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Quante ricette sbagliate
Si sta affrontando il crollo economico mondiale con metodi che rischiano di peggiorarlo, forse perché non s’è capito che la crisi è di sistema. Gli ultimi vent’anni di ideologia capitalista andrebbero azzerati

Vi è qualcosa che i cittadini devono temere più della crisi: i provvedimenti che i Governi prendono per sostenere artificiosamente il ciclo economico. Questa è, non mi stancherò di dirlo, una crisi strutturale che richiede reazioni strutturali. Rispondere con incentivi è una folle dispersione di risorse. Un esempio? Pochi mesi fa dicemmo che i 13 miliardi di dollari buttati dal Governo americano nella fornace della General Motors sarebbero stati capitale bruciato senza senso. Perché l’azienda andava ristrutturata a fondo e probabilmente fatta a pezzi e il suo top management cambiato. Invece, dei fondi a sostegno dei suoi lavoratori licenziati sarebbero stati un buon investimento nella tenuta del tessuto sociale. Pochi mesi sono passati, i 13 miliardi sono finiti e la crisi della GM è come prima o peggio di prima. Purtroppo i pessimi gestori dell’economia americana continuano a ragionare in chiave congiunturale e a proseguire il disastro, invece che invertire la rotta. Lawrence Summers, capo dei consulenti economici della Casa Bianca ha dichiarato: «Un incremento a breve termine di spese correnti del Governo supera per il momento l’obiettivo, a più lungo termine, di affrontare gli squilibri strutturali che per molti economisti hanno causato la crisi finanziaria». Andando avanti così la crisi sarà sempre più lunga. Quanto, nessuno può rispondere, perché tutto dipende da come si comportano i Governi.

Azzardo solo affermare che nessuna ripresa seria e duratura sarà possibile sino a che non succederanno le seguenti cose:
se non si determina con chiarezza l’ammontare dei titoli tossici e delle presunte perdite del settore bancario;
se non si crea un nuovo quadro di riferimento internazionale. Tutti gli equilibri si sono rotti e ne vanno ricreati di nuovi. Innanzi tutto, stabilire un nuovo patto tra Usa e Cina (che detetiene le maggiori riserve valutarie mondiali); ecco perché incominciare, come ha fatto il neoministro Usa del Tesoro, Geithner, con un attacco alla Cina, non sembra particolarmente intelligente;
se non si smette di affrontare la recessione con concetti, metodi e rimedi pressoché congiunturali. Se, cioè, non si capisce che siamo di fronte a una svolta strutturale fondamentale e non a una crisi temporanea;
se non cambiano alcune concezioni di fondo dell’economia e del management: innanzi tutto abbandonare l’utilizzo del Pil quale parametro unico di buona salute di un Paese; quindi il principio, affermatosi negli ultimi vent’anni, che il management deve solo creare valore per gli azionisti, contro l’antico principio che lo deve fare per l’impresa e per tutti gli interessati alla stessa; in terzo luogo riportare i poteri neofeudali del top management e delle grandi banche alla ragione democratica (in questa prospettiva preoccupa molto che il presidente Obama si sia circondato di esponenti del neofeudalesimo bancario); infine, cancellare l’ultracapitalismo d’assalto di matrice americana e riconoscere esplicitamente che l’unica concezione economica sopravvissuta con onore allo tsunami è l’economia sociale di mercato di matrice tedesca ed europea;
se non torniamo a lavorare insieme, soprattutto in area Ue come quando abbiamo insieme e costruito la nuova Europa dopo il disastro bellico, rinunciando ad affrontare la crisi in ordine sparso, sia tra nazioni che tra settori produttivi; vincente e necessario è il progetto di fare una grande emissione di obbligazioni europee;
se non sconfiggiamo il partito degli “agevolisti” che alimentano l’illusione che i Governi possano risolvere la crisi a colpi di agevolazioni a questo o a quel settore; 
se non ci convinciamo che gli scarsi denari pubblici non devono andare a sostenere i produttori ma i salari, i disoccupati, i precari, i piccoli operatori, tutte le fasce più deboli del tessuto sociale. La formula dev’essere: il Governo aiuti i cittadini in difficoltà; le banche sostengano le imprese;
se si affronta la crisi con la falsità. E la falsità più grande è di far finta che i tassi nominali degli interessi siano prossimi allo zero, mentre il credito necessariamente scarseggia (le gigantesche perdite bancarie sono risorse distrutte e che non esistono più) e quando lo si trova è (e sarà) sempre più caro. La politica dei tassi nominali prossimi allo zero è una truffa dannosa;
se non si capisce che tutto quello che stiamo facendo sta creando le basi per una nuova inflazione storica.
Le cose da fare per uscire dalla crisi non sono misteriose, ma difficili. Giudicate voi il tempo necessario per realizzarle. A me sembra che la questione sarà lunga.

 



LA BORSA E LA VITA
di Marco Vitale

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