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Italia, Paese senza... merito
Lo sfogo di una lettrice di Club3 e le cifre di un sondaggio: per il 60% dei giovani over 20 non si fa strada senza raccomandazioni
Quanto conta oggi il merito nel nostro Paese? E cosa s’intende, realmente, per merito? Interrogativi a cui hanno cercato di rispondere libri firmati da Gian Antonio Stella (uno dei pochi giornalisti col coraggio di denunciare le storture), da Giovanni Floris, l’abile conduttore di Ballarò su Raitre (Mal di merito) o da Roger Abravanel (Meritocrazia). Ma sono anche interrogativi che si pone una lettrice di Club3, Rosalba Anzalone, in pensione “dopo 50 anni di servizio nella scuola, senza nemmeno un grazie”.
Scrive: “Caro Lubrano, sembra che sulla parola merito si sia tutti d’accordo. Non è così. Pare che in tempi in cui si esaltano la qualità e l’efficienza, l’accrescimento di questi due indicatori possa essere considerato un merito da ascrivere al lavoratore, ma con tutte le variazioni interpretative del caso. Una di queste vede il merito come fedeltà al politico o all’amministratore di turno. Un impiegato non è degno di riconoscimento se non è del partito del capo o amico di qualcuno in vista, amico del capo. Non parliamo dei rapporti coi dipendenti d’altro sesso. Se ci sono limitazioni nel riconoscimento è chiaro che tali limitazioni devono essere attribuite alle donne. E poi, le donne sono sempre ricattabili... Ne faccio una questione generale e non solo mia. Ma se vuole saperlo, caro Lubrano, sono proprio delusa: ho concluso ben 50 anni di servizio nella scuola e nessuno mi ha detto grazie! La retribuzione di risultato è stata attribuita a pioggia, ossia uguale per tutti, sia a chi ha fatto meglio, sia a chi non capisce un accidente di niente”.
L’amarezza della signora Anzalone richiama le polemiche di gennaio, dopo il primo quadrimestre, sugli scrutini: brutti voti in profitto e in condotta. Qualche osservatore ha posto l’accento sull’atteggiamento dello Stato: quanto investe per una preparazione degli insegnanti che sia adeguata ai tempi? E, inoltre, sa premiare i migliori o li ignora?
Mi sembra illuminante quanto ha scritto sul Corriere della Sera Gian Antonio Stella: “Dio sa quanto abbiamo bisogno del ripristino del merito in una scuola in cui da tempo i maestri e i professori non vengono assunti per concorso ma di sanatoria in sanatoria, a partire da quella del 1859. Una scuola in cui l’unica pagella accettata da chi ci lavora è l’autovalutazione annuale effettuata dal dirigente scolastico stesso, il quale deve riempire un quiz in cui gli si chiede se sia o meno bravo nell’identificare con immediatezza i problemi che impediscono una corretta realizzazione di attività rientranti nelle proprie responsabilità”.
Roger Abravanel è più drastico: “Il nostro è il Paese delle raccomandazioni, delle clientele, delle famiglie, delle corporazioni, delle oligarchie, delle mafie. L’Italia è la società più ineguale dell’Occidente”. Dobbiamo ammetterlo: è vero. Qui ci si raccomanda per qualsiasi cosa, c’è il mito incrollabile della spintarella. Persino nei quiz televisivi spunta sempre un concorrente che chiede “un aiutino”. E dunque...
Un’indagine della società di ricerca che fa capo al professor Ilvo Diamanti ha stabilito che in un trimestre del 2008 il 61% degli italiani ha chiesto o ottenuto qualcosa da un parente, il 60,9% da un amico, il 33,9% da un collega di lavoro. Che vuol dire “meritocrazia”? Consultiamo il dizionario di Tullio De Mauro, glottologo ed ex ministro della pubblica istruzione: “Concezione in ordine alla quale si ritiene legittimo che il successo, il prestigio, il potere, si debbano conseguire esclusivamente in virtù delle doti, delle capacità e dei meriti personali”. Esattamente il contrario di quanto avviene in Italia. Da noi, un giovane, per affermarsi deve avere un protettore. Uno su due, per un’altra ricerca, è raccomandato. Addirittura il 60% dei ragazzi con meno di 20 anni è convinto che il futuro dipenda dalla forza della raccomandazione. E ha ragione la nostra lettrice quando fa rilevare che esiste anche la negazione del merito alle donne. Spesso sono penalizzate pure se hanno conquistato sul campo un avanzamento. Leggo sul Corriere della Sera del 25 gennaio: “Pubblico impiego, sorpasso rosa. Le donne sono il 54,7% dei dipendenti ma poche dirigenti. Laureate, vincono i concorsi ma guadagnano il 15% in meno”. Fino a che punto le quote rosa hanno un senso in politica e nel lavoro?
Il merito però va anche aiutato, dicono i sostenitori della cosiddetta “segnalazione”: è fatta talvolta allo scopo di dare una mano ai giovani capaci, preparati, i quali non sempre hanno facilità di accesso al mondo del lavoro. Ma anche questa si rivela una stortura. In sostanza, nel nostro Paese, presente e futuro si chiamano clientelismo. O nepotismo. A mio parere, la meritocrazia è stata azzerata dai sindacati che tendono a privilegiare l’uguaglianza retributiva mentre la logica vuole che chi è più bravo dev’essere pagato meglio. Allo stesso modo responsabili sono i politicanti, che devono piazzare i loro clienti, intelligenti o cretini che siano. Penso, per esempio, alla Rai, dove i professionisti senza un colore preciso finiscono con l’essere emarginati. Sulla più grande azienda culturale del Paese corre una battuta significativa. “Sì, è vero, la lottizzazione c’è sempre stata, solo che ai tempi di Bernabei le assunzioni avvenivano così: due raccomandati e un professionista; adesso il professionista è stato abolito”...
Dice il filosofo Aldo Masullo nel libro Napoli siccome immobile (Guida Editore) che “gran parte dei cosiddetti politici, tra l’interesse generale della società e l’interesse della “famiglia” intesa come gruppo di appartenenza, non esita a scegliere il secondo. Tra la giustizia e gli amici, il politico sceglie gli amici; tra il rispetto delle regole e il favore al cliente-elettore, sceglie quest’ultimo”. Il guaio è che i meriti, se negati, penalizzano l’economia del Paese. Ma pare che di questa verità freghi niente a nessuno. C’è da chiedersi infine, se solo l’Italia soffra del “mal di merito”. Maria Teresa Brassiolo, presidente di Transparency International Italia, assicura che il primato è solo nostro.
Ed ecco come la signora Anzalone conclude la sua lettera: “Ora non sarebbe bello che si desse la buona entrata ai giovani che prendono servizio e la buona uscita in termini anche di apprezzamento a coloro che hanno lavorato bene e che si portano in pensione brutti ricordi?”. Sarebbe bello, cara signora, ma...
Ufficio reclami
Canone Rai e Tremonti
Il signor Luciano Schmidt, di Milano scrive: “Ho 82 anni e come ogni cittadino pago il canone Rai. In questo mese ricevo tramite l’Agenzia delle entrate un bollettino da pagare senza la comunicazione di chi e come è esente. Unica possibilità, il call center numero 199 eccetera. E un pensionato deve pagare, sappiamo quanto costa il 199 che non è un numero verde. Non potevano mettere sul retro della lettera una comunicazione in merito?”.
Ha ragione, queelo è un numero a pagamento. Lei potrebbe non pagare il canone, perché l’art. 1, comma 132 della legge finanziaria 2008 varata dall’ex governo Prodi prevedeva, stanziando 26 milioni di euro, una esenzione al pagamento del canone televisivo per tutti gli over 75 (con un reddito complessivo mensile non superiore a 516,46 euro) e il rimborso per chi l’avesse già pagato. Ma è una beffa, legga l’articolo a pagina 1 del Notes.
Gpl e Iva non agevolata
A oggi l’Iva agevolata al 10% è valida solo per il gas metano e non per il Gpl. Si tratta sicuramente di un’ingiustizia, ma la legge è quella e per ora bisogna rassegnarsi. A sua volta il signor Antonio Sammartino di Courmayeur (Ao), riferendosi a una risposta data nel numero scorso al signor Oronzo De Nunzio, di Surbo, chiede gli estremi del decreto citato. Si tratta del Dl.vo n. 26/07 che ha recepito la Direttiva Europea 2003/96/CE per la ristrutturazione della tassazione del gas metano. La nuova normativa ha fissato dal 1° gennaio 2008 l’aliquota Iva al 10% sui primi 480 metri cubi annui di gas consumato per usi civili, superando tutti i precedenti contratti: T1 (gas per uso cucina), T2 (gas riscaldamento individuale) e T3 (gas riscaldamento dei condomini).
(Ha collaborato Matteo Acquafredda)
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