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E se a lavorare ci andassimo quando ci pare?
L’esperimento di una società di elettronica ha avuto esiti positivi nella produttività, dando ragione all’ipotesi di due consulenti Usa
Abolire l’orario di lavoro, andare in ufficio o in azienda quando ci pare e uscirne a nostro esclusivo criterio.
Sogni, idee cervellotiche? Macché! In America (e dove sennò?) questa ipotesi suggestiva è diventata realtà almeno in un caso. Due consulenti americane, Calì Ressler e Jody Thompson, hanno convinto infatti una grande società di elettronica a fare l’audace esperimento. Un bel giorno ai tremila dipendenti è stato detto: «Da domani venite a lavorare quando e come volete». Ebbene, la prova è durata sette anni, badate, non 24 ore, e la ditta ha visto aumentare la produttività del 35%, tanto che nel 2004 ha vinto il titolo di “azienda dell’anno”. E loro, le due audaci, hanno scritto un libro intitolato Perché il lavoro fa schifo e come migliorarlo. Quando qualche mese fa è arrivato in Italia, il saggio ha suscitato immediate curiosità e dibattiti televisivi (per esempio a Mattina in famiglia, Raidue).
«Nella vita aziendale di oggi», dicono Calì Ressler e Jody Thompson «il lavoro fa schifo perché si considera il fattore tempo in modo sbagliato. Lavoriamo tutti sotto l’influsso di un mito: tempo più presenza fisica uguale risultati. Una delle conseguenze più evidenti di questo equivoco è la presenza eccessiva sul posto di lavoro. Oggi poi lavoriamo più col cervello che con le mani e il lavoro di concetto esige un diverso criterio di valutazione della produttività».
Che cosa significa, che abbiamo sbagliato tutto finora e che ormai il concetto tradizionale di lavoro – 40 ore settimanali, lunedì-venerdì, dalle 8,30 alle 17,30 – è superato? Probabilmente oggi nessuno può sciogliere un simile dubbio. Alcuni tentativi però di modificare il concetto di “tempo lavorativo” sono stati fatti. A Modena, per esempio, si è studiata la possibilità di realizzare “il tempo delle donne”, ossia di modellare gli orari degli uffici pubblici, delle banche e delle scuole, sulle esigenze femminili. A Solomeo, a pochi chilometri da Perugia, Bruno Cucinelli, un re del cachemire, ha creato la “fabbrica diffusa”; i dipendenti lavorano a casa loro e nelle ore che stabiliscono essi stessi. Gli strumenti di comunicazione elettronica, poi, hanno cambiato non solo il nostro modo di comunicare: dal cellulare agli sms, alle e-mail, ma hanno cambiato anche il nostro modo di lavorare, persino gli stili di vita. I tecnici dell’informatica non sono forse i “senza-orario” ideali?
E mi sembrano significativi, se non altro a titolo di orientamento, i risultati di un sondaggio lanciato online da Quattro minuti, il quotidiano di riferimento dell’Associazione Europa dei diritti, fondata a Reggio Emilia dall’editore Tiziano Motti. I favorevoli all’abolizione sono il 62,89%, i contrari il 37,11%. Ma come introdurreste l’orario libero?, è stato chiesto ai visitatori. Il 55,17% risponde: in azienda e con stipendio a obiettivi; il 44,83% dice: a domicilio e incentivi sulla produzione.
Nel settore commerciale, appare datata la polemica continua sull’apertura domenicale dei negozi e tuttavia anche qui negli ultimi vent’anni si sono registrati dei mutamenti: i supermercati fanno orario ininterrotto, a Roma i dettaglianti aderenti all’Associazione amici della domenica alzano le saracinesche nel giorno festivo ma la rivoluzione promossa dalle signore Calì e Jody avrà difficoltà, io credo, ad attraversare l’oceano.
La prima regolamentazione dell’orario di lavoro risale a 85 anni fa. Una legge del 1923 fissò infatti in otto ore giornaliere il limite, per un impegno settimanale di 48 ore. La conquista della settimana corta è invece del 1997. Solo da undici anni abbiamo le 40 ore. Per cinque giorni alla settimana, otto ore di lavoro, otto di riposo e otto per il tempo libero.
Ma una direttiva europea del 2003 stabilisce che si possono superare questi limiti, purché sia garantito al lavoratore il diritto a undici ore consecutive di riposo ogni 24 ore. Il che significa anche 13 ore di lavoro al giorno e la cancellazione pressocché totale del tempo libero. Personalmente, trovo sorprendente che i sindacati abbiano accettato un tetto così stravolgente dopo essersi battuti tanto per conquistare le famose 35 ore. Fu, se ricordate, un cavallo di battaglia di Fausto Bertinotti e solo in Francia questo obiettivo è stato raggiunto alcuni anni fa. Ora le 35 ore sono state cancellate.
Con i sindacati, tuttavia, c’è da fare un altro ragionamento, più insidioso per loro. Alla luce dei mutamenti sociali l’idea del “vai a lavorare quando vuoi e stabilisci tu l’orario” si farà strada. Lentamente, ma andrà avanti. C’è semmai da considerare il fatto che una innovazione del genere muta, inevitabilmente, anche l’organizzazione del lavoro e i rapporti di lavoro. E dunque se è vero che i senza-orario producono di più e meglio, può essere altrettanto vero che finalmente riprenda valore il merito. Di conseguenza, con il mutamento radicale della cultura del lavoro, si svuoterebbe la funzione del sindacato che al merito preferisce l’uguaglianza.
È lecito immaginare, poi, che questa concezione nuova del lavoro farebbe scomparire anche la piaga dei fannulloni, contro i quali puntò per primo il dito il giuslavorista Piero Ichino e ora il ministro Renato Brunetta? L’attuale titolare del dicastero della Funzione pubblica può vantare un risultato: l’aver ridotto del 50% l’assenteismo negli uffici, togliendo forza così alla suggestiva ipotesi che gli assenteismi siano spesso da attribuire allo stress da lavoro. Negli Stati Uniti hanno calcolato che alle imprese lo stress dei dipendenti costa 300 miliardi di dollari all’anno.
Coniugando il rigore brunettiano con la riformulazione del tempo lavorativo, gli impiegati ministeriali che vanno a fare la spesa abbandonando temporaneamente l’ufficio non sarebbero più penalizzati, perché recupererebbero volontariamente il tempo perso allungando la permanenza in ufficio. Viviamo nell’età post-industriale, quindi certe rigidità del passato sono superabili, ciò che conta è raggiungere gli obiettivi. Semmai bisogna capire fino a che punto si potrebbe contare sul senso di responsabilità dei singoli.
Certo, intendiamoci, potrebbe succedere anche il contrario. Vittorio Sgarbi, quando era ancora dipendente della Soprintendenza di Venezia, fu il primo ad abolire l’orario di lavoro. La sua formula era, per la verità, geniale: “Fisicamente assente, ma sempre intellettualmente presente”.
Si può fare, con un distinguo
Il parere del professor Domenico De Masi, sociologo del Lavoro alla “Sapienza”
Al professor Domenico De Masi, sociologo del lavoro dell’Università La Sapienza, Roma, ho posto alcune domande.
Dall’epoca dell’industrializzazione a questa età post-industriale, qual è a suo avviso il cambiamento più vistoso?
«Nella metà dell’Ottocento, quando Marx ha scritto Il Capitale, nella città più industrializzata del mondo, cioè a Manchester, il 96% dei lavoratori dipendenti svolgeva un lavoro fisico e ripetitivo come quello della catena di montaggio. Nelle fabbriche, le mansioni erano strettamente collegate l’una all’altra sicché la produzione richiedeva la compresenza simultanea di tutti i lavoratori. Tutti dovevano iniziare alla stessa ora e terminare alla stessa ora; tutti dovevano andare in ferie lo stesso giorno e tornare lo stesso giorno. Anche gli uffici funzionavano più o meno allo stesso modo, tanto più che molti impiegati svolgevano mansioni front line, al servizio del pubblico, e quindi era necessario che osservassero orari precisi nell’apertura e nella chiusura degli sportelli. Cosa è cambiato da allora? È cambiata la tecnologia. Un numero enorme di mansioni eseguite ieri dall’operaio, oggi sono svolte dai robot; un numero enorme di mansioni svolte ieri dall’impiegato, oggi sono svolte dal computer. Si pensi al bancomat o alla distribuzione automatica delle bevande».
Sono cambiati dunque anche gli strumenti di lavoro. È così?
«A mano a mano che le macchine hanno assorbito i lavori fisici, ai lavoratori sono rimaste le sole mansioni intellettuali. Oggi, il 75% di tutti i lavoratori americani e il 65% di tutti i lavoratori italiani non lavora più con le mani e con il tornio ma con il cervello e con Internet. Ciò significa che per molte mansioni il luogo e il tempo non hanno più importanza: ciò che conta è l’obiettivo. Ognuno porta con sé, 24 ore su 24, i suoi due strumenti di lavoro: il cervello e il portatile. Con essi può lavorare dove e quando vuole. Se un giornalista deve consegnare il proprio articolo entro le 18 di domani, non interessa se lo scrive in redazione, al bar o a casa propria. Né interessa se lo scrive questa mattina, questa notte o domani pomeriggio. L’importante è che entro le 18 di domani spedisca al giornale il migliore articolo possibile».
Si può dire, con buona pace del ministro Brunetta, che anche i tornelli oggi perdono d’importanza?
«L’orario fisso – con tutto il suo armamentario di tornelli, cartellini e marcatempo – riguarda il lavoro fisico alla catena di montaggio e il lavoro intellettuale in front line. Cioè, quel lavoro basato sulla quantità dei prodotti e sul controllo dei dipendenti, in cui a tot minuti corrispondono tot bulloni prodotti o tot pratiche evase. Tutti gli altri lavori possono essere organizzati per obiettivo, assegnando al dipendente il compito da svolgere e la scadenza finale in cui va completato. Si tratta, infatti, di lavori basati sulla qualità, il cui risultato dipende dalla motivazione del lavoratore. Posso dire a un operaio: “Vieni domattina alle 8 e producimi 1.000 bulloni”, non posso dire a un pubblicitario: “Vieni domattina alle 8 e producimi 1.000 idee”. Per il lavoro quantitativo, in cui la quantità di tempo determina anche la quantità di prodotti, se si riduce l’orario, si riduce anche la produzione. Per il lavoro qualitativo, in cui la quantità di idee prodotte non dipende dalla quantità di tempo in cui si resta in ufficio, parlare di tempi, di luoghi, di cartellini e di tornelli è come misurare l’acqua con il metro».
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