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Sono le tasse bellissime?
Il tetro moralismo del ministro delle Finanze non basta a nascondere il disagio degli italiani, dovuto solo al fatto che il nostro sistema fiscale è in contrasto con la Costituzione e grava sulle imprese più deboli

La stampa riporta che il presidente della Regione siciliana, dr. Cuffaro, avrebbe un ufficio stampa personale di 23 (dicesi ventitre) giornalisti addetti alla sua “cara” (in senso economico) persona. Quando Luigi Einaudi fu eletto presidente della Repubblica, l’11 maggio 1948, non aveva nessun addetto stampa: temeva infatti che la funzione sviluppasse l’organo. Credo che questa contrapposizione illustri meglio di un’intera biblioteca la differenza tra chi ha fatto l’Italia e chi se la sta mangiando. E vorrei chiedere al ministro dell’Economia, che nel suo tetro moralismo ha cercato di spiegare agli italiani che le tasse sono “bellissime”, se è bellissimo o anche solo bello che il muratore, il sarto, l’odontotecnico e via dicendo, lavorino e paghino le tasse per permettere al presidente Cuffaro di mantenere un ufficio stampa personale da fare invidia al presidente francese Nicolas Sarkozy, al cancelliere-massaia Angela Merkel, al potente Vladimir Putin. 

Più realistico del nostro ministro fu l’estensore di uno dei più antichi testi che parlano di tasse, che risale a circa 3.000 anni a.C. ed è conservato all’Istituto sumerologico dell’Università di Filadelfia. Il testo dice: «tu potrai amare un re, potrai amare una regina, ma l’uomo che devi temere è l’agente delle tasse». Dunque le tasse non sono né bellissime né belle; sono una necessità per far funzionare i servizi comuni. Ma sono sempre state ragione di tensioni, tentativi di sopraffazione da parte dei ceti dominanti, reazione da parte dei sudditi, ribellioni e autentiche rivoluzioni. Per tentare di attenuare questa tensione e costruire un sistema fiscale che, se non “bellissimo”, fosse più condiviso, i grandi economisti e i pensatori politici si sono sforzati di disegnare i criteri che dovrebbero caratterizzare un’accettabile imposizione. Secondo Adam Smith, il padre della moderna scienza economica, l’imposta dovrebbe essere proporzionata alle capacità di reddito dei cittadini; essere certa e non arbitraria; essere riscossa nel tempo o nel modo in cui è più comodo pagarla per il contribuente; essere tale da ridurre il costo di esazione e da non scoraggiare l’industriosità del popolo.
La scuola italiana di scienza delle finanze ha dato un validissimo contributo a questo filone di pensiero. Ed è dall’elaborazione del pensiero della scuola italiana che nascono i brevi ma densissimi articoli che stabiliscono le fondamenta della materia fiscale nella nostra Costituzione, soprattutto gli articoli 23 e 53. La base del disagio fiscale italiano non sta nel fatto che gli italiani non hanno ancora capito che le tasse sono “bellissime” ma nel fatto che il nostro sistema fiscale reale è fuori dalla Costituzione italiana ed è in contrasto con tutti i principi di corretta imposizione elaborati dalla migliore dottrina.

Secondo l’art. 53 il sistema fiscale dovrebbe essere improntato a criteri di progressività, mentre nell’applicazione reale è platealmente regressivo. Sempre secondo l’art. 53 dovrebbe servire a pagare i servizi pubblici («tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche») mentre, in gran parte, serve a pagare i comodi di lor signori (non sono certo servizio pubblico i ventitre addetti stampa personali del presidente siciliano Cuffaro), a finanziare furti e inefficienza, a finanziare fameliche clientele familiste (come documentato da ineccepibili studiosi di sinistra). Ancora, secondo l’art. 53 dovrebbe rispettare il principio di eguaglianza di Smith, cioè essere in relazione alla capacità contributiva, mentre è sempre più arbitrario e slegato da essa. Secondo l’art. 23 dovrebbe essere regolato solo dalla legge mentre in pratica è sempre più applicata con sistemi amministrativi. 

Secondo un sommo maestro come Einaudi le imposte dovrebbero essere applicate solo o sul reddito (reale ed effettivo) o sul consumo. Mai, dice Einaudi, dovrebbero essere applicate sui fattori della produzione. E la nostra imposta più odiosa, l’Irap, è un’imposta sui fattori della produzione che colpisce anche quando reddito non c’è. E colpisce più duramente le imprese più deboli, quelle che puntano più sull’apporto delle persone che sul capitale, le imprese di nuova costituzione, quelle che rappresentano atti di imprenditorialità coraggiosa più che investimenti di capitale, le imprese di servizi. Tutti tipi di imprese dominanti nelle aree più deboli come il Mezzogiorno. 

 



LA BORSA E LA VITA
di Marco Vitale

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