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Quale scuola per figli e nipoti? Molte chiacchiere su strutture e strategie ma poca attenzione alla realtà della scuola. Siamo deboli nelle lingue e in matematica e continua a crescere il deficit fra informatizzazione selvaggia e insegnamento in classe Con quale scuola i nostri ragazzi sono tornati in classe in questo 2006-2007? C’è una grande disinformazione in giro fra riforma Moratti, stoppata per cambio di maggioranza governativa prima di entrare globalmente in vigore, e piccoli spezzoni di diversa architettura, abbozzati dal Governo nato a giugno. Sappiamo che alcune novità della riforma di centro-destra, come il tutor e il portfolio, non vedranno mai il loro collaudo pur essendo state al centro di tante discussioni o semplici curiosità. Ma lasciamo da parte le grandi questioni di sistema e guardiamo al sodo del giorno per giorno: qual è oggi lo stato di salute dei contenuti e del metodo? Fra molte chiacchiere sulle strutture e le strategie, sui percorsi e sui cicli, come vanno le competenze medie acquisite, statisticamente fra le meno brillanti di Europa?
Sappiamo di essere deboli tanto nelle lingue quanto in matematica, e la preoccupazione è grande (il nuovo governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha dedicato un passaggio centrale della sua prima relazione al tema, esortando ad attivare uno stimolo alla selettività e al premio per il merito). Poco però conosciamo sul deficit che si sta creando nel Paese, con l’impari confronto a distanza fra insegnamento a scuola e informatizzazione selvaggia (cellulari, palmari e internet, per non dire della Tv).
La scuola, nonostante gli sforzi di una capillare informatizzazione delle aule, sta perdendo la partita in corso fra elettronica da svago ed elettronica pedagogica. Non bastava introdurre molti computer negli istituti, fare qualche ricerca in Rete e aiutarsi con i calcoli, è mancata in chi insegna e nelle famiglie che fanno da contorno, una cultura della logica che sostiene la rivoluzione informatica, non solo numeri ma analisi, filosofia, dominio razionale della grande mutazione. Così restano fra loro incomunicabili le ore dell’elettronica chiassosa ed estraniante affidata a telefonini, sms, videgiochi sempre più tascabili, e le ore dello studio.
>Eppure una buona disposizione dei ragazzi all’integrazione dell’uso e dei mezzi ci sarebbe: una recente ricerca commissionata dall’Aie, l’Associazione degli editori, ci fa sapere che un ragazzo su due dichiara di impegnare 3,5 ore alla settimana per studiare su materiale scaricato da internet. A queste ore bisogna aggiungere le quattro settimanali che gli studenti trascorrono davanti al computer di casa per fare i compiti o svolgere altre attività di studio utilizzando i programmi della macchina, oltre a quelle passate per consultare via internet dizionari ed enciclopedie o per attingere ai motori di ricerca. Ma quasi tutta questa attività avviene con il “fai da te” giovanile, non è scomparso il digital divide fra le generazioni: l’alta età media della docenza, fra le più anziane di Europa, incide sulla difficoltà del recupero elettronico delle cattedre.
L’incompletezza di un insegnamento modernamente attrezzato rende arduo poi il contenimento degli effetti negativi dell’altra elettronica, quella da svago, sullo stile linguistico dei ragazzi. Essi scrivono sui quaderni come sugli sms, 6 per “sei” dal verbo “essere” e x al posto di “per”, abbreviano fino all’estremo, aboliscono la sintassi, fanno sparire il condizionale, inchiodano i verbi al presente. Per non dire della calligrafia omologata nello stampatello. Le doppie e le “h” sono optional.
Carta e penna sono sempre meno usate. La morte della scrittura a mano incide sulla qualità dei contenuti per una serie complessa di motivi, almeno nelle prime fasi dell’apprendimento. Vero è che la scrittura è una tecnica che muta nei secoli, si apprende nei diversi contesti di aree storiche e geografiche del mondo. Ma è sempre necessaria, per conservare la qualità, una seria definizione del modello culturale dentro il quale si sviluppa e si automatizza nell’adolescente il gesto dello scrivere, a mano o sulla tastiera che sia. E il modello culturale non può immiserirsi agli schemi dell’sms.
Crescono nel disordine linguistico generazioni di illetterati. Si confondono minuscole e maiuscole e l’operazione non è soltanto grafica con lo stampatello. Ci sono parole-concetti che chiedono la maiuscola. E la sintassi, ridotta a zero, non è un lusso retorico, è la spina dorsale di un discorso dotato di senso. Bisogna ricominciare da qui, piuttosto che buttarla sempre in politica e ideologia.

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