovazioni per cui
abbiamo lottato rischiano di essere oggi utilizzate in realtà per nuove
manicomializzazioni; questo è un allarme sociale che vogliamo segnalare
con forza".
Solitudine della famiglia prima della
cronicizzazione: quale intervento precoce in adolescenza?
"Ogni disagio mentale non inizia nel
momento in cui entra in contatto con i servizi psichiatrici; se noi
studiamo prospetticamente i casi, vi sono sempre contatti precedenti, con
gli psicologi della scuola, o consultori o colleghi del privato o anche
con servizi materni infantili.
Se consideriamo l'area dell'infanzia e
adolescenza, scopriamo che quest'area della prevenzione in genere si
colloca non in un pensiero del familiare, ma in genere in
contrapposizione. Si applicano, purtroppo, quasi sempre modelli
interpretativi che, quasi in una sorta di automatismo, attribuiscono ai
genitori o alle famiglie la causa della patologia mentale, del disagio
soprattutto in infanzia e adolescenza. Questa solitudine della famiglia,
dei genitori, è diversa dalla solitudine della famiglia che, in seguito,
deve gestire situazioni che si sono cronicizzate, più in là nel tempo,
quando i ragazzi hanno 20, 25, 30 anni.
Non siamo più abituati a guardare quella
fascia di età come luogo possibile della patologia, e non a studiare le
tappe che hanno portato a quell'età, a quegli anni. In quegli anni
scopriamo, dialogando con le famiglie, che tutte le famiglie si sono
sentite sole, che si sono sentite accusate dagli operatori. E questo è un
problema enorme, perché tocca le età della prevenzione".
Il bisogno di una collaborazione profonda
tra operatori e famiglia, oltre l’attribuzione di colpa….
"Anche i nostri modelli tendono a dire
(lo vediamo anche sempre in televisione, gli esperti): "Accade
qualcosa perché manca il dialogo in famiglia", c'è questa idea
che la sofferenza abbia una linearità causale così diretta in qualche
manchevolezza dei genitori (tipicamente della madre o della relazione);
questa dimensione permea tutti i nostri modelli interpretativi ed emerge
in maniera particolarmente dannosa in questa fascia di età, dove sarebbe
invece possibile una collaborazione profonda, che a mio parere darebbe una
prevenzione estremamente più ricca e ampia di quanto riusciamo a
fare".
"C'è una fase precedente che dobbiamo
assolutamente rimettere in osservazione profonda come operatori per la
salute mentale; perché quando noi ripercorriamo le storie vediamo che
alcuni arresti, alcune difficoltà sono molto precedenti, e non sono state
gestite nel momento in cui avvenivano, e arrivano quando ormai le
difficoltà di vita hanno già creato quella che noi chiamiamo
"cronicizzazione dell'età".
Ombretta Fumagalli Carulli
IL DISEGNO COMPLESSIVO DEI SERVIZI PER LA
SALUTE MENTALE
-Piano Sanitario 1999-2000
"il piano sanitario
nazionale 1998-2000 (è in corso di elaborazione il piano 2001-2004)
indicava, tra i sei interventi prioritari in ambito di salute mentale, l’adozione
di programmi di aiuto alle famiglie con malati mentali, per
"sostenere (sono parole del piano) i gravi carichi assistenziali che
si affrontano quotidianamente". Quindi già nel piano sanitario
nazionale viene avvertita l'importanza che per intervenire nell'ambito
della salute mentale è prioritario un programma di aiuto alla famiglia.
Si tratta di vedere, ne abbiamo anche discusso nella prima conferenza
nazionale sulla salute mentale, come fare per i malati mentali che non
hanno famiglia, perché anche questo è un problema".
-Progetto obiettivo 1998-2000
"il secondo strumento
istituzionale è il progetto obiettivo 1998-2000: il rapporto
famiglia-salute mentale nel progetto obiettivo viene ad essere presente in
diversi punti, è quasi un po' un filo rosso che lega diversi aspetti.
Anzitutto il progetto obiettivo dichiara tra gli aspetti problematici
"l'importanza di sviluppare la collaborazione con le associazioni dei
familiari, riconoscendo nel ruolo attivo il valore fondamentale, come
risorsa al fianco delle équipe dei servizi". Inoltre, il progetto
obiettivo pone tra i cinque obiettivi di salute "la salvaguardia
della salute mentale e della qualità di vita del nucleo familiare del
paziente".
"Resta però una domanda aperta: quanti
dipartimenti della salute mentale hanno attuato le norme? Su questo
interrogativo ho già chiesto che il Ministero della Sanità faccia la dovuta
verifica, non per stigmatizzare quanto eventualmente non è stato
fatto, ma per riproporre nuove linee che cerchino di colmare le lacune che
abbiano eventualmente impedito l'attuazione di quello che era un nostro
progetto obiettivo".
-Coordinamento interministeriale
sull'integrazione sociosanitaria
"Terzo momento
istituzionale di attenzione del rapporto famiglia-salute mentale è
indubbiamente l'atto di indirizzo e coordinamento interministeriale
sull'integrazione sociosanitaria. Nell'atto di indirizzo si sostiene che
"la tutela delle persone affette da malattie mentali è a carico del
servizio sanitario nazionale per il 100% tramite prestazioni terapeutiche
e riabilitative di tipo ambulatoriale, domiciliare, semiresidenziale e
residenziale". Quindi l'attenzione a una tutela anche attraverso le
prestazioni terapeutiche è un'attenzione piena, il carico del servizio
sanitario al 100% è significativo di una volontà dell'ordinamento
sanitario in generale e di quello sociosanitario di considerare tutto
questo settore come settore prioritario, in conformità del resto a quanto
è detto nel progetto obiettivo 1998-2000".
-Comitato nazionale di bioetica e
salute mentale
"il quarto momento di
attenzione istituzionale è il comitato nazionale di bioetica sulla
salute mentale, che nelle raccomandazioni del 24 novembre 2000 chiede
di "assicurare alla famiglia un supporto sufficiente ad assicurare in
collaborazione con l’équipe curante un ruolo attivo nel programma
terapeutico riabilitativo del congiunto in un percorso di autonomizzazione
dello stesso".
LA PRIMA CONFERENZA NAZIONALE SULLA SALUTE
MENTALE
"il lavoro che nella Prima Conferenza
Nazionale sulla Salute Mentale abbiamo impostato con le famiglie e per le
famiglie si è modificato già all'interno della conferenza da un
orientamento chiamiamolo unidirezionale ad un orientamento invece
bidirezionale. Siamo cioè passati da un orientamento di attività
psicoeducazionale, oppure di sostegno decisamente terapeutico indirizzato
alla famiglia, quindi di direzione unica, a un orientamento invece
bidirezionale, nel quale le famiglie giocano un ruolo di risorsa attiva
e di protagonista sul piano terapeutico. Quindi un coinvolgimento che
ci sembrava nel passato essere stato fatto forse in modo frammentato, ma
che deve caratterizzare il lavoro che da qui in avanti deve essere
fatto".
Franco Fasolo
Il distretto e caratteristiche del
territorio
"Un aspetto del grande
impegno che da ormai vent'anni caratterizza l’intervento territoriale
sulla salute mentale nella riguarda l’entrata in vigore del D.Lgs.
229/99, che riconosce nuovamente con forza dell'importanza del
distretto.
Per comprendere tale importanza faccio
riferimento ad uno studio svolto nel territorio che noi serviamo; abbiamo
rilevato che c'è una parte del nostro territorio con un alto tasso di
utilizzo del servizio, da parte di molti nuclei familiari che nell'arco
degli anni "producono" pazienti successivi (diversi soggetti con
disagio psichico nelle stesse famiglie), sia per i disturbi psichici in
generale che per disturbi gravi, psicotici in particolare. Inoltre, sempre
da questa zona del nostro territorio, abbiamo anche un alto tasso di
"fughe"; ci sono, cioè, tantissimi pazienti che utilizzano il
servizio ma che anche vanno a chiedere aiuto presso altri servizi. L'altra
parte del territorio presenta invece tendenze opposte (rilevabili anche a
livello statistico-epidemiologico). Con che cosa si correla questo dato,
questa differenziazione?
Non sono emerse, nell’analisi dei dati,
differenze legate al reddito, al livello socio economico, al livello socio
culturale. Si rileva invece che nella prima zona territoriale, quella con
maggiori problematiche, c'è un livello più basso di urbanizzazione, c'è
una minore "stabilità" nei servizi socio sanitari (per esempio
c'è più ricambio di operatori e di assistenti sociali…), e anche la
rete sociale informale, quella organizzata dalle associazioni, dalle
associazioni degli anziani, dalla Caritas è molto meno forte. Questo
dato è importante perché indica dove dobbiamo sviluppare il distretto,
dove dobbiamo andare a rinforzare la rete sociale primaria.
La distrettualizzazione, inoltre, vuol dire
che non è più la generica psichiatria di territorio che facevamo quando
è stata impostata la legge quadro di riforma della sanità, la 833;
adesso finalmente il territorio ha un profilo tecnico operativo elaborato,
sostenibile, anche se deve essere concretizzato.
Salute mentale e associazionismo
familiare: la L. 328/2000
la L. 328/2000, "Legge quadro per la
realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali"
all'art. 16, comma 3 sottolinea l'importanza di dare sostegno,
valorizzazione e promozione alle responsabilità familiari. Quello che è
importante, e mi pare particolarmente da sottolineare, è che all'art. 22,
punto d) la valorizzazione e il sostegno delle responsabilità familiari
sono compresi tra i livelli essenziali di assistenza. Nello stesso tempo,
all'art. 1, comma 3 viene proposta la sussidiarietà orizzontale (sussidiarietà
vuol dire semplicemente coinvolgimento attivo e responsabilizzazione di
diversi soggetti sociali a partire dalle persone e dalle famiglie).
Questo principio viene applicato secondo le
indicazioni già fornite dal D.Lgs. 229/99, che sono in fase di
implementazione (anche dal punto di vista finanziario, come è
necessario), da parte del distretto; un distretto che è quindi promotore
di aggregazione della cittadinanza attiva; il distretto che ormai coincide
con il territorio, ma che in buona misura è tutto da inventare, anche in
considerazione del fatto che quando si parla di salute mentale, occorre
ricordare che la "salute mentale" varia secondo il contesto
evolutivo locale, storico, geografico dei diversi territori".
Ruggero Piperno
Una sofferenza consapevole… "Per
quanto riguarda i pazienti è raro, anche nei casi di maggiore
gravità, che si perda completamente la consapevolezza del proprio stato;
al contrario la maggior parte di coloro che soffrono di una malattia
mentale o di una disabilità, percepisce la propria diversità e le
proprie limitazioni, ed è altamente sensibile all’immagine che gli
altri, specie le persone più significative, hanno di loro. Sono frequenti
sentimenti ambivalenti di umiliazione e colpa e, allo stesso tempo, d’invidia
e rabbia verso il mondo circostante, in particolare verso i genitori o i
fratelli, vissuti come "colpevoli" di aver avuto ciò che a loro
manca, sentimenti ambivalenti di "non-poter-stare-con" e allo
stesso tempo di "non-poter-fare-a-meno-di".
Il rischio dell’isolamento
"Frustrati da relazioni sociali non
accoglienti i pazienti tendono ad incistarsi nella propria famiglia,
spesso unica realtà sociale condivisa. La famiglia, da parte sua, si
isola e viene isolata sempre di più dalla rete amicale, parentale e
lavorativa. Così anche i familiari si trovano soli, spesso in uno
stato di conflittualità tra i partner, che si rinfacciano le
responsabilità di tutto ciò che va male. E’ facile che i genitori si
sentano angustiati da sensi di colpa, sia per aver generato o favorito in
qualche modo il disturbo, sia per non essere all’altezza di fare stare
meglio il proprio congiunto, sia per non riuscire a capire le sue
manifestazioni, sia per la rabbia di doversi costantemente
sacrificare".
"Quindi intorno a queste situazioni si
viene a creare una atmosfera, un campo, non episodico ma quotidiano,
continuativo, che avviluppa, che comprende dentro, che tutti
contribuiscono a creare ma che poi diventa una sorta di creatura a se
stante, che produce ipercoinvolgimento, ostilità, mancanza di calore
affettivo, atteggiamenti eccessivamente critici, che, come è stato più
volte ribadito, e oggettivamente verificato dagli studi sulle emozioni
espresse, non fanno che rinforzare il malessere del paziente".
Evitare la colpevolizzazione
"Ritengo ogni atteggiamento colpevolizzante
doppiamente sbagliato sia sul piano etico perché ingiusto e presuntuoso,
sia sul piano della strategia psicologica perché non porta a nessun tipo
di soluzione. Se riusciremo a fare sentire i disabili e i loro parenti
accettati anche nella loro componente frustrata e negativa, se riusciremo
a svolgere una funzione che è anche consolatoria, la bilancia dell’ambivalenza
potrà più facilmente volgersi verso gli aspetti buoni del rapporto con
se stessi e del legame con gli altri".
La famiglia non è sufficientemente
presente in psichiatria
"Un primo punto generale riguarda l’atteggiamento dei servizi di
assistenza e degli operatori nei confronti dei familiari. Dobbiamo
ribadire con sempre maggiore energia che in psichiatria l’unità di
osservazione non solo non coincide con l’organo malato, ma non coincide
neanche con la persona del paziente e pur senza trascurare gli aspetti
individuali, biologici e psicologici, deve rivolgersi alla situazione o
sistema microsociale e macrosociale che lo circonda.
Ciononostante l’attenzione che le
famiglie ricevono nei servizi sanitari in genere, ma anche in quelli
psichiatrici, appare ancora del tutto insufficiente.
Credo che questo non dipenda tanto da una cattiva volontà, ma da una
limitata formazione sistemica, intesa in senso epistemologico, che tenga
conto dei vari elementi in gioco in una determinata situazione e che aiuti
gli operatori a divenire competenti non solo nelle specifiche aree di
intervento biologica, psicologica e sociale, ma anche nelle loro
intersecazioni relazionali".
Tre livelli di intervento terapeutico
"Il livello biologico comporta una attenzione al corpo, ad
un corpo che il paziente stesso spesso maltratta o disconosce. Comporta un
uso competente dei farmaci che devono essere costantemente monitorati ed
inseriti all’interno di una relazione interpersonale e non al suo posto.
Il livello psicologico comporta la
capacità di condividere empaticamente sia la sorte del paziente che
quella dei suoi familiari, senza dannosi schieramenti da una parte o dall’altra.
L’idea di fondo è che la qualità della vita di ognuno è interconnessa
alla qualità della vita degli altri.
Il livello sociale
ci riporta a delle necessità concrete. Se il lavoro sul piano psicologico
e biologico può infatti aiutare le persone, entro i limiti concessi dal
disturbo, a migliorare la competenza per utilizzare le risorse, vi è l’imprescindibile
necessità di poterne disporre, anche se, per gli effetti della malattia,
non si è in grado di procacciarsele autonomamente. In questo senso
bisogna fare molta attenzione a non confondere la capacità di
utilizzare, oggetto del trattamento terapeutico, con il poter
disporre, che dipende viceversa dall’organizzazione
sociale".
I servizi che mancano: i ritardi della
legislazione "E’ ovvio che al primo posto devono essere messe
le risorse costituite da una appropriata legislazione che appare ancora
carente: basti pensare:
- al travagliato iter della legge sull’amministratore
di sostegno ancora non approvata,
- alla mancanza di quella che all’estero
viene definita una "fondazione famiglia", in grado di
gestire i fondi ereditati dal paziente,
- alla mancanza di una tutela giuridica
che svolga di fatto, attraverso una sorta di curatela, il ruolo dei
familiari in loro assenza.
E’ difficile parlare di risorse
disponibili per i disabili se pensiamo che una persona riconosciuta
invalida al 100% dispone di una pensione, spesso l’unica, di meno di
400.000 £. mensili. Speriamo
dunque che la legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di
interventi e servizi sociali, n. 238/2000, possa essere attuata al più
presto in quanto sicuramente viene incontro a molti di questi problemi.
E’ difficile parlare di risorse
disponibili quando la rete delle strutture residenziali e semi
residenziali, è ancora del tutto insufficiente e precaria sul piano
amministrativo".
Gli aspetti buoni delle relazioni
familiari; gruppi multifamiliari
"La mia personale esperienza mi ha mostrato
l’utilità di lavorare psicologicamente con più famiglie
contemporaneamente, in quanto questi gruppi multifamiliari acquistano
rapidamente una valenza di auto-aiuto, che può contribuire a dare
una risposta al problema dell’isolamento". Strutture
intermedie, svincolo dalla famiglia, vita fra pari
"Eppure queste strutture
intermedie costituiscono il presupposto per uno svincolo dalla famiglia
di origine e per iniziare una vita fra pari. L’esperienza di questi
anni è che questi luoghi per quanto possano sancire una dolorosa
marginalità, se ben gestiti, sono il tessuto indispensabile perché il
disabile possa sentirsi in grado di accettare i propri limiti senza
sentirsi in colpa o inadeguato e di sviluppare al meglio le proprie
possibilità. Le strutture intermedie, quando sono abitate con successo,
rappresentano il luogo dell’appartenenza, che dà sicurezza e punti di
riferimento, dove si tessono le relazioni amicali, interpersonali, a
volte anche amorose, raramente compiutamente sessuali, ma relazioni
vere, possibili sul piano della realtà, reciproche, non legate alla
pena, o al senso del dovere dei sani".
Pomeriggio
Anna Rosa Andretta
La presa di coscienza delle famiglie "Con
orgoglio, ma senza presunzione, sono stata la prima a fondare un
Associazione di familiari in Italia, il 4 Aprile del 1981. Il mio cammino
è stato lungo, faticosissimo perché ho avuto la condizione di dovere
riunire delle famiglie che erano soltanto capaci di esprimere la loro
disperazione; disperazione che io capivo in pieno, sono la sorella di un
malato di mente. Quindi capivo, vivevo intensamente tutti i problemi che
queste famiglie incontrano nella loro disperazione, nella loro
incapacità, nella loro impotenza. Ai primi tempi ci riunivamo anche al
bar, davanti a una tazza di caffelatte o di cioccolato, perché non
avevamo la sede; questo per dire proprio il mio trascorso da pioniere in
questa situazione, poi siamo diventati tanti e questo mi fa piacere,
perché vuol dire che le famiglie hanno preso coscienza, hanno saputo far
valere quelli che erano primariamente i diritti dei loro parenti malati,
secondo poi anche proprio i loro diritti.
Nel momento in cui li chiamo nella pubblica
piazza, nessuno viene, perché dentro l'associazione ci si sfoga, si parla
del loro proprio problema, ma non si ha ancora un concetto globale
dell'argomento che viceversa bisogna portare avanti: le necessità
primarie del malato e le necessità altrettanto primarie, semmai si può
dire in corretto italiano così, anche della famiglia. Ma per quale motivo
non si creano le condizioni per parlare meglio della malattia
mentale?"
C'è bisogna di una corretta cultura della
malattia mentale
"Allora mi era venuta
l'ambizione di acculturare l'Italia, l'Italia del "Grande
fratello", l'Italia delle rappresentazioni televisive dove famiglie
si ricongiungono dopo 40 o 50 anni (ormai ogni programma è su questi
aspetti, su tutti i canali, pubblici e privati). Perché per esempio non
si comincia a fare un po’ di cultura parlando di persone note tipo per
esempio, i pittori; perché non si dice che Annibale Caracci, c'è una
mostra a Roma, è morto di depressione? Perché non si dice che Van Gogh
è morto in un manicomio? Passiamo alla musica: perché non si dice che
Salieri è morto in manicomio? Perché non si dice che Schumann è stato
uno dei maggiori della musica e scriveva i pezzi migliori durante i propri
deliri? Bisognerebbe fare questi programmi e dire alla fine che tutti
questi erano matti. Ancora io ho rispetto della parola "matto".
Rispettare l'uomo così com'è
"Questa è l'immagine che il mondo dà ai
bambini. Tutto bello, tutto buono, guai al mondo se hai un pelo di
traverso, perché devi avere begli occhi, devi avere un bel naso, devi
avere un bel corpo, devi avere tutto questo. Ma la vita non è questa. E
noi tutti qui presenti lo sappiamo molto bene; allora dobbiamo avere anche
rispetto di chi non ha questo favore proprio dato dalla natura, bisogna
rispettare l'uomo, cosa che difficilmente si riesce a fare".
No all'assistenzialismo, si al lavoro
"vero"
L'assistenzialismo non mi piace,
perché questo dare soldi, sempre soldi, diventa un fatto politico,
perché ti do cinque, chi ha bisogno prende molto volentieri cinque e lo
scambio qual è? Quello del voto. Non è l'assistenzialismo che conta in
una situazione come la nostra; bisognerebbe parlare di qualità di vita e
di produttività, perché prima di dare assistenzialismo a una famiglia, a
un malato di mente, bisognerebbe tentarle tutte per vedere se riescono a
raggiungere una qualità di vita per cui possono inserirsi in un lavoro,
ma invece nel campo del lavoro hanno le porte assolutamente chiuse,
neanche un 'assicurazione li assicura per gli infortuni se hanno un
precedente dovuto a un disturbo psichico. E' indispensabile attivarli in
qualche cosa di serio, non a pitturare le statuine del presepio, come si
faceva nel vecchio manicomio. Nella mia comunità riabilitativa, la prima
cosa che ho impiantato, dopo la ricerca di un ottimo psichiatra, è stata
quella di installare una tipografia, dove lavorano. Stiamo stampando tre
riviste scientifiche, abbiamo stampato anche biglietti di auguri per la
Camera, il Parlamento… mi vado a cercare dei clienti, direi, d'élite,
gente pagante…!
Giocare sulla "fessura di
normalità"
Avendo vissuto nella mia famiglia
un dramma di questo genere, nella sua completezza, negli errori e nella
generosità dei miei genitori, sono sempre stata convinta che ogni
malato di mente, anche il più grave, abbia una fessura di normalità e su
quello bisogna giocare, prima di valutare l'entità spasmodica della sua
malattia".
Maurizio Andolfi
Psichiatria infantile /adulti con malattie
croniche
"Vorrei rifarmi al titolo di
questo incontro: Dimensione familiare e servizi socio-sanitari.
Quando noi parliamo della salute mentale noi immediatamente ci riferiamo
alle psicosi, ci riferiamo alla schizofrenia, ci riferiamo agli studi
maggiori, riferiti certamente non ai bambini che affluiscono ai centri di
salute mentale, ma ad adulti, giovani adulti con malattie croniche.
"Ma, a mio parere, si deve considerare
l'individuo nella sua evoluzione complessiva; non si può andare a
prendere "dai
diciotto anni in su"; invece, oggi, in pratica, non si parla dei
bambini, quando si affronta la "salute mentale", perché i
bambini "non sono nel tema".
Questa è esattamente la dicotomia che da
trent'anni io sento, chi si occupa di infanzia è un bambinologo, chi si
occupa di adulti è un adultologo".
Famiglia e fettine d'età
"Differenziare per età è un errore epistemologico, è un errore tra
l'altro che per giunta impedisce di collegarsi alla famiglia, non può
trovare sintonia con la parola famiglia. La parola famiglia non ha
un'età, è fatta di più generazioni, altrimenti non si parla di
famiglia; anche le nuove forme di famiglia, che sono forme di famiglia a
tutti i livelli, devono avere al loro interno almeno due generazioni, per
cui l'età evolutiva e gli adulti, altrimenti perché usiamo la parola
famiglia?
Su questo concetto io sono stato a combattere
nei consigli di facoltà di psicologia, dove la parola famiglia non la
vuole vedere nessuno, per cui si parla di bambini, adolescenti e adulti,
cioè a fettine di età".
Bambino e terapeuta, il resto sta in sala
d'attesa
"Ritengo un crimine vedere un
bambino da solo, anche come paziente, anche nei casi gravi. E' criminale e
lo voglio dire e ripetere in questo contesto, perché si crea un problema,
in questo bambino, molto più grave del suo problema iniziale (che pure
può essere anche grave): si depriva il bambino dei suoi valori di
risorse di crescita fondamentali, i suoi genitori, la sua famiglia.
Paradossalmente (ma non troppo), direi che anche la peggiore famiglia
è migliore di qualsiasi bravo terapeuta infantile; però questo
discorso, che sarebbe anche di buon senso, non esiste, non viene
riconosciuto, perché il nostro modello di intervento per il disagio
infantile (e lo posso dire per conoscenza e coscienza), è legato a
"io terapeuta e un bambino problematico", il resto sta fuori dai
miei modelli di pensiero, dalla mia prassi, sta in sala di attesa o
addirittura non c'è, perché in sala di attesa ci sono le madri che
aspettano il miracolo, la terapia".
Dove sono i padri e cosa vuol dire
Servizio materno infantile
"Ma i padri non ci sono mai
perché sono periferici e questo pone l'accento su un'altra cosa grave,
che è contro il concetto di famiglia; si può chiamare un servizio
"materno infantile", ma il padre dove sta? Il padre non conta
niente, il padre non esiste per definizione, non ho mai visto nei sacri
testi della psicologia infantile che esista il padre, persino Bowlby lo ha
trascurato, con tutte le sue fantastiche ricerche sull'attaccamento e
tutto quello che oggi rappresenta nella nostra cultura, tanto è vero che
il termine "attaccamento" emerge quando si parla di materno, lo
si intende riferito alla "figura con funzioni materne": ma non
ci prendiamo in giro, è la madre la figura materna!
Perché il padre è il padre e non è manco
il mammo, a questo punto; ma dove esiste il padre nei servizi
materno-infantili? Ma dove si ascolta, dove si va a cercare il
padre nei nostri modelli di pensiero e nella pratica? Perché è troppo
impegnato, certo fa comodo dire che è troppo impegnato, è vero, è vero
che chiama sempre la madre, sono anni che io seguo le famiglie, mai chiama
questo benedetto padre, quando chiama siamo quasi preoccupati, è un
problema, perché non chiama mai. Ma allora, il fatto che non chiami, che
non sia il primo a chiedere aiuto, primo dobbiamo chiederci, in una
cultura in cui i figli sono della madre, quando mai potrà chiamare il
padre? Sicuramente se chiama c'è dietro "la madre", che gli
dice quello che deve dire, perché non sa dire bene i problemi; ma non
avete mai visto un padre che porta sei pagine scritte a mano per
ricordarsi tutto?"
L'adozione di pazienti
"Per giunta le adozioni, non
esistono solo le adozioni di bambini italiani o stranieri, esistono le
adozioni croniche di pazienti; sciami di terapeuti infantili, di
assistenti sociali, si adottano pazienti, perché si adottano pazienti?
Perché sono buoni, perché sono sensibili, perché hanno una competenza
anche, perché hanno una capacità di entrare in empatia, in contatto, ma
non si rendono conto che entrando in empatia con quel bambino sta
togliendo la possibilità di farlo connettere a suo padre o a sua madre
perché così "faccio io al posto di quello", e allora noi siamo
così poco sistemici che non vediamo oltre il nostro naso, oltre il limite
del nostro intervento tecnico".
Famiglia risorsa? "Non capiamo
che la parola risorsa della famiglia è come il sesso degli angeli non
esiste nella misura in cui se veramente la famiglia fosse una risorsa
cambierebbero tutti i nostri servizi, sociosanitari, salterebbero tutti i
nostri modelli. O questa famiglia è una risorsa sul serio oppure non ci
prendiamo in giro".
"Tutte le persone che mettono mano sul
familiare devono andarsene a studiare la famiglia e le sue componenti
psicologiche, sociologiche, sociali, politiche; lo volete fare? Se no fate
il lavoro alle Poste, o aprite un'agenzia di viaggi che è molto più
bello sorridere quando uno va nel Pacifico, che stare con i drammi delle
famiglie psicotiche; o i bambini autistici che non si sa come, ieri mi ha
telefonato una famiglia, devono fare attesa di sei mesi, un anno, da
qualcuno che li possa vedere; di fatto il bambino adesso ha tre-quattro
anni, facciamo passare quell'annetto così di fatto poi lo troviamo
migliorato!"
Considerare davvero la famiglia come
risorsa è una bomba.
La consulenza è un mestiere
difficilissimo, e la sfida di mettere la famiglia come risorsa, è ancora
più difficile di quella basagliana, quando diceva che "bisognava
chiudere cose con la camicia di forza e fare andare fuori le
persone"; è peggio, è una bomba considerare la famiglia come una
risorsa. Arrivare a considerarla veramente come una risorsa non vuol dire
che porta il positivo, la risorsa non vuol dire che viene lì dandoci la
chiave ogni volta che ha dei problemi con i suoi familiari. La risorsa
è la sua sofferenza, questa è la prima risorsa, quella che molti
terapeuti non vogliono nemmeno (forse fanno fatica anche a vedere la
propria, figuriamoci se vogliono contenere quella degli altri). Allora
bisogna capire che la risorsa è nello stare nella sofferenza,
nell'impotenza, nella tragedia, nelle "fessure di normalità".
Il problema della formazione
"Lo sfogo dell'impotenza, non sapere dove andare, di come
procedere, di come essere aiutati, di come sentire la propria persona, il
proprio mondo, la qualità della propria vita. Ma ci vogliamo stare con
queste cose? Noi le vogliamo ascoltare? Per stare con tutti questi livelli
di sofferenza, per non tagliare le persone a seconda dell'età che hanno,
e vederle in un continuum, ci vuole un'altra preparazione, non ci vuole
questa preparazione che oggi è ancora peggiorata, perché oggi noi
abbiamo le scuole private e lasciamole perdere. Queste scuole private di
terapia e psicoterapia sono aperte a chi? Agli psicologi e basta perché
gli psichiatri sono riciclati per loro stessa natura, per anni, in
trent'anni noi ci siamo riciclati nel senso che capivamo la pochezza di
una specializzazione in psichiatria e allora se volevamo fare anche gli
psicoterapeuti, andavamo ad apprendere sul concreto, attraverso
insegnamenti importanti, in Italia e all'estero, le basi per poter
diventare una cosa diversa, che non è lo psichiatra".
"A questo punto noi andremo avanti in
situazioni in cui diciamo: aumenta la medicalizzazione; ma perché
aumenta? Perché indubbiamente allo psicologo almeno quello glielo
dovrebbero insegnare, penso che insegnare a dare i farmaci sia molto
importante, nei termini in cui si diceva sopra, non solo il farmaco, ma il
farmaco nella relazione, ed è importantissimo questo soprattutto
nelle gravi patologie croniche. Ma questo significa disporre di altre
competenze, cui oggi non siamo preparati".
Giovanni De Girolamo
Strutture residenziali, i numeri: troppi
posti letto per la salute mentale?
"Presento i risultati
conclusivi della prima parte di un progetto che abbiamo promosso e
coordinato come Istituto Superiore della Sanità, ma che ha coinvolto un
larghissimo numero di colleghi in tutta Italia e che a mio giudizio si
inserisce bene nel tema in discussione oggi. In questi anni le
associazioni familiari giustamente hanno evidenziato l'assenza o la
deficitaria presenza di strutture assistenziali idonee che cercassero di
compensare il peso assistenziale (quello che gli anglosassoni chiamano il burden)
che è ricaduto sulle famiglie dopo la chiusura degli ospedali
psichiatrici".
"L'obiettivo di questo studio era
triplice:
-
censire
tutte le strutture residenziali psichiatriche esistenti in Italia
-
quindi
fare un campione casuale pari al 20% di queste strutture andando a
visitarle e valutandole molto accuratamente, dal punto di vista dei
modelli organizzativi
-
valutare
anche il profilo clinico, sociodemografico e assistenziale dei
pazienti ospitati e i costi di queste strutture campionate ".
"Abbiamo
censito in Italia un totale di 1370 strutture residenziali per un totale
di 17.138 posti letto con un tasso di posti letto per 10.000 abitanti
pari a 2,98; un numero medio di posti letto per struttura residenziale
pari a 12,5 e un tasso di occupazione dei posti letto del 93%. La
disponibilità di questi posti letto, non è distribuita in maniera
uniforme su tutto il territorio nazionale. Ovviamente poiché la
prevalenza dei disturbi mentali e in particolar modo di quelli gravi è
la stessa in tutto il Paese, in tutta Europa e i Paesi industrializzati,
una differente disponibilità di posti letto di strutture residenziali,
non riflette una differenza nella prevalenza di disturbi, ma riflette
unicamente delle scelte di politica sanitaria differente fatte dalle
varie regioni.
Il
Progetto obiettivo sulla salute mentale fissa per la prima volta degli
standard rispetto alla dotazione delle strutture assistenziali; per
quanto riguarda le strutture residenziali fissa uno standard di 2 posti
letto per 10.000 abitanti.(per la verità lo standard è addirittura 1
per 10.000, però può essere raddoppiato a 2 per 10.000 laddove vi sono
molti pazienti ex ricoverati in ospedali psichiatrici da ricollocare).
Anche di fronte a questo standard più elevato, di 2 posti letto per
10.000, attualmente in Italia i posti letto nelle strutture residenziali
psichiatriche (il ricordato 2,9 per 10.000 ab.)sono superiori quasi del
50% allo standard raccomandato dal progetto obiettivo".
Alcuni
flash sulle strutture residenziali
-
Dai
dati sulle strutture emerge che probabilmente non c'è quel
ventaglio di strutture con livelli di protezione o di supporto
assistenziale molto differenziato che viene raccomandato da anni dai
massimi esperti della riabilitazione in psichiatria, e che
offrirebbe al paziente la possibilità di evolvere tra strutture a
differente livello di protezione in rapporto con l'evolvere delle
sue condizioni cliniche.
-
Il
50% di queste 1.370 strutture residenziali sono state aperte nel
triennio '97-2000; questo non si spiega con la dismissione dagli
ospedali psichiatrici; quindi le associazioni familiari per molti
anni avevano ragione a sostenere che non erano stati attivati e non
erano disponibili strutture assistenziali che offrissero
un'alternativa umana, accettabile e anche in alcuni casi
terapeuticamente vincente alle vecchie istituzioni asilari o,
dall'altro lato, alla mera permanenza in famiglia di pazienti molto
gravi.
Ricaduta
del peso assistenziale sulla famiglia "Dal 1963, in cui c'è
stato il massimo di numeri di degenti in ospedali psichiatrici (91.686),
si è arrivati, nel 1978 (all'atto dell'approvazione della L. 180), ad
un totale di 78.000 circa pazienti. Oggi, se noi sommiamo ai
17.000 posti letto nelle strutture residenziali i circa 10.000 posti
letto dei servizi psichiatrici di diagnosi e cura e delle case di cura
psichiatriche private, si riscontra un totale di 26.742 posti letto
psichiatrici: nei ventidue anni '78-2000 i posti letto psichiatrici
sono quindi diminuiti di due terzi.
E’
indubbio che, poiché in questi ventidue anni la prevalenza di disturbi
mentali non è diminuita di due terzi ma è rimasta esattamente la
stessa, gran parte del peso assistenziale di quei pazienti,
78.000, che erano negli ospedali psichiatrici nel 1978 (e si tratta di
pazienti gravi…), è ricaduto sulle famiglie.
Se
poi vogliamo vedere quante di queste famiglie ricevono un supporto
adeguato da parte dei dipartimenti salute mentale, c'è una ricerca
recente finanziata dall'Istituto Superiore di Sanità che lo documenta,
e cioè in 30 dipartimenti di salute mentale nel Nord, Centro e Sud, su
un campione di 700 pazienti con diagnosi di schizofrenia, solo l'8% di
questi aveva ricevuto un intervento di tipo psicoeducativo
familiare".
Il
personale nelle strutture residenziali
"Un gran numero di operatori lavora in queste strutture, più di
18.000 persone, di cui il 60% a tempo pieno. Il rapporto
operatori-pazienti in queste strutture è molto elevato: 0,85. C'è una
media di quasi 14 operatori per struttura residenziale.
Circa
il 22% dei responsabili operativi di queste strutture
residenziali non sono né psichiatri, né psicologi, né infermieri, né
assistenti sociali, né sociologi, ma sono stati classificati nelle
schede da noi fatte compilare in ciascuna delle strutture residenziali
come "altro", ed è un "altro" alquanto singolare
cioè che nessuno delle figure professionali che ho elencato sia il
responsabile operativo di una struttura che accoglie pazienti
psichiatrici gravi.
Voglio
solamente sottolineare una cosa: il 40% di questo 18.000 operatori è
rappresentato dai cosiddetti Ota-Osa, educatori ed altro personale
cosiddetto non qualificato; il 40% del personale che presta servizio
nelle strutture residenziali per pazienti psichiatrici gravi non ha
quindi una formazione psichiatrica specifica; in gran parte ha una
formazione "fatta sul campo", oppure una formazione generica.
C'è comunque da chiedersi (ed è semplicemente un interrogativo che
pongo, e non ho risposte), se sia adeguato che i pazienti più gravi che
esistono in Italia siano trattati da un 40% di personale che non ha una
formazione specifica al trattamento di questi pazienti così
gravi".
Pomeriggio

Pierpaolo
Donati
Questa
riforma è amica della famiglia?
Il Sesto Rapporto Cisf sulla
famiglia in Italia ha come argomento "Famiglia e Società del
benessere" e sostiene che il benessere è un fatto fondamentalmente
relazionale, che la famiglia è una dimensione fondamentale della
qualità della vita, del benessere anche individuale oltre che sociale e
dunque una riforma di questa portata, quella cioè di dare un assetto
innovativo a tutto il sistema dei servizi in Italia, una riforma di
questo genere ha o non ha le caratteristiche di essere appunto sulla
linea culturale di quella che è stata definita nel Rapporto appunto, la
cultura del benessere familiare.
Tre
aspetti della legge
La legge è strutturata su tre grandi parti: capo primo, fissa dei
principi; il secondo capo fissa l'assetto istituzionale
organizzativo, che è però tutto interno allo Stato, cioè si parla
di compiti dello Stato, delle regioni, delle province, dei comuni, c'è
molto di verticale, poco di orizzontale dal punto di vista di quella
che è l'integrazione della società civile con l'assetto istituzionale
organizzativo, infine il capo terzo che riguarda una serie di
provvedimenti particolari, dal reddito minimo di inserimento a tutta
una serie di altri provvedimenti.
L'applicazione
Il problema è quello di capire anche come questa legge può essere
applicata, nel senso che è una legge quadro, quindi le regioni con
delle leggi più specifiche potrebbero articolare quello che ho appena
detto, la struttura di questa legge arricchendola, integrandola,
modificandola fin dove c'è discrezionalità nella modifica o meglio
nell'attuazione concreta nella specificazione delle parti di questa
legge la quale tra l'altro dipende anche da una serie di adempimenti
successivi, ad esempio per le figure professionali sociali che
opereranno questa riforma e la cosa non è indifferente, perché gli
operatori che realizzeranno questa legge saranno cruciali, e per la
definizione di questa figura occorreranno degli adempimenti successivi
di concerto fra il ministro della solidarietà sociale e diversi altri
ministri, quindi a livello complessivo di governo, cioè che fa sì che
questa legge diventerà effettivamente operativa solo attraverso una
serie di passaggi ulteriori e dunque l'interesse di questo incontro è
anche capire se si può arricchire, se si può integrare, se si può
migliorare l'iter della legge nei passi successive; cioè dalla legge
quadro, alle leggi regionali all'impiementazione e così via.
Molti
si sono chiesti se questa legge nel suo quadro normativo sia molto
innovativa, abbastanza innovativa, poco innovativa. Personalmente
penso che sia molto innovativa per certe aree, certe regioni che non
hanno un sistema ancora di servizi sufficientemente adeguato, certamente
per altre regioni che hanno invece dei servizi e un sistema di
interventi già molto innovativo, probabilmente la legge viene ancora
prima di quanto queste regioni abbiano già realizzato o stiano
realizzando o siano in procinto di realizzare.
Questa
legge è un fatto molto importante, è una scommessa ma molto
dipende da come verrà interpretata, interpretata nelle leggi
regionali, interpretata e attuata. Un sistema di servizi è
intelligente, tutti lo sappiamo, quando si occupa della normalità prima
che della patologia, questo vale per il servizio sanitario nazionale,
valeva per la 833, e vale anche per questa legge ossia i problemi
sociali si risolvono meglio partendo dal quadro generale della
normalità, delle difficoltà, dei disagi dei problemi per poi
affrontare le patologie piuttosto che appunto focalizzarsi sulla
patologia perché quello distorce tutto e rischia sempre di riportare a
delle distorsioni, degli etichettamenti e così via, e creano più
problemi di quanti non ne risolvono.
Non
punto d'arrivo ma di partenza
C'è comunque un rischio, come sempre nella legislatura, non per questa
legge in particolare ma per tutte le leggi, c'è sempre un po' il
rischio che una volta combattuto per arrivare a una legge, poi si dia
tutto per assodato, invece in Italia le cose sono sempre esattamente
all'inverso, si fa sempre la battaglia per avere la legge, poi passata
la legge sembrerebbe tutto scontato, invece è lì che si comincia o
si dovrebbe cominciare ad attuare un nuovo iter, un nuovo sistema in
questo caso di servizi e la battaglia in effetti è sulle
implementazioni, sulla verifica e sulla qualità dei servizi che
verranno piuttosto che sul discorso previo delle scelte che si potevano
fare o che si sarebbero potuto fare.
Il
terzo settore
Ci si chiede se questa offerta di servizi che la legge fa, un'offerta
dal lato dello Stato in tutte le sue articolazioni, una grande offerta
di servizi, di diritti soggettivi, anche qui c'è un problema del
diritto soggettivo, art. 2 e art. 13 che hanno forse qualche necessità
di ulteriori specificazioni ma insomma, una grande offerta di servizi e
fatto del tutto innovativo certamente, e questo è molto innovativo per
questa legge, la chiamata in causa del terzo settore, ovvero del
privato sociale come parte integrante della riforma attraverso quello
che io designerei una sorta di quasi mercato del terzo settore nel senso
che i servizi a cui il testo di legge fa riferimento sono organizzati,
programmati e gestiti dal terzo settore.
Coordinamento
degli enti coinvolti
Il problema è come dovranno coordinarsi questi vari enti perché
si dice che il Comune è il regista dei servizi locali, ma poi
c'è la provincia che deve fare coordinamento, la regione
che deve dare le linee programmatiche ecc. come questi enti dovranno
relazionarsi e cooperare fra di loro, pensando alle famiglie non solo
come destinatarie del servizio ma anche come protagoniste di questa
riforma.
Sussidiarietà
Certamente c'è un'innovazione anche nel richiamo al principio di
sussidiarietà, richiamato in più punti dalla legge che è stato
giustamente notato come un fatto di novità; tuttavia questo principio
di sussidiarietà è declinato fondamentalmente in senso verticale fra
gli organi dello Stato, tra le varie articolazioni territoriali e
funzionali dello Stato, mentre non c'è (o almeno appare debole) la
sussidiarietà a livello orizzontale, quella che vede un ruolo forte e
collaborativo delle organizzazioni del terzo settore, il privato
sociale, delle associazioni e così via, fra di loro e con le
istituzioni.
Valorizzazione
responsabilità familiare
Un secondo aspetto che mi sembra importante per quanto riguarda la
famiglia è la valorizzazione e il sostegno delle responsabilità
familiari; certamente è un passo in avanti, tuttavia vorrei dire
che è chiaro anche che le responsabilità esistono là dove esistono
delle libertà. Si può imputare una responsabilità alla famiglia e
alle responsabilità genitoriali in specifico, che sono certamente al
centro di questa riforma nella misura in cui i genitori hanno delle
libertà di scelta (penso al caso del genitore che giustamente è
ritenuto responsabile dell'educazione dei figli per quanto riguarda i
rapporti con la scuola e così via), ma la responsabilità deve essere
vera responsabilità e la responsabilità implica che vi siano state
delle scelte, delle libertà.
Distinzione
politiche familiari da altre politiche
Un ultimo punto che volevo ricordare è anche il fatto che è importante
nella legge distinguere quelle che sono le politiche familiari da altri
tipi di politiche, per esempio di lotta alla povertà, contro
l'esclusione, politiche di sostegno dal punto di vista demografico o
altro genere

Paola
Di Nicola
Introduzione
Sono trascorsi più di venti
anni da quando l’istituzione del Servizio sanitario nazionale (833/78)
aveva praticamente, politicamente oltre che simbolicamente segnato uno
spartiacque tra un modello di organizzazione dei servizi socio-sanitari
per la collettività di tipo mutualistico, categoriale e assistenziale,
fortemente polverizzato sia a livello territoriale, che a livello
gestionale e la nascita di un modello integrato, decisamente
universalistico, non più stigmatizzante, che assumeva, come
destinatario della prestazioni non più il soggetto se ed in quanto
appartenente ad una specifica categoria, ma in quanto cittadino.
L’istituzione
del Servizio sanitario nazionale concludeva una fase storica di profonda
revisione del nostro sistema di sicurezza sociale, che si avviava ad
assumere le caratteristiche di un welfare di tipo istituzionale.
Tale
fase di profonda revisione inizia, concretamente, con il trasferimento
della funzioni assistenziali alle Regione ed ai Comuni (legge 380/75 e
relativo decreto di attuazione 616/77); vede l’istituzione dei nidi
per l’infanzia (1044/71), dei consultori familiari (405/75), la
riforma psichiatrica (180/78) e la depenalizzazione dell’uso personale
delle sostanze stupefacenti, l’introduzione della pensione sociale ed
il definitivo passaggio ad un sistema pensionistico retributivo ed a
ripartizione.
Territorializzazione,
de-istituzionalizzazione, prevenzione, umanizzazione delle cure,
promozione dei diritti alla ‘cura’ su base universalistica e non
più per carità o beneficenza sono stati i cavalli di battaglia di
quella stagione di ripensamento e revisione del nostro modello di
welfare, che trovava una sua prima ‘affermazione’ con l’istituzione
del Servizio sanitario nazionale, che avrebbe dovuto avere un suo
naturale ed ovvio complemento nella riforma dell’assistenza. Alla
legge quadro istitututiva del Servizio sanitario nazionale avrebbe
dovuto seguire a ruota la legge quadro di riordino sull’assistenza.
Questa
legge esce oggi, nel 2000, al volgere del millennio, in un contesto
socio-culturale, oltre che politico ed ideologico completamente diverso,
dopo lunga e non indolore gestazione.
Ci
si chiede, dunque, se questa legge è un ‘atto dovuto’, la naturale,
ma per molti aspetti stanca, oltre che tardiva, conclusione di un
percorso di analisi critica, di revisione che ha un senso solo se
retrodata di almeno due decenni, oppure apporta elementi di novità e
rottura con il passato, per quanto recente. Ci si chiede se la legge
328/2000 nasce già vecchia, ovvero se ha recepito in un modo o nell’altro
quanto di nuovo si rileva a livello sociale e culturale, oltre che nelle
quotidiane prassi di gestione dei servizi per la collettività, pur
nella perfettibilità di qualsiasi progetto che ambisce ad essere
onnicomprensivo, attraverso la costruzione-realizzazione, appunto, di un
sistema integrato di interventi e di servizi sociali.
E’
vero che "Il welfare italiano ora non sarà più il welfare della
sanità e della previdenza, ma sarà anche il welfare delle famiglie e
delle politiche sociali" ?
Per
rispondere a questo interrogativo, assumo una particolare prospettiva di
analisi: mi metto nella prospettiva della famiglia, vale a dire di quel
soggetto che nel passato entrava nel sistema assistenziale sempre come
soggetto problematico, che produceva, per sua incapacità funzionale,
patologie e che quindi doveva essere sostituito, surrogato e/o
reintegrato. Di quel soggetto che anche nella valutazione della legge
data dall’On. Turco diventa elemento qualificante la transizione verso
un welfare attento alla qualità della vita dei suoi cittadini.
I
fattori di discontinuità socio-culturale
Se la ‘novità’ della legge, si gioca anche sulla sua capacità di
andare oltre la logica del mero riordino di un comparto, che è
cresciuto in questi anni senza seguire chiare linee programmatiche,
vediamo quali sono gli elementi di discontinuità-cambiamento con i
quali tale legge deve confrontarsi.
L’enunciazione
di questi elementi di discontinuità si deve inscrivere all’interno
dell’attuale modello di welfare che sempre più frequentemente viene
etichettato come welfare mix. Aziendalizzazione del sistema sanitario e
riforma pensionistica in direzione della progressiva reintroduzione del
sistema della capitalizzazione, con l’obiettivo di giungere ad un
modello di copertura del rischio vecchiaia retributivo a
capitalizzazione sono stati i due più rilevanti processi di revisione
del welfare italiano ‘nato e istituzionalizzato’ negli anni ’70.
Processi che altro non sono stati che tentativi di risposta al mutato
quadro socio-economico e culturale, che aveva messo alle corde le
possibilità di tenuta del modello precedente, anche solo sul versante
economico (deficit, debito pubblico).
- Il primo elemento è dato dalla
presenza di soggetti non-profit, che producono servizi per la
collettività e che sempre più frequentemente, sistematicamente
entrano in partnership con i soggetti pubblici. Al di là del
fatto che politicamente ed ideologicamente possa piacere, la
pluralizzazione del care system è un dato di fatto,
quotidianamente sperimentato da tante amministrazioni locali.
- Il secondo elemento di novità è
dato dal superamento del concetto di assistito, bisognoso, in favore
del concetto di ‘cittadino’ e relativa assunzione del concetto
di ‘diritti sociali di cittadinanza’ per identificare natura,
tipo e caratteristiche della domanda e della risposta assistenziale.
- Il terzo elemento è rappresentato
dai cambiamenti della famiglia. In questo contesto non faccio
riferimento ai mutamenti strutturali, alla pluralizzazione delle
forme familiari, alla supposta crescete crisi della famiglia, ma
solo ai cambiamenti che hanno investito la funzione di mediazione
sociale svolta tradizionalmente dalla famiglia. Processi di
invecchiamento della popolazione, disoccupazione strutturale –
soprattutto tra i giovani – riduzione del potere di acquisto di
salari e stipendi, con relativo calo del risparmio familiare,
fenomeni di de-istituzionalizzazione dei percorsi di vita
individuali fanno sì che la famiglia, oggi, più che una risorsa,
rischia di diventare un onere. Di qui comportamenti sempre più
diffusi di basso investimento in scelte che portano all’assunzione
di questo onere.
- Il quarto elemento di novità è dato
dalla diversa e nuova considerazione del ruolo svolto dalla famiglia
ai fini della promozione anche del benessere individuale da parte
del sistema politico, economico e quindi del sistema di welfare. Le
crescenti difficoltà che oggi le famiglie incontrano nell’assolvimento
dei loro compiti dimostrano quanto esse siano insostituibili, pur
nella diversità delle forme che possono assumere. Gli studi sulla
povertà hanno dimostrato abbondantemente che non solo le famiglie
non sono più in grado di funzionare da ammortizzatori sociali, ma
anche e soprattutto che la solidarietà familiare, stante l’attuale
quadro legislativo, fiscale ed economico, oggi è spesso negativa:
genera impoverimento familiare ed individuale. I costi crescenti dei
nostri sistemi di protezione sociale dimostrano che la famiglia
produce servizi ‘insostituibili’ da un punto di vita economico.
Nel senso che non possono essere prodotti via welfare se non a costo
della bancarotta. La crescente inefficacia di molti interventi
socio-sanitari dimostra che la famiglia produce servizi ‘insostituibili’
da un punto di vista della qualità relazionale. Nel senso che non
possono essere socializzati, pena uno scadimento della qualità
della vita individuale. La crescente inefficienza di molti servizi
evidenzia che la famiglia – in qualsiasi intervento curativo,
riabilitativo e/o preventivo - non può essere saltata o sostituita.
Per
tutti questi motivi, non deve meravigliare il crescente interesse per le
politiche sociali per la famiglia, oltre l’impegno per la lotta contro
la povertà e l’esclusione sociale.
Verso
un welfare delle famiglie
Quali
gli elementi di discontinuità/cambiamento la legge quadro 328/2000
recepisce?
A
livello generale, come principi ispiratori, merita sottolineare che la
legge:
- sancisce la pluralizzazione del care
system, nel momento in cui riconosce ed agevola il ruolo degli
organismi non lucrativi di utilità sociale nelle fasi di
progettazione, gestione ed offerta dei servizi;
- riconduce i diversi interventi all’interno
del quadro delle politiche sociali, abbandonando la vecchia e più
usuale dizione di sistema assistenziale;
- dà al sistema integrato di
interventi e servizi sociali il carattere dell’universalità: si
parla di diritti ‘soggettivi’ e, soprattutto, gli interventi
dovrebbero intercettare le traiettorie di vita familiare e
individuale nel normale svolgersi della vita quotidiana, e non più
solo nei momenti critici o problematici;
- promuove azioni per favorire la
pluralità di offerta di servizi, garantendo il diritto di scelta;
- impegna i servizi a stilare la carta
dei servizi, prevedendo anche canali istituzionali per i ricorsi da
parte dei cittadini-utenti;
- mira a realizzare un sistema
integrato di interventi e servizi, al cui interno i trasferimenti
monetari diventano parte integrante di una prestazione che può
assumere diverse sfaccettature.
Sul
versante della famiglia, la legge opera una distinzione tra ‘condizioni
di normalità’ e situazioni di forte sovraccarico funzionale e/o di
conclamato e grave disagio, sia materiale che relazionale. Ed infatti la
legge non si limita ad una generico invito a considerare e valutare l’ambiente
di vita familiare del singolo utente che si rivolge alla struttura dei
servizi, ma individua tre aree specifiche di intervento, che dovranno,
in prospettiva, diventare le linee guida per le politiche familiari a
livello locale. Gli interventi, i servizi dovranno muoversi in almeno
tre direzioni:
- maternità e paternità (l’area
della genitorialità): tramite servizi, assegni aggiuntivi, servizi
formativi ed informativi, politiche di conciliazione tra tempi di
lavoro e tempi per la cura;
- servizi e prestazioni per nuclei con
forte sovraccarico funzionale, anche sotto forma di servizi di
respiro;
- area delle agevolazioni fiscali e
tariffarie.
La
legge inoltre dedica una particolare attenzione ai nuclei
monogenitoriali, alle coppie giovani con figli, alle gestanti in
difficoltà e alle famiglie con soggetti non auto-sufficienti con
problemi di grave e temporanea difficoltà economica, istituendo
prestiti sull’onore. Così come prevede qualificati interventi e
percorsi formativi per le famiglie interessate dal problema dell’affido
familiare.
Gli
elementi positivi
In
positivo, la presente legge ha recepito pienamente uno dei leit-motiv
che in Italia ha caratterizzato il dibattito sulle politiche sociali in
generali e su quelle familiari in particolare.
Ha
infatti, da una parte fatto proprio l’assunto (ampiamente corroborato
da riscontri empirici) secondo il quale qualsiasi politica
redistributiva non può saltare la funzione di mediazione che in
positivo (come ‘ricchezza’prodotta) ed in negativo (come ‘povertà’
prodotta) la famiglia ancora assolve. Dall’altra parte, la legge va
oltre la logica puramente riparatoria, assistenziale, compensatoria
nella misura in cui elegge a suo interlocutore la famiglia in condizione
di normalità, pur non trascurando casi e situazioni maggiormente
critiche.
Per
molti aspetti la legge va incontro ad una molteplicità di iniziative ed
interventi che diversi enti locali hanno già attuato, a volte nello
spirito della 285/97, spesso in via sperimentale, dando l’opportunità
di superare la fase della sperimentazione, facendo tesoro dell’esperienza
già maturata e ponendosi nell’alveo di un welfare municipale.
Gli
elementi critici
Si
rilevano e permangono, ovviamente, elementi se non negativi, certamente
critici.
Si
sono già posti problemi ‘interpretativi’: come interpretare il
diritto ‘soggettivo’ ( art.2) sempre e comunque esigibile (come per
le prestazioni sanitarie) alla luce della distinzione tra ‘posizioni
soggettive’ e ‘diritti sociali riconosciuti’ operata nell’art.13,
laddove si subordina l’esigibilità di tale diritto alle scelte di
allocazione delle risorse. Alcuni prefigurano la possibilità che l’interesse
soggettivo venga interpretato come interesse legittimo.
Esula
dal campo delle mie competenze entrare nel merito di questi problemi.
Altri sono gli elementi critici sui quali sviluppo una breve
riflessione.
-La
328/2000 è una legge quadro: la realizzazione di questo sistema
integrato di interventi e servizi sociali per la famiglia (ma non
solo) mette alla prova la capacità programmatoria, organizzativa e
gestionale di Regioni e Comuni. E su questo versante la realtà
italiana è estremamente differenziata e variegata, sino al punto di
poter parlare di una ‘geografia’ della cittadinanza. Così come la
sensibilità politica nei confronti della famiglia ha assunto, nelle
diverse realtà territoriali, coloriture molto diverse: si va dalla
sperimentazione di interventi innovativi, alla pratica della pura devolution
nei confronti del terzo settore, al premio ‘maternità’ per le
donne che procreano un figlio.
-La
legge prevede l’organizzazione di un sistema integrato che si regge
su un equilibrio ‘non definito’ tra servizi pubblici e prestazioni
di terzo settore, tra trasferimenti monetari e trasferimenti in
natura. Vi può essere il rischio che a fronte di una carenza dei
servizi pubblici, di una presenza scarsamente qualificata del terzo
settore (sia da un punto di vista quantitativo, che qualitativo) si
arrivi ad una monetizzazione del lavoro di cura. Monetizzazione della
quale usufruirebbero solo le fasce più povere della popolazione, con
l’esito di ricadere nella trappola dell’assistenza. Inoltre molte
famiglia hanno bisogno di servizi e non di denaro. Infine, è inutile
avere denaro se non vi sono servizi da acquistare.
-La
legge mira alla realizzazione di un sistema integrato di interventi e
servizi. Ma tale sistema a chi e a che cosa fa capo? Il problema non
è tanto di sapere a chi debba rivolgersi il cittadino per avere la
prestazione (problema che, tuttavia, non è da poco e come tale non è
certo da sottovalutare), quanto di individuare la ‘regia’ di
questo sistema integrato. In tema di famiglia,per esempio, in
considerazione delle molteplici strategie che possono essere adottate
a livello locale, una sorta di mega-consultorio e/o di mega centro per
la famiglia rischia di essere un contenitore troppo stretto e,
soprattutto, non in grado di tirare le fila di azioni che coinvolgono
più soggetti e più assessorati.E’ interessante notare che la
presente legge non fa mai riferimento alla legge quadro istitutiva dei
consultori familiari, che sembrerebbero essere i naturali ‘nodi’
di raccordo del sistema integrato. Mancanza che ripropone l’interrogativo:
dove si colloca questo complesso sistema? Emerge la necessità di
individuare, a livello locale, linee-guida per l’azione concertata
di più soggetti nel campo del benessere della famiglia, anche se, in
termini organizzativi, tale azione non può essere solo politica, ma
deve essere anche funzionale. E questo per evitare quella
frammentarietà che era tipica del nostro sistema assistenziale, in
virtù della quale un soggetto poteva essere ‘a carico’ di più
enti assistenziali; su un bisogno potevano intervenire, separatamente,
più produttori di servizi, anche se tutti pubblici; ovvero poteva
succedere che una madre fosse considerata sufficientemente povera da
avere diritto al nido gratis per il suo bambino, ma sufficientemente
ricca per poter pagare la mensa alla scuola materna l’anno
successivo per lo stesso bambino e senza che le sue condizioni
economiche si fossero modificate. Il pericolo della frammentarietà è
reale e per molti aspetti può essere alimentata dalla intrinseca
peculiarità del lavoro riproduttivo familiare, che presenta
componenti-aspetti economici, educativi, relazionali, di cura in senso
ampio. E come tale ‘intercetta’ mondo del lavoro, scuola, sanità,
servizi per la prima infanzia, di tempo libero,ecc. Se l’individuazione
di chiare e precise linee-guida, a livello politico, costituisce il
primo passo per una azione di coordinamento, rimane il problema dell’inventare
un ‘luogo’ funzionalmente deputato per la realizzazione di questo
coordinamento, che non può essere un ‘tavolo di concertazione’.
-Un
altro nodo sul quale è necessario riflettere è il tema-problema dell’integrazione
socio-sanitaria, cavallo di battaglia del dibattito pre-istituzione
del Servizio sanitario nazionale. Oggi le unità sanitarie locali sono
aziende, esattamente come gli ospedali: le unità come modello di
servizi per la collettività ad elevata integrazione socio-sanitaria
non ci sono, né sulla carta, né nella realtà. La 328/2000 prevede
momenti di raccordo, ma vi sono forti perplessità che la legge quadro
di riassetto del sistema dei servizi possa recuperare l’occasione
persa nel momento in cui vi erano i presupposti perché effettivamente
l’etichetta ‘USSL’ (unità socio-sanitaria locale) non perdesse
‘una esse’. Il fatto che nella legge non si parli della 405/1975,
vale a dire dei consultori familiari, ormai passati definitivamente al
sanitario, dimostra quanto sia difficile recuperare su un terreno che
è stato abbondantemente dissodato – se non monopolizzato – dal
sapere e dalle tecniche sanitarie.
-Infine tutto il tema
del sostegno alle forme di aiuto e mutuo-aiuto promosse dalle famiglie
direttamente e/o mediante le loro associazioni è demandato al livello
locale e quindi, nei fatti, alla capacità progettuale e promozionale
degli enti locali e alla ‘vivacità’ della società civile.
Conclusioni
Siamo
partiti da un interrogativo: questa legge quadro è stata un atto dovuto
e come tale conclusione di un processo di revisione del nostro sistema
di welfare che si era chiuso alla fine degli anni ’70, oppure esprime
una progettualità sensibile a quanto, in Italia, si è detto e si è
fatto in tema di politiche sociali a partire dagli anni ’80?
Per
il fatto stesso di avere dedicato un’attenzione particolare alla
famiglia, tale legge non è stata un ‘atto dovuto’. Essa mostra di
avere recepito elementi del dibattito che si era aperto in Italia dopo l’istituzione
del Servizio sanitario nazionale, quando sono emersi lentamente elementi
che premevano per andare oltre quel modello di welfare di tipo
istituzionale, del quale il Servizio sanitario nazionale è stato un
prototipo.
Alcuni
nodi critici di tale legge affondano le loro radici nel fatto che essa
delinea caratteristiche, finalità ed impostazione di un sistema
integrato ‘generalizzando’ per molti aspetti esperienze e pratiche
già ampiamente presenti in alcune realtà territori e locali, che sono
diventate il ‘modello’ di riferimento, più politico, che non
organizzativo e funzionale. Se essa dunque offre l’opportunità a
politici ed amministratori di compiere un’azione di razionalizzazione,
riqualificazione e potenziamento dell’offerta di servizi per la
collettività, presuppone, tuttavia, per una piena realizzazione dei
suoi obiettivi e finalità, una capacità politica, programmatoria e
gestionale che non si può dare per scontata a tutti i livelli locali.

Livia
Turco
Prima
di parlare della legge quadro, politiche a favore della famiglia
Non penso che noi in Italia ci troviamo a dover parlare di politiche
familiari soltanto guardando il futuro e soltanto guardando a quello che
potrà avvenire con la legge quadro dell'assistenza. Scusate questo
puntiglio, ma siccome in questi anni sono stati già stanziati quasi
centomila miliardi a favore della famiglia, noi saremmo in grado di fare
un bilancio di politiche che sono state attivate a favore della
famiglia. Queste politiche hanno un nome e un cognome, possono
piacere o non piacere, ma sono politiche e sono politiche che hanno
avuto un forte riferimento ideale. Hanno parlato di famiglie, credo che
sia importante che ne abbiano parlato in modo laico, in un modo in cui
si riconoscono tutte le culture, abbia parlato di valore della famiglia,
abbia parlato di valore della nascita, di valore dei figli e abbia messo
l'accento proprio sull'aiuto alle famiglie nella cura e nella crescita
dei figli. Politiche che hanno puntato su un mix di strumenti, di
interventi monetari e sappiamo che gli interventi monetari, e io su
questo sono molto d'accordo con la professoressa De Nicola, sono sempre
a doppio taglio.
Costo
dei figli, detrazioni fiscali, assegno familiare
C'è un problema acutissimo di costo dei figli, e quindi gli interventi
monetari sono interventi necessari, non come interventi contro
un'esclusione sociale; e la distinzione tra lotta all'esclusione sociale
e politiche familiari l'abbiamo imparata, ma perché il costo dei figli,
il costo economico dei figli è un dato reale. Certamente l'aumento
delle detrazioni fiscali, dell'assegno al nucleo familiare, dell'assegno
di maternità non l'hanno risolto, però hanno costituito un avvio; se
è vero che la detrazione fiscale nel 1996 era di 180mila per figlio e
adesso sarà di oltre 500mila per figlio, così come l'aumento
dell'assegno familiare. Io sono per una riforma degli assegni al nucleo
familiare, per una riforma che vada in una direzione europea, di assegno
per i figli in chiave universalistica anche entro una fascia di reddito
elevata e che sia sostegno al costo dei figli. Mi auguro che il prossimo
governo possa fare questo, insieme a una politica di detrazioni fiscali.
Maternità
Penso sia molto importante aver affrontato il tema del riconoscimento
della maternità come valore sociale e del sostegno della maternità
come diritto di cittadinanza a prescindere dalla collocazione lavorativa
delle donne; mi colpì moltissimo, pur essendomi occupata per tanti anni
di donne e di maternità, nel '98 quando facemmo il provvedimento
sull'assegno di maternità, constatare che sui dati Istat del '97, su
550mila nati, il 49,6% dei bambini erano figli di donne prive di tutela
previdenziale. E' evidente la necessità di avere un assegno per
l'evento nascita; un sostegno all'evento nascita è una cosa diversa
dell'assegno per i figli e della detrazione fiscale.
Cociliare
vita lavorativa con vita familiare
Una delle più grandi politiche di sostegno della responsabilità
familiare, è quella che prevede la conciliazione tra la vita lavorativa
e la vita familiare, perché sappiamo tutti che è una delle questioni
fondamentali che sono alla base della denatalità nel nostro Paese. Ce
ne sono tante, complicate, attengono a valori, io tengo molto a mettere
l'accento sull'aspetto valoriale e culturale, però non c'è dubbio che
una delle ragioni per cui si rinuncia a fare figli, anche quando si
vorrebbero, è perché la conciliazione tra lavoro e la famiglia diventa
una cosa troppo costosa, troppo onerosa, per molti impossibile.
La
legge quadro sui servizi sociali
Mi sono domandata spesso in questi anni . vale ancora la pena darsi
tanto da fare per una legge quadro sulle politiche sociali? La risposta
che mi sono data era assolutamente positiva sulla base dell'esperienza
sul campo, quindi sulla base sia delle gravi carenze in termini
progettuali oltre che rispetto alle normative esistenti in tante parti
d'Italia per quanto riguarda le politiche sociali, ma anche avendo
presente quelle regioni che invece hanno fatto in questi anni piani
sociali regionali, si sono inventate le politiche familiari etc..
Proprio alla luce di questa realtà, mi sono data una risposta
assolutamente positiva, che bisognava stringere i denti ma che la legge
quadro ci doveva assolutamente essere, col duplice obiettivo di
essere di sostegno alla parte più innovativa, e nello stesso tempo di
realizzare quegli standard essenziali che sono l'obiettivo assolutamente
prioritario della legge oltre che l'investimento forte nella rete dei
servizi. Non c'è dubbio che il problema sarà il modo in cui sarà
applicata la legge, ma è certo il fatto che l'intento della legge è
quello di investire nella rete dei servizi alla persona e di
privilegiare la rete dei servizi rispetto ai trasferimenti monetari.
E non è un caso che nella legge ci sono parole cruciali per le
politiche sociali che sono: programmazione, cooperazione,
concertazione, accordi di programma; nella legge, soprattutto quando
si parla di piani regionali, si fa riferimento ripetutamente alla
necessità di realizzare una integrazione non soltanto tra sociale e
sanitario ma tra sociale, sanitario, inserimento lavorativo, inserimento
formativo; io credo che questo sia un elemento di qualità, che consente
al sistema di promozione sociale di passare da una logica puramente
riparativa a quella che è invece l'ambizione della legge stessa: la
promozione del benessere.
Una
legge discussa e pensata insieme
Alla base della legge c'è un rapporto certo faticoso ,intenso, vero,
con realtà del non profit, del volontariato, potrei fare l'elenco delle
stesure che questo testo ha avuto, della fatica che c'è voluta, ma sono
stesure che hanno tenuto conto appunto di una pluralità di soggetti,
che in merito la pensavano anche diversamente perché per esempio, le
associazioni dei disabili in materia la pensavano molto diversamente, ve
lo assicuro; tra chi sosteneva che bisognasse investire tutto sui
servizi, sugli interventi monetari e su chi invece intendeva la rete dei
servizi come la vera innovazione; così come altri soggetti importanti
che ci hanno dato una mano per fare la legge sono gli operatori sociali,
gli amministratori locali, i sindacati, etc. Credo che di questo
dialogo, di questo elemento di scambio, ci sia traccia forte nella legge;
così come l'altro elemento importante della legge è che essa è
espressione di un dialogo tra maggioranza e opposizione.
L'impianto
culturale della legge. Attenzione "alla normalità della vita"
Credo che sia l'elemento di vera novità che sia il professor Donati che
la professoressa De Nicola mettevano in risalto. L'impianto culturale:
il voler pensare, il voler proporre, il voler realizzare una rete di
opportunità di interventi sociali, che guardi alla normalità della
vita delle persone e alla normalità della vita delle famiglie. E'
questo, un welfare universalistico, e non un welfare soltanto per i più
deboli, a parte il fatto che è difficile nella società moderna
definire a priori quali sono i soggetti deboli, perché nella società
moderna il percorso di vita è molto meno programmabile che non nel
passato, nel senso che determinati rischi, penso al lavoro, si
presentano ripetutamente o possono ripresentarsi più volte nel corso
della vita. Mi pare che la novità è che si può essere esposti molto
più facilmente al rischio di esclusione sociale e che tutte le persone
e tutte le famiglie nel corso della vita hanno bisogno di sostegno,
accompagnamento, orientamento e dunque un sistema di servizi deve essere
pensato per la normalità; e credo che questo sia il punto fondamentale
per quanto riguarda le politiche familiari, cioè non pensare a
interventi per le famiglie che riguardino soltanto il disagio, il
disagio conclamato, le situazioni di aperto conflitto, ma che sia di
sostegno alla normalità.
Un
modo diverso di gestire i servizi
Ho presente cose molto concrete, a partire dal modo in cui si gestiscono
gli asili nido. Non credo che bisogna aumentare o pensare o moltiplicare
i servizi per le famiglie, penso che sia molto importante l'indirizzo
con cui si gestiscono i servizi territoriali di base, dalla scuola, alla
scuola materna, agli asili nido, ai servizi sanitari e penso che si
debba estendere una rete di centri per la famiglia, di punti per la
famiglia, di consultori familiari o che si riqualifichino, come dice il
progetto materno infantile, i consultori familiari nella direzione di
sostegno alla genitorialità. Ma più che pensare a una moltiplicazione
di servizi a sostegno delle funzioni genitoriali, a sostegno delle
funzioni familiari, io credo - perché bisogna un po' rovesciare -
pensare sì a nuovi servizi, ma pensare a come i luoghi fondamentali di
educazione e di socializzazione siano orientati nella direzione di
coinvolgimento attivo delle famiglie. Questo la legge lo dice, questo
bisognerà sollecitarlo fortemente.
Disagio
legato a povertà di relazione
Sempre a proposito di impianto culturale della legge. Mi pare che ci sia
nell'art. 1, nell'art. 2, nell'art. 5, nell'art. 16, nell'art. 22, una
consapevolezza: che oggi nella società moderna, per prevenire le
situazioni di disagio, per promuovere il benessere, per creare coesione
sociale, sia molto importante puntare sulla qualità delle relazioni
sulla dimensione relazionale, e quanto sia fondamentale la
dimensione relazionale, la costruzione di legami comunitari, di legami
sociali, di relazioni umane che siano ricche di umanità. Troppe e
troppo forti sono le situazioni di disagio legate alla povertà di
relazioni, questo è un aspetto che mi ha molto colpito nel corso di
questi anni.
Il
non-profit
E' strategico l'investimento sul non profit, sul volontariato, sulla
famiglia, su tutto ciò che costruisce legame sociale. Non so se sia una
mia enfasi soggettiva, o il mio modo di leggere la legge, questo è un
aspetto in cui credo molto, ma mi pare che questi elementi siano
ravvisabili in molte parti della legge, o comunque sia importante
metterli in risalto e farli vivere. Credo sia importante l'art. 16 della
legge; che al di là delle politiche che sono disegnate e indicate,
credo che dell'art. 16 sia importante il primo punto, quando si dice
che: "il sistema integrato di interventi e servizi sociali
riconosce e sostiene il ruolo peculiare delle famiglie nella formazione
e nella cura delle persone, nella formazione del benessere, nel
perseguimento della coesione sociale", cioè si riconosce una
centralità della famiglia. Siccome vengo da una tradizione precisa, vi
assicuro che non è così scontato, affermare questo. E "sostiene e
valorizza i molteplici compiti che le famiglie svolgono sia nei momenti
critici di disagio, sia di sviluppo nella vita quotidiana, sostiene la
cooperazione, il mutuo aiuto e l'associazionismo delle famiglie,
valorizza il ruolo attivo delle famiglie nella formazione di proposte,
di progetti per l'offerta dei servizi, e nella valutazione dei medesimi.
Alla fine di migliorare la qualità e l'efficienza degli interventi, gli
operatori coinvolgono e responsabilizzano le persone e le famiglie
nell'ambito dell'organizzazione dei servizi."
Standard
essenziali
Penso che possa aiutare molto anche l'art. 22 della legge; l'art. 22 io
lo considero un articolo cruciale, tant'è che io l'avrei messo prima,
cioè non l'avrei lasciato all'art. 22; dopo l'art. 2 avrei messo quello
che è contenuto nell'art. 22 perché l'articolo 22 è quello che indica
gli standard essenziali, quindi è quello che indica le priorità della
politica sociale nel nostro Paese, le priorità che devono essere
conseguite ai fini appunto di realizzare quella rete omogenea di servizi
su cui poi innestare la pluralità; penso che non sia un dettaglio che
quell'art. 22 intanto, non contiene cose generiche, non parla per
esempio di promozione dei diritti dell'infanzia, richiama tutte le leggi
in materia dei diritti dell'infanzia, dalla 285, la 184, alla
convenzione dell'ONU sui diritti dell'infanzia per prima, dicendo che
quelle sono leggi di sfondo, leggi che devono essere inverate, leggi che
devono essere realizzate gradualmente dalla rete dei servizi, ma mette
l'accento sullo standard essenziale, cioè il punto che deve essere
realizzato prioritariamente nei prossimi anni è togliere i bambini
dagli istituti, della deistituzionalizzazione, dell'aiuto alle
situazioni di disagio e di una costruzione di una rete di famiglie e
comunità. Così per quanto riguarda la disabilità, (ma credo che
questo riguardi anche il disagio e la malattia mentale), non si mette
l'accento su una generica integrazione ma si mette l'accento su quelli
che sono i servizi ritenuti assolutamente essenziali, per esempio centri
diurni a carattere educativo, per esempio servizi di sollievo per le
famiglie, per esempio servizi del "dopo di noi".
Salto
di qualità: rapporto non profit, volontariato e istituzioni
La sostanza però è precisa, il salto di qualità che la legge
presuppone nel rapporto tra non profit, volontariato e istituzioni, mi
pare sia abbastanza ben definito soprattutto nell'articolo 5, cioè che
il non profit e il volontariato sono coinvolti dalle istituzioni non
soltanto quando si tratta di gestire delle convenzioni ma sono coinvolti
dalle istituzioni per il loro sapere, Il volontariato e il non profit
sono coinvolti e riconosciuti non solo per il loro fare ma per il loro
sapere, il che è un passaggio importantissimo, per nulla ideologico,
perché se penso alla mia piccola esperienza, devo dirvi che le leggi
più importanti le abbiamo fatte con il volontariato, col non profit, cioè
a partire dal loro sapere; penso alla legge sull'immigrazione,
l'articolo 18 sulla tratta io non me lo sarei mai inventato se non ci
fossero state le associazioni, il volontariato, il non profit, di tutti
i tipi, laico, cattolico, che fa pratica sulla strada e che ci ha
detto:" Forse un modo per risolvere il problema è il permesso di
soggiorno e di protezione sociale". A me, ma dico a me nel senso di
istituzione in termini impropri, nessuno aveva suggerito questo, l'ha
suggerito chi fa esperienza diretta, quindi è un'esperienza diretta
capace di sapere e io credo che questo sia il salto di qualità che è
prospettato appunto nella legge che bisognerà poi praticare perché
anche qui c'è un precedente, la legge 285, è un punto di difetto, di
difficoltà nell'applicazione della legge 285, (che è una legge che ha
funzionato bene), sta nel rapporto tra istituzioni, volontariato e non
profit, e sta lì sia perché da un lato permane una cultura
istituzionale che è poco propensa all'esercizio di quella cultura del
limite, e quindi di riconoscere gli altri, ma dall'altro c'è anche una
realtà del non profit che troppe volte non sa fare rete e quindi non sa
proporsi come interlocutore unitario delle istituzioni e preferisce
avere con quelle istituzioni un rapporto di scambio (mi dai il
finanziamento, mi dai l'appalto che gestisco e non mi rompi le scatole
perché io faccio questo). Quindi è un punto critico ma è un punto
critico da entrambi i versanti.
Per informazioni e iscrizioni rivolgersi a:
Cisf – Segreteria organizzativa
Via Duccio di Boninsegna, 10 – 20145 MILANO
Tel.: 02.48012040 Fax: 02.48009938
Internet: www.cisf.it - e-mail: cisf@stpauls.it
Cisf - Codice fisc/P.
Iva 05023630964
Modificato
mercoledì 24 novembre 2010
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