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Quando il lavoro può uccidere

Il libero mercato non vuole vincoli e quando li incontra cerca di aggredirli con forza. È difficile far quadrare il bilancio, per adesso si “risparmia” sulla vita umana, in attesa di trovare soluzioni più economiche

Un ragazzo di colore mi allunga uno di quei miniquotidiani che vengono offerti gratuitamente presso le metropolitane e le stazioni ferroviarie. Sbirciando tra i titoli mi soffermo su uno dei tanti infortuni sul lavoro, sovente luttuosi, che ogni giorno si verificano nel nostro Paese. Un muratore è morto in cantiere. Quando un fenomeno si ripete frequentemente ci badiamo a stento. <EM><TB>In fondo chi lo conosceva questo ennesimo caduto sul lavoro, un numero tra i tanti. Più l’elenco si allunga più la sensibilità specifica si affievolisce, fino a quando scatta l’assuefazione, la convinzione ingannevole che ci conduce a ritenere fisiologiche un certo numero di morti sul lavoro. 

Per la verità, accade anche per molte altre cose importanti, a cominciare dalla vita pubblica. Ritrovo il muratore nelle pagine interne del giornale e leggo qualche dettaglio. Aveva 57 anni, un paio più del sottoscritto. Un uomo ancora giovane, penso. Era di Cittanova, vicino a Reggio Calabria. Un immigrato, come me. Si chiamava Giuseppe Piromalli. Una persona bene identificata. Vedo la foto del figlio in lacrime. Lo aveva lasciato la mattina, avranno fatto colazione insieme, si saranno parlati, salutati, senza solennità, in fondo il padre stava andando al lavoro mica alla guerra. 
Un luogo in cui non si dovrebbe morire, invece si muore in continuazione, non c’è verso di fermare la serie, e c’è una morte supplementare, ancora più offensiva, quella che smarrisce le vittime tra le pieghe dell’abitudine, consegnandole, dopo il rituale delle esecrazioni ufficiali e di funerali più o meno solenni, al ricordo solitario della propria famiglia. 
La mamma di un ragazzo di 23 anni, morto «per negligenza del suo datore di lavoro», scrive a un grande quotidiano e invita a riflettere sulla «situazione legislativa di totale impunità e di abbandono sotto ogni profilo delle famiglie colpite». Parla dei sentimenti di vergogna che si rinnovano «ogni volta che qualcuno va al lavoro e non torna più a casa o quando vediamo gli applausi ai funerali e le promesse di pulcinella, mentre noi sappiamo già come andrà a finire». Niente processo, dice la mamma, niente pena, la fabbrica subito riaperta, la causa civile, appena avviata, che andrà avanti per tempi biblici. 

Eppure, dietro a una morte sul lavoro ci sono molte vite che cambiano, talvolta in maniera irrimediabile. Perdere una persona cara mentre era intenta a guadagnarsi la vita è un orribile paradosso. 
Si perde la vita per svariate ragioni, una fiammata, un tonfo, magari da un’impalcatura, oppure attraverso uno stillicidio quotidiano, come se ti staccassero ogni giorno un lembo della tua vita, senza che tu possa sospettarlo, com’è accaduto alla madre di Beppe: «È morta a 45 anni, per un tumore da amianto. Era una donna dolce, sensibile, caparbia, intelligente. Lavorava in una fabbrica che produceva sacchi di juta, materiale ricco di amianto. Dei suoi compagni è sopravvissuto solo una persona, tutti gli altri, compresa mia madre, si sono ammalati di mesotelioma maligno e non c’è stato nulla da fare». 
Beppe è rimasto senza la madre quando era ancora un adolescente ed è venuto a farsi curare perché quell’avvenimento, adesso che è sposato e ha 35 anni, incombe nella sua vita minandone la qualità. Le parcelle che mi corrisponde sono, dunque, la remota conseguenza di quell’omicidio che si consumava un poco alla volta mentre la sua mamma andava a guadagnarsi da vivere, per lei e per i figli. 
Ma sarà sempre peggio, c’è da giurarlo, perché la sicurezza costa e intacca il profitto, il vero sovrano del nostro tempo. Il libero mercato non vuole vincoli e quando li incontra cerca di aggredirli rabbiosamente. Il costo del prodotto deve scendere perché sono in troppi quelli disposti a fabbricarlo a un prezzo più basso del tuo, utilizzando mano d’opera senza alcuna tutela sociale e quindi meno costosa. Difficile fare quadrare il conto, per adesso si “risparmia” sulla vita umana, in attesa di trovare alternative più economiche. 



IN ARMONIA
di Domenico Barrilà

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