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Graffitari e imbrattamuri
Presunte “opere d’arte” che costano alla comunità milioni di euro di ripulitura: meglio chiamarli vandalismi
Fra le lettere e le e-mail che mi arrivano ogni giorno (a vari indirizzi: in Tv a Piazza Grande, Raidue, a Club3, al Mattino di Napoli oppure al mio blog: www.lubranorisponde.info) sono sempre più numerose quelle che scagliano parole veementi contro gli imbrattamuri. «Impropriamente detti graffitari», precisa un professore in pensione, il signor Forghetti (se ho letto bene la firma) di Torino, che respinge ogni paragone con gli antichi abitatori delle caverne, i quali hanno lasciato sulla pietra i segni della loro esistenza.
>«Tempo fa», mi fa notare sdegnata una dirigente d’azienda, la signora Elena di Milano «il notissimo critico d’arte Vittorio Sgarbi, attualmente assessore alla cultura del Comune, ha sostenuto che i graffiti del Leoncavallo sono da tutelare perché rappresentano, nientemeno, “la Cappella Sistina della contemporaneità”. Secondo lui “sarebbe grave cancellare un segno peculiare della creatività di oggi”. Dunque, i graffiti del famoso centro sociale milanese, fulcro di tante battaglie e di tanti episodi di cronaca, sarebbero per il simpaticissimo personaggio una forma d’arte. Allora dobbiamo accettare tutte le brutture possibili sui muri della città?». Però nella scia di Sgarbi c’è chi (Roberta da Genova, universitaria) considera gli autori delle “brutture” come «gli epigoni del graffiti-art», il movimento sorto negli Stati Uniti negli anni Ottanta che si esprimeva con segni sui muri delle periferie.
A sua volta, il signor Salvatore G. Mozzo, fioraio in Napoli, appare invece tollerante o rassegnato: «Nella mia città i cumuli di immondizia sono già eccessivi, fanno parte ormai del paesaggio e perciò qualche sgorbio in più non cambia nulla. Ciò che temo, però, è che ogni compiacenza nei confronti di questi nuovi vandali possa indurre altri presunti artisti a esibirsi su palazzi ancora intonsi o sulle carrozze ferroviarie».
La frequenza delle proteste mi induce a pensare che il fenomeno sia vissuto con crescente disagio. Del resto, uscendo di casa e guardandoci attorno abbiamo spesso la sensazione di essere sporchi come i muri, che il degrado morale ci stia travolgendo. E ci sentiamo incapaci di reagire.
A maggio l’eco di un simile stato d’animo si è ritrovata nelle parole che sono state pronunciate a Bologna dal presidente del Consiglio Romano Prodi: «Quando vedo questa città piena di graffiti, piena di insulti, capisco che anche sotto questo aspetto il cittadino si senta indifeso». A loro volta, gli amministratori pubblici fanno quello che possono per contrastare “l’offesa”, come viene definita dal premier.
Intendiamoci. Il fenomeno dei finti artisti “alla ricerca di spazi per esprimersi” (persino una simile tesi emerge in loro favore) non riguarda solo le città italiane. Colpisce New York, Londra, Berlino, Parigi, Amsterdam. Ogni Paese, però, ha adottato discipline severe contro i graffitari. Noi abbiamo affrontato il problema con un cospicuo ritardo. Per esempio, quando era ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani annunciò un disegno di legge che dichiarava guerra agli imbrattamuri. Prevedeva di inasprire le multe, regolamentare le vendite delle bombolette spray, arma di tali malfattori, persino di istituire squadre antigraffitari. Non se ne è saputo più nulla. Tant’è che i sindaci delle grandi città stanno ancora lì a studiare una qualche controffensiva.
A Roma Walter Veltroni ha lanciato l’idea di un Registro dei muri-writers: agli iscritti – quindi un riconoscimento ufficiale di estrosità se non d’arte – vengono affidati per un periodo di tre mesi venti grandi spazi in alcune zone della capitale. Come a dire: sfogatevi qui, purché la smettiate di rovinare le facciate dei palazzi. Infatti ripulirle costa.
Il Comune di Milano ha stanziato tempo fa un milione di euro per restituire dignità alle facciate di 800 case. In precedenza, nel giro di tre anni (1997-99) lo stesso Comune aveva speso dieci miliardi di lire per togliere dalle facciate di 250 edifici pubblici scritte e disegni. Nel 2004 furono bonificati 287 palazzi comunali e l’anno dopo 321. Infine nel 2005 l’operazione ha coinvolto quasi 400 edifici privati. Non è bastato perché i graffitari colpiscono quando meno te lo aspetti. A Roma è stato speso in un anno un milione e mezzo di euro. Tutti soldi nostri. Adesso i condomini possono fare richiesta al Comune per la ripulitura, partecipando alle spese. Vorrei ricordare che “i cultori della vernice pazza”, come li ha definiti ironicamente Alberto Ronchey, ci costano anche quando saliamo sul treno. Nel 2002 rientrarono in circolazione diecimila vagoni rimessi a nuovo dopo la “sporcatura”: l’operazione richiese dieci milioni di euro. Si discute se sia meglio definirli artisti o imbrattamuri. Per me ha ragione il lettore di Napoli che li chiama vandali.
Ufficio reclami
La signora Anna Maria Sensi Morotti di Anzio vuole avere un chiarimento sulla tassa di 10 euro in aggiunta al ticket per le visite specialistiche sanitarie. «La suddetta tassa nel mese di febbraio è stata abolita con approvazione della Camera e del Senato ma io, residente nel Lazio, continuo a pagarla. Come mai?». L’impopolare balzello introdotto dalla Finanziaria per il 2007 è stato definitivamente eliminato con un emendamento approvato dalla Commissione bilancio e affari sociali della Camera il 3 maggio 2007. Fino a quella data, malgrado annunci e retromarcia, niente si era fatto. Per questo, fino a quella data la tassa rimaneva in vigore.
La signora Vittoria Res di Padova si chiede se la conciliazione dia davvero dei buoni risultati. «Perché io non ne sono uscita soddisfatta». Lo strumento della conciliazione offre la possibilità di risolvere controversie di natura economica e in particolare quelle che possono insorgere tra imprese e tra imprese e consumatori, evitando così le lungaggini della giustizia ordinaria. Per la loro natura, agli uffici di conciliazione si possono sottoporre i casi più disparati: dalle controversie in ambito telefonico, postale, bancario, a quelle per i guai che talora combinano certe tinto-lavanderie, fino a problemi riguardanti l’acquisto di un capo d’abbigliamento. Sia le associazioni di consumatori che quelle di categoria, come le Camere di commercio, hanno istituito uffici di conciliazione. Che funzionano, mi spiace per lei signora Res.
Telefonia. La signora Elisa Livella da Comiso ha un contratto telefonico da oltre trent’anni: «Mi è stato comunicato – scrive – che dalla prossima bolletta non dovrò più pagare per i noleggi accessori e per gli apparecchi telefonici, perché sarebbero gabelle illegali. Ma se è vero, che fare con i 30 anni in cui ho pagato? Passano in cavalleria?». Facciamo chiarezza: non è vero che il canone richiesto per il noleggio di apparecchi telefonici e accessori (solitamente altre prese a muro) sia diventato illegale. Tuttavia, è possibile richiedere – attraverso una raccomandata a/r all’ufficio Telecom Italia di zona – la cancellazione di questi assurdi balzelli, che arrivano a fruttare all’azienda telefonica circa 25 euro l’anno per ciascun cliente. Per quanto si è corrisposto fino al momento della raccomandata, non c’è niente da fare.
Casa. «Mi spiega, signor Lubrano – chiede il signor Vittorio De Cristoforo da Napoli – che differenza passa tra la prima casa e l’unica casa che si possiede? E perché per l’unica casa non si può usufruire delle agevolazioni concesse alla prima?». Le agevolazioni per chi acquista una prima casa comprendono una riduzione dell’imposta di registro o, in alternativa, dell’Iva, oltre a uno sgravio per le tasse ipotecarie e catastali. Ma il termine non deve trarre in inganno. Ha diritto alle agevolazioni chi compra un immobile non di lusso finalizzato a uso abitativo, se non ha già usufruito di sconti. Chi invece vende l’immobile acquistato con le agevolazioni prima casa e acquista un’altra abitazione, sempre secondo le condizioni della prima casa, può beneficiare di un credito d’imposta costituito dal recupero dell’imposta di registro o dall’Iva versata al momento dell’acquisto della prima casa.
Rumori. La signora Caterina V. da Catania abita per sua sfortuna «sopra un cinema multisala i cui rumori raggiungono il mio appartamento fino a notte fonda. Nonostante le mie lettere di protesta, che spedisco da cinque anni, tutto resta com’è. A chi mi posso rivolgere?». Chi disturba la vita o il riposo delle persone con schiamazzi, rumori, strumenti sonori (Tv, radio hi-fi), segnalazioni acustiche (solitamente il clacson) o esercita un mestiere rumoroso senza rispettare la legge, può essere condannato fino a tre mesi di carcere e a pagare un’ammenda. Per ottenere giustizia e silenzio, quando le lettere di protesta non bastano, bisogna richiedere una perizia a un tecnico in acustica, quindi con l’aiuto di un avvocato presentare denuncia al tribunale competente.
(Ha collaborato Matteo
Acquafredda)
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