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La crisi la pagano pure i soggetti svantaggiati?
Cooperative sociali a rischio chiusura per la mancata erogazione
del 5 per mille
La più robusta delle lavoranti stava infilando un nastro nell’asola di un cartoncino. Il più giovane del gruppo era intento invece a tagliare dei rettangolini di stoffa. In fondo al bancone un signore anziano non si scompose e continuò a selezionare dischetti di plastica senza degnarmi di uno sguardo. Una ragazza con gli occhiali, l’istruttrice, mi venne incontro e disse: «Tutti vogliono fare la foto con lei». E infatti, senza un cenno di sospensione impartito da qualcuno, gli ospiti del laboratorio, una decina in quel momento, si disposero intorno a me e aspettarono che uno di loro scattasse la foto.
Non mi era mai capitato di visitare una cooperativa sociale, di quelle che si occupano di “persone con problemi” e la prima cosa che mi colpì quel pomeriggio a Thiene, in provincia di Vicenza, fu l’aria di assoluta normalità che si respirava nell’ambiente. <EM>Eppure, ufficialmente, questi operai inconsueti sono classificati come “soggetti svantaggiati”. Chi sono? Invalidi fisici, dice la legge, psichici e sensoriali, ex degenti di istituti psichiatrici, alcolisti, tossicodipendenti, condannati ammessi alle misure alternative di detenzione.
Il servizio che si occupa di loro - in Italia sono più di tre milioni - è previsto da una legge del novembre 1991, che regolamenta un’attività iniziata spontaneamente già da qualche anno. La Cooperativa sociale S. Giovanni a Thiene, per esempio, festeggia in questo 2009 il suo ventennale.
«Nel 1989 - mi racconta il presidente Luigi Rigon, piccolo, con gli occhiali, una certa età, la voce sottile - fu una donna, Annamaria Borgo Thiella, che partendo da una concreta esperienza di vita, si pose come obiettivo il recupero del disabile, inserendolo in strutture che gli permettessero di soddisfare le esigenze di socialità insite in ogni essere umano e di sentirsi utile, partecipe del mondo del lavoro».
L’idea della fondatrice trovò in paese (23.000 abitanti) immediati contributi: i padri Giuseppini fornirono in comodato d’uso la sede, un palazzetto a due piani in via Caterina da Siena, enti pubblici e privati e istituti di credito misero a disposizione dei fondi, quindi si formò un primo gruppo di volontari e oggi la cooperativa conta quattro laboratori, due uffici, la cucina, locali per i servizi logistici e ospita 19 persone “in disagio psichico”. Il tirocinio riabilitativo è realizzato in collaborazione con l’Usl 4 Alto Vicentino.
«Persone - dice Rigon - che tornano a casa la sera e arrivano qui la mattina coi mezzi pubblici; è raro che qualcuno non rispetti l’ora d’inizio del lavoro. Escono così dalla solitudine a cui li costringe la loro condizione, si ritrovano in compagnia e il contatto umano, fatto di parole, di gesti, di sorrisi, li fa sentire, oserei dire, uguali agli altri, acquistano una serenità che rende meno arduo poi il compito delle famiglie da cui provengono».
Come tutte le cooperative sociali, anche questa di Thiene scommette ogni giorno sulla sua sopravvivenza; specie da quando sono state sospese le erogazioni provenienti dal famoso 5 per mille della dichiarazione dei redditi. Qualcuno si chiederà quale sia la differenza tra l’8 e il 5 per mille. È semplice. Il primo è obbligatorio, il secondo è facoltativo ma il principio è identico: destinare una piccola fetta di imposte che versiamo allo Stato alla confessione religiosa a cui apparteniamo o per finanziare la ricerca e il volontariato.
Per la cronaca, il 5 per mille è nato nel 2005, ossia nell’ultimo anno del precedente governo Berlusconi. Fu accolto con entusiasmo da 16 milioni di contribuenti, tant’è che si raccolsero subito 392 milioni di euro. Il governo Prodi, successivamente, impose un tetto all’erogazione, ossia 250 milioni per il 2007. Con la finanziaria del 2008 il tetto è però salito da 250 a 400 milioni. Nel 2009 la disciplina del 5 per mille viene riproposta con un finanziamento massimo di 380 milioni. Destinazione nota: volontariato e ricerca scientifica, sport dilettantistico, iniziative culturali. Ma... c’è il solito ma...
«Abbiamo incassato la quota del 5 per mille fino al 2006, spiega Rigon, mentre non riusciamo a comprendere la ragione di questi blocchi ministeriali per il 2007 e il 2008. Tuttavia, noi, cooperativa di tipo B, siamo ancora fortunati. Quelle che vanno in crisi davvero sono le cooperative di tipo A, che assistono i ragazzi più gravi». E per le quali sono previste sovvenzioni attraverso il Fondo nazionale per le politiche sociali.
In Italia, nel giro di pochi anni, le cooperative basate sul volontariato con un minimo di dipendenti si sono moltiplicate: erano poco più di 7.000 nel 2005, oggi sono 19.659 con 2.800.000 soci e 487.000 dipendenti. Il loro fatturato sfiora i 60.000 euro annui, ma se vengono meno le commesse e gli aiuti pubblici, entrano, come si dice, in sofferenza. A Thiene, sempre per indicare un caso, l’autofinanziamento è dato da semplici lavori di assemblaggio per conto terzi, selezione di materie plastiche e gomma, piccole rifiniture a prodotti tessili su commissione di aziende del territorio. Un fatturato di 12.500 euro mensili, integrato dal contributo della Usl pari a 2.550 euro. Poi, il Comune, da qualche tempo devolve alla cooperativa una quota dei proventi derivanti dalle multe per sosta irregolare negli spazi riservati agli invalidi.
Ed è già qualcosa, se si considera che in tutto il Veneto i cordoni della borsa si restringono come altrove. Ho letto su Internet una battuta polemica: “La Regione riconosce 20.000 euro alla caccia e taglia del tutto i fondi per noi”. Ma la stessa cosa avviene in Toscana, giusto per citare un altro esempio: il taglio è di 18 milioni in meno, il finanziamento scende cioè da 61 milioni annui a 43. E potrei continuare, dal nord al sud: tutte le regioni riducono drasticamente questa voce del loro bilancio.
Le cooperative sociali sono di due tipi: il 59% di quelle esistenti eroga servizi socio-sanitari ed educativi (tipo A); il 32% cura l’inserimento di soggetti svantaggiati mentre il restante 9% fornisce altro genere di assistenza (tipo B). In testa c’è il Mezzogiorno con il 33% delle cooperative, seguito dal Nord-ovest (26%), dal Nord-est (19%) e dal Centro (19%). E dalla prima percentuale si capisce perché a risentire della crisi fortemente sono quelle di tipo A che assistono, come dice Rigon, «i ragazzi più gravi». Dove “ragazzi” sta per persone di ogni età. Gli ospiti di via Caterina a Thiene vanno infatti dai 18 anni in su, fino a oltre 70. Un modo di dire affettuoso. Anche lui, il presidente, con i suoi “anta” è un ragazzo. Ne ha lo spirito, di sicuro. E di persone così ce ne vorrebbero tante per dare più spessore alla parola solidarietà.
Ufficio reclami
Multa per auto... altrui
Il signor Giuseppe Maravigna, di Tarquinia, ha ricevuto un avviso di pagamento di una multa dalla polizia municipale di Milano per non avere fornito i dati della patente entro il termine previsto a causa di una precedente multa per eccesso di velocità che gli era stata comminata. “Io, però, non ho fornito i dati del conducente perché avevo fatto ricorso al giudice di pace di Milano in quanto, avendo chiesto le foto del momento dell’infrazione, mi sono accorto che non si trattava della mia auto. Prima della scadenza ho pensato di pagarla per evitare rogne e dopo qualche giorno ho chiesto il rimborso per raccomandata”.
È possibile presentare una contestazione entro 60 giorni davanti al prefetto o al giudice di pace anche per la seconda contravvenzione, purché non sia stata saldata usufruendo del “pagamento in misura ridotta”. Nella documentazione da allegare all’istanza, vanno inserite anche le informazioni e una copia del ricorso della prima multa (e l’eventuale sentenza, se dovesse arrivare).
Anoressia e ricoveri
Il signor Andrea G. è padre di una ragazza che soffre di anoressia: “Mia figlia lavora con un contratto a tempo determinato in un’azienda privata di riscossione tributi e per quel problema (l’anoressia) è costretta, per seguire quel corso di recupero, a recarsi in città a 180 chilometri dalla nostra residenza. La ditta non le considera queste giornate come ricoveri in day hospital; effettivamente non lo sono, poiché non sono dei ricoveri in ospedale ma sedute in una struttura che, seppur pubblica, non è un ospedale. Esiste una normativa secondo la quale questa terapia possa essere equiparata a un ricovero in day hospital?”
Gli accordi contrattuali (tanto per i dipendenti a tempo determinato quanto per quelli a tempo indeterminato) prevedono permessi retribuiti per seguire “interventi terapeutici in caso di gravi e documentate infermità”, che possono durare oltre la soglia dei tre giorni. Purtroppo, però, questo caso non rientra nella categoria appena menzionata. Il consiglio che posso dare è quello di parlare, all’interno dell’azienda, con il rappresentante sindacale, per capire quali margini ci sono. Suggerisco, inoltre, di consultare un esperto dell’Aba, l’Associazione per lo studio e la ricerca sull’anoressia, la bulimia e i disordini alimentari, che sarà in grado di indicarle una possibile soluzione terapeutica alternativa.
(Ha collaborato Matteo Acquafredda)
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