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Una crisi che tocca le radici della società
La confessione di un professionista americano che ha sempre vissuto, con esemplare integrità, nel mondo delle grandi “corporation”...

«Caro Marco, avendo vissuto la crisi del 1929 (avevo 6 anni) che si protrasse per 10 anni, con 13 milioni di disoccupati, incluso mio padre con calo degli stipendi del 60 per cento e l’industria operativa al 50 per cento di capacità nel 1933, ho paura che la storia si ripeta. All’epoca, il bravo presidente Roosevelt diceva, in parole povere: come può succedere tutto ciò a una nazione che ha più grano, granturco, carbone, petrolio... di tutti gli altri Paesi? La risposta: l’avidità. Quelli che dovevano essere i leader si sono riempiti le loro tasche e hanno abdicato (alcuni, meno fortunati, si sono buttati giù da un grattacielo). Più o meno quello che è successo in questi anni recenti nel mondo finanziario, in America in particolare, e anche in Italia. Quelli con alte cariche e interessi (gli insider) nel settore bancario e finanziario che serve come conduttura della liquidità al mondo reale dove si producono beni e servizi, e alle famiglie, hanno inventato nuovi strumenti e approfittato della situazione: dai sub-prime prestiti/ipoteche alla cartolarizzazione della robaccia in pacchetti messi sul mercato interbancario come strumenti finanziari.
Ma dov’erano i controllori, in particolare la Securities & Exchange Commission, che avevano il compito di controllare titoli e borse? Hanno indagato su questi tipi di “titoli” che circolavano tra le banche e società di investimenti, e su cosa c’era sotto? E i revisori dei conti, le società di credit rating di questi istituti di credito e le società di investimento? Ah, usavano, come permesso in anni recenti, il fair value: metodo di contabilizzare gli investimenti finanziari, con valori (sulla carta, e creati tra loro) dell’attivo e patrimonio in continuo aumento. Poi in alcuni casi, vedi la fallita Aig, il rapporto tra l’attivo e il patrimonio netto è aumentato fuori misura: 11 a 1, mentre tale rapporto nelle società assicurative e bancarie più serie è di 4/5 a 1. Bei tempi, caro Marco. Chi ci salverà?».

Se queste preoccupazioni sono fatte proprie da persone di solida esperienza, è più che plausibile che siano diffuse anche tra persone meno navigate. Non vi è dubbio che la crisi finanziaria e delle Borse abbia assunto dimensioni molto gravi. Tuttavia, la crisi del ’29 non si può ripetere in quei termini, perché nel frattempo il mondo è tremendamente cambiato. Gli strumenti a disposizione dei Governi sono molto maggiori di allora; l’economia produttiva ha uno spessore e una diffusione territoriale molto più ampia; l’economia mondiale non è più rappresentata solo da Usa ed Europa ma è molto più ricca e articolata (Cina, Russia, India, Brasile, Paesi arabi petroliferi); i centri di accumulazione finanziaria sono molteplici e diversificati; la conoscenza dei dati economico-finanziari è molto più ricca; l’esperienza accumulata, a partire dal ’29, dovrebbe aiutare a evitare gli errori di governo che trasformarono quella crisi finanziaria in un disastro economico e occupazionale, dal quale spuntò la demoniaca figura di Hitler. Quindi niente panico ma profonda e severa azione critica e correttiva, questo sì.
Scrive uno dei più preparati operatori finanziari europei: «In sintesi la mia opinione è che noi chiamiamo “mercati finanziari” un insieme di alvei di transazioni che, per almeno tre quarti, è un’accozzaglia di domini artificialmente segmentati e totalmente opachi di poche banche oligopoliste che devono la loro posizione alle distorsioni del too big to fail, troppo grosso per fallire». Se uno del mestiere, un insider che questi mercati li ha visti veramente in opera dice queste cose, forse anche i talebani del mercato dovrebbero fare una seria riflessione critica.
I fenomeni descritti dall’operatore non si sviluppano da soli o per caso. In realtà un’analisi tecnica mostra con chiarezza, negli ultimi venti anni, una successione continua di misure regolamentari o di deregolamentazioni che, passo dopo passo, hanno caratterizzato l’involuzione e la malattia degenerativa dei mercati. Queste misure non sono errori e non sono spontanee. Sono conseguenze di un disegno. Qualcuno le ha pensate, legittimate, diffuse, ne ha fatto oggetto di sottili ma efficaci azioni di pressione, le ha fatte diventare leggi, regolamenti, pratiche comuni. Chi ha fatto questa azione? Coloro che dalla degenerazione del sistema ne hanno tratto grandi benefici. 
Molto giustamente il pm Francesco Greco nella sua requisitoria nel processo in corso per la grande truffa Parmalat, ha fatto un parallelo tra gli eventi di oggi e i comportamenti che hanno causato quel dissesto disastroso: «Il crollo della finanza internazionale cui stiamo assistendo in questi giorni e che ha fatto sparire il settore delle banche d’affari in pochissimo tempo – i padroni del mondo di questi ultimi 30 anni – è a mio avviso la migliore dimostrazione che era giusta la conseguente decisione di considerare le banche corresponsabili del crac della Parmalat. Questo processo ha accertato documentalmente ripeto: “documentalmente”, che le banche hanno collaborato all’informazione al mercato, direttamente e indirettamente, tutti i giorni e tutte le notti, con informazioni false, con operazioni la cui apparenza era diversa dalla sostanza o dalla finalità, e con altri artifici». E aggiunge: «È di tutta evidenza che la Parmalat non poteva resistere un solo giorno senza questa rete di complicità e di coperture globali e totali. La favoletta alla quale non credono più nemmeno i bambini, della inconsapevolezza o della buona fede delle banche è miseramente crollata. Fino all’ultimo giorno la Parmalat è stata un’occasione di guadagno, anzi più andava male più faceva fare profitti. Non è un caso che in un’e-mail di Citibank mi pare la Parmalat sia stata definita la gallina dalle uova marce d’oro».
La crisi di oggi null’altro è che una grande Parmalat. Nel mio libro America. Punto e a capo del 2002, cercai di richiamare l’attenzione sui compensi (più correttamente: prelievi) dei top manager bancari e aziendali che hanno toccato livelli perversi. Un paio di esempi per tutti: Richard Full, capo della fallita Lehman Brothers ha ricevuto una somma di 24 milioni di dollari; Stanley O’Neil, capo della Merrill Lynch, salvata attraverso un’affrettata cessione, ha ricevuto 161 milioni di dollari. 
«Questi compensi smodati possono essere, di per sé, causa della crisi?», mi ha chiesto un bravo giornalista. La risposta è negativa. Ma essi inducono a comportamenti manageriali degenerati che, questi sì, sono concausa importante della crisi. Oggi tutti, in America e in Europa, si sono impossessati del tema ma, temo, in forma superficiale. Ne fanno solo oggetto di indignazione. 
E bisogna invece farne oggetto di analisi. Le cause di questi fenomeni infatti sono profonde e legate alla struttura sociale. La verità è che abbiamo visto nascere e crescere tra noi vere e proprie forme di neofeudalesimo. La risposta a queste degenerazioni è, dunque, complessa. La crisi, come tutte le crisi, ha anche delle valenze positive. Una di queste dovrebbe essere proprio di aiutarci a capire le cause profonde di quel che sta succedendo, per tentare di correggere quello che non va, sia nello Stato, sia nel mercato nelle imprese. Se non faremo questo, appena i mercati si riprenderanno, il gioco ricomincerà come prima. Business as usual. 

 



LA BORSA E LA VITA
di Marco Vitale

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