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Il dio mercato non incanta più
I grandi cambiamenti avvenuti nell’economia mondiale hanno messo in crisi una concezione che ha dominato il pianeta negli ultimi venti anni. È ora di avviare una vera globalizzazione a servizio dell’uomo
Per ragioni connesse al periodo di ferie estive, ho scritto questa nota, che uscirà a fine settembre, notevolmente in anticipo rispetto al momento in cui apparirà. Ciò mi ha creato qualche imbarazzo. Come essere certi di dire cose che non saranno superate o contraddette dai fatti, quando Club3 sarà in edicola? Già il porsi questa domanda dimostra come ci muoviamo tutti in una grande incertezza. Ma ciò mi ha anche creato lo stimolo di ricercare temi che, pur nell’incertezza dominante, conservino una certa stabilità. A me sembra che questi emergano, se cerchiamo di rispondere alla domanda sulle ragioni profonde della crisi che sta agitando il mondo. Tante sono ovviamente tali ragioni, ma due si staccano, a mio avviso, con maggiore evidenza dalle altre.
La prima è che, a livello internazionale, abbiamo inseguito la crescita dimensionale fine a se stessa. Il gigantismo ha fatto premio su ogni altra considerazione. Bisognava essere grandi, sempre più grandi per ottenere applausi, onori e denari. Questo è stato vero soprattutto nel campo bancario e finanziario dove abbiamo creato dei mostri ingestibili. Oggi l’epicentro della crisi è proprio qui, e si vede che avevano ragione i pochi grilli parlanti che mettevano in guardia contro la crescita dimensionale fine a se stessa e che sottolineavano il rischio che ciò facesse lievitare il livello di irresponsabilità dei vertici, il loro come si dice in gergo moral hazard. In altri campi industriali e informatici, la corsa alle grandi dimensioni ha invece creato oligopoli ristretti, quasi monopolistici (come, ad esempio, nel comparto degli acciai) che fanno quello che i monopoli hanno sempre fatto: alzano i prezzi e strozzano la gente.
La seconda è la crisi dell’intera concezione economica che ha dominato l’economia mondiale negli ultimi venti anni, quella sviluppata negli Usa e diffusa nel mondo dai neoconservatori americani. La crisi dell’America è la crisi di questa filosofia.
Avevano detto che la deregolamentazione selvaggia dei mercati avrebbe portato produttività e benessere per tutti. Ora sappiamo che non è vero.
Avevano detto che il darwinismo sociale è il motore dello sviluppo e che la solidarietà sociale era un fattore negativo. Ora sappiamo che non è vero.
Avevano detto che le differenze economiche tra i più ricchi e i più deboli dovevano crescere e non diminuire per creare una più vigorosa spinta allo sviluppo. Ora che queste differenze negli Usa e nei Paesi americaneggianti come l’Italia sono al massimo livello degli ultimi ottant’anni, sappiamo che non è vero.
Avevano detto che bisognava privatizzare ogni cosa, unica via per salvarci dall’inefficienza dello Stato. Ora che i Governi americano e inglese devono ripetutamente intervenire per salvare privatissime banche in fallimento, sappiamo che non è vero.
Avevano detto che il mercato e solo il mercato doveva reggere la società senza che altri schemi tenessero insieme il tessuto sociale, che il mercato era tutto e che tutto allo stesso dovesse essere sottomesso. Ora sappiamo che non è vero.
Avevano detto che gli Usa erano talmente forti non solo militarmente da non aver bisogno di nessuno e che sarebbero sempre andati avanti per la loro strada, unilateralmente. Adesso sappiamo che non è vero.
Come sempre, dunque, quando si verificano grandi sconquassi economici, stiamo assistendo al tramonto di un’intera concezione, di un sistema di pensiero. È necessario che gli uomini di buona volontà in Usa, in Europa e negli altri continenti gettino ponti di comprensione reciproca e di lavoro comune, liberando il mondo dal talebanismo del mercato. Non si tratta di ritornare alle economie collettiviste e neanche al socialistume assistenziale che è quello che, con le sue debolezze, ha spianato la strada al distruttivo pensiero neoconservatore. Ma di ricostruire economie efficienti ma giuste, severe ma solidali e di avviare una globalizzazione al servizio dell’uomo, di tutti gli uomini e non solo dei potenti ricchi e irridenti che hanno contrassegnato la non felice stagione che si sta chiudendo. Il rischio maggiore per l’Italia è di non riuscire a collaborare alla creazione di un mondo nuovo ma di appiattirsi su una tardiva imitazione dell’America, come ama spesso fare, soprattutto quando l’America sta cambiando.

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