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 Sono clonati e pure bidonati
Lo squallido mercato delle targhe “gemelle” prospera, soprattutto al Sud. Ma è difficile sgominarlo

È il 1°aprile del 2002: a un semaforo in pieno centro a Napoli due Lancia Ipsilon si affiancano. Hanno la stessa targa. «Ma che razza di scherzo è questo!», sibila uno dei due conducenti e telefona ai vigili urbani. Altro che pesce d’aprile, la vettura gemella risulta rubata a Roma. 
Nel riferire la singolare coincidenza i giornali locali ricordano che un anno prima ad alcuni militari e impiegati della base Nato erano state vendute auto di lusso rubate, reimmatricolate con targhe clonate e dotate di carte di circolazione rubate agli uffici della motorizzazione civile di città del Nord. Il trucco è sempre lo stesso: la clonazione è possibile solo con vetture dello stesso modello. La cronaca registra truffe del genere una dietro l’altra.
Un commerciante, per esempio, denuncia ai carabinieri di Bagnoli Irpino lo smarrimento della targa della sua vettura. Da una immediata indagine risulta che quella targa è stata dichiarata smarrita altre cinque volte. Una delle cinque circola indisturbata a Brescia. Il colmo si raggiunge quando le vittime sono due dirigenti della polizia municipale di Napoli: il comandante Giosuè Candita, a cui vengono inviate dai vigili di Milano due multe per infrazioni al codice della strada commesse nel capologo lombardo dove lui non è mai stato; e il maggiore Pasquale Ciancio, accusato di non essersi fermato al casello autostradale di Roma e di non aver pagato il pedaggio. Sia l’uno che l’altro hanno potuto dimostrare la loro innocenza per un dettaglio. Il colore dell’auto di Candita è grigio, la gemella invece è gialla. La targa di Ciancio è regolare mentre la targa dell’auto fotografata sull’autostrada aveva un 5 più piccolo: «Si vedeva chiaramente» racconta il maggiore «che era un 6 manomesso».
L’allarme per il dilagare dello scandalo in tutta Italia trova una eco nella lettera che il sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini invia al Consiglio dei Ministri nell’estate del 2002: «Continuano ad arrivare da parte dei vigili urbani delle città del Sud ingiunzioni di pagamento a carico di cittadini settentrionali per infrazioni che avrebbero commesso alla guida nei luoghi più disparati del Meridione. Tutto falso, falsi i fatti, falsi i testimoni! Tutto architettato magistralmente da organizzazioni criminose che operano nel Sud Italia».
Ma il discorso non si limita all’Italia. Nel 2003 anche in Inghilterra vengono scoperte delle targhe sospette. Ignari automobilisti ricevono multe salate dalla polizia londinese pur non avendo mai guidato la loro macchina nella capitale. Il quotidiano The Independent promuove subito una indagine e scopre che duplicare una targa è un gioco da ragazzi. Sono bastate due telefonate, scrive, per trovare un meccanico disposto a tagliare, rimescolare e saldare con il silicone la targa-clone.
Nel 2004 la polizia stradale italiana mette le mani su un clan salernitano che “esporta” auto con targhe clonate nei Paesi arabi, in Germania e in Russia. 
Sono almeno dieci anni che dura questo traffico. Esteso da poco anche alle moto. La novità è arrivata alla ribalta nel 2007 dopo un assalto a una storica pizzeria napoletana: sei malviventi a bordo dei loro cavalli d’acciaio sono piombati nel locale e lo hanno devastato. Un negoziante dirimpettaio è riuscito a prendere qualche numero di targa e i carabinieri hanno appurato che si trattava di targhe appartenenti a moto di Padova.
Attraverso le confessioni di qualche componente di tali organizzazioni criminose si sono appresi alcuni particolari interessanti: 1) Esistono dei veri specialisti della falsificazione. A Sant’Antonio Abbate, in provincia di Napoli, c’era un tale, ora in galera, noto con il soprannome di “Scalpellino d’oro” per la sua estrema abilità nel contraffare i telai. Un altro nello stesso comune gestisce un laboratorio di incisione targhe. 2) I rapporti tra malviventi avvengono attraverso un linguaggio cifrato, che cambia di frequente in conseguenza degli arresti. Le auto, per esempio, si chiamano “scarpe” , la polizia “malutiempo”. 3) Negli ultimi anni si è sviluppata una certa collaborazione fra delinquenti del Sud e delinquenti stranieri. Nel 2006 fu beccato un clandestino ucraino, Yuriv Timchenko, che vendeva auto ripulite con polizze di assicurazione di false società del suo Paese. 4) Ma quello che più conta è la rete di complicità su cui le bande possono contare. Tutte le auto sequestrate con targa fasulla sono corredate di libretti di circolazione e certificati del Pra, rubati in bianco negli uffici della motorizzazione civile di mezza Italia; nonché di atti di passaggio di proprietà e tassa di possesso, anch’essi ovviamente apocrifi. Qualcuno deve aver dato una mano ai ladri.
D’ora in poi quando vi fermate al semaforo guardare attentamente l’auto che vi si affianca. Se il modello e la fabbrica coincidono, occhio alla targa. Non si può mai sapere.

Ufficio reclami

Al freddo e al gelo...
Simonetta Giunto di Bologna ci scrive sui problemi dei condomini e degli amministratori di case: “Vivo in un condominio al freddo e al gelo. Ho chiesto all’amministratore perché i termosifoni non funzionano, mi ha risposto che da mesi non paga le bollette del gas. E come mai noi condomini lo scopriamo soltanto adesso, nel pieno dell’inverno? Vuol dire che nel palazzo ci sono molti morosi? Possiamo chiedere l’intervento dei carabinieri? Oppure, che cosa è bene fare per un ripristino immediato del riscaldamento?” 
In queste situazioni la via più rapida è quella di rivolgersi direttamente a un avvocato (le forze dell’ordine non hanno potere), che prepari una lettera all’amministratore intimando di procedere al ripristino del servizio nei tempi più rapidi. Se ciò non avvenisse, ci si può direttamente rivolgere al tribunale. Inoltre, viste le mancanze dell’amministratore stesso, procederei con una raccolta di firme che convochi un’assemblea straordinaria che lo sfiduci.

I buoni postali e il p.f.r.
Maria Bernardina Antonazzi ci sottopone un problema legato a un buono postale fruttifero: “Sono in possesso di un buono postale fruttifero di mia sorella deceduta, cointestato a una persona che lei conosceva e di cui - sono passati diversi anni - non si sa più niente, al limite se sia vivo o morto. Sono andata all’ufficio postale e mi è stato detto che se non rintraccio questa persona alla quale spetta il 50% della somma, non me lo possono pagare. Nel frattempo mi hanno fatto spendere soldi per i documenti richiesti con marca da bollo per l’atto sostitutivo di notorietà e il certificato di morte di mia sorella”. I buoni postali fruttiferi cointestati possono essere incassati solo da tutti i cointestatari, a meno che non sia apposta sul buono un’apposita dicitura, la clausola “p.f.r.”, ovvero “pari facoltà di rimborso”, apposta all’atto di emissione, che consente l’incasso da parte di uno soltanto di essi.
(Ha collaborato Matteo Acquafredda)

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di Antonio Lubrano

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