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Un'Italia costruita sull'acqua
Più di 5.000 comuni su 8.100 in aree a rischio idrogeologico. Ma i fondi per portare le aziende al sicuro scompaiono
Secondo voi, il Piave mormorava soltanto durante la guerra ’15- 18 o mormora tuttora? Non vi sembri una domanda bislacca. All’incirca un anno fa, sono andato a trovare a Erto (Vajont) il mio amico Mauro Corona, scultore e scrittore di montagna tra i più letti (Il volo della martora, Finché il cuculo canta, Nel legno e nella pietra, alcuni dei suoi libri). Da Venezia, in macchina con Gianni Simionato che spesso accompagna Corona sulle vette, incrociamo il fiume. Mi sbaglio - chiedo - o vedo fabbriche costruite nel letto del Piave?
«Sì. Esistono leggi che lo hanno permesso», mi conferma poco dopo Italo Filippin, ex sindaco di Erto. «Attività industriali, artigianali e perfino turistiche finanziate coi fondi per la ricostruzione del Vajont». Evidentemente, non c’è alcun rischio che il fiume... Risposta: «E chi può dirlo con certezza?».
L’immagine mi è tornata agli occhi quando ha preso corpo, poche settimane fa, la polemica su un caso che sembra l’opposto: l’improvvisa scomparsa del fondo che finanzia il trasferimento in luoghi più sicuri, di aziende che si trovano in aree a rischio idrogeologico. A dare l’allarme, tre parlamentari del Pd, Mauro Marino, Massimo Fiorio e Stefano Esposito, piemontesi. Non a caso: il Piemonte è la regione col maggior numero di comuni a rischio di frane, alluvioni, smottamenti. Seguono Liguria, Calabria, Umbria e Valle d’Aosta.
Il fondo fu istituito con la legge 35 del 1995, dopo l’alluvione del 1994 che devastò molti centri del Piemonte. E sapete com’è tuttora finanziato? Con un’imposta pari al 50% sul bollo per l’invio degli estratti conto bancari. Poiché i correntisti italiani sono circa sedici milioni, si può parlare di 300 milioni di euro all’anno. Moltiplicate per 14 anni e avrete una somma enorme. Un mare di soldi mai arrivati al Piemonte né al resto dell’Italia costruita sull’acqua. «Finiti nel calderone - dice Mauro Marino - spesi per tappare altri buchi ma non per lo scopo principale».
Il mistero si fa più fitto nel 2006, quando un’altra alluvione sconvolge le stesse zone del Piemonte. Il Governo Prodi inserisce nella finanziaria 2007 uno stanziamento di 143 milioni da prelevare dal famoso fondo per sanare i primi danni. È necessario stabilire quali aziende hanno diritto a usufruire delle agevolazioni, così viene indetta una gara. Mediocredito Centrale (Unicredit), su mandato del Governo, inizia a vagliare le richieste. Ma la lentezza con la quale si procede fa sì che nel luglio 2008 con un decreto convertito poi in legge (la n. 133) anche questi 143 milioni di euro si eclissino.
«Di quei soldi non c’è più traccia», afferma sconsolato Massimo Florio. La cosa più grave è che alcune aziende hanno stipulato contratti con le banche locali a tasso agevolato, come prevede il fondo, e ora si trovano senza copertura. Altre 150 imprese vorrebbero trasferirsi ma non possono confidare sull’arrivo degli incentivi promessi.
Per allargare il discorso bastano poche cifre: negli ultimi ottant’anni si sono abbattute in Italia 5.400 alluvioni, 11.000 frane e 70.000 persone risultano colpite da tali disastri. Il 77% dei 1.500 comuni a rischio ha un patrimonio edilizio minacciato da eventi meteorologici estremi. Secondo uno studio pubblicato nel 2003, sono più di 5.000 su 8.100 i comuni italiani che “ricadono in aree a potenziale rischio idrogeologico”.
Torniamo sulle rive del Piave, perché alla fine tutto si ricollega. In una relazione di Luca De Nardo (100ambiente, novembre 2008) ho letto una drammatica dichiarazione di Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente: “La continua e intensa urbanizzazione lungo i corsi d’acqua, diretta conseguenza di un’irrazionale pianficazione territoriale, fa si che il nostro Paese sia fortemente esposto”. Gli fa eco Simone Andreotti, responsabile nazionale protezione civile di Legambiente: «Il territorio e i fiumi italiani sono minacciati da inammissibili scempi urbanistici come intubazioni, discariche abusive, ponti sottostimati e con case edificate fin dentro gli alvei». Se mi ricordo quel che è successo a Sarno, in Campania, nel 1998...
Non meno preoccupante è la previsione dell’Associazione nazionale bonifiche (Anbi): “Se si fermassero le idrovore sarebbero a forte rischio di allagamento la città di Mantova, alcuni quartieri di Padova, gli aeroporti di Fiumicino e Venezia Tessera, la ferrovia Roma-Napoli e tratti dell’Autostrada del Sole e del Brennero”. Da far paura. A Torino intanto si chiedono se i fondi ricompariranno entro l’estate. Dice l’onorevole Marino: «Ho proposto a Mariella Enoc, presidente di Confindustria Piemonte, di convocare attorno a un tavolo tutti i senatori e deputati della regione, destra, centro e sinistra, per concordare una strategia che consenta di sbloccarli». Domanda: ma la politica sarà capace di tamponare l’Italia che fa acqua da tutte le parti, a cominciare dal Nord?
Ufficio reclami
Poste, da P.A. a S.p.A.
Un ex dirigente Pt, “che ha passato oltre vent’anni tra i portalettere”, aggiunge delle considerazioni all’articolo sul servizio postale del n. 6 di Club3. “Il servizio di recapito in molte zone è inesistente e non si hanno responsabili. Una volta c’erano ispettori che controllavano l’operato dei postino oltre che in ufficio, anche sulla zona. Oggi, per la Posta contano solo i servizi finanziari. Anche se per adempiere al servizio universale percepisce ingenti somme dallo Stato. Questo fino al 2011, quando il servizio dovrebbe essere liberalizzato. Anni or sono, nacque il Prioritario che doveva garantire un servizio più celere ma in effetti doveva sostituire di fatto l’ordinario non potendone aumentare la tariffa stabilita con decreto ministeriale. Fu una farsa perché le lavorazioni erano contemporanee per le due tipologie, dalla vuotatura delle cassette d’impostazione al recapito.
Ora non funziona nemmeno il prioritario! A mio avviso ci sono i presupposti perché si configuri l’interruzione di pubblico servizio e l’appropriazione indebita dell’altrui corrispondenza. Il lettore dice anche che “hanno rinvenuto posta gettata in campagna e per punizione
il colpevole è stato applicato all’interno dell’ufficio in attesa di sentenza!!!”. Circa le cassette, “per ordine proveniente dall’alto furono dimezzate di numero e ridotto di conseguenza
il personale per la vuotatura.
Strano che quando la Posta era P.A. per tali circostanze sarebbe intervenuta l’autorità giudiziaria.
Ora che è diventata una S.p.A. nessuno s’interessa per cercare
di eliminare questi obbrobri”.
Risarcimenti dall’Oim
Il signor Giuseppe F., di Mantova, ex deportato in Germania nel ’43, assegnato ai lavori forzati nell’edilizia, vittima di incidenti sul lavoro, ha fatto domanda all’Oim, Organizzazione mondiale per l’immigrazione, allo scopo di ottenere un risarcimento. “Anche i giornali ne hanno parlato ma io non ho avuto alcuna risposta dall’Oim. I risarcimenti sono già avvenuti o io ho capito male?”.
Il 12 agosto 2000 una legge del Bundestag ha istituito un fondo federale di dieci miliardi di marchi per l’indennizzo di vittime di lavori forzati o ridotte in condizioni di schiavitù
dal nazismo. Entro l’11 agosto 2001 andava presentata una domanda all’Oim attraverso la sua sede italiana, che aveva ricevuto il mandato dal Governo tedesco per liquidare i rimborsi. Nel dicembre 2001 l’Oim aveva ricevuto oltre 300.000 richieste di risarcimento, e i pagamenti sono iniziati a luglio 2001. A tanti anni di distanza, conoscere il motivo del mancato risarcimento è complicato. Consiglio di contattare l’Oim a Roma per avere maggiori delucidazioni.
(tel: 06.44.23.14.28, fax 06.44.02.533, email: mrfrome@iom.int
).
(Ha collaborato Matteo Acquafredda)
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