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Buon governo, buona economia
Per la prima volta da molti anni, l’Italia ha una maggioranza solida e un esecutivo forte. Ma queste fortunate condizioni possono essere vanificate da comportamenti arroganti generati dall’ampiezza della vittoria

È dal periodo 1948-56 dominato da una sicura maggioranza democristiana e da due personalità di altissimo livello come Alcide De Gasperi e Ezio Vanoni, che un Governo italiano non è dotato della forza politica e parlamentare necessaria per fare buona economia come quello attuale. E questa ci sarà (il ministro Tremonti è persona competente, per bene e con buoni consiglieri), se ci sarà buon governo. Gli elettori italiani che hanno scatenato il più violento tsunami politico dal 1948 hanno diritto a entrambi. 
In fondo è difficile fare una politica fiscale peggiore di quella di Visco, gestire una vicenda come quella dell’Alitalia con maggiore imperizia di quella di Padoa Schioppa, mostrare tanta imprevidenza come la sinistra ha mostrato a Napoli sulla questione dei rifiuti, che tanto danno ha creato non solo a Napoli ma a tutta l’Italia. Un Governo fortunato perché ha la possibilità di governare davvero e perché vi sono cose molto chiare (e ora non più impossibili) da fare. In primo luogo alleggerire e rendere più equo per le famiglie e meno distruttivo per le imprese minori ad alta intensità di manodopera il sistema fiscale. E senza cadere nell’orgia dei condoni (uno degli aspetti più deleteri del precedente Governo Berlusconi - Tremonti), cessare il clima di persecuzione fiscale. 
E, dunque, diminuire in modo significativo le aliquote Irpef, decidendosi finalmente a introdurre il quoziente familiare. E per le imprese minori riformare profondamente l’Irap, vera e propria imposta sull’occupazione. 

Anche per fare questo è essenziale ridurre in modo significativo la spesa corrente. Questo era difficile se non impossibile con Governi di coalizione e continuamente ricattati, come quello di Prodi. È possibile per un esecutivo forte come è il nuovo Governo Berlusconi - Tremonti. Sarà anzi il primo test vero per la nuova maggioranza. Il secondo test sarà quello della politica energetica, questione di vitale importanza per il Paese. Ora che l’Enel si è risvegliata dal suo letargo ed è entrata, con dignità, nella competizione europea e che l’Eni continua a godere di ottima salute, forse sviluppare una politica energetica di lungo respiro e meno suicida, potrà essere meno difficile. 

Il terzo test è quello dell’occupazione, soprattutto giovanile. Questo test sarà decisivo per verificare se il Governo sarà capace di un pensiero economico nuovo. Infatti non c’è disoccupazione a Bergamo, Brescia, Vicenza, Milano e neanche più a Torino e Genova. I tassi di disoccupazione a due cifre sono a Napoli, a Palermo, ad Agrigento e in tante altre città del Sud. Il problema non va affrontato in termini generali e macroeconomici né finanziari, ma con progetti specifici e microeconomici, città per città, territorio per territorio. Allora si scoprirà che la disoccupazione a due cifre nella maggior parte delle città colpite da questa grave malattia, è dovuta soprattutto al malgoverno di chi gestisce tali città. Ma se per Napoli e la Campania vi è da avviare un’azione politica perché lo tsunami raggiunga anche questa regione e la liberi, in Sicilia la partita è più difficile, perché il malgoverno è esercitato dalle forze politiche che appartengono alla compagine del Governo. Saprà questo esecutivo innestare qui qualche dose di buon governo; saprà far sì che, ad esempio, ad Agrigento, il parco archeologico sia gestito in modo da attrarre e non da far scappare il turismo, o dovrà anch’esso arrendersi alle forze poderose e ramificate del malaffare siciliano? 

Il quarto test sarà la capacità di avviare seriamente opere pubbliche importanti e veramente utili ai cittadini e al grande obiettivo di migliorare la produttività del sistema. Ma noi cittadini comuni dobbiamo stare molto all’erta, perché le dimensioni della vittoria del centrodestra sono tali da giustificare rischi di arroganza, sopraffazione, saccheggio, il che metterebbe in pericolo la crescita economica del Paese. 

 



LA BORSA E LA VITA
di Marco Vitale

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