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La buona economia è più forte della mafia
I magistrati e le forze dell’ordine hanno vinto molte battaglie. Adesso tocca al resto della nostra società
Negli ultimi tempi si sono andati accumulando segnali del fatto che, forse, siamo a un punto di svolta sui rapporti tra economia e mafia. Questi segnali sono il frutto dei risultati raggiunti dalle valorose forze dell’ordine e dai giovani magistrati coraggiosi che, dalle stragi del 1992, si sono impegnati allo spasimo contro la mafia. Sia dato il dovuto merito a coloro che, con abilità di intelligence, sofisticazione tecnologica e dedizione hanno sgominato i capi della mafia dei viddani che da quarant’anni teneva in pugno la Sicilia. Questo dimostra che quando non ci sono freni, coperture, depistaggi politici, le forze della legge sanno vincere la battaglia, anche se la lista dei loro caduti, veri eroi civili, è lunga, troppo lunga.
Per non ingrossare oltre questa lista, è venuto il momento di capire i nuovi filoni malavitosi e i loro complici, di unire le forze, di impegnarci tutti nel risanamento di quel marciume sociale e politico che è l’humus di tutte le criminalità organizzate. Le forze dell’ordine hanno vinto un’importante battaglia. Ma perché la vittoria si consolidi è necessario che essa si saldi con un nuovo costume civile, professionale, politico, economico. I segnali incoraggianti non mancano. La presa di posizione esplicita degli imprenditori contro il pizzo che parte da Catania e trova riscontro a livello centrale, è una svolta. Il Teatro Biondo a Palermo pieno di gente per la manifestazione antiracket che nel 2005 invece andò deserta, è una svolta. I giovani che applaudono il procuratore Grasso e i poliziotti che hanno arrestato i Lo Piccolo sono una svolta.
Ma accanto ai successi vi sono anche sconfitte che mostrano uno Stato schizofrenico: da una parte grande efficienza, dall’altra colpevole negligenza. Se sono corrette le anticipazioni della stampa sulla conclusione dell’inchiesta sulle confische dei beni mafiosi condotte dalla Commissione antimafia, su questo punto così importante dobbiamo registrare delle almeno parziali sconfitte. L’inchiesta, non ancora pubblicata, conterrebbe infatti i seguenti giudizi: «Non appare adeguato far rientrare la gestione e la destinazione dei beni confiscati alla mafia nell’albo delle competenze generali dell’Agenzia del Demanio… il procedimento di confisca, destinazione e assegnazione giunge a dare frutti concreti su meno del 10% dei beni».
Guai a sottovalutare la mafia, la sua forza, i suoi addentellati con la politica e l’economia, le commistioni internazionali. Non dobbiamo dimenticare che il Parlamento, la Commissione antimafia, numerosi consigli regionali, molti consigli comunali e provinciali sono frequentati da persone elette con i voti della mafia e che, quindi, alla mafia rispondono. E nemmeno che l’economia mafiosa resta fortissima: in Sicilia vi sono interi settori dove l’unica economia è quella mafiosa. Oggi come non mai, risulta la grande verità delle parole che, tanti anni fa, mi disse Giovanni Falcone: «Se volete aiutarci, fate buona economia». Fare buona economia dev’essere la parola d’ordine per tutti gli operatori economici e professionali. Fare buona economia vuol dire, innanzi tutto, dare risposte positive, investire, creare occupazione giovanile, innovare, battersi contro le inerzie e i ritardi, spesso ignobili, delle pubbliche amministrazioni. Ma poi vuol anche dire individuare, resistere, attaccare le forme della mala economia.
Ora che la globalizzazione ha in parte spostato altrove le grandi correnti del commercio della droga, dove si concentra la mala economia? In primo luogo in una gestione dell’economia e della finanza supercentralizzata, come avviene a livello regionale, soprattutto in Sicilia, Campania, Calabria. Come diceva già John Stuart Mill (1806-1873): «I mali cominciano quando invece di fare appello alle energie e alle iniziative di individui e di associazioni, il governo si sostituisce a essi. Quando invece di informare, consigliare e, all’occasione, denunciare e imporre dei vincoli, agisce in loro vece». Dopo che il principio di sussidiarietà è stato introdotto nella Costituzione, dobbiamo dire che il centralismo economico-finanziario è oggi anche anticostituzionale. Le modalità di gestione di Sicilia, Calabria, Campania sono fuori dalla Costituzione.
In secondo luogo nella pratica del “pizzo”, che è la forma più odiosa e soffocante di controllo del territorio. Qui la saldatura tra forze dell’ordine, punte avanzate e coraggiose degli imprenditori, discesa in campo, per la prima volta, sul piano ideologico delle associazioni imprenditoriali, sembra ben avviata. Sosteniamola in tutti i modi e premiamo perché lo Stato la sostenga.
Nella manipolazione degli appalti, altro fronte decisivo e su cui vi è ancora moltissimo da fare.
Nell’edilizia di rapina e nel consumo del territorio, un campo in cui, purtroppo, i metodi mafiosi si diffondono in qualche caso sino nelle valli alpine passando per Milano, il cui sviluppo urbano è in mano a un pugno di operatori immobiliari che svolgono le funzioni pianificatorie che spetterebbero alle istituzioni pubbliche.
Nella sanità. Sottrarre alle influenze mafiose la gestione della sanità e quindi della spesa sanitaria, la maggior spesa corrente delle regioni, è di assoluta importanza.
Nella corruzione endemica, diffusa in tutto il territorio in misura sconosciuta negli altri Paesi europei avanzati, come testimoniato dalle statistiche di Transparency International, come comprovato dal libro mastro dei Lo Piccolo. Corruzione che è fonte prima dello scandaloso sperpero di spesa pubblica e che si salda con un endemico conflitto di interessi. Perciò io credo che la funzione di monitoraggio, prevenzione, studio e proposta che può svolgere il Commissariato anticorruzione sia essenziale. Dobbiamo sostenerlo in tutti i modi, sostenere la sua richiesta di poteri più adeguati e farlo crescere nella visibilità, ora che è guidato da persone non solo capaci ma determinate.
Sui temi della mala economia, madre e padre della malavita e della violenza, avviene anche la saldatura delle varie parti del Paese. Guai se pensassimo che questi pericoli siano confinati o confinabili nel Sud. Essi sono tra noi, anche se non sempre con le stesse modalità e con la stessa intensità. Per questo dobbiamo combatterli, ovunque e comunque, insieme. Ai coraggiosi delle forze dell’ordine noi dobbiamo riconoscenza e affetto, ma dobbiamo dimostrarlo urlando che su queste forze non si può risparmiare; che quando cadono, le loro famiglie devono essere aiutate, subito e senza doversi umiliare; che la benzina ci deve essere. In altri campi si può risparmiare ma non qui.
E ai giovani dobbiamo dire: scendete in campo, mettete la giovinezza e l’entusiasmo al servizio della buona causa. Le forze di polizia e i magistrati ci hanno mostrato la verità delle parole di Falcone: la mafia è un fenomeno storico e, come tutti i fenomeni storici, ha un principio e può avere una fine. Nel 2006, 123.000 giovani scolasticamente preparati hanno lasciato il Mezzogiorno. Troppi. E un’inchiesta condotta a Napoli dice che il 40% dei giovani delle scuole medie superiori pensa che la camorra sia un bene perché fa lavorare. La buona economia deve rovesciare questa credenza suicida anche collaborando con chi opera nei quartieri con impegno e generosità, come il parroco del rione Sanità di Napoli.
Impegniamoci, dunque, tutti insieme, Nord e Sud, strutture pubbliche e operatori economici seri, laici e sacerdoti, perché questa fine sia la più prossima possibile. Lavoriamo insieme per la buona economia e per il buon profitto contro la mala economia e il cattivo profitto. È possibile ed è anche possibile vincere la buona battaglia.

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