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Droga: una Babele di parole

Si tende a scacciare la droga con rimedi che non aggrediscono il “perché” ma alleggeriscono i danni del “come”. Prevale l’atteggiamento ideologico, mentre la prima esperienza di droga è spesso figlia della solitudine

Si sono dette molte e confuse banalità sulla droga negli ultimi mesi e la classe politica nel suo insieme ha mostrato notevole insufficienza di informazioni, con una tendenza bipartisan a privilegiare l’atteggiamento ideologico, sia esso permissivo o repressivo. La tentazione comune, pur all’interno di scelte strategiche e operative opposte, riguarda l’ostinato ancoraggio delle polemiche alla falsa dialettica droghe leggere-droghe pesanti e alla definizione delle dosi, quelle di modico peso, tollerate in chi le detiene, quelle più consistenti, criminalizzate, quasi spettasse a una bilancia e ai suoi misuratori il diritto di dividere bene e male, consumo e spaccio, libertà e galera.
Ci si perde in un labirinto di chiacchiere, si approvano e si ritoccano le leggi, ci si propone all’elettorato come falchi o come colombe, ma si perde di vista l’essenza del fenomeno che coinvolge almeno in qualche rischioso episodio in varia misura deviante milioni di individui. L’essenza non è tanto sul come (si va dal consumo occasionale alla tossicodipendenza e si usano droghe fra loro assai diverse, ciascuna con un suo variegato grado di pericolo) quanto sul perché. La motivazione all’autolesionismo di massa incuriosisce sempre meno, eppure è lì il punto centrale: tanta gente, sia pure in modi non omologabili nella condanna sociale e nel danno psicofisico, si fa del male assumendo sostanze tutte prive di una qualsiasi utilità.

Non ci si droga per nulla. Chi si droga è mosso da malesseri, infatuazioni, cattivi consigli. Spesso la pessima esperienza è figlia della solitudine, altrettanto spesso la prima decisione è presa all’interno di un gruppo di coetanei. Eppure in molti casi famiglia e scuola non ne sanno niente. 
>Nella sgradevole discussione che si è aperta dopo il cambio di maggioranza politica, da più parti è stata accentuata la spinta alla liberalizzazione delle droghe leggere e si è arrivati, anche con voci istituzionalmente autorevoli, a sostenere che uno spinello fa meno male di vari bicchieri di vino. Che sarà anche vero ma dovrebbe essere stimolo a sbaragliare l’alcolismo non a sottovalutare la negatività di qualsiasi esperienza sul mercato della droga.
In ogni caso il “perché” infastidisce, viene considerato moralistico, materia di predica non di gestione sociale. E questo è un errore gigantesco: quasi sempre il “perché” aspetta di essere decifrato non soltanto per trovare l’uscita personale dal tunnel ma per vincere stati d’animo che a loro volta creano, per proprio conto, un costo umano pesante a carico di ogni comunità. Abbiamo sotto gli occhi il dramma esistenziale di individui che di volta il volta si sentono soli, si considerano non realizzati, cercano nella droga o nell’alcol conforto, potenza, stordimento. Sono una folla.

La società ha forte interesse a capire, a interpretare il vuoto e a darne una lettura il più possibile condivisa. La droga è un suicidio a rate. In Europa, a parte le droghe, ogni anno 50 mila altri giovani si tolgono la vita: come non collegare nello stesso bacino di sfiducia e di crisi le diverse esperienze di rifiuto? Del “perché” dobbiamo parlare con serietà. Non possiamo ignorare l’inadeguatezza della società contemporanea al proposito. Quando non si pratica la rimozione, si medicalizzano cause e rimedi. C’è un riduzionismo di fondo che sconcerta, figlio del veteromaterialismo e del panpsicologismo. Non bastano pillole contro pillole. La tendenza è trattare tutti da malati: ci si nasconde dietro una strategia generica, che resta tale nel proibizionismo come nella parziale liberalizzazione, e poi si medicalizzano entrambe le strategie.
Si tende a scacciare la droga con rimedi che non aggrediscono il “perché” ma alleggeriscono i danni del “come”. Il 15% del mercato farmaceutico americano è costituito da psicofarmaci, sono 12 miliardi di dollari che vengono prescritti a 13 milioni di cosiddetti pazienti. Gli esperti ci avvertono che entro cinque anni il numero degli americani consumatori di psicofarmaci supererà quello dei consumatori di droga. Il “perché” rimane sconosciuto, il vuoto resiste. Dietro questa situazione c’è una ipocrisia di sistema. Si fa fatica a riprendere in mano il bandolo della matassa e riavviare il dialogo con persone che di solito non sono malate ma sole, deluse, disarmate. Nella scuola, nella famiglia, nei gruppi bisogna ripartire da qui.

 



PENSIAMOCI
di Gaspare Barbiellini
Amidei

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