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Cari medici, parlate più chiaro
Una popolazione bene informata è disposta a una corretta educazione sanitaria. Torna, così, la domanda di sempre: perché tanto uso di termini incomprensibili nella comunicazione fra i dottori e i pazienti?
Cinque anni fa insegnavo nella facoltà di Scienza delle comunicazioni dell’Università della Svizzera italiana. Fra una lezione e l’altra tenni un seminario sul rapporto che lega informazione giornalistica e salute. C’era stato in quei mesi un episodio denso di polemiche e di dolorose attenzioni intorno a una speranza, largamente riferita, di nuove cure contro il cancro e anche nella pacata opinione pubblica elvetica l’altalena delle notizie aveva alimentato emotività.
Ma il fatto di cronaca massmediologica fu solo lo spunto per un’analisi dei linguaggi e delle metodologie dell’informazione in un campo oltremodo sensibile. Gli studenti si interessarono assai, improvvisando anche piccole ricerche sulla stampa locale e su quella straniera; comparammo servizi giornalistici e trasmissioni televisive e approfondimmo i contenuti delle riviste specializzate. Avemmo occasione di constatare l’importanza di una professionalità agile e matura in un settore nel quale ogni parola pesa il doppio, raggiungendo soggetti per loro natura deboli, o come malati o come parenti di malati. La deontologia non è qui un optional.
Ho ripreso in mano le dispense di quel corso universitario dopo aver letto ottime pagine sul numero di novembre-dicembre 2006 del periodico Giornalisti, organo comune dell’Ordine, della Federazione della stampa, dell’Inpgi, l’istituto pensionistico della categoria, e della Cassagit, la cassa malattie.
La radiografia del settore che viene offerta riguarda un’informazione specializzata che «sta vivendo una fase di interessante movimento». Si tratta di una ventina di testate che «incidono sempre più (è il parere dell’organo dei giornalisti) nel rapporto medico-paziente». È una realtà cospicua, circa due milioni di copie mensili e «si va dall’informazione sulla ricerca e la prevenzione in senso stretto alla salute come bellezza e fitness, alla psicologia». Poi ci sono gli inserti della salute dei quotidiani nazionali, e le sezioni dedicate al grande argomento dai settimanali, generalisti, e dai mensili più vari, compreso il nostro che sul tema è attento e ben fornito.
Su testate, tirature, stili e problemi pubblicitari ho trovato nel resoconto molte cose interessanti. Ma qui mi preme approfondire un punto, che era già centrale in quelle esercitazioni universitarie: può la stampa svolgere un ruolo di mediazione seria ed efficace fra il gergo troppo spesso oscuro, difficile, talvolta addirittura iniziatico della classe medica e l’ansia di conoscenza chiara di chi ha o teme di poter un giorno avere affanni di salute?
Il periodico ufficiale che ho sotto gli occhi, con il titolo “Comunicazioni difficili: se tra medico e paziente metti il giornalista”, promette una «analisi di un rapporto nel quale rischiano sempre di sommarsi i difetti professionali di ciascuna categoria. Con il dottore che abusa del linguaggio specialistico e il cronista tentato dalla spettacolarizzazione della notizia».
La conclusione dell’organo della categoria dei giornalisti è che «la relazione a tre non può interrompersi, una buona informazione sanitaria fa bene alla salute». L’affermazione è condivisibile: più gente legge stampa bene attrezzata sul merito meglio è. Una popolazione bene informata è disposta a una corretta educazione sanitaria, non confonde difficoltà di guarigione con “incurabilità” (definizione da respingere sempre), si offre a una prevenzione massiccia, pratica gli “screening”, non fuma, combatte gli inquinamenti, non si fa prendere dal panico a ogni lontana notizia di esotiche epidemie, si sottrae allo scriteriato consumo di psicofarmaci, non fa diete selvagge, conosce la tragedia di anoressia e bulimia.
Una buona informazione sanitaria aiuta dunque a far funzionare la macchina nazionale della salute. Ma a me preme, al di là della mediazione giornalistica, trovare risposte a una domanda che restò inevasa (per mancanza di convincenti spiegazioni di fondo) nel mio seminario universitario: perché tanto uso di termini incomprensibili nella comunicazione medico-paziente? Quanto c’è di indispensabile e quanto di pleonastico nell’uso di sigle e parole non rintracciabili sui dizionari? Il medico nel limite del possibile deve farsi capire, deve spezzare l’isolamento linguistico, che è un elemento negativo in più in quella sensazione di separatezza che ogni persona vive quando si considera a rischio di età o di salute. Comunicare bene è già curare.

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