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Quale fiducia e quali sacrifici?
Le risorse necessarie allo sviluppo devono provenire dal contenimento degli sperperi inauditi e dal costo assurdo della casta politica e sindacale. E per i ceti privilegiati è giunto il momento di fare la loro parte
«L’Italia ce la farà se ritroverà la fiducia e saprà fare i sacrifici necessari a costruire il futuro». Sono parole pronunciate dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano al recente incontro “Italy, Europe and the Us” organizzato dall’Aspen Institute dove si è discusso della profondità della crisi economica internazionale.
In realtà alcuni dei fattori principali della recessione economica, come il prezzo del petrolio e le crisi bancarie, sono di matrice internazionale e su di esse nulla può il popolo italiano né il Governo italiano, se non attenuarne alcuni effetti. Ma altri fattori dipendono da noi e il richiamo alla fiducia è corretto, perché in economia la fiducia gioca sempre un ruolo importante. Ma quale fiducia in chi e in che cosa? E come ritrovare tale fiducia, quali sono gli ingredienti necessari per perseguirla e raggiungerla? E quanti e quali sacrifici? E a carico di chi? Perché è proprio il tema della fiducia che pone con crudezza in evidenza i mali della nostra società.
Credo che innanzi tutto dobbiamo ritrovare fiducia in noi stessi. Ma questo è molto difficile se continueremo a vedere l’arroganza dei potenti senza limiti; la corruzione imperante, impunita e premiata; i grandi banchieri che sono la causa principale della crisi finanziaria internazionale, coperti d’oro e di onori come i faraoni; la mancanza di giustizia, sia in senso generale sia in senso giudiziario. E poi l’ostentazione dei ricchi ai quali tutto è concesso e la difficoltà a far quadrare il bilancio familiare dei ceti più deboli; il lavoro serio, sia dipendente sia professionale, umiliato e posposto di fronte al criterio dell’appartenenza; la raccomandazione praticata in modo disgustoso anche ad altissimo livello; la scienza, la cultura e la professionalità tendenzialmente punite; la sguaiatezza e l’incultura imperanti.
Quando nel 1943 Luigi Einaudi (forse il più grande presidente della Repubblica), stese un Memorandum, in pratica una seri di appunti, per la ricostruzione postbellica, al primo posto non mise questo o quel meccanismo economico ma la giustizia e il ristabilimento dello stato di diritto.
Questo è l’ingrediente di cui abbiamo maggior bisogno anche oggi per ritrovare fiducia in noi stessi. Il diritto è il principale fattore di una buona economia. L’ho detto tante volte anche in questa rubrica e non mi stancherò di ripeterlo. E quando nel 1944 Luigi Einaudi, all’Università di Ginevra tenne le sue memorabili “Lezioni di politica sociale”, per fuoriusciti italiani, delineò un sistema socialmente molto più avanzato e più giusto del nostro attuale, dopo quarant’anni di socialistume accattone e di pansindacalismo politicizzato.
E quando nell’aprile ’45 lesse la prima relazione da governatore della Banca d’Italia (riferita all’esercizio 1943) delineò un concetto di banca, che non è molto apprezzato dai nostri grandi banchieri attuali, affermando: «Le banche non sono fatte per pagare stipendi ai loro impiegati o per chiudere il loro bilancio con un saldo utile; ma devono raggiungere questi giusti fini soltanto col servire nel miglior modo il pubblico».
Con questa chiave di lettura anche la questione dei sacrifici che gli italiani devono fare per costruire il futuro suona bene, ma è piena di ambiguità. Ricominciare a pensare e a costruire un futuro più solido e civile è importante. Ma non è né possibile né giusto richiedere sacrifici particolari ai tanti che già oggi faticano a far quadrare il bilancio familiare. I sacrifici maggiori li devono fare i ceti privilegiati e nell’ambito di questi i ceti parassitari (io, ad esempio, mi considero parte della prima categoria, ma non della seconda). Le risorse necessarie devono provenire dal contenimento delle oscene ruberie, dai profitti di regime, dagli sperperi inauditi, dal costo assurdo della casta politica e sindacale.
La fiducia più profonda di cui abbiamo bisogno è una visione disincantata e realistica, persino crudele, dei mali che ci affliggono, come alibi per non fare, per non sperare, per non credere che anche questa crisi, come tutte le crisi, possa avere effetti positivi, richiamando la nostra attenzione su valori di fondo che avevamo colpevolmente troppo trascurato.
Per il resto dobbiamo cercare di andare all’attacco e di non giocare sempre in difesa. Fare come ha fatto l’anziano, simpaticissimo allenatore spagnolo, con la sua squadra di giovani scatenati e allegri, e non giocare sempre in difesa, come ha fatto il nostro giovane musone Donadoni, con la sua squadra di matrone.

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