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I giocolieri del fisco
L’evasione di massa si scarica sui contribuenti corretti. Che così sono invogliati a unirsi alla già
folta schiera dei furbi
Dopo la disaffezione alla politica (che continuiamo a respirare nell’aria) c’è anche da temere la disaffezione al fisco? Immagino già la risposta: «Beh, per la verità gli italiani non lo hanno mai amato». Vero. Ma oggi il timore rivela una sua palpabile concretezza. Su due linee parallele. Da un lato ci sentiamo oberati dalle tasse e vorrei vedere chi lo nega; dall’altro nutriamo una profonda rabbia nei confronti di coloro che riescono a non pagarle. E sono tanti, se si pensa che l’evasione ha superato i 270 miliardi all’anno. Sicché, sui contribuenti corretti la pressione è andata oltre il 50%.
È chiaro che in Italia vincono i furbi. Di conseguenza la reazione degli “onesti” non può essere che quella del «menefreghismo disprezzante», come l’ha definita Giuseppe De Rita, presidente del Censis, il più noto istituto di studi sociali. «Gli italiani», dice, «non s’indignano più, non hanno più voglia né energie. E mandano un messaggio: voi politici fate pure quello che vi pare ma sappiate che d’ora in poi cercheremo di non pagare più tasse. Poi, certo, se ci beccate ne riparliamo». Prende forma cioè una protesta silenziosa che può essere deleteria per lo Stato: l’evasione fiscale di massa.
Un’indiretta conferma all’ipotesi di De Rita possiamo trovarla in uno studio della Banca d’Italia pubblicato nel marzo scorso, che raccoglie le opinioni degli italiani sulla fiscalità in un arco di tempo che va dal 1992 al 2004. Fate attenzione. Dodici anni fa l’83% dei nostri connazionali considerava gravissimo il fenomeno dell’evasione, ora il 76%. Pensate che sarebbero necessari più controlli? Nel 1992 rispose sì il 61%, nel 2004 appena il 38%. I condoni premiano gli evasori e scoraggiano gli onesti? Allora il 32% rispose affermativamente, adesso solo il 18%. E se le sanzioni in danaro fossero inasprite? 45% sì; 12 anni dopo: il 30%.
Lo studio conclude che «la propensione a evadere» è dunque cresciuta. Una propensione «devastante per l’efficienza dell’economia», ripete inutilmente il viceministro Visco.
Negli ultimi tempi, poi, sembra essersi creato un clima ancor più favorevole alla fuga dalle tasse. Viviamo immersi nell’illegalità, che si manifesta in centomila forme, ognuno fa quello che gli pare e le regole paiono ormai tutte saltate. È stato persino ventilato lo sciopero fiscale.
Se si aggiungono al quadro talune vessazioni della burocrazia o le storture di certe leggi – la cartella pazza che pretende un saldo Irpef già pagato e documentato; l’Iva che paghiamo ai fornitori di un prodotto o di un servizio ma che non possiamo scaricare; l’imposta sulla casa che avvertiamo come la più ingiusta – il rischio che paventa De Rita di una fuga dalle tasse si fa ancora più credibile.
Questo, per giunta, è un momento di grandi difficoltà per le famiglie. Un italiano su tre, garantiscono le statistiche del ministero dell’Economia, vive con 800 euro al mese. «Siamo arrivati al punto che le bollette della luce, del gas o dell’acqua le paghiamo a rate», mi ha scritto una signora da Caserta. Ed è vero: sono nate persino delle società finanziarie che offrono prestiti a questo scopo.
E sono poi autentici schiaffi in faccia al contribuente corretto notizie come quella della liquidazione d’oro di un manager estromesso da un’intesa bancaria (50 milioni di euro) o come quella relativa ai costi della politica: miliardi di euro che garantiscono stipendi e pensioni d’oro a 180.000 persone. O, ancora, il calcolo risibile sui ricchi d’Italia. Ha fatto colpo nel giugno scorso l’onesta autocritica fiscale di Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Confindustria: «È uno scandalo che ci sia solo lo 0,8% degli italiani che dichiari un reddito di più di centomila euro all’anno. Sono cose inaccettabili!».
Vedete come torna il discorso del menefreghismo disprezzante? «Qui tutti fanno i propri interessi», ragiona il povero contribuente onesto, «e io invece mi faccio venire gli scrupoli? Ma andate al diavolo!». Ecco il pericolo vero.
Ufficio reclami
Trenitalia. Il signor Luigi Antonio
Piro, da Tuscania, 77 anni, è un viaggiatore forzato, nel senso che per vincere depressione e solitudine gira spesso per l’Italia, ahimè! con Trenitalia: «Mai arrivato in orario a destinazione». Il 22 luglio 2006, da Rimini a Lecce il suo treno ha portato 80 minuti di ritardo. Consegna come altri viaggiatori la richiesta di rimborso all’ufficio reclami e aspetta. Ai solleciti risposte zero. Il 23 marzo 2007 altra lettera per ottenere il bonus. Niente. Il 7 giugno scorso scrive a me «per capirci qualcosa», dice. E mentre i giornali annunciano nuovi rincari tariffari, lui commenta: quando si tratta di aumentare i prezzi dei biglietti non si perde tempo, se si tratta di rimborsare il viaggiatore, campa cavallo.
Anche Trenitalia secondo me riflette la confusione che c’è in questo nostro barcollante Paese. I dirigenti si ostinano a sostenere che il 90% dei treni a lunga percorrenza viaggia in orario e non c’è convoglio o viaggiatore che lo confermi. Ogni volta che salgo su un treno mi ostino a chiedere al capo: mi spiega perché siamo partiti in ritardo? Le giustificazioni sono sempre impacciate, vaghe, approssimative. All’annuncio del ritardo di un eurostar diretto a Milano (domenica 17 giugno), chiedo a uno sportello di Firenze la ragione. «Con questo caldo, risponde, le rotaie ne risentono e i convogli ad alta velocità sono costretti a rallentare». Bella, no? Peccato che d’estate sui costosissimi biglietti dell’eurostar non ci sia lo sconto per la velocità mancata o per il caldo-rotaie...
Pensione argentina. Il signor Roberto Cesare Mussini vive in Argentina da moltissimi anni e scrive lamentando le difficoltà che incontrano gli italiani nel riscuotere la pensione Inps in quel Paese; aggiunge che «la distanza rende quasi impossibile farsi sentire». Il suo è solo uno dei tanti casi presi in esame, circa due mesi fa (il 15 giugno) dal presidente e dal direttore generale dell’Inps in un incontro con una delegazione di parlamentari riunita per sostenere i diritti dei pensionati d’oltreoceano. In Argentina la banca che si occupa dell’erogazione dei pagamenti è il Banco Itaú, con 79 sportelli sul territorio. L’Inps ha tenuto a rassicurare i pensionati che, anche in assenza di particolari indicazioni sulle modalità di pagamento, sarà garantita per loro, così come per tutti gli altri, la continuità delle pensioni grazie all’invio di assegni in euro con corriere speciale. In ogni caso, stando a a quello che ho appreso, la banca avrebbe predisposto un’opportuna comunicazione presso i beneficiari invitandoli alle loro filiali sul territorio per le informazioni necessarie.
(Ha collaborato Matteo
Acquafredda)
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