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L'autista della Provvidenza
Una giornata segnata da una manifestazione di protesta contro la Fiera del libro, l’autobus che se ne va, i biglietti che non si trovano. Poi, un incontro straordinario con un uomo semplice ma ricco di spirito
Lo scorso mese di maggio sono stato ospite della Fiera internazionale del libro di Torino ma questo, per quanto lusinghiero, è solo un dettaglio, perché quel giorno mi è accaduto assai di meglio. I lettori che avranno la bontà di arrivare in fondo alla pagina saranno d’accordo. Dunque. Sono arrivato nel capoluogo piemontese, esattamente alla stazione di Porta Nuova, nel primo pomeriggio e appena fuori mi sono messo a cercare un autobus e relativo biglietto, impresa difficile, era una giornata particolare.
Una manifestazione, proprio contro alcune scelte degli organizzatori della rassegna libraria, aveva costretto le autorità cittadine a ritoccare gli itinerari dei mezzi pubblici diretti alla Fiera; inoltre, accidenti, non trovavo un punto vendita per i ticket, così mi sono rivolto al conducente di un autobus.
Non ricordo il numero del mezzo, ma lui, dico il conducente, doveva essere sordomuto oppure, così mi è parso, deve avermi scambiato per il vicino di casa con cui aveva appena avuto una lite condominiale, per una faccenda di parcheggio fuori dagli spazi o perché la moglie dell’altro non aveva strizzato bene i panni.
Lo desumo dal fatto che, dopo tre o quattro miei disperati tentativi: «Scusi, che mezzo devo prendere per arrivare alla Fiera, da dove partono gli autobus?», aveva continuato a fissarmi senza darmi risposta, poi aveva chiuso la porta pneumatica ed era partito. Ma, a posteriori, potrei dire che anche l’autista reticente faceva parte di un sofisticato piano provvidenziale.
Se mi avesse caricato oppure se si fosse prodigato per darmi informazioni precise, non avrei incontrato il mio amico Giacomo (che non si chiama proprio così, è un nome di fantasia). La Provvidenza opera anche attraverso i parastatali, ora ne abbiamo le prove.
Intanto che mi domandavo come sarei arrivato alla meta, dandomi dello stupido per avere rinunciato alla macchina di servizio, quasi inciampo in una Fiat Punto con le insegne della Fiera del libro. Incoraggiato dalla circostanza, mi avvicino per chiedere ragguagli. Al volante c’è un uomo sui sessantacinque, con tipico accento torinese, mi dice: «Guardi, sono qui per servizio, ho appena accompagnato un ospite straniero e adesso torno in Fiera, non posso però darle un passaggio perché non ci è permesso fare servizi oltre quelli comandati». Ma poi, visto il mio imbarazzo: «Dai salga, basta che non dice niente, non vorrei prendermi qualche reprimenda. Sa, sono un volontario, devo stare alle disposizioni».
Cinque minuti di silenzio, poi una timida chiacchierata e alla fine, complice il traffico, si scoprono similitudini, si apre lo scrigno delle confidenze. Giacomo ha due figlie, la prima è diventata suora ed è felice di esserlo, l’altra, sposata da poco e con un bambino appena nato, si è trasferita con marito e figlio in Sudamerica per aiutare le popolazioni povere. Mi mostra le foto.
Il viaggio si conclude. Al banco dove ritiro l’accredito mi trovo accanto a uno scrittore da salotto televisivo, vestito come un divano orientale. Mi sforzo di non pensare al salto concettuale tra le allegre compagnie televisive e le figlie del mio occasionale autista.
Tengo la mia conferenza. Giacomo è tra il pubblico, chiede la dedica su un mio libro, che regalerà al nipotino, mi comunica che si è fatto assegnare un servizio all’ora giusta per potermi riaccompagnare alla stazione.
Sulla strada del ritorno mi racconta che l’anno prima, tra i tanti ospiti, aveva dato un passaggio a un noto scrittore, di cui era appena uscito un libro sulla religione cattolica. Giacomo, lettore attento di cose religiose ma per nulla bacchettone, si era permesso di segnalargli qualche giudizio troppo severo a suo dire. Ne era nato un confronto e quando il conducente aveva rivelato di avere un figlia suora, lo scrittore gli aveva chiesto se per caso avesse avuto una delusione d’amore. Niente male per uno che scrive un libro sulla religione cattolica. Sarebbe bastato ascoltare Giacomo, osservare il suo comportamento, il suo garbo, respirare la sua rettitudine, per capire al volo che le scelte delle sue figlie nascono da un contagio “ambientale” di cose credute e vissute.
Naturalmente mi sono messo di buona lena per scrivere un altro libro che mi renda degno di un nuovo invito a quella Fiera. Dove lo trovo un altro autista così, neppure in un film di Frank Capra.
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