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Da Obama alla Calabria
C’è un filo che lega le elezioni del primo presidente nero degli Stati Uniti e le cooperative che operano nelle terre confiscate alla mafia: sono i giovani che hanno il coraggio di combattere e di non rassegnarsi
Scendendo in aereo da Milano a Reggio Calabria ho incominciato a scrivere il mio contributo per Club3. Anzi arrivando a Reggio Calabria lo avevo quasi finito e, naturalmente, era dedicato al significato per la nostra economia della straordinaria elezione di Obama. Ma alla sera tornando a Milano, dopo una giornata passata in Calabria, ho stracciato la mia nota e ne ho scritta una, apparentemente, diversa. Mi sono recato a Cittanova per partecipare a una giornata di studi su “Etica e legalità nella filiera olivicolo olearia” calabrese. L’incontro è stato promosso da una cooperativa di giovani di Polistena (Rc) denominata Valle del Marro, Libera Terra, con sede casualmente ma significativamente in via Pio La Torre; che produce olio di alta qualità e prodotti tradizionali tipici da agricoltura biologica. La caratteristica di questa cooperativa (che è collegata alla rete di cooperative del movimento Libera guidato da don Ciotti) sta tutta nelle parole che l’associazione pone in testa ai suoi prodotti: “Dalle terre liberate dalle mafie”.
La cooperativa è assegnataria della coltivazione di terre confiscate alla mafia, circa 90 ettari, per lo più di antichi oliveti. A crearla è stato un gruppetto di giovani che hanno voluto restare a combattere la buona battaglia nella loro terra. È l’unica cooperativa di questo tipo in Calabria, mentre in Sicilia ce ne sono già parecchie.
La parola battaglia non suoni esagerata. Perché se in Emilia, Lombardia, Veneto e Massachusetts, per fondare una cooperativa agricola ci vuole un po’ di competenza e un po’ di capitale, nella piana di Gioia Tauro, ci vuole anche un grande coraggio, una capacità di resistere a intimidazioni e violenze che vengono dalle cosche e all’isolamento che viene dalla mafia (associazioni imprenditoriali, amministratori pubblici, professionisti). I giovani della Valle del Marro, Libera Terra sono passati attraverso tutto questo. Si sono fatti carico di coltivare terre che la mafia aveva devastato cercando di renderle non più coltivabili; hanno dovuto impiantare nuovi oliveti; hanno visto anche questi devastati; hanno sperimentato l’isolamento da parte di chi dovrebbe, invece, fare di questi esempi una bandiera, come la Confindustria calabrese dalla quale la Confindustria nazionale dovrebbe prendere le distanze. Sono sopravvissuti e producono un olio eccellente tenendo alta la bandiera della Calabria per bene.
Naturalmente nella loro resistenza non sono stati lasciati totalmente soli. Se così fosse la Calabria della mala gente li avrebbe già sbranati. Li ha aiutati l’essere inseriti nella rete di Libera, li ha aiutati un sacerdote di valore che non ha più lacrime da versare sulla sua terra sofferente, li hanno aiutati pochissimi singoli imprenditori isolati, qualche amico nel Nord. Poca cosa ma sufficiente per tenere viva la speranza. Io ho detto loro che dovevamo considerare come emblematico l’affascinante nome della cittadina che ci ospitava (che pochi anni fa entrò nelle cronache, come terra di morte): Cittanova. Perché costruire una città nuova e un’economia nuova è oggi l’impegno di tutte le persone per bene, dalla Calabria ai quartieri popolari e durissimi dai quali è partita la speranza di Obama. L’attuale crisi economica internazionale, pur difficile, ha molte valenze positive. Rilancia “Main Street” nei confronti di “Wall Street” come ha detto Obama. E fare buon olio sui terreni sequestrati alla mafia è Main Street. Rilancia il piccolo sul gigantismo, l’essere sull’apparire, il locale sull’omogeneizzazione, il saper fare sul saper manipolare. Perciò questa crisi accende anche una grande speranza.
Il 66% dei giovani americani hanno votato per Obama e chi lo aiuta a scrivere i suoi discorsi è un giovane di 27 anni. E, pochi giorni fa, all’inaugurazione della grande manifestazione “Terra Madre” di Torino, che richiama migliaia di contadini da tutto il mondo, un ragazzino di 15 anni, Sam Levin, del Massachusetts ha concluso il suo intervento dicendo: «Saranno i giovani a riconciliare l’uomo alla terra». La campagna elettorale di Obama non è stata giocata sui temi bianco/nero, sui temi etnici. Obama è stato giustamente definito un presidente postetnico. La questione etnica è dietro le spalle (e a illustrare ciò un giornalista americano racconta questo magnifico episodio. Vedendo in fila tra gli elettori una persona di etnia non chiara, il giornalista chiede allo stesso: da dove vieni? E questi gli risponde: dal ventre di mia madre). La battaglia di Obama è stata combattuta sul ricambio generazionale, sul cambiamento rispetto alle cricche di potere che avevano messo sotto i tacchi l’America, sulla necessità di riequilibrare l’economia del fare (Main Street) rispetto all’economia dei castelli finanziari (Wall Street).

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