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Quell'onda acritica che annienta
La religione possiede una forza attrattiva irresistibile, soprattutto sui chi è “lontano” ed è in cerca di lumi, a patto che essa non venga confusa con l’affarismo, a condizione che non sia arrogante
Mi è stato chiesto di accompagnare un treno per Auschwitz. Emozionato e un poco intimidito, il 25 gennaio mi sono ritrovato su uno dei marciapiedi della stazione di Carpi (Modena) con seicento giovani e un centinaio di adulti. La sera successiva avrei parlato loro in un teatro di Cracovia, poche ore dopo ci saremmo recati in visita al campo principale di Auschwitz e poi a quello di Birkenau, che dista appena tre chilometri dal primo. Tra l’uno e l’altro, si sono portati via un milione e mezzo di ebrei inermi, un quarto di quelli sterminati dai nazisti.
Infinita è la mole di riflessioni che scavano da oltre sessant’anni nelle viscere di quell’evento senza eguali. In fondo, penso che nessuno possa dire parole nuove su quella macchia perenne per l’umanità; possiamo però porci delle domande, cercare di capire in quale brodo di cultura prendono forma tali mostruosità.
Una signora è giunta al termine della terapia. Mi chiede se può farmi un regalo: «So che lei non può accettare regali, ma si tratta di libri usati e non credo di infrangere le sue regole». Si avvia alla macchina e torna caricata come un mulo, lascia uno scatolone in anticamera, poi riparte per riapparire di lì a poco con un secondo scatolone. «Ecco, li tenga lei, ora mi sento una donna libera e non ho più bisogno di questa roba con la quale sono stata ubriacata e intristita per dieci anni».
Per tanti anni era stata legata mani e piedi a un movimento religioso con forti connotazioni politiche, radicato soprattutto nel Nord Italia, vivendo un’esperienza «aggressiva e totalizzante, che ha paralizzato la mia crescita personale, riducendo al lumicino la mia libertà di coscienza. Ci muovevamo come api, sciami indistinti, dove la mia personalità annegava e si perdeva. Non è questa la mia religione. Non potevo più sopportare di vedere i nostri incontri di spiritualità ridotti a riunioni elettorali ogni volta che c’erano le elezioni e ci si chiedeva di sostenere con tutti i mezzi i nostri candidati. Non reggevo quell’assenza così assoluta di autocritica, mi mortificava il sottile compiacimento di appartenere all’unica cosa giusta presente sulla faccia della terra».
I libri che la signora mi dava in custodia erano le ultime vestigia di quella fase della sua vita. Era caldamente consigliato a ogni membro di comprarne uno al mese, tra quelli suggeriti dal gruppo, che ti dava qualche dritta pure sulla musica da ascoltare, perché c’era un’apposita collana discografica a cui attingere.
Una volta la signora aveva sentito il capo carismatico spiegare con fervore quanto fosse necessario indicare con precisione ai seguaci a quali letture rivolgersi, perché, diceva, tra coloro che lasciavano il gruppo c’era soprattutto gente che aveva fatto “altre letture”, ossia persone che leggevano ciò che gli capitava per le mani. Forse individui che si liberavano, perché non volevano appaltare il proprio pensiero.
Recentemente mi sono confrontato con un importante teologo italiano, folto pubblico e tra i presenti molte persone lontane dalla Chiesa. È stata una serata di enorme rispetto e di notevole civiltà, finita a ora tardissima. La religione possiede una forza attrattiva irresistibile, soprattutto su chi vi si sente lontano ed è in cerca di lumi, a patto che essa non venga confusa con l’affarismo, a condizione che non parli il linguaggio dell’arroganza, purché non irretisca la coscienza dei seguaci in uno spazio piccolo come un portamonete. Mi sono preso i libri della mia paziente, quasi come si prende un fardello sulle spalle. Da allora sono stipati dentro un armadio, come morti. Come morti, è il loro giusto destino, perché sono frutto di un atto di prepotenza incompatibile con la religione, a maggior ragione incompatibile con il cristianesimo, antidoto ad ogni prepotenza.
Diceva il teologo, quella sera in mezzo alla gente: «Il senso delle religioni è riconciliarci con la vita». Aggiungerei, riconciliarci con gli altri uomini, fine che non ammette prepotenze, poiché una persona eteroguidata, manovrata, non potrà mai definirsi libera, e quando le persone non libere superano i limiti fisiologici ammessi, basta un folle qualsiasi a creare terrificanti effetti domino, perché la pianta salvifica della critica, figlia della libertà, è stata estirpata e non vi sono altri argini alla pretesa di possederci come si possiedono dei soldatini di piombo.
Un popolo trasformato in un’onda acritica, poco più di mezzo secolo fa, quasi annientò il pianeta.
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