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Le nostre notti senza pace
Ci sono quartieri dove chi cerca di dormire sente come ostili le presenze eccessive del terziario di svago notturno. Ma le abitazioni hanno il diritto a non essere invase dal chiasso di chi occupa il suolo pubblico
La gestione delle notti, con la loro quiete e la loro sicurezza, ha sempre marcato il confine fra civiltà e inciviltà di una nazione. Roma antica aveva notti turbolente ma anche severi vigilanti a difesa del sonno di chi non faceva stravizi. Nel Rinascimento le città uscirono, con l’illuminazione notturna dei luoghi più importanti, da un Medio Evo di insicurezza, vennero istituite vere polizie per la quiete, ronde armate tenevano a bada i teppisti e i banditi dell’epoca. La realtà contemporanea vede un progressivo arretramento del diritto alla quiete, i decibel sono la più incerta ed elastica unità di misura della disuguaglianza generazionale. I non giovani, che hanno un orologio biologico ispirato all’alternanza di giorno e notte, luce naturale e buio, si trovano spiazzati. Reclamare il rispetto del proprio riposo sembra pretesa di vecchi brontoloni.
Non ci sono norme più disattese di quelle che contro il rumore notturno dovrebbero “zonare” la mappa delle metropoli, fissando limiti invalicabili di rumorosità per ogni attività, si tratti di traffico o di discoteche, di concerti o di stabilimenti industriali. Chi si avventura in un centro storico in piena notte si rende conto di quanto poco i nottambuli abbiano il senso della legalità.
Ma non è soltanto questione di rispetto delle disposizioni vigenti. Anche dove le leggi non sono violate è la mentalità diffusa a giocare contro chi vorrebbe dormire o almeno gustare il naturale silenzio nelle ore che la natura ha destinato al riposo. Gli orari delle discoteche spostano verso l’alba un intero popolo di giovani, e non si capisce perché fino a mezzanotte la maggioranza dei locali restino semivuoti nella convinzione che sia ancora troppo presto per divertirsi.
Nessuno ha messo in chiaro che c’è una parità di diritti, non è stravagante protestare, è stravagante istituzionalizzare e codificare con innumerevoli permessi il rumoroso motivo della protesta. L’anno scorso in estate passò, con l’onda delle liberalizzazioni, una serie di norme che finivano per allungare gli orari di apertura notturna di locali che sono facilmente vere calamite per il chiasso sotto le finestre dei cittadini residenti. C’è tutto un turismo fracassone che invade le notti di gente quieta e anziana. Il danno fisico e psicologico è notevole. Per non parlare delle occasioni estreme di massa, megaconcerti rock e notti bianche ufficiali.
Bisognerebbe ripensare l’intero rapporto fra i due tempi, divenuti fra loro conflittuali. Ci sono quartieri dove chi cerca di dormire sente come ostili le presenze eccessive del terziario di svago notturno. Si leggano le cronache di grandi città come Roma e Milano, che sono diventate un esempio impressionante dello squilibrio da affrontare, notti di sballo fra alcol e droga, zone dove la bellezza urbanistica degrada in un immenso fast food. Ma non scherza neppure la provincia.
C’è un punto preliminare: è la consapevolezza amministrativa indispensabile intorno alla differenza di significato fra suolo pubblico, base del fracasso, e proprietà privata delle abitazioni, che hanno alcuni diritti inviolabili, primo fra essi quello di non essere invase dal chiasso di coloro che occupano appunto il suolo pubblico. A Roma un’associazione di residenti ha fatto un censimento volante nelle poche centinaia di metri tra piazza Navona e Tor Millina, in un’area stupenda. I volontari hanno contato una ventina di bar, una trentina di ristoranti, per non dire delle pizzerie al taglio, dei pub, delle gelaterie, delle paninoteche e delle discoteche. Si fa l’alba all’aperto e si costringono gli abitanti a rigirarsi insonni e infastiditi nel letto con le finestre inutilmente serrate. Scompaiono i laboratori artigiani che a sera chiudevano le porte e al loro posto si creano ulteriori spazi per la notte senza fine.
Ma non è tutto. Anche l’inquinamento luminoso, nelle grandi città come nei piccoli paesi, fa la sua parte a danno della notte tranquilla. Fra insegne, fari e pubblicità eccessive, è diventato un lusso impraticabile anche guardare le stelle, il buio naturale parrebbe fuori moda. Ci vorrebbe un poeta come Pier Paolo Pasolini che più di trenta anni fa lanciò dalla prima pagina del Corriere della Sera il famoso appello per le lucciole scomparse dalle campagne inquinate.

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