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E alla fine paga Pantalone
Gli inganni che subiamo dalle aziende pubbliche, da quelle private e dalle banche ci verranno risarciti? Il sospetto è che non sarà così

Saremo mai risarciti dei danni che ci hanno procurato certe banche o aziende pubbliche e private coi loro inganni, spesso con vere truffe? Faccio un esempio. La Telecom, per almeno cinque anni, ci ha addebitato il costo di spedizione della bolletta. Non può, il francobollo rientra nelle spese generali d’azienda. E dunque il principale gestore telefonico ha incassato indebitamente ben 600 milioni di euro. Ossia, ognuno di noi (venti milioni di abbonati) ha dato alla Telecom 30 euro che non doveva. Questi soldini dovrebbero essere restituiti, perciò una associazione di consumatori piemontese annunciò all’inizio dell’anno di voler promuovere una class action contro Telecom. Resterà una pia intenzione se passano le modifiche alla legge approvata un anno fa e bloccata da un decreto lampo qualche mese prima della sua entrata in vigore, il 1° luglio scorso.
Dalle indiscrezioni si apprende che il nuovo testo definisce “irretroattiva” l’azione collettiva risarcitoria, ossia non applicabile per le vertenze che ci siamo messi alle spalle.
Si può negare, per citare un altro caso, che le banche che consigliarono ai clienti i bond argentini, lo fecero per liberarsi di titoli in odore di crac? Fu truffa o no? Ebbene, la prima modifica alla class action restituirà l’innocenza agli istituti di credito anche per altre questioni, tipo l’asimmetria dei tassi o le spese di surroga dei mutui casa. In queste settimane, poi, le banche sono nell’occhio del ciclone. E c’è chi vede una loro responsabilità nei contraccolpi che lo tsunami dei mutui subprime americani provoca sui nostri risparmi. Del resto, ci chiediamo con angoscia che fine faranno quei quattro soldi che abbiamo depositato ma tutti, politici ed esperti di economia, si affrettano a tranquillizzarci.
«I risparmiatori possono stare tranquilli: non perderanno nemmeno un euro», ha detto Berlusconi. Ma è così? Come facciamo a soffocare il dubbio? L’ho chiesto a Riccardo Quintili, neo direttore de Il Salvagente, il settimanale dei consumatori: «Se nelle ore calde della crisi», dice «il premier ha speso il suo charme per rassicurare i correntisti, ci hanno pensato le lettere delle banche agli italiani a smorzare entusiasmo».
“Gentile cliente, la informiamo che la situazione mondiale dei mercati finanziari ha determinato un riprezzamento del costo del credito e una crescita del costo del denaro per le banche”. «Così iniziava una di queste missive e a una premessa tanto preoccupante faceva seguito un elenco di cifre per nulla rassicuranti. L’istituto informava che i costi dei bonifici salivano del 55% e il tasso debitore (che si paga quando si va in rosso) aumentava dello 0,75%».
Ancora una volta pagheremo noi? «Sì, queste lettere fanno capire che a pagare questa crisi non sarà solo chi ha giocato in Borsa, ma anche chi non ha mai avuto modo di farlo. Come i mutuatari, 3,1 milioni di famiglie italiane che con l’impennata dell’Euribor hanno visto salire i ratei di centinaia di euro l’anno. A loro non è servito neppure il taglio del costo del denaro, rimasto senza effetti sulle rate del mutuo».
Una recente ricerca continentale dimostra che il popolo italiano è il più prudente d’Europa. Il nostro livello d’indebitamento è del 30% mentre altri Paesi superano il 100%. Quali famiglie sono le più esposte? «Quelle che hanno un mutuo sono le prime a rischiare di perdere casa e risparmi in un meccanismo che vede ancora una volta pesanti responsabilità delle banche italiane (che hanno venduto mutui variabili senza spiegare i rischi). Abbiamo raccolto casi sconvolgenti. Ne citiamo uno, quello di una famiglia che a Roma, cinque anni fa, si era accollato un mutuo per un appartamento di 50 metri quadri, convinta di poter sostenere le spese (550 euro al mese). E ora si ritrova con ratei di 850 euro al mese e lo stesso stipendio di cinque anni fa».
Una stangata simile, Quintili, si registrò anche con i mutui in Ecu. «Già. Perfino Lorenzo Bini Smaghi, membro del comitato esecutivo della Bce, dichiara che non è giusto che le famiglie paghino sui loro mutui il mancato funzionamento del mercato interbancario e la sfiducia tra banche. E propone “per via legislativa o attraverso accordi privati, di legare il tasso sui mutui al tasso di riferimento della Bce, piuttosto che all’Euribor”. Noi lo diciamo da anni, per evitare che ci si ritrovi di fronte alla stessa crisi degli anni Novanta, coi mutui in Ecu che mandarono a gambe all’aria migliaia di famiglie».
A mettere in pericolo il gruzzolo dei correntisti italiani non sarebbero estranee le assicurazioni che hanno venduto polizze vita coinvolte nel crac della Lehman Brothers, un ex colosso del credito d’oltreoceano (vedi tabella).
 Elio Lannutti, presidente dell’Adusbef, va giù duro. Dice che i “miglioramenti” (come li ha definiti il ministro Scajola) della class action «sono dettati in realtà dalle banche, dalle assicurazioni e dalla Confindustria». La non retroattività della “aerreci” cancellerà ogni colpa. In altre parole, nel nostro Paese finisce col valere sempre la legge del più forte. E a Pantalone tocca il ruolo di eterno penalizzato. Non esistono regole per il rimborso dei consumatori danneggiati dai produttori di servizi. E nemmeno si pensa a istituirle. Una riprova? Eccola. Il testo in elaborazione dell’azione collettiva risarcitoria (che sarà legge dal 1° gennaio 2009) prevede che sul banco degli imputati possa finire anche la pubblica amministrazione. Tocca anche al cittadino prendere l’iniziativa (questa l’altra novità), non solo alle associazioni di consumatori. Sentite perché: la causa non frutterà un risarcimento ma avrà solo lo scopo di “rimuovere il comportamento lesivo” del burocrate o dell’ufficio coinvolto. Viene voglia di ridere. Per non piangere.

Ufficio reclami

Il telefonino difettoso
La signora Patrizia R. 
ha acquistato un telefonino Nokia 2630 ma da subito si sono presentati problemi, tanto che 
è stato portato per ben quattro volte alla ditta autorizzata per 
le riparazioni. E 
si chiede: «Perché la Nokia si ostina a riparare l’apparecchio che 
è evidentemente difettoso? 
Non sarebbe più semplice e 
soprattutto meno dispendioso per loro sostituirlo, visto anche il modico costo dello stesso?». Il codice del consumo (DLgs. 206/05) è molto chiaro 
in materia di prodotti difettosi 
e garanzia, che deve essere 
a totale carico del venditore 
e dell’azienda produttrice. 
La legge inoltre chiarisce che nel caso in cui 
le riparazioni non avvengano in tempi congrui, il cliente 
ha il diritto di chiedere (attraverso un sollecito scritto come una raccomandata a/r) 
la sostituzione del bene acquistato.

La banca giusta
Come scegliere la banca giusta? Lo vuole sapere la signora Tilde Chieggi di Moncalieri (Torino), «visti», dice 
«i recenti disastri finanziari delle più importanti banche mondiali con le ripercussioni che potrebbero avere sulle banche italiane. Le pongo i seguenti quesiti, per potermi tutelare come consumatore: quali sono i criteri con cui selezionare una banca per affidabilità e solidità? Come posso mettere in pratica questi criteri? Quali documenti o certificazioni devo richiedere alla banca per aver prova della sua solidità finanziaria?». Come in ogni situazione, bisogna affidarsi al buonsenso. 
I crac finanziari americani hanno dimostrato che nessuno è veramente 
al sicuro, neppure gli istituti apparentemente più grandi e solidi. L’importante è instaurare un rapporto 
di fiducia con la propria filiale, e per questo può essere d’aiuto il consiglio 
di un amico disposto a condividere la conoscenza di un consulente finanziario affidabile che faccia prima i vostri interessi e poi quelli della banca.

Lavori saltuari e tasse
La signora Maria Principe di Milano racconta: «Duemilaquattro, 2005, 2006, sono gli anni nei quali i miei tre figli, universitari, hanno svolto un lavoretto saltuario di domenica per mantenersi agli studi. Temevamo si potesse superare il tetto di 2.800 euro. Ma, essendo saltuario il lavoro, e abbastanza misero, 
non abbiamo considerato 
la cosa con la dovuta serietà. Lo scorso anno ci è toccato pagare 3.000 euro in contanti. E non finisce qui. Possibile che non ci sia proprio niente da fare per rendere meno pesante la restituzione? 
E poi, come mai personaggi molto più ricchi e noti hanno potuto trattare e noi no?». Quando, 
in base agli accertamenti fiscali, si desume che le dichiarazioni presentate per la riduzione delle tasse universitarie sono sbagliate (i redditi di fratelli e sorelle incidono per il 50%), lo studente è costretto a sborsare la retta massima applicabile, più varie penali. Tuttavia per gli studenti lavoratori, anche saltuari e che non superino un reddito annuale (l’Iseeu) 
di 18.000 euro, esiste la possibilità 
di richiedere 
un esonero parziale della retta e delle quote d’iscrizione pari al 30%. Unica condizione è dimostrare 
di percepire annualmente non meno di 7.000 euro nette.
(Ha collaborato Matteo Acquafredda)
(Ha collaborato Matteo Acquafredda)

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