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Bullismo, fenomeno da sgonfiare
I mass media tendono a enfatizzare episodi anche gravi, ma la realtà è che la devianza adolescenziale era più ampia e preoccupante cinquanta o cento anni fa. E in campo educativo non siamo alla disfatta

Vorrei tentare una cronaca alla rovescia sui rapporti fra le generazioni e sulla condizione giovanile, a cominciare da una bella notizia che smentisce la progressiva latitanza del ruolo del padre dalla scena sociale: la Società italiana di ginecologia e ostetricia nel corso dell’annuale congresso tenuto poco tempo fa a Roma ha segnalato che il padre moderno è sempre più presente in sala parto alla nascita dei figli. Nell’Italia del Nord addirittura l’88% degli uomini vuole assistere al momento più felice della propria genitorialità.
Il ritorno del padre nella dinamica familiare è registrato da molti scienziati del comportamento dei gruppi. La crisi dell’autorità e del coinvolgimento, che ha negativamente segnato per oltre quaranta anni la formazione dell’infanzia e dell’adolescenza nelle società del benessere, sembra lentamente riassorbirsi senza che si ripropongano i vecchi schemi paternalistici e maschilisti che dai tempi della patria potestas avevano mantenuto dentro il potere degli uomini l’equilibrio sbilanciato dei singoli nuclei familiari.
A partire da questo ricollocamento i mezzi di comunicazione di massa dovrebbero prendere l’abitudine di raccontare meglio, cioè con un taglio meno pessimistico, l’esistenza dei ragazzi italiani, che non sono nel loro insieme così violenti e così disordinati come le cronache del bullismo tendono a descriverli. 

L’affermazione frequente, affidata a grandi titoli di giornale e a generici reportage televisivi, che il bullismo è in crescita esponenziale non si basa su alcun dato statistico. Esistono episodi anche gravi che i mass media tendono a enfatizzare, descrivendo la parte per il tutto. L’aggressività, che in ogni individuo si manifesta fin dai primi anni, non è per suo conto bullismo di massa, è qualcosa di fisiologico che educazione e controllo riescono a far metabolizzare oggi meglio di quanto succedesse un tempo, nonostante il contributo negativo della Tv e dei videogiochi, i cui contenuti spesso arrecano danno. Non è facile fare calcoli in materia, perché la violenza giovanile, quando non invade lo spazio pubblico del processo penale, non è censibile, la stessa microcriminalità è per gran parte non denunciata e non fa quindi lievitare le cifre delle statistiche ufficiali. Ma gli storici ci informano senza incertezza che c’era più devianza adolescenziale in altre stagioni. È un fatto acquisito che il bullismo sta scendendo quasi a zero in istituzioni chiuse, pensate al servizio militare obbligatorio, pensate alle università, che un tempo ospitavano fenomeni preoccupanti e vasti di violenza fra coetanei, dall’odioso “nonnismo” alla goliardia estrema con i suoi rituali prepotenti e degradanti.
Oggi il bullismo tende per la maggior parte dei casi a concentrarsi nella scuola, di solito meno tragico di un tempo, eppure per l’osservatore più drammatico, perché reso più visibile dai riflettori mediatici che ne amplificano gli effetti e stimolano l’emulazione al peggio. La violenza ha uno schermo così largo che viene da stupirsi che i ragazzi per lo più riescano a rifiutare la spinta a copiare gli esempi proposti. Pensate a quella testata di Zidane offerta a un miliardo di telespettatori nella partita mondiale. Nel contesto emotivo non era semplice per l’adolescente discernere, cogliere il disvalore del gesto, isolarlo dal suo alone suggestivo.

Quando non è l’esito di situazioni sociali estreme, quando non trova terreno di coltura nel degrado urbanistico delle periferie ingiuste, oggi in media c’è meno bullismo di cinquanta o cento anni fa, perché la pedagogia fa i suoi progressi, la psicologia dell’età evolutiva insegna meglio agli educatori i meccanismi della crescita, dall’acquisizione dell’autocontrollo alla supervisione dell’adolescenza. Insegnare ai giovanissimi la maturazione di una duplice intelligenza, sia introspettiva sia sociale, è scienza moderna. Non è vero che in questo campo educativo siamo alla disfatta. Buon mestiere di cronista induce a riferire che siamo in mezzo a un guado, ma non ci sono generazioni che stanno per affogare, a differenza di quanto un non documentato allarmismo indurrebbe a far credere. 

 



PENSIAMOCI
di Gaspare Barbiellini
Amidei

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