Stampa  |   Chiudi la finestra  | 
..........................................................................................................................................

Ma esiste in Italia la concorrenza?
Sembra che le aziende e i consumatori spesso dimentichino che la competizione potrebbe offrire più qualità a minor prezzo

Non più tardi di due anni fa l’industriale Andrea Pininfarina, a un’assemblea di colleghi lanciò una sorta di slogan: “Vince chi si apre”. E aggiunse: «Sarebbe ora di avviare una profonda opera culturale per convincere l’Italia intera che la concorrenza è un bene pubblico». Intendeva dire che imprenditori e consumatori considerano la concorrenza un male o un fantasma?
Una decina d’anni prima, l’Antitrust, presieduta da un giurista di fama come Giuseppe Tesauro, aveva accertato l’esistenza di un tacito accordo fra compagnie petrolifere per tenere i prezzi dei carburanti allo stesso livello, senza farsi del male insomma. Il classico “cartello”, punito con una multa severissima (i petrolieri si vantano di non averla mai pagata). La medesima sanzione colpì le compagnie di assicurazione e 36 banche. Sempre nei confronti degli istituti di credito l’Antitrust, diretta oggi dal professor Antonio Catricalà, ha promosso nel 2007 un’inchiesta sui costi bancari eccessivi e sull’esosità del bancomat. A conferma di quanto sostengono gli esperti, e cioè che in Italia la concorrenza nel settore creditizio è impalpabile. 
Gennaio 2008: i giornali pubblicano i dati sui controlli dell’Agenzia delle entrate. Sette negozi su dieci non sono in regola, non rilasciano lo scontrino. In testa, i commercianti d’abbigliamento, seguiti da bar, ristoranti, pizzerie e panetterie. Le associazioni di categoria dicono che la colpa è dei negozianti abusivi, che fanno “concorrenza sleale” ai commercianti che rispettano le regole. Sarà così ma è credibile che sette negozi su dieci siano abusivi, senza licenza? Questi riferimenti dimostrano che in Italia la concorrenza non esiste e se compare è attuata in modo spesso scorretto.
Anche noi consumatori abbiamo le nostre colpe. Diamo spesso l’impressione di essere rassegnati alle soperchierie del mercato, ai monopoli palesi od occulti, alle imposizioni dei gruppi economici più forti. Aspiriamo alla riduzione dei prezzi o all’equità delle tariffe, all’efficienza dei servizi e alla qualità dei prodotti ma ci scopriamo incapaci di reagire. Sopportiamo. E forse non abbiamo le idee chiare. A 1.500 persone dai 15 anni in su è stato chiesto (ricerca di Ilvio Diamanti): «Parlare di concorrenza nella società di oggi significa soprattutto parlare di…?». Di libertà, ha risposto quasi il 32% del campione, di qualità il 21%, d’efficienza il 15,5%, d’egoismo l’11. Nessuno che abbia richiamato il concetto della concorrenza commerciale, la competizione tra le imprese per offrire prodotti di qualità al miglior prezzo. Tuttavia, una reazione c’è. Voglio leggerla nei risultati di una ricerca del sociologo Giampaolo Fabris per Consumer’s Forum. Stiamo diventando infedeli. Un tempo il 50% dei consumatori eglieva solo una marca, ora la percentuale si è dimezzata (25% di “fedeli”) mentre il 53,8% orienta i suoi acquisti su due o tre marche. Il 21% non si fa influenzare dalla pubblicità e dalle grandi marche, compra il prodotto più conveniente. Sommando i due dati, si va oltre il 70%, ossia la maggioranza. Dice Fabris: «C’è la percezione che sia possibile trovare beni di buona qualità, talvolta eccellente, anche a livelli contenuti di prezzo». La crisi incide sulle nostre abitudini di spesa ma perché non pensare che diventiamo eretici del mercato di fronte all’assenza di concorrenza? Potremmo dire che abbiamo adottato noi, i consumatori, lo slogan di Pininfarina: “Vince chi si apre”. E infatti ci stiamo aprendo.

Ufficio reclami

Caldaie e inquilini
Il signor Fabio Sicari di Bergamo racconta le sue vicissitudini da quando gli hanno acceso gli impianti di riscaldamento centralizzato: «Il mio calorifero non funziona; ho chiamato più volte il manutentore della caldaia ma il problema non è stato risolto. Ho chiamato più volte l’amministratore condominiale, senza beneficio. Ho chiamato più volte il padrone di casa ma lui ha detto che non può farci niente. Poi ho acquistato una stufetta elettrica. Ma il contatore gira che è una bellezza. Il consumo è sei volte maggiore del consumo ordinario. Le chiedo: chi deve pagare la differenza di consumo elettrico? È possibile che l’amministratore condominiale non abbia potere d’intervento? Da ultimo: e se a causa del freddo, che la stufetta elettrica non riesce a vincere del tutto, dovessi sentirmi male?». Tutta la manutenzione straordinaria dell’impianto di riscaldamento (quando questo non funziona) spetta al proprietario dell’immobile, non all’affittuario. Per questo deve essere il locatario a risolvere i problemi relativi a termosifoni e caldaie. Sicuro delle sue ragioni, lei può intimare prima verbalmente e successivamente attraverso una raccomandata a/r (in questo caso sarebbe opportuna la consulenza di un legale in modo da quantificare anche economicamente il danno ricevuto) la rapida risoluzione del guasto.

L’8 e il 5 per mille
La signora Gioietta Rissodilli, di Messina, mi chiede quale sia la differenza tra l’8 per mille e il 5 per mille. È semplice: il primo è obbligatorio, il secondo è facoltativo. Ma il principio è identico: destinare una piccola fetta delle imposte alla confessione religiosa a cui apparteniamo o alla ricerca e al volontariato. L’istituzione dell’8 per mille risale al 1985 e discende dal concordato che il Governo Craxi stipulò con lo Stato pontificio nel 1984. Ogni cittadino che presenta la dichiarazione dei redditi può scegliere la destinazione tra sette opzioni: Stato, Chiesa cattolica, Avventisti, Assemblee di Dio, Valdesi, Luterani, Ebrei. Se non si sceglie, l’8 per mille torna allo Stato. Il 5 per mille, invece, è nato nel 2005, ultimo anno del Governo Berlusconi. Fu accolto con entusiasmo da 16 milioni di contribuenti, tant’è che si raccolsero 392 milioni di euro. Il Governo Prodi ha imposto invece un tetto, 250 milioni per il 2007. Con la Finanziaria del 2008 il tetto è salito a 400 milioni. Nel 2009 il 5 per mille sarà riproposto per un massimo di 380 milioni.
(Ha collaborato Matteo Acquafredda)

_________________________________________________
Se hai un reclamo, puoi scriverci per raccontare il tuo caso. Ti preghiamo di indicare sempre l’indirizzo per eventuali riscontri e di essere chiaro e conciso nell’esposizione.
Non diamo risposte private ma solo in questa pagina.
 

scrivi ad Antonio Lubrano

 



MI MANDA CLUB3
di Antonio Lubrano

ARCHIVIO

:: Il pedone, una specie a rischio

:: Ma esiste in Italia la concorrenza?

:: Attenti all'asterisco

:: Bancomat, servizio con pedaggio

:: Quando la multa diventa una trappola

:: I figli del silenzio

:: Se la badante se ne va

:: L'assurdo: abbiamo troppi soldi in tasca

:: I giocolieri del fisco

:: Graffitari e imbrattamuri

:: Il trucco c'è e si vede

:: I nuovi modi di fare la spesa

:: Sono falsi, non affari

:: Più libri meno risse