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Club 3 n. 7 luglio 2002 - Home Page

 
  


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CON L’ACQUA ALLA GOLA

   
  di Mirella Camera

SPRECHI, BUROCRAZIA, MALAGESTIONE, INTERESSI FORTI, LEGGEREZZA. MA SOPRATTUTTO UNA BELLA COLLEZIONE DI PARADOSSI: È COSÌ CHE LE NOSTRE RISORSE IDRICHE VENGONO SPRECATE O UTILIZZATE MALE. FINO A PORTARCI, ASSURDAMENTE, ALL’EMERGENZA

La rivolta di maggio è scoppiata in un quartiere di Palermo, la città con l’acqua più cara d’Italia (circa il triplo di Milano), dopo una "secca" di cinque giorni; ma in realtà la situazione peggiore la vive Agrigento dove gli abitanti, malgrado in questo periodo abbiano più acqua di quelli di Reggio Emilia (300 litri a testa al giorno contro 188), vedono l’acqua ogni 15 giorni e in genere devono comprarsela dall’autobotte.

Il problema di Agrigento è la sua rete idrica fantasma: non esiste una mappa e quindi non si sa né dove corre, né dove siano le saracinesche; quindi non si può nemmeno aggiustare. In questo modo, a detta dell’ex commissario per l’emergenza idrica, Roberto Jucci, si perdono ogni giorno 10 milioni di litri d’acqua: l’equivalente di una intera diga. Per riparare la rete basterebbero 15-20 milioni di euro e in un anno la situazione verrebbe risolta. Il sindaco però promette che tutto si risolverà grazie a un dissalatore nuovo, che costa dieci volte tanto e che, se va tutto bene, ha bisogno di almeno 4 anni di lavori.

«L’acqua in Sicilia dà più da mangiare che da bere», dice rassegnata la gente; e mentre i palermitani scendevano in piazza, ad Agrigento la manifestazione di protesta promossa da Legambiente, sindacati e agricoltori, è stata disertata.

Acqua a perdere

Pur abitando in uno dei Paesi più ricchi di acqua al mondo, con una potenzialità idrica di 155 miliardi di metri cubi all’anno (2.700 mc pro capite, cioè, se tutto funzionasse alla perfezione, oltre 7.000 litri al giorno a testa) buona parte della popolazione oggi si trova al di sotto della soglia del fabbisogno idrico: l’8,5 per cento al Nord, il 18% al Centro, il 78% al Sud e il 55% nelle Isole.

Non è finita: chi abita al Nord e ha la fortuna di avere dai rubinetti di casa quanta acqua vuole, da una parte la spreca (si potrebbe diminuire il consumo domestico di acqua del 50% senza influire per nulla sullo stile di vita) e dall’altra si rivolge all’acqua in bottiglia, che consuma in quantità record.

Ma c’è di più: per mettere un po’ d’ordine in questo stato di cose basterebbe far funzionare una legge-quadro esistente fin dal 1994 che ormai tutte le Regioni hanno recepito (sulla carta) ma che, soprattutto in certe parti d’Italia, viene tranquillamente disattesa.

A parte la siccità ricorrente (che però è risolvibile grazie alle dighe e agli invasi), uno dei motivi per cui tanti cittadini, soprattutto del Sud, rimangono a secco è lo stato della rete idrica... che fa acqua da tutte le parti. La perdita media è di un terzo circa, ma in vaste zone arriva al 40-50%, con punte fino al 75% in Abruzzo.

L’esponente più illustre del degrado è l’Acquedotto Pugliese, inaugurato nel 1927. Lungo 200 chilometri, con 20.000 chilometri di rete, serve 400 comuni e un milione di utenti, cioè una popolazione intorno ai cinque milioni di consumatori effettivi. È il più grande acquedotto d’Europa e il terzo al mondo. Peccato che dimostri tutta la sua età, dal momento che perde ormai metà dell’acqua durante il trasporto.

Il vero nocciolo del problema è la gestione e la distribuzione dell’acqua, che in Italia è attualmente frantumata in almeno 8.000 soggetti (13.000, secondo Legambiente), il che impedisce di organizzare e razionalizzare le risorse.

Caso emblematico, la Sicilia. «A Palermo nove idranti su dieci sono completamente a secco», denuncia Legambiente. «Se scoppia un incendio al Brancaccio, a Sud della città, le auto-pompe devono prima andare a Nord, allo Zen per rifornirsi di acqua presso i quattro o cinque idranti in funzione (su un totale di un centinaio) e poi correre a spegnere l’incendio».

È vero che l’anno in corso è stato particolarmente avaro di acqua: si sono raccolti appena 176 milioni di mc, contro i 279 dell’anno precedente. Ma se la Sicilia ha fatto parlare di sé tutti i giornali quando i suoi cittadini sono scesi per le strade esasperati per protestare contro la mancanza d’acqua, non è solo per la siccità: l’isola ha buone risorse, un anno secco non sarebbe un problema. Eppure, malgrado una falda estesa, 24 tra dighe e invasi, un dissalatore e quindicimila miliardi di vecchie lire spese dalla Regione per la voce "acqua", i siciliani soffrono la sete come se fossero abitanti del Sahara.

L’acqua appare improvvisamente nelle case a sorpresa dopo giorni e spesso settimane di secco. Arriva a orari impossibili, magari la mattina prestissimo o di notte. E non a tutti: i piani alti non hanno abbastanza pressione, debbono "aiutarla" con pompe a motore. I siciliani hanno imparato ad essere lesti quando arriva. Quando le scorte finiscono si ricorre alle autobotti, del Comune o di privati.

Questi privati che dispongono di acqua sono il vero problema, perché naturalmente sono quelli che su questa situazione fanno affari d’oro: hanno pozzi o fonti nei terreni di loro proprietà (o che controllano nel più classico dei modi) e la considerano da sempre cosa loro, nonostante la legge sia chiara a questo proposito: «Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorché non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche» (Legge 36/94, art. 1).

La mafia ha costruito sull’acqua un business miliardario e un potere reticolare distribuito fra proprietari di fondi, trasportatori, distributori. Poi ci sono i soliti "ignoti" che si attaccano direttamente all’acquedotto pubblico (tanto non è in grado di registrare i quantitativi di acqua erogati), riempiono l’autobotte e vanno a venderla. A volte un intero quartiere rimane senz’acqua perché gli "ignoti" chiudono le saracinesche della rete idrica in modo da invogliarne, diciamo così, l’acquisto.

Quanto alle dighe, la lista degli acciacchi sembra fatta apposta per destare sospetti: crepe decennali mai riparate, assenza di condutture, collaudi mai fatti (così passano direttamente dalla costruzione al degrado); per non dire che gli invasi vengono riempiti sempre molto al di sotto delle loro possibilità.

La legge fantasma

Attualmente sono parecchie migliaia gli enti che, a vario titolo, gestiscono l’acqua potabile in Italia. Troppi: la Legge Galli (n. 36/1994), ravvisando proprio in questa frammentazione uno dei principali ostacoli alla gestione razionale delle acque, ha disposto la creazione di 90 ambiti territoriali stabiliti dalle stesse Regioni. La più importante novità è la separazione tra l’ente proprietario e il soggetto gestore, con l’assegnazione di distinti compiti e funzioni. Nei nuovi ambiti territoriali definiti dalle Regioni gli enti locali dovranno, obbligatoriamente, associarsi o consorziarsi per assicurare un governo unitario dei servizi.

Questa legge, però, è recepita soltanto sulla carta. Esiste un Comitato di vigilanza creato proprio per controllare la sua applicazione; ma questo non può far altro che constatare, ad ogni relazione annuale, che siamo ancora a metà del guado.

E se privatizzassimo? Un’idea che ad alcuni pare la soluzione di ogni male e ad altri un pericoloso azzardo. Nella finaziaria il Governo ha stabilito che ogni consorzio o municipalizzata che finora ha gestito il servizio idrico sia trasformata in una società per azioni e che per almeno al 40% sia ceduta ai privati. I Verdi si sono subito pronunciati contro la privatizzazione e hanno presentato una proposta di legge che riconosca l’acqua un "bene comune pubblico".

Razionalizzare la gestione, però, significa non solo rimettere in sesto la rete idrica in modo che non perda l’acqua per strada, ma anche puntare con decisione a una politica di risparmio. Sta crescendo infatti, insieme all’allarme mondiale sulla scarsità di acqua in vaste zone (l’Onu denuncia che già oggi un miliardo e duecento milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile) la consapevolezza che l’acqua è una risorsa tutt’altro che illimitata, che è soggetta a inquinamento, che è fondamentale per lo sviluppo di un Paese.

Nell’ultimo cinquantennio la richiesta idrica è cresciuta il doppio di quanto sia cresciuta la popolazione, e questo sia per le esigenze dell’agricoltura che dell’industria. «Mi sono divertito a prendere in considerazione gli allevamenti di polli organizzati con criteri industriali», osserva Pietro Lauretano, esperto di desertificazione e consulente dell’Unesco. «I risultati sono stati impressionanti: per ogni uovo prodotto si consumano mille litri d’acqua». Bisogna dunque cominciare a considerare l’acqua una risorsa preziosa, da risparmiare e riciclare il più possibile.

Secondo uno studio dell’Irsa (Istituto ricerca sulle acque del Cnr) quasi il 30% dell’attuale fabbisogno dell’agricoltura – la più sofferente in caso di siccità – potrebbe essere assicurato dalle acque reflue recuperate che, depurate, possono essere utilizzate per irrigare i campi. Ma anche per uso industriale, sportivo, per il lavaggio delle strade, per i sistemi di raffreddamento e via dicendo.

Insomma, il futuro dell’acqua dovrà essere molto diverso dal presente: non darla per scontata come se fosse un bene gratuito e inesauribile, ma un bene prezioso, da amministrare con lungimiranza e senso di responsabilità.

Mirella Camera

SOLO IN BOTTIGLIA, GRAZIE

Gli italiani sono i primi consumatori mondiali di acqua minerale: sei su dieci la bevono ogni giorno, 165 litri a testa all’anno (il 35% nel campo della ristorazione). Anche se costa in media tremila volte di più di quella naturale. Non per nulla è uno dei maggiori business del nostro Paese, su cui si sono subito buttate le multinazionali alimentari. La produzione di acque minerali infatti è di 9.150 milioni di litri l’anno, con un giro d’affari di 2.800.000 euro: ogni famiglia spende in media per l’acqua minerale circa 260 euro l’anno, oltre alle spese indirette per lo smaltimento di oltre 5 miliardi di bottiglie di plastica. Questo paradosso nel paradosso merita qualche parola: la plastica delle bottiglie non è biodegradabile e deve essere conferita agli inceneritori per rifiuti tossici. Se non avviene, (per il semplice motivo che non ci sono abbastanza inceneritori), libera nell’atmosfera composti di acido cloridrico, metalli pesanti e diossine che, guarda caso, finiscono nel terreno e poi nella falda. Senza contare l’inquinamento dell’aria, prodotto dal trasporto. Non basta. Pur di non ingerire l’acqua comune da una vecchia lira e mezzo al litro, gli italiani hanno inventato l’acqua "scaraffata": si tratta di comune acqua di rubinetto, demineralizzata e resa frizzante con l’aggiunta di CO2. Può costare fino a 4 euro al litro e quasi un terzo dei ristoranti la serve al posto della minerale (ma attenzione: non come minerale, sarebbe illegale). Eppure, sia la minerale che la "scaraffata" possono nascondere insidie: è frequente, per esempio, che nelle minerali sia presente una quantità di 40/50 parti di arsenico per mircogrammo, cosa impensabile per l’acqua potabile, che non può averne più di 10 parti; questo perché le acque minerali non sono considerate "potabili" bensì "terapeutiche", quindi rispondono a uno standard diverso. Senza contare che l’acqua in bottiglia può degradarsi se non viene conservata in condizioni ottimali. Quanto alla seconda, i filtri necessitano di una particolare manutenzione e pulizia: i controlli sono regolari? Sarà per paura dell’inquinamento, sarà per il sapore, fatto sta che proprio la regione che ha maggior disponibilità d’acqua, la Lombardia, è quella che più consuma acqua in bottiglia. Ma non è l’unico paradosso: la legge definisce le acque minerali "patrimonio indisponibile delle Regioni" e infatti la Lombardia da anni dà in concessione le sue fonti alle aziende che imbottigliano le acque minerali. Peccato che da questa operazione incassi appena 150.000 euro a fronte del business da un miliardo di euro legato alla vendita delle sue acque: un terzo dell’intero fatturato italiano (i dati sono del settimanale Vita).

E che debba poi procedere a smaltirne le bottiglie gravando sulle tasche dei cittadini.

 

PAROLA D’ORDINE: RICICLARE

Una casa in grado di far risparmiare il 50% di acqua; è il progetto che si sta sperimentando a Bologna. Finanziato dall’Unione Europea, realizzato dall’Enea e con la collaborazione del comune e di una cooperativa, il Progetto Acquasave prevede un sistema di riciclaggio ben congegnato. Partendo dal presupposto che l’uso di acqua potabile è minimo rispetto alle altre esigenze (lavarsi, lavare la biancheria, i piatti, fare le pulizie, raffreddare, eccetera) la palazzina è stata dotata di tre diverse condutture di acqua: potabile, piovana e "grigia". La prima serve per bere e lavare gli alimenti; quella piovana viene raccolta in apposite cisterne e alimenta lavatrici e lavastoviglie (con conseguente risparmio di detersivo, essendo acqua priva di calcare); infine l’acqua raccolta dagli scarichi, dai lavandini e dalle docce viene riciclata per alimentare lo sciacquone del water, che rappresenta una delle voci di spreco maggiore: una media di 50 litri pro capite al giorno.

 

" Se non interveniamo per salvare questa risorsa nel 2005 in Italia mancherà il 57% dell’acqua per irrigare i campi"

(Gianni Alemanno ministro delle Politiche agricole)

L’acqua minerale costa in media tremila volte di più di quella naturale

In italia il fabbisogno idrico cresce il doppio di quanto cresca la popolazione. Nel mondo oltre un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile

Per ogni uovo prodotto industrialmente si consumano mille litri d’acqua

Palermo è la città con l’acqua più cara d’Italia, Milano la meno